Strada facendo

6 febbraio 2015

Chiudere gli occhi. Inventare un nome per quella luce che sembra una stella. Cambiare l’anatomia. Diventare un cuore. Rileggere vecchie frasi. Scrivere un libro e lasciarlo in una stanza di hotel per chi volesse leggerlo. Iniziare una frase con un verbo e un tempo al condizionale. Io non sono in quello che scrivo, ma in quello che vedo mentre lo faccio.
Ho bisogno di cose che accadono. Ho bisogno di piccole sorprese. Di una linea prospettica e un punto di fuga.
Ho bisogno di leggermi e tenere il segno con le dita.
Di una vetta raggiunta. Di una sommità conquistata. Non cerco la felicità, ma il suo rumore di fondo. Quello della serenità.
Ho bisogno di un’abitudine di cui andare fiero. Di una canzone da ascoltare in cuffia. Di una ricetta semplice da realizzare. Di un grembiule sporco. Del cane che mi viene incontro scodinzolando. Di frasi senza il punto interrogativo, perché la serenità non ha punti interrogativi.
Ho bisogno di nutella e stavolta ci metto anche il burro. Diventare grandi a volte sa di pollo, altre volte di zucchero e fragole. Poi ci vuole comunque un nespresso azzurro, magari da bere lentamente, strada facendo.

L’albero maestro

4 febbraio 2015

Esistono mattine in cui le immagini e le parole ti vengono a cercare e altre in cui te ne staresti volentieri in silenzio, a “riflettere”.
In quei casi basterebbero un bacio. Una carezza. Occhi chiusi. Delle mani dietro la testa. Altre mani sui fianchi e un universo che per un momento si accontenti di guardare altrove.
Oggi vorrei osservare la mia espressione mentre impressiono compulsivamente pixel su questo foglio elettronico.
É che a volte i ricordi mettono più ansia degli incubi. É che non esistono mele avvelenate per le favole di cui non conosci il finale. È che vorrei raccogliere le briciole lungo la strada, mangiare la casetta di marzapane immergendola in una vasca di Nutella, toccare il sedere alla strega e poi correre via. É che attraversando il bosco vorrei trovare un lupo che scodinzola a raccontarmi la sua versione dei fatti.
Io attribuisco sempre dei significati, solo che sui significati influisce comunque il contesto.
“Seduto su una panchina in Central Park, sento le sirene passare e leggo il giornale di oggi”, non avrà mai la stessa valenza di “seduto su una panchina in Central Park, sento le sirene passare e leggo il giornale di oggi con la mia foto segnaletica in prima pagina”.
Sono i dettagli, il tempo, il luogo e le situazioni che cambiano le sensazioni e le risposte.
Oppure non lo so cosa le cambia.
Forse anche io sono solo conseguenza di un cambiamento. Il risultato dell’anatomia delle cose nel momento in cui decidono di accadere. Forse potrei risolvere tutto puntando l’indice contro il destino. Senza troppe domande. Sollevarmi dalle responsabilità.
Sorrido.
Sì. Mi piacerebbe essere un androide partorito dalla mente Ridley Scott. Un reagente chimico, oppure una scheggia impazzita proveniente da una deflagrazione a caso che non sia il Big Bang.
Qualche volta invece mi sento Ulisse. E ripenso a come sarebbe stato utile avere un cellulare per chiamare Itaca. “Cazzo, sto tornando! Aspettatemi. Anzi mandatemi un taxi al Circeo.”
Differenti ritorni. Differenti attese. Senza nemmeno il tempo di mettersi a tessere una tela. Intanto il lunedì in tv i proci guardano l’isola dei ciclopi famosi.
Cara Penelope, anche io ho i miei pensieri sereni. E non mi servono certo per fare un colossal o per imparare a volare. Però mi sono molto utili per continuare a camminare nella giusta direzione.
E se qualche volta mi esprimo al condizionale non é perché non mi senta al sicuro. É solo per cercare contesti nuovi e attribuire le risposte migliori.
Migliori del passato.
Migliori del presente.
Migliori di ogni futuro immaginato.
Ora però slegami dall’albero maestro che siamo arrivati e ho un po’ male alla schiena.

