Nient’altro da fare

18 agosto 2015

Non è difficile riconoscere l’attimo più silenzioso in una notte già povera di rumori. Forse è stato quando ho deciso di restare da solo. Di camminare per i vicoli di Roma. Nel cuore della mia città. Di studiare le geometrie delle case e del cielo. Piazza Navona. Palazzo Pamphili. Quello de “La grande bellezza”, per intenderci.

Alzo gli occhi. Mi attardo a guardare le meraviglie di certi soffitti. Alcuni si vedono anche dalla strada. Poi mi volto verso una fontana. Specchiarmi nella trasparenza dell’acqua ormai è quasi un’abitudine. Isolarmi come un pensiero lontano da tutto. Allontanarmi da una realtà troppo tangibile e dalle monotonie del presente.

Stanotte la piazza è deserta. Meglio. Non mi piace palpeggiare lo schermo del cellulare quando intorno ho tutto e tutti che parlano e che si muovono. Preferisco il movimento di pensiero. Quei sali e scendi ai quali mi sento tanto affezionato. La ricerca del senso delle cose passa attraverso montagne russe di significati. Sapori. Odori. Colori. Ma anche attraverso le dimensioni invisibili di certi ricordi. Una fontana, un volto, un campo lunghissimo di una piazza storica nascosto dietro il primo piano di uno sguardo.

È davvero stupefacente la quantità di risposte che mi porto addosso, a volte senza neanche saperlo. Dettagli che indosso come un elegante completo grigio, ma di un tessuto che spesso non so riconoscere. Per scoprire quello che c’è dietro un particolare forse bisogna rinunciare a tutti gli altri e rimanere a guardare soltanto quello. Se voglio sentire davvero cosa c’è dentro a una persona, devo passare attraverso i suoi occhi. È là che bisogna arrivare. Diretto agli occhi.

Alla fine è quasi un fatto fisico. Una disponibilità a incontrare veramente quella splendida emozione che sto provando. Perché l’unica cosa di cui posso scrivere sono le sensazioni. Non la storia, ma tutto quello che provo raccontandola. Ho bisogno di sedermi. Ecco un altro dei miei curiosi bisogni da analizzare. Lo faccio in fondo alla piazza. Da qualche parte. Su una delle tante panchine di pietra dove qualcuno ha lasciato dei magnifici ricordi. Non c’è nient’altro da fare stanotte che non sia riportarli a casa.

Rob Reiner è salvo

13 agosto 2015

Pomeriggio passato alla ricerca di un film che valesse la pena guardare. Mediaworld. Ultimo scaffale. Quello delle novità. Mi perdo un attimo tra i titoli più recenti, poi vado a ritroso nel tempo. Cammino all’indietro. Finisco con le mani nella cesta dei dvd a 4,99. Quella che preferisco e non certo per il prezzo allettante. Quella delle pellicole improbabili. Quella dei dvd reietti, maledetti, inutili e a volte inguardabili. Quelli che non capisce nessuno. Spulcio. Alcuni titoli mi guardano. Altri mi urlano “ti prego portami via”. Scavo nel disordine e lo faccio con quell’atteggiamento un po’ snob tipico di chi entra nelle boutique di lusso e vuole soltanto guardare. Sono reo confesso. Sono convinto che in questa cesta si sia nascosto un film molto bello che la gente ha dimenticato. Insisto. Eccolo. “Harry ti presento Sally” di Rob Reiner. Non ci penso due volte, è tanto che lo volevo rivedere. Il destino me lo ha messo in mano. Giusto qualche istante prima che la mia voglia di uscire di qui avesse la meglio. Lo prendo. Pago in contanti ed esco contento come un bimbo che stringe il suo palloncino rosso. Più o meno mi sarebbe costato la stessa cifra.

