Dio è grande, ma non troppo.

Esiste un punto esatto. Una linea di confine dove la luce si separa dall’ombra. La luce è una necessità. L’ombra una sua conseguenza.
Quello è il mio posto. Un luogo dove c’è la possibilità tangibile di dare la colpa di tutto alle ali di farfalla che sbattono. Alle nuvole che passano. Alle foglie che si avvitano su se stesse, senza mai cadere o volare davvero.
Non credo in Dio. Ma se ci credessi sarebbe sicuramente una razza in via di estinzione. Dio è grande e la gente urla. Dio è grande e la gente spara. Dio è grande e la gente scappa.
Dio è grande e la gente accusa. Dio è grande e la gente piange. Dio è grande e la gente soffre, si ammala e muore.
Non lo so. Magari sbaglio. O forse sono solo triste. Non mi serve un corso di recitazione per imparare la demagogia e andare in un foglio qualsiasi a raccontarla.
Oggi mi sento un cattivo maestro e uno studente ancora peggiore. Non trovo strade e allora percorro i sentieri. Vago a caso come un turista giapponese, senza navigatore e con la mappa al contrario.
Certo, potrei infilarmi un cuscino sotto la giacca e far finta di essere Leopardi, ma non sono così bravo a scrivere partendo dalle conseguenze. Oppure indossare baffi bianchi e parrucca per somigliare ad Albert Einstein, ma non ho mai avuto un buon rapporto con le scienze esatte.
Ho imparato a dare alle cose che mi circondano dei nomi improbabili. Poi ho perso le cose importanti e mi sono rimasti i nomi sbagliati.
Senza basi non sono più in grado di calcolare l’altezza delle situazioni che contano veramente. Di essere obiettivo. E senza dimensioni è difficile orientarsi in qualunque universo.
Stamattina il caffè è così amaro da sembrare bruciato. Forse lo lascio. Così più tardi passa una farfalla giapponese, sbatte le ali e se ne beve un po’. Forse poi arriva un ragno e si mangia la farfalla.
Magari nessuno ci farà nemmeno caso. Perché in fondo la vita non è altro che un gioco sadico fatto di cause e conseguenze. Talvolta volutamente e altre volte inconsciamente crudeli.
Ecco perché è meglio starsene qui. Sulla linea di confine. A metà strada tra il porto sicuro di quel che vediamo e il Cerbero feroce che protegge ciò che vorremmo dimenticare.
Pensavo a questo, poco fa, mentre osservavo il mondo scorrere via lungo il finestrino di un frecciarossa.
A questa assurda capacità che ha il caos di rimettere tutto in ordine.
I pensieri mi scappano da tutte le parti e non posseggo uno strumento in grado di disciplinarli. C’è qualcosa di torbido e fazioso anche nella semplice osservazione del mondo. Il cervello non sviluppa, si avviluppa. E restituisce immagini distorte come prestigiosi falsi di Picasso.
Devo smetterla di immaginare e iniziare a ragionare. Oppure potrei smettere di scrivere, perché Dio magari è grande davvero e rischio di diventare ridicolo.

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