Il vuoto dentro

3 febbraio 2015

A volte mi ritrovo a scrivere storie e ad illudermi di poter spiegare agli altri la vita, ma spesso il mio unico scopo è quello di riempire un vuoto.
C’è uno spazio gonfio di niente che alberga in ognuno di noi e che nasce dal bisogno che tutti abbiamo di essere capiti, apprezzati, amati, ma anche messi in discussione e criticati. L’importante è che questo avvenga comunque con amore.

Il codice morse

2 febbraio 2015

Sabato prossimo festeggerò il mio compleanno. E lo farò in un punto imprecisato delle Alpi Cozie. Di sera. In un giorno convenzionale di un anno non convenzionale. In una baita che sulla cartina non saprei nemmeno ritrovare.
Non so ancora se mi limiterò soltanto a bere e ad aggiornare il calendario, oppure anche a sorridere e vivere intensamente tutti gli istanti che verranno. Magari immortalandoli nelle fotografie, nei ricordi e negli sguardi miei o delle persone intorno.
Arrestare il tempo non si può, perché il tempo è un ladro di momenti che dispone sempre del migliore avvocato.
Se potessi tornare indietro forse non farei gli studi che ho fatto. Le cose che mi pagano oggi non sono certo le stesse che mi appagano e questi pensieri non fanno che comprimere il mio tempo inesorabilmente. È come se da qualche parte qualcuno, una sorta di destino o chi per lui, tenesse nascosta la mia copia di sceneggiatura eccezionale per sostituirla con un’altra scritta bene, ma meno interessante.
Colpa del mio essere indisciplinato. Quando vedo il rosso ogni tanto passo, ma questo non è successo sempre anche col verde. Qualche volta ho esitato. Qualche volta sono rimasto fermo a pensare a quello che mi ero lasciato alle spalle.
Stamattina la chimica dei rimpianti ha occupato qualche metro quadro di questa stanza addormentata, ma in fondo credo sia meglio far l’amore con le proprie scelte che del semplice sesso con le proprie rinunce.
La serenità è un punto a metà strada tra un posto sicuro e un luogo dove non mi vorrei mai ritrovare. Forse per questo viaggio spesso in treno. Perché viaggiare distratto mi pone più vicino a una incantevole e spensierata terra di mezzo.
E poi il mondo scorre più veloce se lo guardi dal finestrino di un frecciarossa. È come se gli spazi potessero allungarsi e ricomprimersi immediatamente. Perdere e recuperare la loro dimensione organica.
C’è un ordine preciso nell’universo. Messo ogni tanto in discussione dalla naturale capacità del caos di fare casino solo per poi risistemare tutto.
Bussano sulla parete della stanza.
Qualcuno si lamenta.
Devo aver pensato troppo e ad alta voce, oppure è solo il caos che tenta di improvvisare un codice morse. Forse è uno di quei giorni in cui non so che scrivere e le parole si rifiutano di venire in mio aiuto.

Quando cominciai a farmi domande

30 gennaio 2015

Quando cominciai a farmi domande avevo sedici anni. Era gennaio. Forse un mercoledì. L’orologio segnava le sette e trenta ed era una meravigliosa giornata di sole con l’aria paradossalmente gelida. Arrivava da nord. Era una tramontana pungente. Se ne vedevano spesso di inverni così a Roma. Eppure amavo quel freddo, perché riusciva a dare un senso ai colori del cielo.
Non esistevano gli smartphone e nessuno mi chiamò al telefono. Non mi arrivò nessun messaggino. Niente notifiche. Nessuno mi disse di correre a casa. Non ascoltai persone piangere o singhiozzare.