Poi la serata continua al wine bar. Parlo di calcio. Parlo di cinema. Parlo di donne, di vino, di vacanze. Niente politica. Con Alessandro è tutto un sentire e tutta una suggestione. Riconosce prima le more e poi una fragranza di nocciole in un vino bianco. E io sono disposto a credergli senza nemmeno assaggiarlo. Mi soffermo a riflettere sulle more. Però mi colpiscono i suoi suggerimenti. Bisogna evitare di stancare le dita. Bisogna ruotare il calice. Aprire il liquido sulle pareti del bicchiere. Far salire i vapori dell’alcool che alla fine trasportano i sapori. Si ride. Si mangia qualcosa. Si chiacchiera a lungo fino al momento del “non perdiamoci di vista adesso!”. Poi i saluti. Esco dal locale che sono quasi le due di notte. Luci spente in strada. Fa un caldo cattivo. Mi avvicino alla macchina. La portiera è aperta. Il finestrino infranto. È tutto in disordine. Non servono due puntate di CSI per capire la situazione. Accenno qualche passo. Giro per richiudere la portiera e immediatamente penso al film. Lo avranno rubato. Il mio affare da Mediaworld che avevo lasciato in bella vista sul sedile del passeggero. La perla salvata dalla cesta delle immondizie.

Invece c’è. È ancora lì. Il visitatore non era un cineasta e Rob Reiner è salvo. Il ritorno in hotel è ricco di ricordi e suggestioni. Guido sovrappensiero. Il vento caldo entra dal vetro rotto e porta via pagine strappate ai miei pensieri. È buio. Nei cinema deserti, nei sentimenti non ricambiati, nel vino che sa di more e nocciole, nelle ceste dimenticate e nelle auto che qualcuno fruga di nascosto. Non sempre siamo in grado di trovare quello che cerchiamo. Il senso della vita, i significati e le emozioni che ci mancano. Meglio accontentarsi di qualche euro spiccio. E mi chiedo cos’è che non riesco a trovare io? Cosa non sono in grado di vedere come non è stato in grado di fare il ladro con il mio film? Qual’e il valore che non so riconoscere. Dov’è il vetro da infrangere e il pezzo prezioso che non riesco a rubare? Mi fermo al semaforo. Di solito non lo faccio mai a notte fonda. Il neon di un’insegna luminosa tossisce alle mie spalle. Faccio a scambio di occhiate su whatsapp. Mi illudo che qualcuno stia facendo altrettanto. Poi penso che in fondo non c’è tutta questa differenza tra me e il ladro. Ogni giorno perdo significati e ignoro cose importanti pur avendole affianco. Piccole e grandi meraviglie. Non sono arrabbiato per il vetro. Anzi, non me ne frega assolutamente niente. Penso invece a chi l’ha rotto. Al fatto che come me non sappia riconoscere i significati. Non sappia assegnare valori. E non sappia nemmeno rubare.

Il punto

12 agosto 2015

Esco alle quattro e mezza. Faccio due passi. Guardo dove metto i piedi. Per terra qualche sigaretta spenta. Due scontrini. Un bottone. Forse qualcuno l’ha perso scendendo dalla macchina. Forse un movimento sbagliato, un cedimento strutturale. Una storia comunque indecifrabile. C’è vento stanotte. Ogni tanto qualche cartaccia prende a rotolare e cambia posizione. Chissà come sarebbe il panorama osservato rasoterra. Ma non posseggo la chiave giusta per capire. Forse è l’immaginazione che mi suggerisce i pensieri da prendere. E non la coincidenza tra le due cose: immaginazione e pensiero. Esercizio. Guardo l’asfalto davanti a me. Ci passeggio. Come una formica che cammina sulla pagina di un libro aperto. E che non può leggere niente delle parole che attraversa. Dei pensieri che ci sono scritti sopra. Lei raccoglie altre emozioni. Durata del tragitto. Altezza. Temperatura. Dimensioni. Colore. Consistenza. Qualcosa che si trova sulla pagina insieme alle parole scritte. Qualcosa che comunque non ha nulla a che vedere con le parole scritte. Ne costituisce solo la fisica. Stanotte attraverso il parcheggio di un hotel come una formica attraversa la pagina di un libro. Con sublime ignoranza. Non vedo parole. Non raccolgo significati. Ho solamente tanta voglia di riavvolgere il tempo. Arrivo alla meta quando mi rendo conto che quel tipo di terreno è finito. Forse ora mi si impone un salto. Ma lo posso evitare individuando un percorso migliore. Ci sono le scale a chiocciola. Poi l’ingresso. Le porte scorrevoli e il corridoio che porta in cucina. Magari prendo a secchiate d’acqua il pavimento. Magari metto un cornetto integrale nel microonde. Magari poi mi guardo le mani e sussurro: “Sono le cinque, mettiamo un punto e continuiamo domani!”

