La vita non è tutto ciò che accade quando sbagliamo, ma tutto ciò che ci sfugge mentre ci poniamo inutili domande su di essa.
Esiste una distanza tra le cose che scrivo, le storie che vivo e le persone che leggono. Uno spazio che ognuno colma a modo suo. Riempiendolo di personalismi e interpretazioni.
Io adoro scrivere. Mi piace farlo la sera tardi o la mattina presto. Quando tutto tace e l’unico rumore di sottofondo è quello generato dal mio respiro.
Perché il silenzio non giudica ciò che dico. Non interviene a correggere. A commentare. A sottolineare. Lui mi ascolta paziente.
Il silenzio insomma, sa essere comprensivo.
Purtroppo viviamo poco. Imbalsamati dalla paura di commettere sciocchezze.
Eppure in uno sbaglio c’è molta più vitalità e salute che in mille vite trascorse a pensare a come evitare di sbagliare. Si perde troppo tempo a riflettere. A giudicare. A rimproverare le persone a cui vogliamo bene, invece di soffermarci e provare a comprenderle davvero. In profondità. In silenzio.
Stamattina sono dilaniato dal desiderio di fare sciocchezze.
Di sedermi con te su un tappeto, davanti al camino e giocare a dadi con la mia vita.
Ubriacarmi di desideri. Di fantasie. Azzardare e rischiare tutto. Edificare alberghi su Vicolo Corto senza passare dal via. Confondere probabilità e imprevisti e saltare a piedi pari su Parco della Vittoria. Per attaccarla con tre carrarmatini come fosse la Kamchatka.
Ogni mattina mi siedo sul bordo dei tuoi pensieri come fosse il ponte di comando del Titanic. Senza alcun timore di sporgermi. Senza la paura di infilarmi nella nebbia. Senza temere le profondità e il buio di un oceano che ancora non conosco.
Semplicemente avvolto e coinvolto dalla meraviglia dei tuoi occhi. Perso in quella luce inestinguibile che ogni notte continua a illuminarmi la strada.
Ogni notte
17 marzo 2015Gli occhi del passato
10 marzo 2015Scrivere dipende da tante cose e non ci vuole molto coraggio a farlo. Per raccontare una storia invece servono voglia e incoscienza.
Io scrivo sullo schermo di un iphone e spesso non rileggo. Magari cancello. Altre volte invece lascio andare e non me ne curo più di tanto. Dipende da ciò che scrivo. Oggi per esempio non sto cercando nulla. È più probabile che voglia soltanto perdere tutto. O qualcosa. Tradire per una volta il mio passato e dimenticarlo prima che passi davvero. Questo devo ancora capirlo.
Forse il passato diventa davvero remoto quando si consegna ai libri. Alle registrazioni. Alle immagini che sbiadiscono. Diventa davvero passato quando non rimane più nessuno a raccontarci delle somiglianze di quei giorni con il tempo presente. E quando una storia non viene più ricordata a parole qualcosa va per sempre perduto.
Il mio passato è un perno interiore. Un cardine intorno al quale tutto il resto ruota. Le porte più imponenti senza perno si sfaldano e si bloccano. Così non sarei io se mi privassi del passato. Di quel senso di empatia profonda che mi unisce all’universo che mi circonda. Il mio appartenere a questo mondo. Il mio essere comunque un ospite. La “non proprietà” di tutto ciò che esiste, al di là delle illusioni, dei sogni, dei rogiti, degli scontrini fiscali, delle fatture, dei contratti matrimoniali e dei conti correnti all’estero.
Il passato è spietato. Il passato mi insegna. Il passato è sacro. Il passato è il mio perno.
Forse non è un buon giorno per dirlo, ma penso che ogni tipo di ricordo ci attraversi solo quando riusciamo a percepire con chiarezza il bene o la frustrazione provata.
Stamattina gioco a confondere le parole con il significato che vorrei dare e che non riesco a trasmettere. L’errore più comune che può commettere un uomo di quaranta e passa anni è accusarlo il passato. Confondere le esperienze senza farne tesoro e perdersi in una realtà fatta di solo presente. Raccontare, già. Come se ne fossi davvero capace. Io so solamente scrivere.
Forse non sono il Perseo destinato a uccidere Medusa e salvare Andromeda. Forse sconfiggere un minotauro, un drago o un cane a tre teste non mi renderà mai più irreale o più diverso di quanto mi senta ora. Una sorta di molecola d’acqua vaporizzata, destinata a salire verso la ionosfera e poi esplodere ricadendo diversa e uguale nello stesso identico mondo. In fondo anche le ali di Icaro erano di cera.
Ieri sera al ristorante ho sentito una ragazza parlare con il suo migliore amico: “Tu riesci a sollevarti sempre, perché non hai paura di prendere le batoste!”
Ho alzato gli occhi dal piatto e l’ho guardata. Capelli neri, sciolti sulle spalle. Due occhi morbidi appoggiati al nulla e lo sguardo confuso, perso tra le grida dei camerieri e il chiacchiericcio della gente ai tavoli. Avevo bisogno di quegli occhi. Sono gli occhi di chi cerca un filo per uscire dal labirinto e pensa ancora che si possa trovare. Gli occhi di chi ci crede anche senza scordare il passato.
Avrei bisogno di partire. Avrei bisogno di un po’ di calma, credo, o solo di un mostro nuovo da affrontare. Un mostro con le sembianze della tranquillità.
