“Dopo la notte”

24 agosto 2016

Esistono giorni in cui il sentimento verso le cose che succedono diventa prioritario rispetto a tutto il resto. Giorni che tolgono significato a una vita, già di per se, avara di significati. Succede dopo un attentato. Dopo un incidente ferroviario. Dopo una catastrofe naturale come quella di stanotte. Dopo qualsiasi evento tragico e inaccettabile che cancella vite umane innocenti. 

Eppure all’inizio non sembrava una cosa grave, ma un momento per scherzarci su. Per sdrammatizzare sul fatto di essersi svegliati nel cuore della notte. Nessuno parlava di crolli. Nessuno scriveva di feriti. E sui social network giravano solo brevi video di lampadari dondolanti in camera da letto. Invece c’era qualcosa di molto più grave alle porte.

Ora sono confuso. Terrorizzato. Arrabbiato con me stesso per averci addirittura scherzato. L’Italia dei piccoli paesi trema dalle fondamenta del senso. E intanto crollano le case. I ponti. Le chiese. Insieme alla nostre speranze e alle vite di chi purtroppo non è riuscito a scappare in tempo. È la storia di come ogni volta vorremmo che andasse, e di come invece non va mai.

Ti svegli. Qualcosa comincia a ballare. La libreria. Il letto. La lampada sul mobile. Succede sempre di notte. Poi tutto che finisce e rimane solo quella sensazione evidente di “oddio ma è stato un terremoto?”. Intanto in altri posti però qualcosa e qualcuno non ci sono già più.

Esistono momenti in cui l’esistenza si mostra con troppa incisività, e parlare di una cosa non è mai come viverla. Ma ciò al quale proprio non riesco ad attribuire un significato, è quel continuo “prenderci di sorpresa”. Come se il destino fosse consapevole di quello che sarebbe successo. Come se la natura complottasse per mietere nel sonno più vittime possibili. 

Consapevolezza. Mi ritrovo a spiegarlo oggi a Nicoletta che da stamattina è incollata davanti ai Tg. “Ma ti rendi conto di quanto è grave quello che è successo stanotte amore mio?” E lei mi fa cenno di sì con la testa. Non siamo mai consapevoli all’interno di una tragedia del genere. E mi chiedo cosa viviamo a fare. Forse esistiamo per diventarlo. Consapevoli intendo. Continuamente. Spietatamente.

Ma rispetto alle difficoltà che si affrontano probabilmente non lo saremo mai. Altrimenti non sarebbero esperienze. Altrimenti sarebbe tutto già stato affrontato. Leggo tante cose senza senso in rete. “È la natura che si vendica”. È colpa di questo. Di quello. Si poteva evitare. Preghiamo. Doniamo. Io non so. Sono così confuso. 

La natura non si vendica di niente. Si limita a fare la natura. E le profondità della terra non reagiscono certo alle cose che succedono in superficie, o alle stronzate nostre e dei nostri politici. Il punto è che tutto quello che stiamo guardando è in realtà un corpo solo espresso nelle sue diverse parti.

Siamo attori e spettatori su questa terra. Tremiamo nell’intimità delle nostre case quando c’è un sisma, e siamo sbalorditi davanti alla TV perché il terremoto avviene in una zona sismica. Eppure nessuno ha saputo predire. Nessuno ha fatto niente. Anche il Sindaco di Amatrice è espressione di questo sbigottimento quando piange in diretta. Quando con un filo di voce dice che la città è in ginocchio. Che le strade e i ponti crollano. Che la gente muore. Che niente è sicuro. Che “dopo la notte, non sorge il sole, ma c’è ancora la notte.”

Ogni casa mostra nel suo crollo tutti i mattoni di cui era fatta. Quello che si era sempre dato per scontato come intero è in mille pezzi. E lo è anche ogni sentimento dentro. La TV mostra i mattoni del nostro cuore e li possiamo contare uno ad uno. Ho ancora pensieri confusi per i quali chiedo scusa a chi ogni tanto mi legge. Ma sento che questa ennesima tragedia mi spinge a guardare con amore ogni cosa che custodisco in me. 