Albe insoddisfatte

11 agosto 2015

L’alba stamattina mostra vecchi orizzonti e disattenzioni. Forse non è il suo universo. Forse non è il suo momento migliore e nemmeno la sua stagione. Non ha colore e le manca l’incanto. Si gratta la pancia come nel più stanco dei risvegli. Sbadiglia e io indifferente la lascio fare. Invece di capire il messaggio. Invece di imparare che a volte desiderare di essere migliori, alla fine non rende migliori. Semplicemente illude.
So essere quadrato, ma formalmente mi considero rotondo. Non so fare cose estremamente folli, ma so immaginarle e descriverle. Magari è per questo che alla fine finisco col parlare sempre di tramonti colorati, cieli stellati e albe insoddisfatte.

Stelle cadenti

10 agosto 2015

A volte per sognare bisogna solo alzare gli occhi. Senza chiuderli. Io non mi fido delle unità di misura. Misuro il cielo in fatti inattesi. Eventi casuali che cambiano tutto. Pensieri che lasciano una scia luminosa. Attimi che fanno serrare le palpebre, esprimere desideri e sperare che le cose accadano. Anche se poi non succede mai nulla. Stanotte guardo i gabbiani seguire la rotta delle stelle. Per ogni pensiero folle che cade, ce n’è un altro che non si rassegna e insiste a cercarti. Il tempo intanto addomestica lancette e archivia momenti. Fatti che davo per scontati e che forse non torneranno mai più. Un giorno i brutti ricordi attraverseranno il Tevere, mangeranno un gelato e verranno a bussare alla mia porta. Saluteranno educatamente, poi mi presenteranno il conto. Fa caldo stanotte. Ho voglia di arsenico, puzzole e vecchi merletti. Ho voglia di facce da biscotto, di prati stellati, di cose che accadono. Ho voglia di guardarti negli occhi e passeggiare tra i vicoli di Roma. Mentre i minuti scorrono. Mentre il cielo si addormenta. Mentre una parte del mondo aspetta incantata che arrivi l’aurora.

Questi fanno la storia

7 agosto 2015

Frequento i social network. Sfoglio pagine. Leggo opinioni. A volte qualificate. Molto più spesso invece frutto di stati e umori della gente più comune. I post che riguardano il problema immigrati ultimamente sono aumentati e fanno concorrenza alle foto degli animali domestici. Sono quelli con il tempo dei verbi più a posto. Con le motivazioni apparentemente più lucide. Gli interventi sembrano più millimetrici e le battute più sarcastiche. C’è cultura. C’è consapevolezza storica. Anche se ci sono persone che vorrebbero saper parlare di immigrazione, ma che più in generale somigliano solo agli spettatori nostalgici dei film di Sergio Leone e di “C’era una volta in America”.

E poi abbiamo anche chi di extracomunitari proprio non vuole sentire parlare. Chi elenca interessi economici. Improvvisa drammatici discorsi di soldi, di lavoro, di spazi, di tradizione, di famiglie, di sanità, di pericoli imminenti, di sospetto e catastrofi annunciate. Gente semplice che a volte si schiera in difesa della propria terra. È un conflitto tra le parti che in alcuni punti della rete diventa addirittura sanguinoso. Per quanto sia solo verbale, la violenza sta montando in modo proporzionale al numero degli sbarchi a Lampedusa. Al numero degli stupri. Al numero dei delitti più comuni e delle storie di cronaca sempre enfatizzate dai mass media.

Se dovessi schierarmi faticherei a non trovare ragioni valide da entrambe le parti. Ma mi occupo di favole. Invento monologhi che forse non legge nessuno. Ho un blog e scrivere è solo il mio passatempo. Non vivo per trovare ragioni in conflitti senza ragione. E non ho tempo di invitare le persone a riflettere. Domenica scorsa, pranzando, ne parlavo con mio padre. Lui mi ascolta sempre con attenzione e io ascolto lui. Si parla. Si discute. Mi faceva l’elenco di tutti gli anni in cui ha versato i contributi. In pensione è andato dopo i settanta. Eppure c’è gente che per tre minuti di legislatura ha ottenuto intoccabili vitalizi da sogno. Lui non ha un profilo sui social network. Di politica. Di economia. Di immigrazione, ne parla solo con me. Ma almeno ha il coraggio di attribuire una dignità al suo disappunto. Lavorare per vivere è stato il sacrificio di tutta una vita e adesso, sul finire degli anni, la vita stessa gli sfugge insieme a tutti quei significati che gli aveva attribuito. Quelli che non aveva previsto e che nessuno riesce a spiegargli senza demagogia e senza tendenziosità. In realtà voi come spieghereste l’inspiegabile?