Io intanto ti do consiglio. Non lo cambiare quello sguardo. Non farlo mai.
Soffitti
6 marzo 2015Quei soffitti che la notte ti guardano. Tu gli domandi e loro, maleducati, non rispondono.
Sotto al mio letto
5 marzo 2015Sotto al mio letto vivono milioni di strane creature. Buone e cattive, piccole e grandi. Alcune davvero brutte e altre dal profilo più dolce. Sotto al mio letto si può sbirciare, ma non si può scegliere chi incontrare o quando. Le mie paure possono prendere la forma che vogliono. Scivolare sui pensieri. Rimbalzare pesanti come un sasso sul pavimento. Fare rumore, svegliarmi oppure diventare luce e proiettare un’ombra sulle pareti che non sono io.
Sotto al mio letto vivono milioni di strane creature. Ci sono e basta. E quando sbircio non torno mai indietro a raccontare quello che ho visto. Non faccio sogni se non di sola andata. Mi allungo sul bordo del letto fino a sfiorare la moquette del pavimento e appoggio gli occhi su una faccia geometrica a caso del pianeta.
Mi fa sempre un po’ strano registrare i miei pensieri su questo smartphone, ma non importa. Che poi non devo scrivere nulla di speciale. Ho solo voglia di rubare qualche istante alla noia. Di occupare abusivamente uno spazio. In fondo non sto disturbando nessuno. Così guardo sotto al letto e scrivo. Meno di prima, peggio di prima. E ho ancora quel modo solo mio di restarci male quando non mi piace quello che rileggo. Di toccarmi il mento e guardare verso l’alto sperando che qualcosa o qualcuno si diverta nel vedermelo fare.
Sotto al mio letto vivono milioni di strane creature. Cose successe, cose che non tornano, cose che fanno rumore e cose che se ne fregano di ciò che succede intorno. Però ho appena fatto il caffè e almeno quello sembra mi sia venuto bene.
Birdman
26 febbraio 2015A volte mi affaccio sul baratro del passato con la speranza di scorgere un riflesso che somigli a quello che una volta sono stato. Forse è quel naturale bisogno di ritornare a osservare un “qualcuno” o un “qualcosa” che purtroppo non sono più, che mi spinge a farlo. E non è importante quanto sia profondo e pericoloso quell’abisso, perché il tempo è più importante delle distanze e delle profondità. Per questo sporgersi diventa un po’ illudersi che gli anni non passino e che il presente rimanga presente. Per sempre.
Certo è solamente che il “presente” si rinnova, ma non è mai lo stesso. Si avvicenda e non è mai composto di solo “presente”. È arricchito da profonde paure. Quella di invecchiare. Quella di non riuscire ad accettarlo. Quella di non essere più forti, belli, intelligenti, interessanti, capaci, soddisfatti, felici. Quella di perdere le persone care. E infine quella più disperata, il terrore che arrivi il momento di non esserci più.
Micheal Keaton non è mai stato tra i miei attori preferiti, ma il suo modo di interpretare Riggan Thompson in Birdman è perfetto. Un uomo che vuole dimostrare a se stesso e agli altri di essere un attore di talento. Un personaggio in grado di recitare in un grande teatro. Lontano dai travestimenti di plastica di un tempo. Capace di ritrovarsi fuori da un costume di gomma e all’interno di un copione impegnativo.
Una sorta di rivincita dai propri fallimenti e non intendo solo quelli legati alla sua carriera professionale, ma anche e soprattutto quelli del lato personale, come il rapporto con la figlia. Quel compulsivo tentativo di tornare a essere un professionista di spessore e un padre vero, porta Riggan a sporgersi dal proprio baratro alla ricerca del suo riflesso. Un posto però, dove albergano anche le sue più profonde paure. Il timore ossessivo di fallire, di essere considerato “una celebrità e non un attore”. La frustrazione degli affetti mancati o distrutti e quella crescente inquietudine che, sulla scena come nella vita, poi qualcosa possa comunque andare storto.
È in questo clima di turbamento interiore che esce la capacità di Alejandro González di trasmettere sensazioni.
Il regista riesce a montare un unico piano sequenza dove le scene sono incalzanti. Gli attori si susseguono e avvicendano in modo dinamico. Minuto dopo minuto. Stanza dopo stanza. Il presente così è sempre presente, ma non è mai lo stesso.
Il teatro alla fine, con le sue stanze e i corridoi, diventa una fotografia attendibile del labirinto interiore che ciascuno si porta dentro. E mentre lo spettacolo va in scena, come la vita, intorno si susseguono discussioni, litigi, risse, drammatici chiarimenti, spietate solitudini e si ricercano improbabili serenità.
I personaggi si scoprono così incapaci di essere all’altezza, abbandonati in una vita che corre via. Gravati dai fallimenti personali e dalle aspettative tradite. Scaraventati dalla bravura del regista in un fiume ininterrotto di presente. Trasportati da quella vita che va vissuta comunque, secondo dopo secondo, perché ci sia davvero vita. La sola prova del nostro esistere è un istante di presente, ma perde valore se non si è anche in condizione di essere guardati dagli altri.
È così che Riggan si sporge sul bordo del baratro e si specchia negli occhi del pubblico. È il pubblico a dirgli che esiste. Che è ancora vivo. Che è ancora se stesso. Ma questo non basta, perché senza passato e senza futuro il presente rimane solo un momento. Quindi o la vita stessa nasce e si rinnova in quel momento. Oppure scade e muore.