Il terremoto è un progetto distrutto. Calce e pietre che perdono il contatto. Che si scollegano e rovinano al suolo, insieme alla vita e ai progetti di chi c’è sotto. Possa ogni sentimento generato da questa calamità rimanere collegato agli altri dentro di noi. E generare amore. Per le persone. Per l’esistenza stessa. E per ogni progetto di vita che dobbiamo in qualche modo portare avanti con dignità, nel più profondo rispetto di chi non può farlo più.

Sottrazioni 

20 agosto 2016

Hai davanti agli occhi Roma. Magari sei seduto sul bordo di una fontana e la osservi di notte. Quando non gira più nessuno. Eppure non ti senti affatto solo.

Intorno hai tutto e tutti che si muovono. La storia. Il tempo. I profumi. Le atmosfere dei giorni passati. Cosi chiudi gli occhi e la tua vita si trasforma in un infinito ologramma a cielo aperto.

Migliaia di pensieri arrivano a difenderti dal resto del mondo. Come se la tua quotidianità lasciasse una scia che sei in grado di guardare solo tu. 

C’è sempre un minuscolo punto di vista all’interno del tuo campo visivo totale. Una prospettiva che avevi dimenticato. Ed è questo che ti fa entrare nel senso delle cose, nel sapore, nella dimensione invisibile di quello che vorresti a tutti i costi condividere. Un volto riflesso, un dettaglio, un ricordo.

Stanotte mi accorgo che è stupefacente la quantità di cose che mi porto addosso senza saperlo. Cose invisibili. E mi stupisco quando mi rendo conto che la strada per arrivare a notarle sia fatta di “sottrazioni”.

Mi spiego. Per vedere in profondità quello che c’è dentro un ricordo forse bisognerebbe rinunciare a tutti gli altri. Guardare attraverso il tempo. Frugarci dentro. Alla fine è solo un fatto fisico. Una disponibilità a cercare davvero quello che stai ricordando. 

Perché l’unica cosa che vale la pena ricordare non sono le persone, o i fatti del passato. Ma il tuo rapporto con le persone e i fatti del passato. In fondo non esistono immagini che abbiano senso, senza le emozioni che le hanno accompagnate.

La fine del tunnel

17 agosto 2016

L’intangibile stanchezza di certe mattine. Il cielo in un caffè. Una strana sensazione di allineamento. Immagini di un tempo vissuto. Lavorato. Guadagnato. Tutta l’energia di cui ho quotidianamente bisogno che si nasconde in un sorriso. Intanto il mio meccanico tentativo di partecipare ai discorsi che non mi interessano, fallisce. Si esaurisce in una smorfia. Come quando in sogno vorresti smettere di precipitare, ma non si può. E quindi ti svegli. Ma non c’è nessuno che ti aspetta con la colazione a letto.

Buon ferragosto 

15 agosto 2016

Una mattina ti svegli e il mondo è tutto ordinatamente al suo posto. I tetti delle case nel sole. Il cielo privo di nuvole. Le foglie verdi degli alberi. Le campane indisciplinate di una chiesa. Il battente della finestra che si apre e che sembra non volersi chiudere più. Gli uccelli. I passanti. Quel rumore appena accennato di tazzine che giunge da un bar. Il mio volto riflesso, attenuato dalle trasparenze di un vetro. Niente confusione. Nessun paragone. Non mi manca nulla. Sono le evidenze di un ferragosto di festa. Un giorno sereno qualsiasi che si contrappone all’inintelligibilità di ogni altro giorno. 

Moti perpetui

15 agosto 2016

Ironicamente li definisco “moti perpetui”. Sono quei pensieri che non sentono il bisogno di storicità. Che non hanno “un piede nel passato e lo sguardo dritto nel futuro” come dice Bertoli. 

