Come un pallone sgonfio

Frugarsi compulsivamente nella tasca del giaccone. Mordersi le labbra. Accorgersi che è troppo tardi per cercare con lo sguardo un tramonto. Imparare a memoria gli adesivi sulla porta di un ristorante del centro. Leggere che c’è ancora chi accetta American Express è che non sono l’unico pazzo su Facebook, ci sono anche loro.
A un certo punto ho anche pensato di andare via, ma sono rimasto. Ho accennato due passi. Sono tornato. Mi sono sistemato il giaccone. Sai quell’emozione che anticipa il momento in cui nel poker si girano le carte sul tavolo? Ecco, proprio quella. Moltiplicala per cento e non è ancora nulla al confronto di ciò che ho provato.
L’ho sentita distintamente quando ti ho vista uscire dal locale. Nell’attimo esatto in cui hai preso l’accendino e alzato gli occhi. Il tuo sguardo era una pietra affilata, ma grezza sui bordi.
Ci sono istanti che sanno essere particolarmente taglienti e quello lo era. Pericoloso. Acuminato.
Hai attraversato distratta i miei discorsi. Velocemente. Poi hai detto “scusa, non riesco”. 

Quelle parole si sono vaporizzate in una condensa leggera a contatto con l’aria. Credo di averle respirate. Credo di aver desiderato di poterlo fare ancora. Credo che provare a fare, o dire, qualcosa non sempre equivale a fare, o dire. E non so nemmeno cosa.
Ci vuole un’anestesia locale per sopportare una delusione o un rammarico. Hai presente quella sensazione di impotenza che nel poker segue il momento in cui hai scoperto le tue carte, perdendo? Moltiplicala per mille e non avrai nemmeno un accenno di cosa mi stava esplodendo dentro.
Ho respirato ancora. Mi sono accarezzato il mento. Ho poggiato la linea dello sguardo sui tuoi piedi.
Ho ispezionato con gli occhi la geometria delle tue gambe. Simmetriche. Incantevoli. Ne conosco ogni centimetro. Ci saremmo riconosciuti ovunque, io e le tue gambe. Poi ti ho guardato ancora negli occhi, per un istante che è sembrato un secolo, prima che sparissi oltre la porta del locale.
Nemmeno una parola. Tutto perfettamente inutile. C’era una luce morbida nei tuoi occhi, come quella che anticipa un tramonto. Nella prossima vita voglio essere una lista di dolci tra le tue mani. 

Sentire i polpastrelli scorrermi addosso. Stare li a guardare la tua espressione curiosa e indecisa da un’angolazione soltanto mia. E comunque starti vicino.
Sembriamo simili. Ma siamo diversi. Tu non credi che esista una volontà in grado di superare un’impossibilità. Io invece spero sempre che un qualcosa possa cambiare le cose. Sono un sognatore seriale perduto in un mondo di favole dove più nessuno crede alle magie. 

La preistoria di ogni risposta che ancora manca forse è una conseguenza delle mie domande sbagliate.

“Compri una rosa capo?”
“Si, ma dammi la più bella.”
“Sono tutte belle capo!”

Non lo guardo. Non lo ascolto. Prendo la rosa. Gli offro in cambio un pallone sgonfio. Lui sorride e io sorrido di rimando. Pago. Guardo nuovamente gli adesivi di Facebook e American Express aprirsi insieme alla porta.
Ci vuole poco. Soltanto un attimo. Eppure, in quel consegnarmi volontariamente alle emozioni, io ho sentito distintamente l’odore di gelsomino. Era in quello sguardo triste in cui ti sei rintanata sperando di non essere vista. Una sorta di ritirata confusa.
Da parte mia nessuna volontà di stringerti all’angolo. Avrei voluto che avessi un po’ d’inchiostro nello sguardo, perché potessi ritrovarmene addosso. Sulla faccia. Sui vestiti.
Credo che la speranza abbia a che fare con quello che si vuole trovare dietro agli angoli, o dentro i pacchi di Natale. Per questo ci si ferma un istante prima dei vicoli bui, o prima di scartare un regalo.
Sono uscito. Ho camminato rapidamente fino alla macchina. Avrei gradito un’altra anestesia che mi aiutasse a sopportare quel fragoroso silenzio. Un fiume di pensieri che mi scorreva da fuori a dentro, senza darmi pace.
Ho attaccato un pallone sgonfio al tergicristalli di una vettura in sosta. Ho acceso il motore. Ho contato fino a dieci, come chi aspetta di calciare un rigore. Poi ho lasciato che la testa mi riportasse finalmente a casa.

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