La pellicola si rivela una meravigliosa e necessaria domanda sulla nostra autenticità.
Chi siamo in realtà? Chi siamo veramente? Siamo quello che siamo stati e che non siamo più? Siamo quello che abbiamo sbagliato e che ancora ci perseguita? O tutto quello che non abbiamo mai fatto e che avremmo potuto o voluto fare?
È una ricerca affannosa, compulsiva e a tratti dolorosa che dura tutta l’esistenza.
Il finale è un intenso momento di fertilità creativa che nasce ed è connesso alla fine di qualcosa che c’era prima. Stavolta Riggan si sporge e si specchia. Si lancia e si specchia. Si toglie le bende che lo identificano come paziente e si specchia. Poi spicca di nuovo il volo. L’unico in grado di fermare l’istante che lo riporterà a se stesso.
E quasi mezzanotte quando esco dal cinema. Il cielo è cupo, ma non c’è una nuvola. Guardo il campanile di una chiesa che non conosco affacciarsi all’orizzonte e penso che tra qualche ora qualcosa della mia vita sarà comunque finito per sempre. Il tempo è un valore estremamente teorico. Quando sei giovane è quasi divertente. Poi con il passare degli anni cambia il modo stesso di interpretarlo, il tempo. Sta di fatto che oggi ho una figlia di 10 anni e mi sembra trascorso soltanto un istante.
Birdman ieri sera mi ha trasmesso un messaggio. Ma non so se sarà lo stesso che giungerà anche a voi.
Il miracolo della vita è nei nostri occhi quando smettono di guardare verso il basso. Ogni volta che sperano. Ogni volta che si alzano sorpresi, folgorati e incantati a osservare un cielo. E non importa che si tratti di un’alba oppure un tramonto. Perché in quel cielo che guardiamo ci sarà sempre il ricordo di qualcuno pronto a specchiarsi in noi.
Quando salgo e scendo le scale
21 febbraio 2015Quando salgo o scendo le scale lo faccio lentamente. Affronto ogni gradino senza pensare a quello successivo. E non è certo perché abbia bisogno di riprendere fiato, questo no. Anche quando cammino sono lenta, ma il modo in cui le mie zampe sfiorano il pavimento dona regalità ai miei piccoli passi. È come se qualcosa di inesprimibile rendesse più bello andare piano. Però arrivo sempre dove ho voglia di arrivare.
Stanotte l’ho vista che si avvicinava come un’ombra, nel fascio di luce che giungeva dal corridoio tra il primo e il secondo piano. Io ero in cucina, tutta intenta ad assediare una briciola di qualcosa dimenticata sotto il frigorifero. Sognavo di essere per un istante una grossa formica nera e avere così libero accesso a universi in miniatura. Mi davo un gran da fare, perché lo spazio era angusto e non potevo usare le zampe per avvicinarla, ma era troppo distante anche per farlo con la lingua.
Noi cani di taglia media abbiamo questo devastante problema. Siamo troppo piccoli per salire sui tavoli, saltare nelle credenze e troppo grandi per infilare le zampe negli spazi angusti tra i muri e i frigoriferi, laddove finiscono di tanto in tanto le cose buone. Però abbiamo la faccia da biscotto. Quello sguardo melanconico e dolce più simile a un “ti voglio bene” che a una mera richiesta di aiuto.
Lei entrò in cucina stringendo in mano una sigaretta spenta. Probabilmente vagava in cerca del solito accendino. Era davvero incantevole. Aveva i capelli neri. Indossava jeans elastici perfettamente aderenti e una felpa col cappuccio che nascondeva un’espressione del viso che non riuscivo a vedere.
Mi lanciò subito uno sguardo interrogativo. Un proiettile che andò a segno come un rigore calciato da un vero professionista. Mollai subito la mia briciola e saltellai sulle zampe posteriori poggiando le anteriori sulle sue gambe, ma era troppo tardi. Mi trovai in un attimo sul banco degli imputati e la giuria non sembrava a mio favore.
“Cosa hai fatto?”, esclamò.
“Niente”, avrei voluto risponderle.
“Ti giuro è spergiuro era solo una briciola, ma non sono riuscita nemmeno a sfiorarla e…”
Non ebbi il tempo di pensare oltre . Le sue mani mi ispezionarono il muso, poi la bocca, infine venni trafitta da uno sguardo. Un ossimoro. Un assurda figura geometrica fatta di amore e spigoli di colpevolezza.
Il riflesso scomposto dei miei occhi aveva proiettato nei suoi il dubbio che potessi aver ingoiato qualcosa. In passato era successo. Avevo mangiato cose a caso. Alcune irripetibili.
Ma lo avevo fatto non per fame. Non per stupidità. Solo per attirare la sua attenzione. Solo per farle capire che avevo un assurdo bisogno delle sue premure. E come d’altronde è noto, io non so parlare. Non posso scrivere. Posso solo pensare, mangiare e guardare.
Quando scelse di sedersi sul divano mi spinsi addosso a lei diventando una specie di macchia progressivamente più scura per poi annullarmi definitivamente e formare un tutt’uno sul suo corpo.
Nell’appoggiare le braccia sulle mie zampe i suoi capelli le scoprirono un pochino il profilo del collo e i lineamenti del viso. Aveva gli occhi tristi, sconfitti e sembrava che stringendomi, anche solo per un momento, si stesse abbracciando da sola per un tempo lunghissimo.
