Stamattina ho guardato sorridente il ritratto di un uomo riflesso nello specchio e per un attimo mi è sembrato che quell’immagine ricambiasse compiaciuta il mio sorriso. Sincronie del mattino.
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La mia natura tende a non separarmi mai da tutti quei pensieri che mi hanno reso canaglia e diffidente. La mia natura mi spinge verso una compulsiva collisione comunicativa, invadente, talvolta ironica ed agguerrita, soprattutto quando percepisco netta la presenza dell’imbecillità ed un suo possibile trionfo. E’ tutto questo pensare, manifestare e dubitare che mi riconcilia con il mondo intorno.
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Ho una bimba di 7 anni. Quando la guardo penso al futuro e la immagino muoversi in questa società di marmellata. Eppure la vedo esuberante, decisa, sempre alla ricerca di nuove esperienze, cullata da quella fretta di crescere che avevo anche io e che ora mi riempie di inquietudine, perché i modelli di futuro che si troverà intorno sono esasperati da una società sempre più fatta di litigi, furbizie, ingiustizie e regolata da una politica ormai ridotta ad una mera tecnica di gestione del potere.
Non so quanti si siano mai fermati a riflettere come sto facendo io, ma credo che ne valga proprio la pena.
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Lo sbaglio era considerare la felicità come il raggiungimento di un unico obiettivo, invece è un percorso a tappe e gli obiettivi sono ovunque intorno a me. Ho imparato a pianificare la felicità attraverso il raggiungimento di piccoli traguardi ed il mio viaggio non dura mai più di 24 ore.
Domani e domani ancora mi sveglieró, darò tutto me stesso e mi addormenterò la sera guardando l’espressione innocente di mia figlia, assaggiando una cheesecake, leggendo un libro, parlando con mio padre, i miei migliori amici, abbracciando la persona che amo e sapendo di non avere per quel giorno altro da dare, cosciente di non poter essere più felice.
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Preferisco sbagliare seguendo una teoria piuttosto che una semplice sensazione.
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Per essere così piccola, in questa mia realtà c’è davvero troppa confusione.
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Non è nel numero delle vittorie, ma nella gestione delle proprie sconfitte che si differenzia un vincente da un perdente di lusso.
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Che c’è di male, anche i giocatori di scacchi iniziano sempre con la stessa mossa. La mia è bombolone e caffellatte!
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La vita è monotona, la vita è eccitante. Sono pigro, sono dinamico. Sono in gamba, sono un irresponsabile. Qualche volta mi piaccio, altre volte affatto. Lancio la monetina, non ho spicci.
Sono in tempo ed è troppo tardi per comprendere, in tempo e troppo tardi per accorgermi, in tempo e troppo tardi per prepararmi, in tempo e troppo tardi per riavere quelle mie ali nere ed il mantello scuro.
Niente si crea, qualcosa si trasforma e tutto, in fondo, si distrugge da se.
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Dopo il primo calice di Masseto del 2007 senti che qualcosa può accadere. Dopo il secondo bicchiere tutto diventa possibile e verosimile. Dopo il terzo il tempo cessa, lo spazio si espande e dopo il quarto ti guardi in giro e sono tutte Charlize Theron.
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Avere troppe cose da fare e non saper da che parte iniziare, equivale a non fare. L’effetto anestetizzante di questo caffè bollente trasforma la mia mente in una lama di rasoio che stamattina non è in grado nè di pensare, nè di farmi la barba, nè di tagliare a pezzi la giornata.
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È proprio vero. Non siamo altro che una complessa combinazione di sentimenti, carattere, umore e condizioni fisiche. Ed in quei giorni in cui “non si sta bene” in uno o più di questi aspetti, tutto diventa maledettamente più faticoso.
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A trasformare le cose che facciamo in mediocri, accettabili o eccezionali a volte sono solo piccoli, ed apparentemente trascurabili, dettagli.
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A volte l’unico modo di migliorare è essere spietati con se stessi al limite della brutalità.
Potrà sembrare ingenua retorica, e forse lo è, ma io penso che per uscire dal pantano in cui qualche volta ci infiliamo servano sincera autocritica, onestà intellettuale ed un po’ di quella saggezza conquistata magari nel tempo con fatica e disciplina.
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Ho il desiderio di sgranchirmi un po’ le gambe e la testa. Voglio allontanarmi da questo mucchio di carcasse di pensieri e dubbi in assetto antisommossa. Pochi passi bastano per uscire dalla mia camera, pochi metri per uscire dalla mia città, pochi anni per uscire dalla mia vita. Ma se chiudo gli occhi per un istante posso addirittura perdermi nello stesso spazio, perchè al buio tutto sembra enorme ed ogni distanza incolmabile, come nei miei sogni.