Parole semplici. Lineari. Senza grosse incertezze di fondo. Eppure se le cercano. E se non le trovano. Le creano. Coinvolgendo tutti i ragionamenti che hanno intorno.  

Pensieri sfrontati. Per lo più ironici. Si prendono gioco della ragione. Si lasciano scivolare il tempo addosso. Non temono i giudizi delle persone e tendono a farci somigliare alla parte più bella di noi. Creano empatia in una realtà che tende sempre a scoraggiare. A disilludere. A far ripensare. 

Nella mia vita io ho assolutamente bisogno dei moti perpetui. Perché sono portatori di una grande forza interiore. Intelligenti, presuntuosi, sfrontati, pieni di carisma, sono tipici di chi è convinto di non doversi mai allineare a una quotidianità che non diverte più.

Io sono tremendamente affezionato ai moti perpetui. Alle parole scritte. Pensate. Rilette. Sono i miei voli pindarici senza troppi passeggeri. Aerei virtuali fatti di riflessioni, dove ogni lettore alla fine crede che sia valsa davvero la pena salire.

Si cambia 

11 agosto 2016

E poi si cambia. Succede sempre quando si deve fare. Cambiare. E non un vestito. Non l’automobile. Ma il tuo modo di stare al mondo. La logica con la quale hai sempre vissuto. Quella che hai comunque ritenuto essere la via più giusta per affrontare i fatti. 

Si cambia. I nostri valori. Le nostre priorità. Succede quando non puoi più farne a meno. Quando la vita ti costringe. Quando stai facendo una foto e solo riguardandola ti accorgi che è l’istantanea di una stella cadente. Quando a destra dello sterno, tra il collo e lo stomaco, trovi un fuoco di sbarramento. Una linea di confine fatta di strane emozioni. Pensieri irreali. Insondabili malinconie. Ostacoli.

Tutte immagini che tendono a scoraggiarlo un cambiamento. Storie che riducono l’auto stima. Calpestano la dignità. Desideri mancati. Falsi bisogni, rinunciabili e inessenziali. È la tua vita, contro la tua vita. Quella immaginata che si schiera contro quella mai vissuta. Tutto viene ridiscusso. Messo in dubbio. Eppure mai provato fino in fondo. 

Certe volte ho la chiara sensazione che gli ostacoli siano un atto d’amore verso l’esistenza. Che tutto si riduca all’approccio con cui si decide di affrontarli. Che lo scopo di ogni cosa non sia “conoscere” e “conoscersi”, ma “riconoscersi”. Riconoscere noi stessi per ciò che c’è di intimamente nostro. E mi guardo bene dall’usare la parola “migliore”. Unico non è sinonimo di migliore. E non c’è nemmeno bisogno di essere i “migliori”, per sentirsi “unici”.

Poi però ti capita di vivere altre storie. Come quella di un amico a cui viene strappato un sogno dalle mani. Lui non lo vedi spesso, ma lo stimi tanto. Sai che ti ha sempre parlato con semplicità. Con disarmante sincerità. Ti ha anche criticato senza mai puntarti il dito. E ora affronta la perdita di un figlio. La vita che si ferma. Le parole che smettono di avere senso. 

Succede che stavolta l’ostacolo da superare è imponente. E non ti porta a capire qualcosa di te e della tua vita. Ma la distrugge e la devasta lasciandoti con l’impotenza a fare da contorno ai capricci di un Dio che non è affatto giusto. E forse nemmeno buono. E che semmai esista, non ha assolutamente capito “cosa” e chi punire “per cosa”. 

Cambiare è un’operazione da compiere in silenzio. In religioso rispetto verso tutti quelli per cui cambiare è difficile. Qualcosa da fare con coraggio estremo. Con assoluta cautela. Con forza crescente, umiltà e immensa spregiudicatezza. Cambiare è un modo per capire. È il contrario di spiegare il “perché bisogna cambiare”. 
Esistono realtà che non si possono raccontare a parole. Perché sono troppo. Perché ridicolizzano ogni pensiero, anche quelli più appropriati. Perché stanotte, come ogni notte, le stelle cadenti sono solo pezzi di cielo. Perché certi sogni non si accendono, non fanno rumore. Eppure non ti stanchi mai di guardarli e di starli ad ascoltare.