La nostra storia economica e politica non è un granché, vista da lui. E nessuno può essere contento di averne fatto parte quando sente che gli è stato sottratto il dovuto. E ora sembra che l’immigrazione sia arrivata, come un sigillo dell’apocalisse, a riportare questo paese indietro di 70 anni. Questa incontrollabile piaga somiglia a un’invasione. Come quelle barbariche e come tante altre. E le invasioni non chiedono il permesso, piuttosto fanno vittime. Non ha torto mio padre quando parla di distruzione. Perché le invasioni distruggono, devastano, sovrappongono culture ad altre culture senza uno schema guidato di integrazione. Senza controllo. E non esiste nessun percorso facile quando la gente scappa dalla fame e dalle bombe. Gli extracomunitari portano via spazi che erano stati costruiti con cura e col tempo. Con il lavoro e il sacrificio di persone come i nostri genitori. Come i nostri antenati e non certo i loro. Tutto questo sta davvero accadendo ed è semplicemente stupido negarlo. E non sappiamo poi se questa gente sia almeno gente onesta. Anzi, direi che per la legge dei grandi numeri potremmo escluderlo con una certa probabilità.

Queste invasioni muteranno la storia del nostro paese e del continente stesso. Cambieranno la storia del mondo. Come una di quelle meteoriti giganti che nei film americani impatta sulla terra e cancella la cultura di secoli. Di fronte a una collisione di stelle di che vogliamo discutere? Si può scendere in piazza e imbastire una guerra dei poveri, o se ne può prendere soltanto atto. Le nostre opinioni sono del tutto ridicole, quali che siano. In che senso un cataclisma “è giusto” o “ingiusto”? La verità è che sia i “razzisti” quanto gli “antirazzisti”, sono lontani anni luce dal capire quale sia il punto. La fatica di questa accoglienza è reale. Inutile deridere, o insultare chi non la pensa come noi restando nascosti dietro a uno schermo a led. In alcuni punti dell’Italia la situazione si sta facendo insostenibile e stiamo buttando energie in un conflitto interno di pareri superflui. Tanto non si sta discutendo da nessuna parte se cacciare gli esuli o meno. Se interromperne il flusso o meno. Questo tema non è davvero mai stato in discussione e i politici come Salvini non possono non saperlo. Quindi di che vogliamo parlare?

Non si è mai pensato di bloccare un barcone. Non si è mai rimandato indietro nessuno. Arrivano ogni giorno e sono migliaia e migliaia. Questo spietato razzismo degli antirazzisti è conunque una forma di razzismo. Bisognerebbe frenare l’atteggiamento sprezzante verso chi vorrebbe rimpatriare gli extracomunitari. Il punto non è dare lezioni di storia, di civiltà, di educazione. Il punto è spiegare che, giusto o sbagliato che sia, gli immigrati sono qui e non se ne andranno. Anzi per alcuni anni continueranno ad aumentare in modo esponenziale. Si tratta di capire come organizzare la situazione, non di scegliere una situazione diversa. Questa è una libertà che non abbiamo. Che ci è stata democraticamente tolta. Invece siamo tutti così presi a cercare di aver ragione che dimentichiamo di fare la storia. I militari sottopagati, i volontari, le mani tese ad aiutare chiunque ne abbia bisigno e non le bocche che straparlano sui social network. Questi fanno la storia.

Dove finiscono i palloncini

6 agosto 2015

La notte mi corre incontro. Sembra un’amica che non vedo da chissà quanto tempo. Una di quelle che possono passare anche anni senza vedersi, ma che ti vogliono bene come se ci vivessi insieme. Mi gira la testa. Mi si chiudono gli occhi. Tanti pensieri fanno la fila e pochi riescono a sedersi ai posti migliori. Senza biglietto. Senza sapere nemmeno il titolo del film. Mi lavo i denti. Scrivo qualcosa. Inseguo cedimenti. Mi abbandono a una felice caccia al tesoro, piena di indizi e ricordi. Mezza luna è sparita. L’altra mezza c’è ancora. Mi guarda. E io sono sempre lo stesso di questi giorni.

