Birdman

A volte mi affaccio sul baratro del passato con la speranza di scorgere un riflesso che somigli a quello che una volta sono stato. Forse è quel naturale bisogno di ritornare a osservare un “qualcuno” o un “qualcosa” che purtroppo non sono più, che mi spinge a farlo. E non è importante quanto sia profondo e pericoloso quell’abisso, perché il tempo è più importante delle distanze e delle profondità. Per questo sporgersi diventa un po’ illudersi che gli anni non passino e che il presente rimanga presente. Per sempre.

Certo è solamente che il “presente” si rinnova, ma non è mai lo stesso. Si avvicenda e non è mai composto di solo “presente”. È arricchito da profonde paure. Quella di invecchiare. Quella di non riuscire ad accettarlo. Quella di non essere più forti, belli, intelligenti, interessanti, capaci, soddisfatti, felici. Quella di perdere le persone care. E infine quella più disperata, il terrore che arrivi il momento di non esserci più.

Micheal Keaton non è mai stato tra i miei attori preferiti, ma il suo modo di interpretare Riggan Thompson in Birdman è perfetto. Un uomo che vuole dimostrare a se stesso e agli altri di essere un attore di talento. Un personaggio in grado di recitare in un grande teatro. Lontano dai travestimenti di plastica di un tempo. Capace di ritrovarsi fuori da un costume di gomma e all’interno di un copione impegnativo.

Una sorta di rivincita dai propri fallimenti e non intendo solo quelli legati alla sua carriera professionale, ma anche e soprattutto quelli del lato personale, come il rapporto con la figlia. Quel compulsivo tentativo di tornare a essere un professionista di spessore e un padre vero, porta Riggan a sporgersi dal proprio baratro alla ricerca del suo riflesso. Un posto però, dove albergano anche le sue più profonde paure. Il timore ossessivo di fallire, di essere considerato “una celebrità e non un attore”. La frustrazione degli affetti mancati o distrutti e quella crescente inquietudine che, sulla scena come nella vita, poi qualcosa possa comunque andare storto.

È in questo clima di turbamento interiore che esce la capacità di Alejandro González di trasmettere sensazioni.
Il regista riesce a montare un unico piano sequenza dove le scene sono incalzanti. Gli attori si susseguono e avvicendano in modo dinamico. Minuto dopo minuto. Stanza dopo stanza. Il presente così è sempre presente, ma non è mai lo stesso.

Il teatro alla fine, con le sue stanze e i corridoi, diventa una fotografia attendibile del labirinto interiore che ciascuno si porta dentro. E mentre lo spettacolo va in scena, come la vita, intorno si susseguono discussioni, litigi, risse, drammatici chiarimenti, spietate solitudini e si ricercano improbabili serenità.

I personaggi si scoprono così incapaci di essere all’altezza, abbandonati in una vita che corre via. Gravati dai fallimenti personali e dalle aspettative tradite. Scaraventati dalla bravura del regista in un fiume ininterrotto di presente. Trasportati da quella vita che va vissuta comunque, secondo dopo secondo, perché ci sia davvero vita. La sola prova del nostro esistere è un istante di presente, ma perde valore se non si è anche in condizione di essere guardati dagli altri.

È così che Riggan si sporge sul bordo del baratro e si specchia negli occhi del pubblico. È il pubblico a dirgli che esiste. Che è ancora vivo. Che è ancora se stesso. Ma questo non basta, perché senza passato e senza futuro il presente rimane solo un momento. Quindi o la vita stessa nasce e si rinnova in quel momento. Oppure scade e muore.

La pellicola si rivela una meravigliosa e necessaria domanda sulla nostra autenticità.
Chi siamo in realtà? Chi siamo veramente? Siamo quello che siamo stati e che non siamo più? Siamo quello che abbiamo sbagliato e che ancora ci perseguita? O tutto quello che non abbiamo mai fatto e che avremmo potuto o voluto fare?
È una ricerca affannosa, compulsiva e a tratti dolorosa che dura tutta l’esistenza.

Il finale è un intenso momento di fertilità creativa che nasce ed è connesso alla fine di qualcosa che c’era prima. Stavolta Riggan si sporge e si specchia. Si lancia e si specchia. Si toglie le bende che lo identificano come paziente e si specchia. Poi spicca di nuovo il volo. L’unico in grado di fermare l’istante che lo riporterà a se stesso.

E quasi mezzanotte quando esco dal cinema. Il cielo è cupo, ma non c’è una nuvola. Guardo il campanile di una chiesa che non conosco affacciarsi all’orizzonte e penso che tra qualche ora qualcosa della mia vita sarà comunque finito per sempre. Il tempo è un valore estremamente teorico. Quando sei giovane è quasi divertente. Poi con il passare degli anni cambia il modo stesso di interpretarlo, il tempo. Sta di fatto che oggi ho una figlia di 10 anni e mi sembra trascorso soltanto un istante.

Birdman ieri sera mi ha trasmesso un messaggio. Ma non so se sarà lo stesso che giungerà anche a voi.
Il miracolo della vita è nei nostri occhi quando smettono di guardare verso il basso. Ogni volta che sperano. Ogni volta che si alzano sorpresi, folgorati e incantati a osservare un cielo. E non importa che si tratti di un’alba oppure un tramonto. Perché in quel cielo che guardiamo ci sarà sempre il ricordo di qualcuno pronto a specchiarsi in noi.

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