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Per capire certi sentimenti devi prima allenarti bene a distinguere un’alba da un tramonto e non è solo una questione di concentrazione.
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I valori importanti sono quelli che ti trasmettono i genitori, tutto il resto sono solo chiacchiere da bar e distintivo di plastica.
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Certe amicizie nascono con l’etichetta di scadenza e non è mai ben visibile sulla confezione.
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Per fortuna le capacità umane di creare il falso non superano mai le nostre capacità di scoprirlo.
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A volte mi sveglio prima al mattino ed è solo per avere qualche decina di minuti in più da raccontare.
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Oggi vorrei scrivere. Ma non posso.
Dovrei rileggere. Ma non voglio.
Osservo un criceto far girare la sua ruota senza preoccuparsi troppo delle curve a gomito. Lui accelera e dimentica. Lui corre e lascia correre. E mentre il rumore di quella ruota che gira copre il ticchettio di una vecchia sveglia analogica, io rimango qui a guardare fuori, a domandarmi in quante parti stanno cercando di frantumare il mondo.
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Disegna sempre con la fantasia piccole indicazioni da lasciare in giro per chi ti sta cercando, perché anche un tesoro, per sentirsi davvero un tesoro, ha comunque bisogno di essere trovato.
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Dicono che sia un professionista del poker, ma la mia vittoria piu’ grande è alta circa un metro, fa qualche capriccio e quando sorride mi trasforma in Peter Pan.
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Non ho mai sopportato l’invidia e tutte quelle persone che parlano solo per svalutare gli altri, invece di riflettere su sé stessi, sulle proprie aspirazioni mancate e su un modo intelligente che li aiuti a superare i propri limiti.
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Non riesco più a sognare. Mi stó trasformando lentamente in una figura mitologica con la testa di un folle disilluso ed il corpo di un insonne realista.
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Come diceva sempre Ben Johnson, nella vita ci vuole tanta positività.
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Perchè perdere tempo e pazienza a cercare un ago in un pagliaio quando per 40 euro si può comprare un fantastico metal detector su e-bay ?
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Disegno con il pensiero una retta che unisce due desideri ed è un viaggio che termina la sua corsa nel medesimo punto di partenza.
La mia testa.
Non esistono punizioni peggiori per un pensiero del sostare stancanente nella mia testa. Quella di un bambino. Ma in fondo cosa c’è di male a sentirsi piccolo?
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Ci sono notti in cui parcheggio i pensieri in doppia fila.
Notti insonni in cui respiro solitudini incurante dei divieti e dello sguardo critico delle persone che mi passano accanto.
Notti in cui passo in rassegna emozioni soffocate come farebbe un sottotenente con il suo piccolo plotone.
Sono tutte lì, ben disposte in fila.
Geometricamente silenziose. Disciplinate.
Perché io esigo rispetto dalle mie emozioni.
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Il cuore è quello che la mente spesso non ha il coraggio di essere.
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Il futuro è un posto sicuro dove ripongo quei pensieri che non resistono al silenzioso caos della mia mente. Un quadro senza cornice dove sovrappongo immagini, stropiccio ricordi ed etichetto i sogni inadeguati e le certezze azzoppate di un uomo dissacrante ed imperfetto.
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E’ la spietata follia del bambino che è in me a spingermi alla continua ricerca del colpo di genio. E non importa se questo arriverà o meno, perché ritengo sia geniale già solo l’averci provato. Qualcuno mi ha definito “immaturo”, ma se essere “immaturo” vuol dire non cedere alla spietata quotidianità dei nostri tempi, accettando un semplice ruolo di comparsa, allora non mi resta che sorridere all’evidenza ed arrendermi alla mia immaturità.
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Le persone importanti della mia vita vanno e vengono da sempre. Alcune mi sono vissute accanto, altre sono troppo distanti per farlo e certe non esistono ancora. L’unica cosa che ho imparato è che per tenerle vicine bisogna sempre sedurle.
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Non dobbiamo temere il futuro, lo abbiamo già battuto in passato.
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Non sono nè un architetto geniale e nemmeno un ingegnere ispirato, ma posso comunque costruire dei castelli in aria ogni volta che lo desidero.
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Si può essere single per scelta o per necessità, ma difficilmente le tue scelte coincidono con le necessità dell’altra o viceversa.
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Ci sono giorni in cui me ne resto passivo, seduto sul mio gradino rotto, con i pensieri appoggiati sulle cose a caso e gli occhi che sgomitano con lo sguardo per rastrellare immagini e ricordi intorpiditi dal sonno. Sono i frammenti dolciastri di una vita che in qualche modo mi parlerà sempre di te.
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La mia voglia di volere qualcosa spesso si scontra con la mia voglia di non volere nulla!