Succedeva raramente che i miei mi autorizzassero a prendere il motorino per andare scuola. Così, quando accadeva, ne approfittavo per fare colazione con gli amici. Si parlava di donne, di calcio e di testi scolastici. Libri mai aperti. Pagine ancora tutte da leggere. Qualcuno raccontava di aver fatto l’amore e c’era chi affermava fiero di averlo addirittura fatto nella sua stanza, con i genitori in casa.
Io ascoltavo tutto e lo facevo nascondendo ogni espressione dietro a un velato ghigno di scetticismo.
Amavo quel minimalismo di pensieri così inconsapevole. Me lo ricordo bene e posso affermare che anche oggi non sia così sbiadito dagli anni.

Quando cominciai a farmi domande stavo ascoltando una canzone di Nik Kershaw alla radio durante l’ora di ginnastica, “The Riddle”.
Quel giorno rimasi per qualche minuto a sentirla facendo fare alla testa su e giù come se stessi mimando un’improbabile preghiera. Ignoravo che non l’avrei più dimenticata.
Francesca arrivava in classe con la tuta dell’Australian bianca. Mi piaceva che portasse le sue Adidas con le calze rosa risvoltate intorno alla caviglia. I capelli neri raccolti in una lunga coda. Gli occhi guizzanti e sempre attenti.
Il fisico già scolpito a dispetto dell’età. Si avvicinava e mi abbracciava ridendo. Mi accarezzava con la mano destra e se mostravo timidezza mi tirava verso di se. Lo faceva apposta. Ma non quel giorno.

Quando ho cominciato a farmi domande l’insegnante di educazione fisica non mi guardò negli occhi. Fu lui a portare la notizia. Fu lui a dirci che Francesca non c’era più. Non so nemmeno che fine abbia fatto oggi. E non ricordo dove fossi poi sprofondato io in quel momento. Dove fosse sparita una parte di me. Se all’interno di una canzone, dentro in profondità, oppure in qualche altro universo fuori, abbandonata accanto a un cassonetto e poi liquidata insieme all’immondizia, in una qualunque discarica a caso.
Oggi non ricordo più il dolore. So solo che fu quello il giorno in cui cominciai a farmi domande.

Il momento unico

29 gennaio 2015

Forse non sono molto bravo ad aspettare. Attendere senza sapere è stata una delle più grandi incapacità della mia vita e in tutte le mie attese ho trovato sempre lo spazio per costruire nella testa enormi impalcature di significati.
Forse con il solo intento di farle crollare. Forse solo con l’obiettivo di riprendere da un punto qualunque e magari correggere il tiro di qualche centimetro per rendere la costruzione immaginata più solida. Magari solo per vederla crollare di nuovo.
Ho speso svariate notti insonni della mia vita in quest’opera, e seppur cosciente dei miei limiti, non ho mai saputo distrarmi, non ho mai saputo correggermi.
Così ho visto sempre le mie attese arrivare da lontano, da una telefonata, da un viaggio, da una mail, da una notte di sesso, da un esame, un giudizio, una discussione, una decisione da prendere o non prendere, da un ospedale.
Forse ho passato tutta la mia vita ad attendere un segnale. Un treno, un’autobus, una raccomandata, un appuntamento di lavoro, una persona a cui vuoi bene, il baratro o quell’attimo di gloria che ti separa da esso.
Da ragazzo potevo anche distruggermi in preda alla paura di non riuscire ad attendere, ma la maturità e la tenacia da sole credo mi abbiano regalato negli anni la forza di resistere.
Oggi i mostri prendono forma lo stesso e si ingigantiscono. Sbranano gli attimi, i minuti, le ore e si dannano per crescere quel tanto che basta da essere più forti di me.
Stamattina ho mille cose a cui pensare, mille cose da realizzare, ma il tempo nell’attesa sembra perdere consistenza e implodere. Così le mie ore mutano e si trasformano in minuti da vivere velocemente. Non c’è tempo, non ho tempo.
Vorrei spegnere la mente, resettare tutto e lasciarla ripartire eppure questa si oppone. Continua chirurgicamente a produrre dubbi anche quando non le è richiesto. Insiste nel mostrarmi incomprensibili paesaggi futuri nei quali vorrei tuffarmi senza fare mai ritorno.
Si chiama paura. Si chiama coraggio.
La vita è come un mare che nasconde i relitti affondati di improbabili navi.
Non voglio trasformarmi di nuovo in uno dei miei tanti tentativi di recupero falliti. Potrei navigare come un principiante Ulisse, perdere pezzi nel tentativo di raggiungere nuovi continenti e accorgermi di essere approdato da solo su un’isola fatta di rottami di aerei precipitati.
Il piu grande errore della mia vita sarebbe confonderlo ancora con la città di Atlantide.
Confuso.
L’essere umano vorrebbe tutto e subito, possibilmente anche senza fare alcun sacrificio.
Mi accorgo anche io di essere completamente umano, di non sapere aspettare e in certi momenti di non volere assolutamente farlo.
Anche stanotte ho dormito, mentre tu in un altro universo, indossavi i miei desideri perduti nel sonno. Con eleganza, senza chiudere mai gli occhi.
Ho scelto dal mio negozio di sogni i vestiti migliori. Ho tutta l’esperienza sognata di epoche immaginarie che non ho dovuto mai conoscere, nè attraversare, ma solo sognare.
Sono curioso di conoscere il futuro, di affrontare il prossimo bivio e non voglio fermarmi troppo a riflettere quale sia la strada migliore da prendere, ma prenderla senza pensare.
La prima volta che ho scritto mi hanno preso anche in giro sui social network. “Mi specchio in un cucchiaino e credo di essere di fronte a un me stesso alieno…”
Oggi invece esiste un unico destinatario per tutti i miei buongiorno.
Tu che rileggi. Tu che ricordi. Tu che esisti fuori e dentro di me. Tu che sei il momento giusto, quello unico, quello irripetibile.
Quello per cui varrebbe la pena attendere anche tutta una vita.