Cinque misere assi

8 agosto 2016

Credo nell’amore. Ci ho sempre creduto. Credo nell’ispirazione che nasce dall’ammirazione verso un’altra persona. Credo anche nel mestiere di amare. Credo in Prevert e Khalil Gibran. Credo che il primo dovere di ogni uomo innamorato sia quello di soddisfare. Di proteggere. Di interessare, coinvolgere e realizzare i desideri dell’altra. 

Credo che tutte le relazioni sane debbano contenere dei misteri insondabili. Delle circostanze inspiegabili. Dei ragionamenti per assurdo. Credo negli inizi di ogni storia, temo le parti centrali e ho il terrore dei finali. Credo nelle relazioni forti di persone con caratteri forti. Uomini e donne che sognano qualcosa, che hanno bisogno di qualcosa e agiscono per ottenerlo. 

Credo nei protagonisti, negli antagonisti, negli obiettivi mancati che insegnano e negli ostacoli superati, o presi in faccia. Fa lo stesso. Credo che i desideri concreti siano più forti di quelli astratti. Credo nella tensione. Nell’emozione di un’attesa, nel dramma di un rifiuto, e nella suspense di una risposta difficile. Credo che si impari più dal passato, che non rinnegandolo il passato. 

Credo che ogni bella persona abbia comunque i suoi segreti da custodire, le sue idee da difendere, la sue potenzialità da esprimere. Credo nella sincerità di un pianto e nelle mille possibilità di un abbraccio. Credo nella natura umana delle scelte. Nel rispetto dei sentimenti. Anche quelli non ricambiati. Credo che le domande più profonde della nostra anima siano più importanti delle risposte. 

Credo che un uomo innamorato sia un poeta travestito da architetto. Credo che amare sia il mestiere più difficile. Sottopagato. Sottostimato. L’amore è un ponte. Che parte dentro di noi e porta dritto al cuore degli altri. Un ponte. Già. Detto così non sembra molto. Sono solo misere assi di legno. Nei casi migliori è ferro. Niente di che. Ma ci si emoziona così tanto per tutto quello che ci può passare sopra. E senza mai restare troppo tempo a chiedersi, “reggerà?”

Un amore non nasce da solo. Non è un desiderio nascosto tra le sinapsi di una testa. Ma un sentimento in cui credere, che si manifesta con prepotenza e che ti chiede di vivere. Non ha trama. Non ha copione. Non ha finali a sorpresa. 
Bisogna però saperlo fare. Amare intendo. Perché quando ci si innamora e non si è pronti a farlo, l’esperienza è devastante. Ti sembra di sapere alla perfezione sempre tutto quello che va fatto, ma in realtà non ne sai nulla. 

Agisci a caso. Nella convinzione che ogni passo sia nella giusta direzione. Mosso soltanto dal bisogno di affetto, dalla confusione e da una crescente carenza di attenzioni. Per questo oggi io dico che prima di innamorarsi ci vuole prudenza. Ci vuole cautela. Saper rimanere in ascolto. In equilibrio su quelle misere cinque assi. In paziente attesa che arrivi il giorno in cui nessuna domanda sarà più così difficile, e nessuna risposta farà più tanta paura. 

Ci sono mete

6 agosto 2016

Ho la fortuna di avere un ego abbastanza strutturato. Per questo ho meno certezze degli altri. Però divento simpatico, perché sono flessibile. Divento affettuoso, perché sono sensibile. Non mi piace arroccarmi dietro a castelli di idee su cosa sia la vita, su come dovrebbe essere vissuta, o in che modo dovrebbe andare il mondo. 

