Separati da virgole

Confondere il preludio con l’apice è il difetto di chi sogna troppo e pensa poco. Di chi si ferma spesso alle apparenze. Di chi non sa attraversare con lo sguardo. Di chi non dice. Personalmente ho paura delle cose dove non riesco a vedere dentro. Una volta tagliando il prato ho ingoiato una mosca. Era entrata nel cartone del latte e io ho bevuto direttamente dall’apertura. Per questo ora ho una palpabile preferenza per le bottiglie trasparenti. Persino i bicchieri di coccio mi spaventano.

Devo sempre guardare e poter vedere attraverso. Una regola che applico con troppa disinvoltura anche nella vita. Ma non sempre. Non con tutto. La luna continua a sospirare nel cielo come un’amante capricciosa. Non vuole smetterla di mostrare il suo lato migliore e io non l’ho ancora attraversata con lo sguardo. Non l’ho accusata di voler piacere per forza alle persone. Lei in fondo può permettersi questo lusso. Io probabilmente no.

Ho in comune un lato oscuro, ma non sono la luna. Non ho orbite sicure e cieli stellati da attraversare. Sono difettoso. Sono un volgare assassino dei momenti migliori. Riesco a costruire e a distruggere con la tenacia di un dio cattivo. E forse è bastato questo a qualcuno per tenermi a distanza. Per disegnarmi come il nemico alle porte. Lo sciacallo opportunista. Il serpente stronzo. Il mostro uscito da sotto il letto. Deforme nelle intenzioni e poco piacevole nell’aspetto.

Questo si può dire. Qualcosa si può fare. Tutto comunque si può pensare. La luna. Il sole. Le albe e i tramonti si possono dire. Altre cose no, non si possono fare. Non si può dormire sul ciglio della statale. Non si può scrivere sui muri. Non si può salire sulla statua di Garibaldi al Gianicolo e gridare “ti amo”, senza essere guardati sott’occhio dalle persone. Giudicati. Schedati.

Stanotte è notte fonda. Posso piegare la luce di un lampione alla mia volontà, ma non la luna. Nascondo profili con il palmo della mia mano. Gioco con il cellulare. Confondo lo schermo con un taccuino in pelle dalle pagine bianche. Aspetto che arrivi l’ora delle campane. Offro alla piazzetta mezza addormentata una birra, un rutto e il palmo di una mano alzata. Non posso dire di avere arricchito il mio tempo con la somma di tutti i miei sbagli. Non si può dire e a malapena si può pensare.

Sfoglio vecchi pensieri. Vuoto il cassetto dei ricordi. Era sempre agosto. Ed era meraviglioso il rumore del mare che si infrangeva, stordito dal vento, sugli scogli. Ricordo il sole che puntava ogni mattina i suoi raggi nell’acqua. Ricordo il riflesso della luce nei suoi occhi. Ma nemmeno questo si può dire. O è meglio non dire. Eppure ricordo la schiuma delle onde che rotolava su se stessa. E il tempo che rubava via al cuore ogni illusoria speranza di vita.
Ma è meglio non dire. Meglio guardare le dita della mia mano attraversate dalla luce di questa luna.

Sta tornando ogni notte. Somiglia al pensiero di te. Previsto, eppure sorprendente. Gradito, ma tuttavia inquietante. Arriva e se ne va con la stessa supponenza di una scritta su un finestrino appannato. Ha il volto coperto da una smorfia che sembra un sorriso. Le mani armate di schiaffi che sembrano carezze. Le tasche gonfie di voglia di cambiare. Mentre la mia vita scorre con gli occhi chiusi e le braccia sotto il cuscino. Con il cuore ammaccato, confuso, macchiato di rossetto come il collo di una camicia da buttare.

Stanotte ho unito i puntini dall’uno al cento e ne sono usciti la mia tenacia e il mio narcisismo difettato. Poi è arrivata l’alba e si è portata via la luna, gli spettri, le zanzare, tutti i ricordi e le briciole dei biscotti morsicati. E così stamattina è già tempo di caffè, di occhi gonfi e di sciocchi pensieri separati da virgole.

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