Ambivalenze

21 luglio 2015

E quindi? Quindi niente, non so. Il secondo caffè stamattina è già andato. Il libro sembra scorrere bene. Quante volte ho scritto e cancellato pagine. Quante volte ho creduto che sarebbe stato meglio abbandonare e mettere tutto sul blog. Quando presumo un interesse per ciò che penso lo metto on line. Magari è solo un mio punto di vista. Eppure mi illudo che possa incidere. Dare un significato. Rappresentare uno stato d’animo per le persone che passeranno di qui. E dov’è questo “qui”? E’ in rete. Nella moltitudine delle banalità. Nella penuria dei percorsi privi di senso.

Credo che conoscere il motivo delle cose che si fanno sia più importante del modo di fare le cose. Scrivere bene? Scrivere male? Ma soprattutto “perché” scrivere? Confesso di farlo immaginando di essere letto da una persona in particolare. Speciale. Unica. Cammino in equilibrio sul filo di questa ambivalente convinzione e la cosa non mi turba più che ogni altra azione compiuta al mattino. Un po’ come bere il mio terzo caffè. Tutto è ambivalenza. Tutto è speranza e immaginazione. Che io sia in grado di raccontarlo, o no. Che io sia  davvero capace di crederlo, o meno.

Quanto vale

20 luglio 2015

Stamattina il traffico è un’epidemia contagiosa che blocca le strade di Roma. Il sole picchia duro. La radio recita le solite puttanate del mattino. C’è chi telefona. Chi si racconta. Chi fa dediche e chi indovina titoli di canzoni a caso. Nella Smart della fila accanto un ragazzo sta litigando con una ragazza. Lui gesticola con troppo vigore per essere il marito. Sono giovani. Magari sono fratelli e stanno decidendo chi porterà a spasso il cane stasera.

Intanto la fila scorre lentamente. C’è uno scooter a terra. Un telo bianco copre il profilo di un uomo. Situazione impressionante. Chi è quella persona immobile sull’asfalto e dove stava andando? Viviamo nell’illusione di vivere veramente, poi un giorno la vita finisce. Il nostro sguardo, il nostro modo di pensare, i nostri pregi, i nostri difetti, la nostra cultura e la nostra situazione. Tutto si ferma all’improvviso. Adesso si cammina. Controllo l’ora. Il raccordo anulare era un inferno e non si andava più avanti. Sono passati circa dieci minuti dal punto dell’incidente. Seicento secondi, ma non mi sono mai mosso. Oggi farà caldissimo. La media delle temperature degli ultimi venti anni è la più alta tra tutte quelle mai registrate. Lo hanno detto alla radio. Ma sono in un universo troppo lontano con la mente. Non posso farlo questo conto. Saprei quanto viene, ma non capirei quanto vale.

Venerdi diciassette 

17 luglio 2015

Esistono persone che hanno il potere di farti innamorare. Semplicemente. Senza nemmeno volerlo davvero. Basta una foto con un dito a caso puntato verso il cielo e una battuta. Stanotte sono rimasto immobile a guardarla. Prigioniero delle mie temperature. Imbambolato dai ricordi. Sedotto dalla sua bellezza. Stregato dalla sua ironia. Convinto che da certe prospettive nascano tutte le mie tempeste, i miei cieli stellati e tutti gli altri problemi simili. Spengo il cellulare. Entro in Autogrill. Ordino un caffè al vetro e lo aspetto con calma. Sono le quattro di mattina di venerdì diciassette luglio. Il mio volto è un progetto. Ho la barba un po’ lunga, gli occhi a fessura e sono in attesa che c’entri dentro l’alba. Non sono scaramantico. Non sono logorroico. Non amo ripetere le stesse cose, anche se ogni tanto persevero negli stessi sbagli. È strano quanto a volte tu stia lì fermo ad aspettare che succeda qualcosa di meraviglioso e poi, proprio quando meno te lo aspetti, continui a non accadere assolutamente nulla. Anzi no. Succede che ti portano un caffè. E non sembra il migliore che abbia mai bevuto. Eppure lo bevo. Tu intanto, caro sole, fai quello che devi. Alzati che è già tardi. È tardi per tutto. Da un sacco di tempo.