L’infinito del proprio essere

25 gennaio 2015

Le parole delimitano l’uomo. Ogni discorso. Ogni frase. Ogni pagina. Ogni libro. Finiscono. Ed in questa limitazione non si riesce ad esprimere l’infinito del proprio essere.
Ci vogliono i silenzi per quello. Ci vogliono gli sguardi. Occorre necessariamente un sentimento.

Un tempo diverso

23 gennaio 2015

Non sono mai riuscito ad accontentarmi delle risposte evidenti. Di tutto quello che si vede e che si sente guardando la superficie. Preferisco chiudere gli occhi e andare a fiducia. Quella fiducia che passa anche attraverso i no. Che non è condizionata ai “forse” e ai “perché”.
Nessuna relazione autentica si cresce cercando di essere sempre piacevoli, simpatici, opportuni.
Sarebbe lunghissimo, noioso e forse inutile parlare di tutti gli sbagli commessi nei miei primi quarantacinque anni di vita.
Che senso avrebbe scoperchiare vasi. Scartare involucri. Analizzare fantasmi e scheletri. Convivenze e solitudini.
Chissà. Magari andare fieri delle proprie ferite è la chiave di tutto. O forse sto di nuovo facendo confusione. Una cosa è certa.
Non sarò mai così veloce da seminare la vita, o così fortunato da vederla sparire nello specchietto retrovisore.
Eppure di qualcosa bisogna illudersi.
Così continuo a correre evitando di andare verso il basso. Per quanto sia meravigliosamente seducente scegliere di precipitare.
Corro. A volte mi fermo e respiro. Respiro e riparto.
Ripartire.
Mi accorgo solo adesso di quanto sia ingannevole il rumore dei verbi pronunciati all’infinito presente.
Eppure confesso che sono tante le volte in cui avrei preferito un verbo uguale, ma con un tempo diverso.

Questione di stile

23 gennaio 2015

A volte per arredare un salotto bastano due metri di divano, un quarto di Sassicaia e una quarta di reggiseno.

La notifica

22 gennaio 2015

Ormai siamo così presi dalla tecnologia e immersi nella virtualità dei social network che anche dopo aver tirato lo sciacquone in bagno rimaniamo lì un paio di minuti ad aspettare la notifica.