Non ho mai desiderato essere un uomo. Non ho mai invidiato il fatto che parlino, perché spesso li ho sentiti pontificare a caso per dire cose angoscianti e irripetibili. Li ho anche sentiti affermare che siamo stupidi. Magari hanno anche ragione. Magari è colpa del modo in cui scodinzoliamo. Del fatto che spesso usiamo la lingua per trasmettere un’emozione. O forse è quando abbaiamo alle ombre che sembriamo del tutto idioti.
Quel moto continuo e ininterrotto della coda ci fa apparire più sciocchi di quanto in realtà non siamo.
Ma come spiego a un uomo che se davvero potessi io lo farei un sorriso. Se davvero avessi il dono della parola risponderei a tono citando anche filosofi e scrittori del passato.
Siete intelligenti. Parlate. Scrivete. A voi è stata data la possibilità di abbandonare i lavori che non vi piacciono, i compagni che non vi amano, le cucce in cui non vi sentite più al sicuro. E potreste farlo anche senza aprire bocca. A voi è stata donata una coscienza che parla anche quando non dovrebbe. Noi invece obbediamo alla libertà di starvi accanto in ogni momento e solo a quella. Siamo noi, e solo noi, quelli che salgono e scendono le scale piano. Da soli. Affrontando un gradino alla volta.
Mentre pensavo a queste cose, lei si allontanò dal torpore del sonno e aprì di nuovo gli occhi. Erano scuri come i suoi capelli. Mi accarezzò. Mi sorrise. Mi fissò quasi incuriosita, come se per un istante mi avesse sentito parlare. Allora allargai un poco le zampe per farmi grattare la pancia.
“Forse sentirai anche questo”, mi dissi. Lei rise forte, mettendosi la mano davanti agli occhi. Non è la favola della principessa e del cane. Mi aveva sentito davvero. Le avevo parlato col pensiero e ora mi stava accarezzando la pancia. Non esistono parole che possano descrivere il senso di appagante godimento di quel gesto così semplice.
“Piccola”, mi disse, “io non ti permetterò di lasciarmi da sola. Mi senti? Mi capisci?”.
Stavo iniziando a scodinzolare, quando qualcosa prese a premermi al centro del petto. Qualcosa di dolce e che allo stesso tempo somigliava a un dolore. Qualcosa che non aveva nulla a che vedere con i muscoli o il cuore. Qualcosa che forse avrei potuto descriverle se avessi avuto corde vocali e voce.
Lei fece gli ultimi sguardi dolci, poi si alzò e percorse di corsa i gradini della scala a chiocciola che portavano al piano superiore per rispondere a un cellulare.
A me invece non chiama nessuno. Quando salgo o scendo le scale lo faccio lentamente. Affronto ogni gradino senza pensare a quello successivo.
Aspettandomi. Guardando ogni tanto all’indietro la strada percorsa.
Eccomi.
Sto arrivando.
Non gridare.
Non piangere.
Era solo una briciola.
Aspettami.
Prova a immaginare che io sia lì con te.
Se solo mi parlassero gli occhi
20 febbraio 2015“Papà tu lo sai quanto è grande il cuore?”
“Un cuore? Dicono che sia grande più o meno quanto il pugno della propria mano, ma ci sono cuori molto, molto più grandi.”
Niki ora stringe la manina e me la mostra. “Così?”
“Si così!” Esclamo ancora divertito.
“E sta qui?” Chiede ancora indicando un punto in mezzo al petto.
“Ecco. Più o meno li.” Le rispondo sbirciandola dallo specchietto retrovisore.
“Un giorno però crescerai. E allora scoprirai che il cuore vive in mille posti diversi, senza mai abitare davvero in nessun luogo. A volte ti salirà in gola, quando sarai emozionata. O ti precipiterà nello stomaco quando avrai paura. Quando ti sentirai sola.
E ci saranno notti in cui lo sentirai accelerare i suoi battiti. Tanto che sembrerà volerti uscire dal petto. Altre volte farà a cambio col cervello e sceglierà al posto tuo. E farà scelte azzardate. Casuali.
Diventando grande poi imparerai a prendere il tuo cuore per posarlo in altre mani. Mani sbagliate. E te ne renderai conto solo in un secondo momento. Quando ti tornerà indietro un po’ ammaccato. Malandato. Offeso. Ma tu non preoccupartene. Sarà bello lo stesso. Questo però lo capirai solo dopo molto, moltissimo tempo.
Ci saranno giorni in cui crederai di non averlo più un cuore. Giorni in cui ti convincerai di averlo perso. E ti affannerai a cercarlo in un ricordo, in un profumo, in una immagine scattata chissà quando col cellulare, nelle pagine del libro di papà. Oppure negli occhi di un passante, come fossero le tasche di un giaccone dimenticato nell’armadio.
Poi arriverà un altro giorno. Un giorno un po’ diverso. Un po’ strano. Un po’ triste e allo stesso tempo importante. Un giorno in cui ti renderai conto che non tutti hanno davvero un cuore. Ma non te ne importerà nulla, perché avrai già trovato di meglio. Un cuore più piccolo del tuo dal quale non vorrai allontanarti più.”
“Ho quasi finito il libro papà.” Ma lo dice accompagnando la sua faccina buffa con un sorriso. Poi si appoggia al sedile del passeggero. Accenna un piccolo sbadiglio. E io le sorrido di rimando.