Geometrie

16 luglio 2015

Servono due punti e una retta per disegnare una solitudine che abbia un senso. E occorrono parallelismi perfetti, perché altre rette non finiscano col rovinare tutto. Nessuno è un numero primo. Siamo tutti segmenti. Linee diverse. Alcune si intrecciano. Altre si sfiorano. Solo poche sognano di diventare circonferenze. Com’era la formula per calcolare l’area?
Raggio di sole, per raggio di sole, per p greco. Al cambio fa sempre tre e quattordici?

Ho cenato mangiando sushi stasera. Avevo necessità di ordine, di rigore, di cose che mi scorrono davanti senza lasciare il segno, di fiducia, di convinzioni, di tradizioni. Qualcosa che avvesse un sapore diverso. Crudo. Senza trasformazioni, senza alterazioni. Avevo voglia di un gusto che è così com’è. Dovresti vedere come sono diventato bravo con gli edamame. Posso colpire chiunque nel raggio di dieci metri. Vedi? So disegnare anch’io le mie circonferenze.

Stanotte il centro era pieno di turisti e la città giocava col rumore dei loro passi. Molte provenienze, tante direzioni e nessuna destinazione. Un po’ come me in fondo. Via dei Coronari sembra ancora il passaggio sicuro che unisce universi lontani. Piazza Navona è sempre più bella. Questa città continua a invecchiare, ma non è mai stata giovane veramente.

Mi andrebbe di fumare. Magari lo faccio. Mi siedo sui gradini della fontana di San Simone. Mangio un gelato. È quella dove quel giorno saltellavamo per evitare le pozzanghere. Quella dove perdesti in terra il cellulare per ritrovarlo un po’ più tardi ancora intatto, malgrado la pioggia forte. Il tempo non è che una circonferenza. Forse anch’io sono una figura geometrica. E le geometrie fanno paura. Soprattutto quei perimetri che racchiudono aree sconosciute.

Fa troppo caldo. Ci sono i gabbiani. Una volta a Roma bastavano i piccioni. Ora si prende quel che passa la natura. Io invece gioco con la fantasia. Il mare. La spiaggia. La luna. Il rumore delle onde sugli scogli. Una barchetta di carta. Accendo e spengo una cicca. Per due punti passa una sola retta, ma io aspetto la prossima. Magari transita di qui fra poco, mi prende in pieno e riesce a portarmi via.

Scheletri in garage

14 luglio 2015

Ho comprato le tende nuove, sono bianche. Ho preso anche un tappeto, dei fiori e la macchinetta del nespresso. Ho voltato le spalle alla caffettiera. No, non ho intenzione di guardare attraverso le cose che sbaglio. E no, non ho cambiato il mio modo di vestire. L’estate oggi ci si sta mettendo tutto il suo impegno. Dovrei prendere esempio. Impegnarmi anch’io, ma non sono un monsone.

Soffia un filo di vento fuori. Il guscio in terrazza ondeggia come fanno certe telefonate che rimangono sospese a mezz’aria. Come tutti quei messaggi stesi come lenzuola. Pensieri appesi a momenti di cui comincio a dimenticare la data. Lei mi piaceva, perché era meravigliosamente impegnativa. Mi attraeva quell’idea di arrendermi e riprovare. Di sbatterci la testa fino a dimenticare. Volevo dirmelo. Ho finito col scriverlo. Per convincermene. Come una di quelle possibilità che a furia di ripeterla ti resta fissa in testa. Quel motivetto stupido che canticchi fino a trasformarlo in una realtà niente affatto alternativa. Eppure unica, irripetibile e tutta tua.