Aforismi e algoritmi

21 gennaio 2015

Non sono antipatico. Sono simpatico dentro.

Ogni giorno incontro la persona giusta per stare da solo.

L’unica possibilità di riaprire una porta chiusa è terminare una relazione in ascensore.

Secondo me con quella storia della ruota che gira volevano solo guadagnare tempo.

Facebook è il posto dove decine di donne che ti mandano richieste per giocare a Candy Crash e nemmeno una che ti inviti a giocare al dottore.

L’inferno deve essere un posto pieno di persone che ti rompono i coglioni la mattina prima del caffè.

Si dice che in una vita bisognerebbe aver fatto almeno tre cose. Scrivere un libro. Fare un figlio. Piantare un albero. E non si dice se prima o dopo aver fatto colazione.

Quando andavo al liceo il messaggio a una ragazza era scritto a penna, su un pezzetto di carta strappato da un quaderno. Lo infilavo con destrezza nel suo diario, o in mezzo a un libro prima dell’uscita e la notifica erano i suoi occhi il giorno dopo.

Ho capito che non era la donna giusta quando per fare il tiramisù ha usato i pavesini.

Ho capito che non era la donna giusta quando nella dispensa le ho trovato un barattolo di Nutella scaduto da 4 mesi.

Ma gli scheletri nell’armadio erano già scheletri quando ce li avete portati?
E ci sono entrati da soli?
No, era una curiosità…

Se riuscissimo a festeggiare ogni giorno chi ci vuole bene, senza aspettare che arrivi un giorno per festeggiare. Forse vivremmo in un universo fatto di persone più serene.

Dostoevskij sosteneva che “essere troppo consapevoli è un’assoluta malattia”.
Quindi io che continuo a non capirci una minchia posso dire che scoppio di salute?

Stamattina mi sono svegliato con una spina nel fianco, un diavolo per capello, il dente avvelenato, un sassolino nella scarpa e la pulce nell’orecchio. Ok! Sono assolutamente all’altezza delle cazzate che scrivo.

Una soluzione che non ti puoi permettere, non è una soluzione. È il problema.

Dicono che la distanza e il tempo rafforzano certi legami. Questa cosa del vivere d’istanti è stata fraintesa secondo me.

Vorrei tanto avere un ritratto nascosto in soffitta che ingrassa al posto mio.

So unire i puntini senza staccare la matita dal foglio. So girare la ruota. So rispondere senza chiedere l’aiuto del pubblico. So fare un aereo o una barchetta di carta. Cambiare una lampadina. Accendere un caminetto. Trasudo di qualità.

Un animale davanti a un bivio sceglie da che parte andare. Un uomo anche. Ma la scelta di un uomo è più complessa, perché nella sua testa albergano due profonde incertezze. Che le strade siano tutte e due giuste, oppure che siano entrambe sbagliate.

Sempre e comunque

19 gennaio 2015

È vero che sono un uomo complicato, ma anche tanto generoso e spietatamente sensibile. Ho il difetto di farmi troppe domande, spesso difficili. Per questo a volte mi do delle risposte impossibili, o assegno alle cose significati improbabili.
Lo ammetto. Sono istintivo. Commetto errori. Pago conseguenze. Non ho mai avuto la presunzione di essere perfetto. Chi mi conosce da una vita sa chi sono davvero e ha imparato a volermi bene. A convivere con i miei molteplici umori. A starmi vicino senza se e senza ma.
In quei momenti dove aumentano le difficoltà, quando le domande si moltiplicano e tutto, ma proprio tutto sembra un complotto ai danni della tua serenità. Mi guardo intorno e trovo sempre loro. A queste persone dico ancora grazie. Grazie di esserci sempre e comunque.