Se solo mi parlassero gli occhi, forse ora si renderebbe conto di come è sempre riuscita ad aggiustarmi il cuore semplicemente sussurrando la parola “papà”.
Il sogno di averla accanto
19 febbraio 2015I suoi occhi erano un posto sicuro. In quel riflesso dal colore indefinito io mi lasciavo sfogliare ogni volta come fossi una margherita. Partivo sempre con un “m’ama” per finire poi chissà dove. Quella notte però lei rimase immobile a fissarmi con lo sguardo pieno di niente. Assente. Appoggiato a inevitabili paure che aspettavano soltanto di scegliere un nome, una forma e un mantello nero.
“Vieni qui”, mi sussurrò. Poi fece il rumore dei baci a vuoto. Io mi avvicinai subito e tentai di confondermi con le sue braccia che mi trascinavano sul bordo del letto. Non potevo parlare. Non sapevo come dirle che accanto a lei era un posto bellissimo. Tentai di scodinzolare per quello che potevo, ma lo sbattimento di coda non era mai stato qualcosa di cui andassi veramente fiera.
Mi strinse a se. Persi il respiro. Poi lo ritrovai accanto a lei, sul letto. Durò tutto qualche secondo. Ricambiai quell’abbraccio con un mugolio indisciplinato e per un attimo mi trasformai nel prototipo di un cellulare rotto che squillava a caso, prigioniera tra i bosoni della sua solitudine densa e oleosa.
Fui divertente. Credo. Perché ad un tratto accennò una smorfia che sembrava un sorriso e mi accarezzò il muso. Poi mi diede un bacio sul tartufo.
Si era così che chiamava il mio naso. Ne ho sempre ignorato le ragioni, ma la metteva di buon umore e questo era ciò che contava per me. Vederla sorridere era il biscotto più dolce. Lei mi guardava. Io la guardavo. E in un attimo indossavo i colori del mondo nell’anticamera dei sui occhi.
Quella sera invece i suoi sorrisi sembravano cartoline senza saluti e senza francobolli. Non potevano raggiungere nessuno.
Poi, ad un tratto, le sue mani scesero ancora sulle mie orecchie come una canzone lieve. Una di quelle da ascoltare con la testa leggera, quasi cadente sulla spalla. E io, come ogni notte, mi liberai del peso di pensare.
Rubai qualche centimetro di spazio.
Mi chiusi a ciambella. Serrai gli occhi su quell’universo e cominciai a perlustrare il sogno di averla per sempre accanto.
Il resto
16 febbraio 2015Stamattina è troppo presto per molte cose. Per sperare ad alta voce, per andare veloce, per spiegare, per ridere, per placcarsi con un abbraccio o per sbattere i pugni sul tavolo della cucina.
La vita è tutta lì, poco al di fuori del metro quadrato di una finestra. Nella terra di mezzo illuminata dai lampioni della strada. Quelli sorvegliati dal solito gatto randagio.
Mi piace guardare fuori alle 6 di mattina. A quest’ora il mondo sembra così pulito, incontaminato, terrestre.
A quest’ora il mondo non si accorge di niente. Di me, degli altri e di tutta la vita che vi si nasconde.
A quest’ora si moltiplicano le distanze, si confondono i perimetri.
A quest’ora non serve sapere. E poi sapere non è stato mai abbastanza.
Io alla fine ho finito con l’adattarmi a questa insufficienza. A questo maledetto senso di inappetenza per tutto quello che non mi interessa. Al lento e insopportabile sgretolarsi delle attese che delimitano ogni mattina il mio universo.
Sorrido. E intanto guardo le briciole sul tavolo della cucina, ce ne sono una infinità. Ogni tanto ne porto una alla bocca con la mano destra, simulando delle espressioni simili a pacche sulle spalle. Anche la briciola più piccola mi appare croccante e dolce come la vita che vorrei.
Ci sono notti così, che lascio passare senza riordinare i pensieri. Metterli in fila sarebbe un atto di straordinaria e disciplinata bellezza. Una necessità da soddisfare. Ogni rivoluzione delle cose ha in sé un qualcosa di “dannatamente” creativo e meraviglioso. Eppure mi sfugge il senso del coraggio.
La notte le sirene cantano più forte e non ho voglia di non ascoltarle. In questo viaggio da trilogia non sono Ulisse e Itaca non ha lo stesso sapore di Atlantide.
La mia nave non ha compagni di viaggio. È sempre e comunque in balia delle onde e gli scogli sono un’incombenza in costante avvicinamento. Potrebbe non essere poi così male schiantarsi sulle rocce. Naufragare in certe convinzioni che hanno bisogno di essere disintegrate come il legno fradicio una zattera alla deriva e rivelare qualcosa di più di una realtà che intuisco.
C’è qualcosa di famelico e di meravigliosamente nascosto sotto il profilo dell’acqua. Qualcosa a cui mancano solo i tentacoli per fare davvero paura.
Forse è bene che tutto resti così com’è. Sperato, disatteso e lasciato al suo incubante destino.
Forse l’immaginazione è la mia scialuppa perfetta. Portare in salvo i desideri è un dovere di ogni capitano. “Salga a bordo cazzo” mi gridano alla radio. Ma io faccio orecchie da mercante.
