Il codice morse

Sabato prossimo festeggerò il mio compleanno. E lo farò in un punto imprecisato delle Alpi Cozie. Di sera. In un giorno convenzionale di un anno non convenzionale. In una baita che sulla cartina non saprei nemmeno ritrovare.
Non so ancora se mi limiterò soltanto a bere e ad aggiornare il calendario, oppure anche a sorridere e vivere intensamente tutti gli istanti che verranno. Magari immortalandoli nelle fotografie, nei ricordi e negli sguardi miei o delle persone intorno.
Arrestare il tempo non si può, perché il tempo è un ladro di momenti che dispone sempre del migliore avvocato.
Se potessi tornare indietro forse non farei gli studi che ho fatto. Le cose che mi pagano oggi non sono certo le stesse che mi appagano e questi pensieri non fanno che comprimere il mio tempo inesorabilmente. È come se da qualche parte qualcuno, una sorta di destino o chi per lui, tenesse nascosta la mia copia di sceneggiatura eccezionale per sostituirla con un’altra scritta bene, ma meno interessante.
Colpa del mio essere indisciplinato. Quando vedo il rosso ogni tanto passo, ma questo non è successo sempre anche col verde. Qualche volta ho esitato. Qualche volta sono rimasto fermo a pensare a quello che mi ero lasciato alle spalle.
Stamattina la chimica dei rimpianti ha occupato qualche metro quadro di questa stanza addormentata, ma in fondo credo sia meglio far l’amore con le proprie scelte che del semplice sesso con le proprie rinunce.
La serenità è un punto a metà strada tra un posto sicuro e un luogo dove non mi vorrei mai ritrovare. Forse per questo viaggio spesso in treno. Perché viaggiare distratto mi pone più vicino a una incantevole e spensierata terra di mezzo.
E poi il mondo scorre più veloce se lo guardi dal finestrino di un frecciarossa. È come se gli spazi potessero allungarsi e ricomprimersi immediatamente. Perdere e recuperare la loro dimensione organica.
C’è un ordine preciso nell’universo. Messo ogni tanto in discussione dalla naturale capacità del caos di fare casino solo per poi risistemare tutto.
Bussano sulla parete della stanza.
Qualcuno si lamenta.
Devo aver pensato troppo e ad alta voce, oppure è solo il caos che tenta di improvvisare un codice morse. Forse è uno di quei giorni in cui non so che scrivere e le parole si rifiutano di venire in mio aiuto.

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