“Ti ricordi di me? Mi vuoi fotografare? Sorrido?”
Ho ancora un messaggio a cui rispondere. Una canzone da ascoltare. Un segnale di luce da sparare nel cielo che faccia invidia ai supereroi dei fumetti. Vorrei essere breve, ma breve non è il mio modo di scrivere. Breve non mi rappresenta. Breve lascia sempre qualcosa da dire. E ho ancora tante cose da fare. Ho la crema da spalmare sulla cicatrice. Quella che ogni notte dimentico. L’acqua da mettere in frigo. Il cuore da riporre nella sua custodia di pelle e sentimenti.

Osservo la foto di un bacio. Di un sorriso. Di un pensiero. Mi perdo in un volto di donna ed è passata un’altra ora. Questi pensieri non erano poi tanto piccoli. Ricordo quello che ho fatto. Ripenso a ciò che sto per fare e a tutto quello che non avrei mai pensato di poter fare. Che mai avrei voluto. Poi metto questa notte in salvo. Al sicuro dai postumi della dimenticanza, della stupidità e della mediocrità. La spengo come fosse una sigaretta. Ho ancora il pacchetto da dieci comprato a giugno. Dura più di quanto io riesca a rendermi conto. Più delle cose che vorrei durassero e invece finiscono.

La cose che scrivo vanno così. Sembrano sprecate, ma alla fine, qualcosa mi resta. Un tempo facevo fatica e non salvavo mai niente. Neanche un sorriso. Oggi però ho voglia di scrivere. Le parole sono una medicina per l’anima, anche quelle scontate. La notte porta consiglio. Il mattino ha l’oro in bocca. Non ci sono più le mezze stagioni. Forse sono in quel posto dove finiscono i calzini spaiati e vanno a morire i palloncini. Quelli sfuggiti di mano. Quelli lasciati andare. E mi domando il perché io stia ancora qui e te lo stia scrivendo.

Magari da qualche parte

5 agosto 2015

Stanotte vorrei il numero di un vecchio amico che non c’è più. Solo per dirgli: “Ciao, come stai? È un bel po’ che non ti sento. È dal tempo degli scheletri nell’armadio che non facciamo una bella chiacchierata. Dalle corse per sfuggire al contadino di guardia ai cocomeri. Dalle notti consumate ad aspettare un’alba. Dalle cornetterie. Dalle mille discussioni. E tutte quelle risse evitate sempre per un dettaglio. Dalle grigliate. Dai falò sulla spiaggia. E da quell’ultima cena. Quella dove non siamo stati entrambi. Tu non avresti mai potuto. Di quella notte ho un falso ricordo. Sei partito. Un’altra vita. Un universo parallelo. Che importa la destinazione. Forse sei ancora in viaggio. Sai, ultimamente potrei scrivere un trattato sul parallelismo degli universi. E non ci ho mai capito molto di fisica. Ma non serve. Si, insomma, era giusto per dirti che ogni tanto mi manchi. È non è importante che tu mi risponda. Mi basta pensare che sei esistito e che forse esisti ancora. Magari lontanissimo. Magari da qualche parte. Magari in un posto dove non si aspetta nessuno, o forse si. Allora meglio andare, non è il caso di fare troppo tardi.”

Oggi

3 agosto 2015

Oggi sono un pupazzo di stoffa ricucito, con più tasche che mani. Uno che ha avuto e troppe volte ha perduto. Oggi sono la barba di qualche giorno. L’alba alle mie spalle. La schiuma sulla risacca. Il capriccio di un bambino che vuole un palloncino. Il broncio di una madre quando svanisce un calzino. Oggi andrà bene, ma forse anche male. E il bello è che non cambierà assolutamente nulla.