Forse sono un bugiardo. Un illuso che si arrende all’idea di consumare la vita con morsi piccoli, contenuti. Come se ne assaggiassi ogni tanto un pezzetto e mi meravigliassi che ogni volta il sapore è diverso.
Sfuggire a quel demone sotto al letto che la notte mi sfiora le gambe non è impossibile. È inutile. Lui mi chiede di lasciarmi sbranare solo per un’altra notte, ogni notte. E io che sono generoso lo lascio fare.
Se mi guardo dentro vedo parole disordinate. Vorrei cambiare tono, distribuire meglio la punteggiatura. Vorrei chiedere alle labbra di poggiarsi diversamente sulle consonanti. Domandare al respiro di modificare il suo ritmo. Di scandire meglio pause e accelerazioni.
E invece le parole restano lì. Osservano. E raccontano verità inaccessibili, segreti indicibili, piccole meschinità e fantasie grandiose da film in costume del secolo scorso.
Scrivere è una maledizione necessaria. Ci penso spesso. E credo che ci sono cose di me che esistono solo tra le parole che scrivo. Tutti i giorni mi sento scorrere inchiostro dentro le vene e posso confessare di aver provato gusto nel vivere soltanto quando riesco a descriverlo. Solo così trovo la pace che serve per non farmi di nuovo la guerra.
Per questo trascorro una parte del mio tempo a scrivere e una parte a cercare risposte.
Il resto del tempo invece lascio fluire le sensazioni.
Il resto del tempo mi guardo scorrere.
Il resto del tempo è un processo meccanico.
Il resto del tempo. È tutto quello che mi rimane.
Il resto.
Savonarola in plastica
14 febbraio 2015Oggi mi sembrava giusta un’osservazione che andasse in controtendenza con il Sanvalentinismo dilagante in rete.
Questa crisi economica rischia di far emergere il peggio del nostro carattere. La rabbia, il pressappochismo, la sfiducia, il cinismo e la superficialità, stanno covando in ognuno di noi e contribuiscono a rendere ancora più “torrida” questa nostra società.
Ormai sento parlare solo per categorie e banalizzazioni; i commercianti, i disoccupati, gli statali, gli autonomi, gli imprenditori, i lavoratori dipendenti, gli italiani, gli immigrati.
I problemi non ci appartengono più in qualità di soggetti. Le colpe di tutto sono diventate collettive e sempre riconducibili a quella categoria alla quale non si appartiene.
Molte delle discussioni che sento in materia di evasione fiscale stanno diventando un “noi contro loro”. Tutti sono alla ricerca di una identità collettiva che li definisca e tuteli contro chi “li minaccia e li sta fregando”. Così si rischia il caos, ma in fondo siamo sicuri che qualcuno non voglia proprio questo?
Tutto poi è ancora più esasperato da questo nuovo stato di polizia. Avvelenato da questa insensata caccia alle streghe che non tiene conto della realtà dei fatti. Viziato da una informazione parziale e corrotta e dalle crescenti difficoltà economiche, perché più la vita risulta difficile e più ovviamente questi sentimenti si rafforzano e si moltiplicano.
Il bilancio di questo paese di Savonarola in plastica non è in rosso perchè gli italiani non pagavano le tasse, ma perchè lo stato è stato malgovernato e razziato per 40 anni da legislatori mercenari che hanno fatto solo gli interessi loro e dei poteri forti a cui erano affettivamente legati.
Bugie, servilismo, opportunismo, eccessi, corruzione, brigantismo e compromesso ci hanno lasciato questa pesante eredità.
Oggi c’è un disperato bisogno di recuperare la fiducia nelle persone. Fare in modo che gli altri si possano fidare di noi e noi di loro. E occorre fare in fretta. Prima che si diffonda per sempre la cultura del sospetto e che in un paese meraviglioso rimanga solo il rancore a farla da padrone sui nostri pensieri e sulla vita di tutti i giorni.
Essere felice
13 febbraio 2015Viviamo ogni giorno i paradossi della vita, pensiamo senza stupire, leggiamo senza capire, tracciamo senza definire, mangiamo senza gustare e stringiamo senza possedere.
Ogni cosa, anche la più evidente, risulta terribilmente artefatta, parziale e mutevole, come in quei paesaggi nelle sfere di vetro, dove si puó alzare un po’ di neve artificiale solo scuotendone il contenuto.
Stanotte scuoto il mio mondo, respiro profondamente e provo un vago senso di irrazionale riconoscenza verso l’ossigeno, ma nessun profumo che mi ricordi chi ero e tutte quelle fantastiche esperienze vissute da bambino.
Una volta mi sono chiesto se avessi un obiettivo nella vita, e la risposta sembrava semplice: “Essere felice”.
Ora non mi basta più e mi rendo conto che vorrei sempre essere felice, ma con te.
Torno subito
13 febbraio 2015Cento sono gli anni che mi sento dentro. Scrivo cento per non parlare dei minuti o addirittura dei secondi. Per non usare cifre a 12 zeri.
Dicono che per ogni chilogrammo di massa bisogna opporre almeno 10 Newton di forza per staccarsi in verticale dal pavimento di casa. Ma questo non vale per le sensazioni che ho dentro. Spero che stanotte la gravità terrestre non faccia prigionieri e trascini i miei sogni in un’ipotetica spirale verso il centro di tutto. Verso un sistema solare fatto di consapevolezze nuove che un tempo forse mi sarei risparmiato più che volentieri, ma non stanotte.