Evito di illudermi. Per non deludermi. Forse mi sono costruito troppe “sicurezze” per paura di non essere mai “abbastanza” nel confronto con gli altri. E in questa apparente funzionalità ho perso più tempo a proteggermi dalla vita. Che a vivere. 

L’errore più grande è quello di essere convinto di avere a disposizione un bagaglio di tempo infinito per correggermi. Per recuperare. Per rimandare. Per fare meglio. Ma intanto la vita passa. 

E ci sono mete talmente lontane che non basta tutto il viaggio per arrivarci.


La folle corsa

3 agosto 2016

A volte sento il bisogno di correre forte.Non c’è stupore, né paura, né dolore in una folle corsa, ma solo l’incosciente consapevolezza di vivere una sensazione inevitabile, benefica. Quasi necessaria.

Correre per lasciarsi alle spalle ogni dubbio e percepire quanto ci appartiene e potremmo perdere. Avvinti a un’emozione irrinunciabile, stretti in un abbraccio intangibile, bene allacciati e assicurati alla vita.

Schiacciare l’acceleratore senza esserne mai paghi, senza chiedersene il motivo, senza pensare se sia giusto o meno rischiare tutto. E abbandonarsi vivendo quella folle corsa come la più naturale delle condizioni umane. 

Non è forse anche questo amore?

Message in a bottle

31 luglio 2016

Certi pensieri si fanno sospingere dal tempo come dalla corrente. Si lasciano trasportare per giorni e poi rimangono là.

Bloccati dall’onda. Intrappolati sul bagnasciuga, tra l’acqua e la sabbia. Nello stesso identico punto dove, in certi film d’amore, le bottiglie vanno alla deriva. Quelle con un messaggio all’interno. 

Forse è proprio questa l’immagine più adatta a descrivere ciò che ho dentro ora. Una bottiglia con un messaggio.

Il problema è aprirla e leggerlo, senza la paura di cosa potrei trovarci scritto. Perché la paura è il meccanismo che blocca i sogni e tiene distante il desiderio di realizzarli.

La paura di non andare bene. La paura di non essere all’altezza. Di non piacere. O di non avere argomenti così originali di cui saper parlare. Quella di sembrare “meno di”, e offrirsi in pasto al giudizio di chi ci sta intorno. Gli altri. 

Perché alla fine sono proprio gli occhi degli altri quelli veneriamo con tutte le nostre forze. Insomma, che si voglia o no, bisogna essere pronti a piacere. A essere giusti. A essere simpatici. Opportuni. Dinamici. Costi quel che costi.

Esistono le spiagge. E poi c’è l’immensità del mare che ci sbatte contro. Ci sono le onde e sulle onde galleggiano migliaia di bottiglie che custodiscono tutti quei sogni che devono ancora nascere. Quelli mai letti. 

Oggi in una di quelle bottiglie c’è anche il mio. E stavolta non ho più paura.

I miei anni

30 luglio 2016

Uno specchio non parla, eppure riesce a dirti tutto. Che ti piaccia, o no, questa è la tua faccia. Truccata. Sbattuta. Stanca. Che ti piaccia, o no, queste sono le tue espressioni. Le tue maschere. 

Davanti a uno specchio io sono protagonista e pubblico. Io sono tutti i dubbi, fino all’ultima certezza. Alzo un sopracciglio. Strizzo l’occhio. Sorrido. Improvviso l’effetto che desidero. Scorciatoie. Aggettivi. Trucchi.

Peccato, perché alla fine quella ruga si vede lo stesso. Quel ricordo non cambia. E quello che deve essere stento comunque a vederlo.

Allora chiedo al futuro di darmi il tempo necessario. Quanto basta per guardarmi con occhi diversi. Per continuare a esistere senza paura.

Un giorno il tempo si vendicherà di tutte le parole che non sono riuscito a scrivere. Punirà la mia indifferenza. I miei rumorosi silenzi. E non avrò nemmeno il coraggio di domandargli dove sono finiti i miei anni migliori. 