Un gabbiano mi guarda attraverso il vetro, forse mi sta chiedendo delle risposte. Io mi accontenterei di trovare le mie. Magari tra i libri sugli scaffali. Oppure in mezzo a quei piccoli oggetti che mi raccontano una vita che a volte stento a ricordare. Ogni cosa qui somiglia a un diario.
Bevo il nespresso. È il primo. È una capsula blu. Stavolta sorrido. Palpeggio un cellulare. Mangerei un plum cake alla vaniglia. Ieri sera ho cenato da Montevecchio e la pasta era scotta. L’estate si accorciano i tempi di cottura, lo sanno anche in bambini.

Questo week end devo ricordarmi di prendere un po’ di sole, ma domani è già domenica? Ah no, forse era ieri. Più passa il tempo e più perdo dimestichezza col tempo. Sto cercando di fare il cambio stagione. Hai presente tutti quegli gli attimi di consapevolezza improvvisa che precedono i miei rari momenti di lucidità? Gli sto facendo spazio nell’armadio. Tengo solo il disegno perfetto della tua spina dorsale e porto il resto degli scheletri in garage.

La foto

13 luglio 2015

Ci siamo. Prendo il cellulare. Cerco cosa fotografare e come farlo. Scelgo una prospettiva, un taglio leggero, un senso più che una messa a fuoco. Piego un po’ la testa come se ne stessi soppesando l’essenza. “Soppesare” è un verbo musicale. È bello declinarlo e ascoltare le lettere inseguirsi delicate, discrete, per nulla invasive.
Socchiudo gli occhi. Scatto la foto. E accade che per un lunghissimo microsecondo, intorno a me non accade più nulla. L’universo si inceppa. Il cuore non batte, il respiro non si sente e non ho il tempo nemmeno per costruire un pensiero. Ma dura un istante.
Stanotte ho capito che a Roma la meraviglia di certi luoghi non ha nulla a che vedere con il
mio sguardo e la mia capacità di impressionarli su una pellicola, o in uno spazio di memoria. Stanotte ho capito che fra il mondo sensibile e la mia sensibilità esiste un’intesa perfetta. Nel momento esatto in cui la fotografavo, Roma stava fotografando me. Roma mi osservava. E nell’osservarmi, mi scriveva dentro quel lieto fine di una favola inventata, che in fondo ho sempre desiderato vivere.

La cosa piu strana

12 luglio 2015

La cosa più strana che ti può capitare a Roma è sentire il silenzio. Alle sei di mattina non gira nessuno. Fa già caldo, l’odore dei sanpietrini si sente nel naso, ma le foglie degli alberi non ingialliscono. Resistono. Qualcosa ho imparato da certi vicoli. A stare da solo. Ma a questa città non interessa quello che scrivo. Lei mi osserva, mi lascia fare, mi riempie gli occhi di passione come una donna che desidera solo farsi toccare. Poi quando ha finito. Appagata ti volta le spalle e se ne va. Accentuando il movimento dei fianchi. E fregandosene di me, di te e di quello che pensa la gente in tutte le lingue del
mondo. Roma è una puttana che chiede solo di essere guardata. Posseduta. Pagata e poi lasciata andare. La donna perfetta per chi vuole rimanere solo.

Uomo

11 luglio 2015

A volte mi innamoro di un luogo. Altre volte di una canzone, di un profumo o di un sapore. Succede anche che certe notti mi affezioni a un dettaglio apparentemente insignificante. Non so mai dire da cosa dipenda. Forse è colpa di un allineamento tra il colore dei miei pensieri e la luce che filtra attraverso gli occhi. Oppure chissà…
Questa mattina il mio stato stato d’animo segue un copione ben preciso. Colpa di una vecchia canzone di Bracco di Graci miracolosamente riesumata dall’ Iphone.
Ne sono rimasto coinvolto, ma non sconvolto e non si tratta certo di un’opera d’arte.
Certe volte ascolto canzoni e finisco con l’ascoltarmi.
Come si dice. Questa è la vita. Spalanca gli occhi e tieni sempre aperte le orecchie.