Errori da vivere

18 gennaio 2015

Esistono spiegazioni che non si possono capire leggendole o ascoltandole. Bisogna viverle. Si tratta di esperienze che si trasmettono dal cuore alla pelle. Per comprendere cosa sia giusto o sbagliato bisogna che ti tocchino.
Ne conosco davvero poche di cose giuste in grado di insegnarmi meglio degli errori commessi. E’ grazie agli sbagli che si corregge la rotta e che si arriva a essere il buono che siamo. È grazie alle grosse cazzate, fatte in buona fede, che troviamo nuove versioni “upgradate” di noi stessi.
Forse gli errori non sono del tutto errori se sono fatti al momento giusto. E una cosa fatta bene quando si è fuori tempo massimo per fare la cosa giusta, non equivale a fare la cosa giusta.
Si può nascere podalici e si può anche vivere podalici. Magari sbagliare è proprio questo, ma si può comunque crescere.
Ci sono errori che coinvolgono tutta una vita. Che chiudono e riaprono una storia. Che la svuotano e la riempiono di domande su ogni parola e su ogni silenzio. Su tutte le volte in cui avremmo dovuto intuire, credere, aspettare, decidere, dire, fare, parlare o restare in silenzio. Su tutte le cose che si sarebbero dovute vedere, respingere, ricordare e capire o alle quali non siamo arrivati, perché riposavamo sulla illusoria premessa della troppa fiducia in noi stessi.
A volte si parla e si dicono cose a caso, perché per qualche ragione lo preferiamo al tacere. E lo facciamo senza chiederci quale possa essere il risultato. È come liberarsi di un bagaglio enorme, e non svuotandolo una camicia alla volta, ma vomitando in un solo colpo l’inaccettabile e l’insostenibile, per sentirsi vuoti e poter di nuovo respirare.
Non c’è cattiveria, ma un semplice bisogno di alleggerire la pressione nel cuore, per non implodere dentro.
Rompere per un attimo gli argini. Per paura. Perché è impossibile, quando ti tieni forte a qualcosa, riuscire a lasciarla andare con dolcezza.

Dio è grande, ma non troppo.

17 gennaio 2015

Esiste un punto esatto. Una linea di confine dove la luce si separa dall’ombra. La luce è una necessità. L’ombra una sua conseguenza.
Quello è il mio posto. Un luogo dove c’è la possibilità tangibile di dare la colpa di tutto alle ali di farfalla che sbattono. Alle nuvole che passano. Alle foglie che si avvitano su se stesse, senza mai cadere o volare davvero.
Non credo in Dio. Ma se ci credessi sarebbe sicuramente una razza in via di estinzione. Dio è grande e la gente urla. Dio è grande e la gente spara. Dio è grande e la gente scappa.
Dio è grande e la gente accusa. Dio è grande e la gente piange. Dio è grande e la gente soffre, si ammala e muore.
Non lo so. Magari sbaglio. O forse sono solo triste. Non mi serve un corso di recitazione per imparare la demagogia e andare in un foglio qualsiasi a raccontarla.
Oggi mi sento un cattivo maestro e uno studente ancora peggiore. Non trovo strade e allora percorro i sentieri. Vago a caso come un turista giapponese, senza navigatore e con la mappa al contrario.
Certo, potrei infilarmi un cuscino sotto la giacca e far finta di essere Leopardi, ma non sono così bravo a scrivere partendo dalle conseguenze. Oppure indossare baffi bianchi e parrucca per somigliare ad Albert Einstein, ma non ho mai avuto un buon rapporto con le scienze esatte.
Ho imparato a dare alle cose che mi circondano dei nomi improbabili. Poi ho perso le cose importanti e mi sono rimasti i nomi sbagliati.
Senza basi non sono più in grado di calcolare l’altezza delle situazioni che contano veramente. Di essere obiettivo. E senza dimensioni è difficile orientarsi in qualunque universo.
Stamattina il caffè è così amaro da sembrare bruciato. Forse lo lascio. Così più tardi passa una farfalla giapponese, sbatte le ali e se ne beve un po’. Forse poi arriva un ragno e si mangia la farfalla.
Magari nessuno ci farà nemmeno caso. Perché in fondo la vita non è altro che un gioco sadico fatto di cause e conseguenze. Talvolta volutamente e altre volte inconsciamente crudeli.
Ecco perché è meglio starsene qui. Sulla linea di confine. A metà strada tra il porto sicuro di quel che vediamo e il Cerbero feroce che protegge ciò che vorremmo dimenticare.
Pensavo a questo, poco fa, mentre osservavo il mondo scorrere via lungo il finestrino di un frecciarossa.
A questa assurda capacità che ha il caos di rimettere tutto in ordine.
I pensieri mi scappano da tutte le parti e non posseggo uno strumento in grado di disciplinarli. C’è qualcosa di torbido e fazioso anche nella semplice osservazione del mondo. Il cervello non sviluppa, si avviluppa. E restituisce immagini distorte come prestigiosi falsi di Picasso.
Devo smetterla di immaginare e iniziare a ragionare. Oppure potrei smettere di scrivere, perché Dio magari è grande davvero e rischio di diventare ridicolo.

