La foto

Ci siamo. Prendo il cellulare. Cerco cosa fotografare e come farlo. Scelgo una prospettiva, un taglio leggero, un senso più che una messa a fuoco. Piego un po’ la testa come se ne stessi soppesando l’essenza. “Soppesare” è un verbo musicale. È bello declinarlo e ascoltare le lettere inseguirsi delicate, discrete, per nulla invasive.
Socchiudo gli occhi. Scatto la foto. E accade che per un lunghissimo microsecondo, intorno a me non accade più nulla. L’universo si inceppa. Il cuore non batte, il respiro non si sente e non ho il tempo nemmeno per costruire un pensiero. Ma dura un istante.
Stanotte ho capito che a Roma la meraviglia di certi luoghi non ha nulla a che vedere con il
mio sguardo e la mia capacità di impressionarli su una pellicola, o in uno spazio di memoria. Stanotte ho capito che fra il mondo sensibile e la mia sensibilità esiste un’intesa perfetta. Nel momento esatto in cui la fotografavo, Roma stava fotografando me. Roma mi osservava. E nell’osservarmi, mi scriveva dentro quel lieto fine di una favola inventata, che in fondo ho sempre desiderato vivere.

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