Se mai

10 luglio 2015

Se mai volessi diventare reale smetterei di cercare una presa per il caricabatterie. Che poi starsene seduto a scrivere con il caffè freddo da una parte, il condizionatore acceso e l’universo oltre la finestra non è poi così male. Ieri, mentre annaffiavo in balcone, ho parlato a lungo con la mia voglia di scrivere. Le ho promesso fedeltà. Lei si è messa a piangere.

Ferite

9 luglio 2015

Di solito per le abrasioni risolvo in poco tempo con acqua ossigenata e un cerotto. Lo appiccico sopra il ginocchio sbucciato, in automatico e con appagante risolutezza. Se invece la ferita è nell’animo uso domande e risposte. Le domande implicano ascolto e credo che un uomo diventi più forte quando ha il tempo è il coraggio di ascoltare il proprio dolore. Di capire i propri sbagli, piuttosto che perdersi nella tentativo frettoloso di tamponarli subito. Questo lo penso e lo scrivo oggi. Ma i pensieri scritti sono anche fatti per essere superati dalla quotidianità e da nuove parole. Domani potrei non pensarla alla stessa maniera. Per questo custodisco sempre due pagine bianche dentro di me. La prima è per tutti i punti di vista che posso ancora cambiare. La seconda è per quelli che purtroppo non avrò modo di vedere mai.

È così

8 luglio 2015

Il caldo di luglio aiuta quando ti va di uscire presto e stamattina avevo voglia di guardare negli occhi l’alba. Era piena di quell’arancione che di solito riempie i disegni di mia figlia. Magari Dio non usa le matite, quelle che quando inizi a calcare poi bucano il foglio. Magari preferisce i pennarelli. Faccio due passi. Roma ancora si rigira nel letto. Il rumore della ghiaia si nasconde sotto le scarpe. Ogni volta che poggio un piede esce un’eco diverso. Ascolto quel rumore, ma poi non riesco a vedere l’impronta che lascio. È così.
Si passa sopra i fatti della vita un po’ come sopra la ghiaia. Ascoltando la direzione da prendere.

“Dove sei” silenzioso.

6 luglio 2015

Vorrei ascoltarti. Vorrei che mi ascoltassi. Vorrei sapere di te. Se sei triste. Se dormi. Se ti stiracchi la schiena. Se piangi o sorridi. Scrivere è un trucchetto alquanto scorretto. Puoi parlare con chi desideri senza essere mai interrotto.

Ti ho appena chiesto che vorrei sapere di te. Ebbene vorrei farlo respirando l’odore delle tue parole. Misurando le tue pause, i tuoi silenzi e ogni singolo elemento della punteggiatura.
La scrittura stasera mi rende noiosamente sfrontato.

Vorrei osservarti mentre i tuoi sorrisi prendono vita. Poi vorrei sfiorarti il collo, accarezzarti la schiena. Toccarti. Niente parole. Solo emozioni. Non tutte le sensazioni sono sempre riconducibili a un ammasso di suoni, lettere e punteggiatura.

Non è semplice. Non è difficile. Nè giusto. Nè sbagliato. È semplicemente umano. E quindi? E quindi niente. Aspetto di far finta di non pensare. Lo faccio mentre passeggio. Mentre guido. Mentre scrivo. Mentre sono a cena. Al cinema. Da solo o tra la gente che conosco. In coppia, oppure nascosto tra decine di sconosciuti.

Non so, forse è solo una questione di chimica. Un giorno ti innamori, diventi il custode di un cuore non tuo e da quel momento, dietro ogni notte, sai che si nasconderà sempre un “dove sei” silenzioso.