Abbasso la radio

24 luglio 2016

La Cristoforo Colombo è un’arteria che unisce Roma alle spiagge di Ostia. Si cammina a passo d’uomo. Ma non c’è il solito intasamento di auto che vanno al mare. Io la percorro in senso opposto. Cerco di raggiungere il centro. Sono quasi le due. Il sole è alto e picchia forte. Le ville di Casalpalocco scivolano lentamente alla mia sinistra. E alla fine sono quasi fermo. In una fornace a cielo aperto, a poco meno di 500 mt dalla rampa del grande raccordo anulare. Intanto i Clash tossiscono musica alla radio e accompagnano il ronzio del climatizzatore. 

Ci sono cose che mi hanno sempre infastidito. Cose che non riesco a digerire. E parlo soprattutto di me. Del mio modo di fare. Del mio essere sempre opportuno e presente. Con gli altri. E mai con me stesso.

Pensieri dimenticati su piani diversi. Ma in realtà sono intollerante alla mia insopportazione. Questa guerra tra le cose che faccio e tutto quello che non andrebbe fatto, ma che comunque mi ostino a fare, scorre quotidianamente dentro di me. Ed è una “guerra” con la quale sono in guerra da sempre.

Faccio ancora qualche metro. Sarà un incidente. La strada in questo tratto è brutta. Soprattutto di domenica quando la gente poco abituata a guidare esprime maldestramente la sua gran voglia di superare il prossimo. Almeno in strada, visto che nella vita non gli riesce.

Non sopporto neanche questo di me. Questo mio esprimermi giudicando gli altri. Soppesando. La stessa parte di me che quando vede un sorpasso azzardato maledice e augura il peggio. Ma il peggio si augura all’errore. Non a chi lo commette.

Intanto la fila scorre. La mia corsia avanza di qualche decina di metri. Ora l’incidente è davanti ai miei occhi. Un’ambulanza è ferma sulla carreggiata. Poco più avanti una Smart ha il parabrezza spaccato. Attraversato da qualcuno. C’é del sangue. Altre due auto sono ferme probabilmente implicate nella cosa. Una è imbiancata dal getto degli estintori. Sembra una vecchia Mercedes classe A. L’altra è parzialmente incastrata con la fiancata sul guard rail. È una jeep. Li di fianco un telo verde adagiato sul prato. Copre un cadavere. C’è sangue. I paramedici non si affannano. Non esiste un momento di concitazione. Soltanto silenzio. Quello che ti prende dentro e che ti strozza le parole.

Rifaccio mentalmente le traiettorie. Ripercorro i puntini che il destino ha unito per creare quella scena. Sempre che sia andata come penso.

Abbasso subito la radio, non so perché. Forse un segno di rispetto. Qualcuno non lo sa ancora, ma la sua vita è appena cambiata per sempre.

Siamo pensieri poco onniscienti in scatole craniche fragili. Pure ipotesi di vita prigioniere di un corpo. In auto. In treno. In metro. Su una qualsiasi strada. Da questo punto dei miei pensieri vedo un altro me stesso. Laggiù, piccolissimo. Provvisorio. Evanescente. Impotente.

Non so chi tu sia, ma possa il tuo percorso continuare senza altri incidenti. Possa la strada esserti amica, per sempre. Con la speranza che di strade da percorrere ne possano esitere ancora.

Pensavo fosse amore e invece era un pokemon raro

23 luglio 2016

Credo che esista sempre un significato da attribuire a ogni situazione, ogni persona, ogni fatto o azione. Qualcosa di specifico. Di logico. Senza soppesare ragione, torto o verità. E poco importa che si tratti di una mia verità. Da bambino non mi sono mai preoccupato del senso delle cose. Forse ero più orientato a viverne le emozioni. Poi con gli anni qualcosa è accaduto. 