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Anche le più brutte parole dette da determinate persone si trasformano in romantici equilibrismi dialettici.
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Lo spread tra quello che me piacerebbe magnà e quello che me posso effettivamente magnà ha raggiunto livelli record da 20 anni a questa parte.
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Uno sguardo, per quanto acuto e penetrante, è comunque inutile se non hai idea di cosa guardare.
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Io e il mio desiderio di partire siamo diventati amici col tempo. Chiacchierando negli scompartimenti di un treno, nelle sale d’attesa negli aeroporti e lungo tutte quelle autostrade che portavano ovunque, ma altrove.
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Non esistono solo numeri e lettere, ma anche una serie infinita di puntini di sospensione! Se sai usare quelli sei a cavallo!
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Questa vita somiglia sempre di più ad un viaggio in treno. Sei a bordo con la tua storia, non sai bene dove puoi arrivare e non hai più modo di saltare le soste. Così ti limiti a camminare tra gli scompartimenti alla ricerca di un posto tranquillo ed è solo un ingannevole movimento all’interno di un movimento. Una banale ed illusoria sensazione di libertà.
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Un giorno un perdente vide un vincente che camminava dall’altro lato della strada e gli si rivolse dicendo: “Scusa, sai come posso fare ad attraversare?”. E l’altro gli rispose: “Guarda, non so. Non ricordo di essermi mai posto il problema di quale fosse il lato giusto, ma la direzione!”
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A volte mi sento circondato da persone che sembrano le comparse dei film di natale di Carlo Vanzina.
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Esiste un terzo volto della medaglia. E’ quello che puoi cogliere solo mentre la tua moneta fluttua libera nell’aria. In quel momento tutto è testa ed allo stesso tempo anche croce. Giusto e sbagliato si fondono e confondono e tu non puoi fare altro che guardare e sperare.
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Lasciavo le porte del mio universo sempre aperte. Entravi era facile, uscirne pure. Oggi, se qualche volta decido di chiuderle, è perchè ho scoperto che in fondo ho già avuto, anche se solo un acconto. E per ora sto bene così.
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A volte osservo le mie dita zoppicare esitanti sui tasti di questo notebook. Come spaventate da quella irrefrenabile piena di ricordi che ha rotto gli argini e trasformato ogni mio pensiero in una inconsistente ed irriconoscibile poltiglia di presente e passato.
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La mia natura tende a non separarmi mai da tutti quei pensieri che mi hanno reso canaglia e diffidente. La mia natura mi spinge verso una compulsiva collisione comunicativa, invadente, talvolta ironica ed agguerrita, soprattutto quando percepisco netta la presenza dell’imbecillità ed un suo possibile trionfo.
E’ tutto questo pensare, manifestare e dubitare che mi riconcilia con il mondo intorno.
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E’ come un film al cinema dove ti ostini a leggere i titoli di coda con i nomi degli operatori, produttori, stuntmen, segretarie di produzione, ringraziamenti, ma la storia è finita da un pezzo e rimanere seduti a leggere tutto il resto è solo una ricca presa in giro.
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Parafrasando quel libro che non ho mai letto, direi che quando ti accorgi che tutto comincia è comunque un buon inizio.
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Non serve un corso di recitazione per essere quello che sono e quello che sono è già abbastanza.
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”Non esistono più quei valori che c’erano ai tempi di mio padre e nemmeno quelli che c’erano ai tempi miei…” cit. Mario Marcucci (mio padre), che equivale quasi and un “Dai cazzo, Gianluca!”
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Prima di lamentarvi del buio, provate ad aprire gli occhi.
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Vorrei regalarti un pensiero interessante, ma possiedo soltanto un miscuglio di perplessità, un mucchio di incertezze disordinate e di esperienze azzoppate, ammucchiate disordinatamente tra gli scaffali della memoria.
Ti penso. Sorrido. Mi sforzo di immaginarti. Scrivo sciocchezze e forse anche qualcosa di intelligente, ma non ne sono cosciente.
Il mio sorriso è irritante e la mia intelligenza é patetica, ma questo è il personaggio che in fondo mi appartiene di più.
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C’è un conflitto sempre aperto tra quello che vorrebbe il cuore e quello che suggerisce la mente.
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Sono un imperfetto sognatore, dotato di tenacia e caratteristiche pratiche eccezionali. Ho una spiccata tendenza alla scrittura, all’avventura, all’ironia, alla bizzarria e per quanto ami trascorrere il tempo con alcuni amici veramente speciali a volte non disdegno la solitudine. Quella che solo i miei pensieri sono in grado di regalare. In quei momenti il mio cuore diventa ghiaccio e nessuno puó guardarvi dentro senza prima scaldarlo almeno un po’.