Le cose che accadono

6 luglio 2015

Esistono pensieri digitali e sogni che non vanno al di là dell’analogico. Oggi penso lento e impacciato. Sono la curiosa caricatura di un ultra quarantenne di fronte a una fila di tapis rulant in palestra. Se ne stanno li, tutti liberi e identici. Eppure so che riuscirei a perdere anche cinque minuti per sceglierne uno da definire migliore degli altri.

L’indiscreto fascino dell’inutililità. In fondo dipende tutto da come ci si pone di fronte alle cose che accadono. Temporeggiare anche quando si tratta dell’evidenza. Tanto se siamo fatti male non interessa a nessuno. Se siamo belli, brutti, bravi, lenti, pragmatici, riflessivi, giusti o fortunati. Se abbiamo il ferro fuso o la cioccolata che ci scorre nelle vene. Se siamo fatti di elementi silenti, oppure i nostri pensieri sanno anche parlare e scrivere.

Nello spazio angusto del mio cervello abita un qualche dio onnipotente che ogni tanto si diverte a cazzeggiare seduto nella sua torre di controllo. Per questo io non lo so come sono davanti alle cose che succedono. Avevo anche creduto di capirlo scrivendolo su questo blog, ma ho sbagliato. Ho sbagliato, perché ho confuso la condivisione con la realizzazione. Mi sono condiviso e non mi sono capito. Sono colpevole quindi di non essermi svelato, come dice il testo di una meravigliosa canzone di Nicola Arigliano. Una bella canzone davvero.

Migliaia di followers in questo blog, e so che a nessuno importerebbe assolutamente nulla di cosa sto pensando ora. Di cosa sto provando. Di cosa sto ascoltando, o guardando. Scrivere è un momento mio, solo mio e forse dentro non ci voglio nessuno, se non le persone che amo davvero, oltre al mio amico sotto il letto.
Ormai sono entrato abbastanza in contatto con quel demone per capire che in fondo ci stiamo simpatici.

Lui non russa, non sporca. Io in cambio non gli chiedo di leggere quello che scrivo, o di pagarmi un affitto. Ci si aiuta anche così tra creature di universi così diversi. E a me ogni tanto piace fare finta di essere un alieno buono, perché fa male restare umani troppo a lungo. Le cose che accadono non sono mai come sembrano, però mi piace credere che esiste almeno un posto dove somigliano lo stesso a quello che avevo tanto desiderato che fossero.

Magari

5 luglio 2015

Magari l’universo è strano e non so come assecondarlo.
Magari certe notti non si rendono conto di quanto siano stellate.
Magari certe persone non si rendono conto di come riescono a salvarti la vita con un sorriso.
Magari certe parole non si scrollano via le colpe di dosso.
Magari certi sguardi non ricordano le promesse che fanno.
Magari certi occhi non si chiedono quali misteri nascondere.
Magari certi gabbiani si credono davvero i padroni del cielo a Roma.
Magari non sai quale tremenda prigione sia saperti vicino e continuare comunque a guardarti andare via.
Magari stanotte esco e vado a raggiungermi da qualche altra parte.
Magari ritrovo la fantasia, poi torno.

Chissà cosa sogna

3 luglio 2015

Respira piano. Chissà che cosa sta sognando. Le sue mani sono ancora così piccole. Le tiene chiuse a pugno sotto la testa. Come un cuscino. Chissà cosa immagina, cosa sta inseguendo.

Io la osservo come si osserva un miracolo, una benedizione. Come si osserva la paura di perdere. Come il bello della vita e il bene che ti aspetti. La serenità e il sonno alla fine si somigliano come tutte le cose che mettono tranquillità.

Fuori è notte fonda e mentre le stelle stanno lentamente morendo nel cielo, io mi godo la luce della luna riflessa sul suo viso. Un riflesso pulito fatto di vita e di piccole promesse da mantenere.