Quanto basta

15 gennaio 2015

È assolutamente devastante il senso di provvisoria impotenza di stamattina.
Le mie sembrano le limitate capacità mentali di un bimbo che si addormenta e non vuole mollare il suo giocattolo.
Un bimbo illuso che in realtà non ha ancora compreso bene le regole del gioco e che non sa quanto velocemente ogni suo sforzo sarà presto vanificato dal sonno.
Ho da sempre raccolto, condensato e scritto emozioni semplicemente immaginando. Ho disegnato improbabili costellazioni di pensieri senza mai guardare veramente il cielo.
Ho imparato soffrendo che il cuore batte tanto anche senza correre, ma che non puoi comunque fermarti.
Che c’è sempre un treno che parte più tardi di quello che avevi intenzione di prendere, ma è un treno da prendere ugualmente, anche se in corsa.
Questa vita, a qualsiasi livello, è una continua e compulsiva corsa contro il tempo.
Rincorriamo obiettivi irraggiungibili, amori impossibili, passioni inesprimibili, ma in realtà stiamo solo fuggendo. Semplicemente e comunque, si corre.
E di certo c’è solo che fermarsi a rifiatare corrisponde ad accettare un grande dubbio.
Se rallenti ricordi. Se acceleri dinentichi.
Ma se ti fermi per riposare qualcuno ne approfitta per rubarti qualcosa nel sonno e il pasto caldo non ha mai il sapore che ti aspettavi.
Oggi sono più stanco del solito. Ma so che il mio errore più grande questa volta sarebbe rallentare ancora pensando magari di approfittare di questa apparente quanto illusoria tranquillità. Quella naturalezza di pensieri che è tale solo nell’infantile semplicità di un bambino. O nell’occhio di un ciclone col nome di donna.
Non sono più quel bimbo che credevo. Nella vita tutto scorre. Anche la vita stessa.
Se mi siedo sulla riva di un fiume ad aspettare il cadavere del mio nemico rischio solo di vederlo risalire le acque come il più abile dei salmoni.
In passato nessuno si è mai preoccupato di cio’ che mi uccideva veramente.
Quando mi sono fermato un attimo a scrutare un orizzonte ho sempre trovato chi, guardandomi negli occhi, si è preso tutto cio’ che ero, come se fosse una cosa dovuta. Un debito mai sottoscritto da saldare comunque e subito.
Succede quando una persona ti volta le spalle e te ne rimani lì come uno di quei pasticcini dal sapore creativo che alle festicciole non mangia mai nessuno.
E pensare che mi ero solo distratto un attimo a guardare un orizzonte e guarda che casino è successo.
Oggi il collo fatica sotto il peso di una testa colma di dubbi e incertezze.
Continuo a scavare con l’incoscienza di chi non ha mai trovato tesori, ma ho la determinazione e la consapevolezza di chi crede solo di aver cercato nel posto sbagliato.
Questa mattina le mie mani combaciano con quella di una bambina ancora assonnata.
Un incubo, pochi spiccioli di sonno e il sorriso di mia figlia è tutto quello che mi rimane di questa assurda nottata. È poco lo so, ma è quanto basta a un uomo stanco per rimanere ancora in corsa.