Separati da virgole

2 agosto 2015

Confondere il preludio con l’apice è il difetto di chi sogna troppo e pensa poco. Di chi si ferma spesso alle apparenze. Di chi non sa attraversare con lo sguardo. Di chi non dice. Personalmente ho paura delle cose dove non riesco a vedere dentro. Una volta tagliando il prato ho ingoiato una mosca. Era entrata nel cartone del latte e io ho bevuto direttamente dall’apertura. Per questo ora ho una palpabile preferenza per le bottiglie trasparenti. Persino i bicchieri di coccio mi spaventano.

Devo sempre guardare e poter vedere attraverso. Una regola che applico con troppa disinvoltura anche nella vita. Ma non sempre. Non con tutto. La luna continua a sospirare nel cielo come un’amante capricciosa. Non vuole smetterla di mostrare il suo lato migliore e io non l’ho ancora attraversata con lo sguardo. Non l’ho accusata di voler piacere per forza alle persone. Lei in fondo può permettersi questo lusso. Io probabilmente no.

Ho in comune un lato oscuro, ma non sono la luna. Non ho orbite sicure e cieli stellati da attraversare. Sono difettoso. Sono un volgare assassino dei momenti migliori. Riesco a costruire e a distruggere con la tenacia di un dio cattivo. E forse è bastato questo a qualcuno per tenermi a distanza. Per disegnarmi come il nemico alle porte. Lo sciacallo opportunista. Il serpente stronzo. Il mostro uscito da sotto il letto. Deforme nelle intenzioni e poco piacevole nell’aspetto.

Questo si può dire. Qualcosa si può fare. Tutto comunque si può pensare. La luna. Il sole. Le albe e i tramonti si possono dire. Altre cose no, non si possono fare. Non si può dormire sul ciglio della statale. Non si può scrivere sui muri. Non si può salire sulla statua di Garibaldi al Gianicolo e gridare “ti amo”, senza essere guardati sott’occhio dalle persone. Giudicati. Schedati.

Stanotte è notte fonda. Posso piegare la luce di un lampione alla mia volontà, ma non la luna. Nascondo profili con il palmo della mia mano. Gioco con il cellulare. Confondo lo schermo con un taccuino in pelle dalle pagine bianche. Aspetto che arrivi l’ora delle campane. Offro alla piazzetta mezza addormentata una birra, un rutto e il palmo di una mano alzata. Non posso dire di avere arricchito il mio tempo con la somma di tutti i miei sbagli. Non si può dire e a malapena si può pensare.

Sfoglio vecchi pensieri. Vuoto il cassetto dei ricordi. Era sempre agosto. Ed era meraviglioso il rumore del mare che si infrangeva, stordito dal vento, sugli scogli. Ricordo il sole che puntava ogni mattina i suoi raggi nell’acqua. Ricordo il riflesso della luce nei suoi occhi. Ma nemmeno questo si può dire. O è meglio non dire. Eppure ricordo la schiuma delle onde che rotolava su se stessa. E il tempo che rubava via al cuore ogni illusoria speranza di vita.
Ma è meglio non dire. Meglio guardare le dita della mia mano attraversate dalla luce di questa luna.

Sta tornando ogni notte. Somiglia al pensiero di te. Previsto, eppure sorprendente. Gradito, ma tuttavia inquietante. Arriva e se ne va con la stessa supponenza di una scritta su un finestrino appannato. Ha il volto coperto da una smorfia che sembra un sorriso. Le mani armate di schiaffi che sembrano carezze. Le tasche gonfie di voglia di cambiare. Mentre la mia vita scorre con gli occhi chiusi e le braccia sotto il cuscino. Con il cuore ammaccato, confuso, macchiato di rossetto come il collo di una camicia da buttare.

Stanotte ho unito i puntini dall’uno al cento e ne sono usciti la mia tenacia e il mio narcisismo difettato. Poi è arrivata l’alba e si è portata via la luna, gli spettri, le zanzare, tutti i ricordi e le briciole dei biscotti morsicati. E così stamattina è già tempo di caffè, di occhi gonfi e di sciocchi pensieri separati da virgole.