Ha davvero senso esistere in questo universo? Non lo so. Non lo conosco tutto.
E partire? Ti giuro. Non lo so.
E resistere? Quello si. Per quello che conta, suppongo proprio di si.
Anche quando il mondo sembra ruotare in maniera incoerente per privarci dei colori primari.
Anche quando a volte pensi di aver smarrito i pastelli colorati che avresti potuto utilizzare per evidenziarne le sfumature migliori.
Certo. Avrei potuto dormire e sognare di più nella mia vita. Sarebbe stato meglio. Le mie idee avrebbero toccato altri spazi, altre stelle, altri corpi. Avrei potuto lasciare gli occhi appoggiati su altri destini. Avrei potuto assaggiare la realtà di destinazioni diverse, sconosciute.
Avrei potuto togliermi la soddisfazione di sputare parole a caso senza dover mai preoccuparmi di chiedere scusa.
E invece ho sempre preferito rimanere sveglio quel secondo. Quell’attimo ancora. Quell’istante in più. A contemplare la scienza esatta di questa quotidianità che scorre. Una realtà troppo impegnativa, fatta di minuti tutti apparentemente significanti e di giorni del tutto privati degli attimi più belli.
Accendo la radio.
Quando guido solo mi piace ascoltare la disco anni 80/90. E’ stordente ed è mia amica. Non è noiosa o invadente. Mi accompagna fino al prossimo colpo di sonno. A volte il bordo dell’autostrada si avvicina in maniera preoccupante. Ma è solo un momento.
Riapro gli occhi.
Riprendo il controllo.
Ricomincio a pensare.
Prima o poi finirò con l’addormentarmi a 190 all’ora. La prudenza è solo un bisogno trascurabile.
Non è mai stata la velocità a spaventarmi, o la stanchezza. È il futuro a mettermi paura, l’incertezza di tutto quello che di imprevedibile può ancora succedere.
Cento sono gli anni che mi sento dentro. Eppure sono ancora giovane. In fondo è solo la prima vita che vivo. Potrei essere un gatto distratto.
Le luci dei fari delle altre vetture proiettano finte costellazioni sul parabrezza della mia auto. Vorrei ruotare intorno all’asse invisibile delle cose che posso immaginare, ma che non sono capace di dire.
Vorrei filmare tutto e rivedermi le scene migliori da solo. In casa. Seduto sul divano con bibita fredda, pop corn e rutto libero.
C’è un casello.
Ancora qualche chilometro di ammiccanti prostitute e sarò a casa.
Tra poco riuscirò anche a dormire. Così, tanto per provare domattina l’irrinunciabile sensazione del risveglio e poi magari scrivere tutto in un blog. Tu però non te ne andare. Orbita ancora nei miei pensieri. Torno subito. Dovunque tu sia.
Come un pallone sgonfio
12 febbraio 2015Frugarsi compulsivamente nella tasca del giaccone. Mordersi le labbra. Accorgersi che è troppo tardi per cercare con lo sguardo un tramonto. Imparare a memoria gli adesivi sulla porta di un ristorante del centro. Leggere che c’è ancora chi accetta American Express è che non sono l’unico pazzo su Facebook, ci sono anche loro.
A un certo punto ho anche pensato di andare via, ma sono rimasto. Ho accennato due passi. Sono tornato. Mi sono sistemato il giaccone. Sai quell’emozione che anticipa il momento in cui nel poker si girano le carte sul tavolo? Ecco, proprio quella. Moltiplicala per cento e non è ancora nulla al confronto di ciò che ho provato.
L’ho sentita distintamente quando ti ho vista uscire dal locale. Nell’attimo esatto in cui hai preso l’accendino e alzato gli occhi. Il tuo sguardo era una pietra affilata, ma grezza sui bordi.
Ci sono istanti che sanno essere particolarmente taglienti e quello lo era. Pericoloso. Acuminato.
Hai attraversato distratta i miei discorsi. Velocemente. Poi hai detto “scusa, non riesco”.
Quelle parole si sono vaporizzate in una condensa leggera a contatto con l’aria. Credo di averle respirate. Credo di aver desiderato di poterlo fare ancora. Credo che provare a fare, o dire, qualcosa non sempre equivale a fare, o dire. E non so nemmeno cosa.
Ci vuole un’anestesia locale per sopportare una delusione o un rammarico. Hai presente quella sensazione di impotenza che nel poker segue il momento in cui hai scoperto le tue carte, perdendo? Moltiplicala per mille e non avrai nemmeno un accenno di cosa mi stava esplodendo dentro.
Ho respirato ancora. Mi sono accarezzato il mento. Ho poggiato la linea dello sguardo sui tuoi piedi.
Ho ispezionato con gli occhi la geometria delle tue gambe. Simmetriche. Incantevoli. Ne conosco ogni centimetro. Ci saremmo riconosciuti ovunque, io e le tue gambe. Poi ti ho guardato ancora negli occhi, per un istante che è sembrato un secolo, prima che sparissi oltre la porta del locale.
Nemmeno una parola. Tutto perfettamente inutile. C’era una luce morbida nei tuoi occhi, come quella che anticipa un tramonto. Nella prossima vita voglio essere una lista di dolci tra le tue mani.
Sentire i polpastrelli scorrermi addosso. Stare li a guardare la tua espressione curiosa e indecisa da un’angolazione soltanto mia. E comunque starti vicino.