Le storie importanti. Le crescenti esperienze. Le immancabili delusioni. I successi raggiunti, ma anche le innumerevoli strade lastricate di obiettivi mancati. Internet. Gli eclatanti fatti di cronaca. I telegiornali. L’ambivalente e illusoria variabile dei social network. Ma più di tutto la scrittura. 

Pian piano ho sentito sempre più necessario il bisogno di scrivere e descrivere. E se è vero che scrivere non mi può aver cambiato, è altrettanto vero che è successo rileggendomi. Poco alla volta.

Stamattina ho aperto un social network. Lo faccio ogni mattina come una consolidata abitudine. E non ci ho trovato nulla. Il solito vuoto culturale per il quale non credo mi ammalerò mai. Lo stesso vuoto che vi ritrovo dopo eventi sportivi, feste comandate. Ma anche fatti di cronaca. Assurde stragi. Dopo notizie disperate di bambini che annaspano fra le macerie di un conflitto. Navi e pescherecci che affondano vite. Uragani e tsunami che cambiano il volto umano dei luoghi che devastano. 

Cade un aereo e mi passano davanti tutti gli aerei presi nella mia vita. Tutti i viaggi fatti. Ed è la stessa cosa quando persone muoiono in un cinema, in un teatro, o passeggiando mangiando un gelato. Ogni volta mi chiedo di chi siano tutte quelle vite che non esistono più. 

Anche dopo una strage in un supermercato è lo stesso. In un’università. In una redazione di un giornale che non avrei mai letto. O peggio ancora in una scuola. Ogni tanto immagino che qualcuna di queste persone sia seduta a tavola con me e mi parli direttamente. Che mi chieda se tutto quello che è successo aveva o ha mai avuto un suo senso da trovare e raccontare.

Leggere è molto diverso che scrivere. Guardare le altre vite e rapportarle con la propria. Spesso crediamo di vivere anche quando non lo facciamo, solo perché abbiamo la possibilità di farlo rispetto a chi non può più. Ma siamo anche noi, studenti, ostaggi, giornalisti, turisti e passeggeri quasi sempre nel concreto. Dipendiamo da. Ci affidiamo a. Ci fidiamo di. 

Affidiamo la nostra vita al meccanico che ci ripara i freni della macchina. Al cuoco che ci cucina una pasta con le cozze. Al prete che ci confessa. Allo psicologo. All’architetto. All’amico che guida l’auto. Al medico. Al chirurgo. Al farmacista. Alla guida alpina. All’istruttore di kitesurf o all’allenatore di body building.  

È essenziale che tutto abbia un senso e un significato. Che tutto funzioni e che anche gli altri facciano sempre bene. Che da ogni maledetto lunedì fino alla successiva domenica mettano la testa in quello che fanno. Che siano seriamente connessi a se stessi.

Durante un viaggio siamo spietatamente disinteressati a come si sente il pilota o l’autista. Ogni tipo di pilota cui affidiamo quotidianamente la nostra vita. Siamo abituati a dare tutto per scontato.
Sia chiaro, non posso arrivare a prendermi cura del mondo. Con il destino non si tratta. Ma potrei prendermi cura dello stato delle cose. Dei significati. Dell’umore di tutti quelli che condividono con me anche un minimo tratto di strada in questa assurda quotidianità.

Non lo saprò mai. Magari un sorriso. Un buongiorno. Una gentilezza, anche che si trattasse solo di un caffè corretto offerto, potrebbe aver salvaguardato delle vite. Ascoltare quello che qualcuno aveva da dire, anche solo per poco, potrebbe aver allontanato delle tragedie. Non lo so e non esiste un scatola nera che potrà mai dirmelo. Però mi piace pensare che sia così.