Il mio modo

30 luglio 2015

Centro commerciale, sushi bar e cinema. Film creativo. Ho acquistato un profumo, due dvd e un libro di Stefano Bonvicini. Avevo voglia di restare da solo. Certe notti restare da soli è quanto di meglio ti può capitare. Ma non basta questo per definirmi un “solitario”. Quando decido di incontrare qualcuno è sempre perchè mi va di farlo e non una scusa per esorcizzare solitudini. Penso troppo. Forse scrivo anche troppo. E non so dove mi sogno di arrivare con tutte queste parole. Da quale universo lasciarmi circondare e in quale esistenza mi illudo di poter vivere. Certi desideri sono una presenza costante nella mia mente. La realtà invece sembra solo la sinossi prolissa di un libro mai scritto. Non so riassumere, forse non so nemmeno amare, non so volere e non so neanche comportarmi a modo.
La soluzione allora è tacere. Evitare il rischio di una Kafkiana trasformazione in un fastidioso rumore di fondo. Lo so. Non ho mai avuto molto talento per il silenzio. E mi dispiace.
Spero che la luna stanotte abbia contribuito a ridisegnare un sorriso su certi faccini un po’ tristi. Una persona una volta mi ha detto che dovrei volermi più bene, ma sinceramente non credo di farmi mancare nulla e non ho bisogno di altre lune da guardare. Il mio modo di essere è una scelta ben precisa e non una banale necessità dettata dal caso.

La differenza

27 luglio 2015

Puro tempo che scorre. Nei rintocchi delle campane di una chiesa. Attraverso le imposte socchiuse. Nel vapore del caffè che tossisce sul fuoco. Tra i tasselli disordinati di questo puzzle davanti a me. Dentro di me. Prove tecniche di vita. Senza pareri, senza opinioni. Niente luci accecanti, o esperienze che mettono i brividi. Solo pura quotidianità. Niente di avventuroso da raccontare al mio riflesso nello specchio del bagno. Nessun bisogno di una controfigura per le scene rischiose. Forse la vita è molto più vicina alle favole che si raccontano ai bambini, piuttosto che all’universo complesso dei grandi. Il segreto è nel desiderio di sorridere che mi porto dentro. Nell’ironia risiede tutta la mia voglia di vivere. L’ironia abbatte tutte le mie la paure. Qual è la differenza tra un pagliaccio e un idiota? Forse nessuna. Il pagliaccio non ci pensa e l’idiota non lo sa.

Quel piacere

26 luglio 2015

Sto rivalutando l’importanza del piacere come elemento dominante in ogni scelta da fare. Non intendo il piacere alle persone, ma il piacere percepito. Il senso dei colori e dei sapori. La meraviglia dei suoni. La devastante accuratezza delle emozioni. Il senso delle parole. Le percezioni. Quella minima reazione, o osservazione a un dettaglio, che sarebbe in grado di strappare una sensazione forte. Le conseguenze della sensualità. Gli stimoli dell’intelligenza. I misteri dell’affetto e dell’amicizia più profondi. Tutti piaceri che interessano i sensi e che alla fine coinvolgono anche la mente e l’anima. Qualcuno dice che la felicità sta nel trovare il piacere nelle cose che facciamo. Io invece credo che risieda nel fare le cose che ci danno piacere e nella possibilità che abbiamo, quando questo non accade, di fare altro.

Novemilanovecentonovantanove

24 luglio 2015

C’è chi dice che è nei numeri che si trova il valore delle cose. Che le parole non servono a niente. Ma se in tutto quello che scrivo. In tutto quello che sono in grado di provare. E in tutto quello che vivo ogni giorno esistesse un valore oggettivo, i numeri non lo saprebbero certo quantificare. Esistono parole che valgono sentimenti più grandi di tutti i numeri che si possono immaginare. Nel mio universo 9999 vale meno di novemilanovecentonovantanove. E manca solo un’emozione per arrivare a diecimila.

Si e No

22 luglio 2015

Ci sono momenti della vita in cui le risposte devono essere pronunciate con semplicità, senza obbligatoriamente entrare nella complessità della scelta presa. Va bene un “si” con il sorriso sulla faccia, ma anche un “no” senza rancore. Nessuna relazione sincera si edifica cercando di essere sempre e comunque piacevoli, opportuni, o meravigliosi. Servono anche i no. Quelli secchi. Quelli che non vorremmo mai pronunciare. Quelli che spaventano. E poi occorre che non ci sia mai nulla di condizionato a un sì.
Le risposte sbagliate sono involucri profondi che nascondono fantasmi e rilasciano col tempo le nostre infinite solitudini.