Sembriamo simili. Ma siamo diversi. Tu non credi che esista una volontà in grado di superare un’impossibilità. Io invece spero sempre che un qualcosa possa cambiare le cose. Sono un sognatore seriale perduto in un mondo di favole dove più nessuno crede alle magie.
La preistoria di ogni risposta che ancora manca forse è una conseguenza delle mie domande sbagliate.
“Compri una rosa capo?”
“Si, ma dammi la più bella.”
“Sono tutte belle capo!”
Non lo guardo. Non lo ascolto. Prendo la rosa. Gli offro in cambio un pallone sgonfio. Lui sorride e io sorrido di rimando. Pago. Guardo nuovamente gli adesivi di Facebook e American Express aprirsi insieme alla porta.
Ci vuole poco. Soltanto un attimo. Eppure, in quel consegnarmi volontariamente alle emozioni, io ho sentito distintamente l’odore di gelsomino. Era in quello sguardo triste in cui ti sei rintanata sperando di non essere vista. Una sorta di ritirata confusa.
Da parte mia nessuna volontà di stringerti all’angolo. Avrei voluto che avessi un po’ d’inchiostro nello sguardo, perché potessi ritrovarmene addosso. Sulla faccia. Sui vestiti.
Credo che la speranza abbia a che fare con quello che si vuole trovare dietro agli angoli, o dentro i pacchi di Natale. Per questo ci si ferma un istante prima dei vicoli bui, o prima di scartare un regalo.
Sono uscito. Ho camminato rapidamente fino alla macchina. Avrei gradito un’altra anestesia che mi aiutasse a sopportare quel fragoroso silenzio. Un fiume di pensieri che mi scorreva da fuori a dentro, senza darmi pace.
Ho attaccato un pallone sgonfio al tergicristalli di una vettura in sosta. Ho acceso il motore. Ho contato fino a dieci, come chi aspetta di calciare un rigore. Poi ho lasciato che la testa mi riportasse finalmente a casa.
Il fine del tutto
11 febbraio 2015Mi piace viaggiare. Adoro scrivere. Scrivere è un po’ partire col pensiero, allontanarsi o avvicinarsi a qualcuno, a qualcosa. Anche se il solo scrivere non mi cambia molto l’esistenza. Viverla invece mi cambia. Guardare chi ha fatto cose diverse dalle mie. Chi ha vissuto una vita differente e affrontato momenti difficili. Non importa se più o meno difficili dei miei, perché a ognuno di questi momenti ciascuno di noi abbina un proprio percorso che riconosce eroico a modo suo. In tutto quello che scrivo non c’è altro che la proiezione dell’universo che ho dentro. Un posto dove il presente è sempre presente, ma non è mai fatto solo di presente. Dove il tempo passa e nel tempo che scorre si insinuano i ricordi. Un riassunto.
Tutte le ipotesi di me che immagino stamattina sono versioni di un me migliore.
Una barchetta di carta persa in un oceano di vita ipotetica dal quale emerge solo un dilaniante bisogno di autenticità.
Chi sono in realtà?
Chi sono veramente?
Un caso patologico che insiste a cercare se stesso nel proprio riflesso?
Ci si può sporgere anche dal bordo di uno specchio, al di là del quale abitano tutte le paure che a volte ci impediscono di guardarlo.
Forse mi trovo per metà nel mondo che vivo e per l’altra metà nell’universo che immagino. Un posto meraviglioso nel quale perdermi, cercando il senso di tutta una esistenza.
Ed è una ricerca dolce e affannosa, irrinunciabile e dolorosa. Rigenerante, logorante, ma mai noiosa. Un viaggio che durerà comunque tutta la vita. Nemmeno dio aveva previsto tutta questa fatica. L’ultimo giorno si era addirittura riposato. Che fosse il riposo il fine di tutto? Che sia in un divano il senso della vita?
Gli scheletri nell’armadio
9 febbraio 2015Quel che più mi indispone degli scheletri nel mio armadio non è tanto che mi rivolgano la parola. Ma che, nel farlo, trascurino di usare la deferenza che si deve al padrone di casa. Perché fino a prova contraria, l’armadio è il mio e non poggia certo su un terreno neutrale.
Questo sono. Il padrone di casa. E non servono certo infiniti oceani, muraglie cinesi o pietre ciclopiche per definirne il confine.
È casa mia e gli scheletri dovrebbero avere maggiore rispetto per chi, come me, possiede il dono della scrittura. Per chi vive contemplando il buio e tutto quello che si può arrivare a capire solo con gli occhi chiusi.
Quel buio che riempie lo spazio e il tempo. Quel buio che cancella le perfette geometrie dei secondi e la devastante architettura di ogni ora. Di ogni minuto. Di ogni giorno trascorso lontano da te.
Ogni volta che ho chiuso gli occhi mi hai insegnato a fare qualcosa. A cucinare cose buone. Ad ascoltare la musica. A colpire di testa. A tirare un rigore. A fare l’amore. A trovare le cose spaiate. A sistemare le confezioni con le etichette nel verso giusto. A togliere dall’armadio i pantaloni senape e le camice rosa. Quelle che tanto piacevano agli scheletri maleducati.
Chissà se anche Ulisse li aveva nel guardaroba, o è andato tutto perduto nella risacca. Non credo certo che i suoi scheletri siano rimasti in una cabina armadio a Itaca.