Stamattina è scattato qualcosa nella mia testa dura e sensibile. Se esistono bambini che vivono in condizioni spaventose. Se nel 2000 donne di paesi civilizzati subiscono violenze nel segreto delle proprie case. E se le massonerie. Se le associazioni segrete. Se le mafie. Se i giochi di potere sempre più pericolosi e perversi. Se l’abbrutimento culturale delle persone sui social network. Se la perdita di valori. Se i soldi per gli armamenti. Se tutto questo continua a crescere, la mia sfera intima reagisce. Se faccio parte di questa comunità che è il pianeta, anche la mia vita respira questo clima globale e vengono in qualche modo condizionati i significati che attribuisco alle cose che faccio. Che dico e che scrivo.

Non potrò raccontare a mia figlia quanto era difficile ai miei tempi. Per me non è mai stata davvero difficile. Lo è di più adesso. Eppure in queste difficoltà c’è qualcosa che mi fa sentire molto meglio di quando ero ragazzo. Mi fa sentire forte. Desideroso di lottare con questo universo difettato che non funziona, ma che deve trovare il modo di risorgere e di ripartire. 

Le mie storie sono piccole cose. Però se sopravvive Ulisse e crediamo ancora in una balena bianca significa che non possiamo buttarle via. Perché alla fine rimangono solo le favole. Quelle vere. Quelle fatte di gente semplice che lotta, desidera, ama, agisce e vince o perde. Ma con tutta se stessa. 

Ho cominciato a scrivere dell’amore molto prima di sapere che fosse l’amore. Mi emozionava e questo mi bastava. Qualche uragano dopo il mio cuore si è connesso con il mondo. Con le ingiustizie. Con le guerre. Con le tragedie. Lo so che in fondo su questo pianeta io non sono niente. Ma so anche che non c’è niente che sia davvero come me. Mi basto. E questo è il significato più grande che posso dare alla mia vita oggi.

Dedico questo pensiero a chi ogni giorno è Natale, o San Valentino. A chi ancora si emoziona se gli regalano un fiore. A tutti quelli che hanno un figlio, una compagna e una quotidianità da amare. A quelli che hanno provato a scrivere qualcosa, almeno una volta. A quelli che non sanno cosa sia un pokemon e che preferiscono trascorrere qualche ora in relax ascoltando musica, o bevendo un bicchiere di vino rosso davanti a un tramonto, magari leggendo un po’.

Sono pazzo?

18 luglio 2016

Sono un pazzo solo perché non credo di esserlo? O magari non lo sono proprio perché lo sto pensando? Oppure sono un indomabile folle perché sono gli altri a dirlo. E gli altri chi sono? Sono tutto? Sono niente? Che differenza vuoi che faccia per un pazzo, la moltitudine, o nessuno. Probabilmente sono un matto in quanto me lo sto chiedendo. Ma cosa c’è di più coerente di una lucida follia? Forse pazzi lo siamo tutti, più o meno capaci a fingere di non esserlo. Più o meno indottrinati a credere che sia tutto normale. E se la vera libertà fosse proprio la pazzia?

Mi guarda

17 luglio 2016

Stamattina ho l’impressione che le cose intorno mi osservino. Roma mi guarda, ma non distrattamente come farebbe un dilettante osservatore. Roma mi studia. E probabilmente si ricorda anche di me. Di quello che sono stato in passato camminando su questa stessa strada.

E io continuo a regalargli attenzioni. Istantanee. Sostantivi. Verbi. Aggettivi. Tutti trucchi per colorare di vita i ricordi. Peccato, perché alla fine, per quanto possa essere bravo a scrivere, o a fotografare, quello che ho dentro comunque non si vedrà mai. Che vi piaccia o no, questo è il mio modo di vivere. Che vi piaccia o no, queste sono le mie pagine migliori. 

E continuo a mettere in fila pensieri come se avessi un pubblico. E continuo a immaginare l’effetto che desidero. A modellarmi  intorno agli ostacoli che incontro. Ad aderire alla vita per toccare nel cuore. Ma questo Roma non lo sa, per questo continua a regalarmi emozioni. Mentre io ci metto dentro qualche sorriso, le parole e i ricordi di tutta una vita.