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C’è chi gioca per trovare la sua strada e chi per dimenticarsi di quella che sta percorrendo. Poi c’è chi crede di averla trovata una strada ed è talmente preso dalla necessità compulsiva di mostrarla a se stesso da non accorgersi che non si tratta della strada giusta.
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E’ la vita. Tutto ciò che vedrai potrà essere usato contro di te…
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Sono affezionato a tante persone, ma non a tutti e non alla stessa maniera. Non ho nemmeno bisogno della bidirezionalità o dei grandi numeri. La falsità e l’invidia faticano a nascondersi malgrado le maschere che alcune persone tentano di portare con disinvoltura. Anche io, volendo, ne avrei un armadio pieno, ma sento di non averne bisogno. Le trovo fuori moda come un paio di pantaloni a “zampa di elefante”. Il massimo che ho indossato in vita mia è stato un sorriso di circostanza. Un taglio classico.
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Viviamo ogni giorno i paradossi della vita, pensiamo senza stupire, leggiamo senza capire, tracciamo senza definire, mangiamo senza gustare e stringiamo senza possedere.
Ogni cosa, anche la più evidente, risulta terribilmente artefatta, parziale e mutevole, come in quei paesaggi nella sfera di vetro, dove si puó alzare un po’ di neve artificiale solo scuotendone il contenuto.
Stamattina scuoto il mio mondo, respiro profondamente e provo un vago senso di irrazionale riconoscenza verso l’ossigeno, ma nessun profumo che mi ricordi chi ero e tutte quelle fantastiche esperienze vissute da bambino.
Una volta mi sono chiesto se avessi un obiettivo nella vita, e la risposta sembrava semplice: “Essere felice”.
Ora non mi basta più e mi rendo conto che vorrei sempre essere felice, ma con te.
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Più passa il tempo e più mi rendo conto della ciclicità di certe conoscenze.
Amicizie che vanno, amicizie che vengono. Tutto sembra ridursi ad una specie di torre dalla quale le persone si lanciano, si frequentano ed alla fine si dimenticano quasi di averlo fatto.
Io riesco a rendermi conto delle cose solo quando smettono di cadere e toccano il fondo.
Quando arriva l’ora di sagomarle con il gessetto bianco.
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Le certezze sono come grattacieli. Mi piace edificarle senza progetto e senza chiedere autorizzazioni, anche appoggiandomi su macerie di speranze pericolanti. In fondo l’abusivismo di pensieri non è mica un reato.
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Ho sempre accolto ogni mia scelta accudendola, confidando in tutte quelle destinazioni che ogni volta diventavano partenze. Ogni scelta porta conseguenze ed ogni conseguenza non è che un biglietto per una poltrona di prima fila nel grande teatro che è la vita. Qui il futuro è una sorta di esclamazione da recitare a denti stretti e si pone esattamente tra un “Ahhhhhhh, ecco!” e un “Nooooooo, cazzo!”
Ma non posso saperlo prima.
Mi devo sedere.
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A volte getto uno sguardo sterile sugli uomini e sulle cose che mi circondano. Così metto tra me ed il mondo un solido vetro opaco fatto di cinismo e opportunismo.
Si è vero, arriva per tutti il giorno di pensare solo ed unicamente a se stessi.
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Pillole di pensiero
15 novembre 2011Ferro Arrugginito
1 agosto 2011La peggior cosa che possa accadere ad un uomo è non riuscire più a ricordare il proprio passato o non riuscire più a guardare attraverso il futuro. Non rimanere orfano di pensieri, ma di utopie.
Quando scrivo posso descrivere il mio passato e posso ricreare le condizioni per un futuro che forse non potró vedere, ma che nessuno puó impedirmi di vivere. Ieri ho perso un amico che non frequentavo più da anni ed è stato come ripercorrere il tempo avanti ed indietro a 300 all’ora, zigzagando tra ricordi di ogni tipo, per poi infrangersi contro una barriera di carcasse arrugginite.
Si vive. A volte poco, poi si muore. Ed è una profezia, l’unica certa.
Disordinato e confuso anche oggi sono alle prese con una realtà che mi indigna e mi incattivisce.
Odio l’aria che respiro, l’ambiente che mi circonda, odio il tempo che avanza costante e risoluto nella sua spietata solitudine. Odio l’aridità di questo deserto che non è più sabbia, ma inspiegabile speranza ed odio le vecchie assurde emozioni troppo difficili da rivivere.
Il ferro arruginito è impossibile da digerire in questo mio mondo fatto sempre di più di caotica fantasia e sempre meno di bruciante realtà. Oggi peró è la quotidianità ad avere il sopravvento con le sue spietate e chirurgiche rappresentazioni. Provo ad esorcizzare il presente con una iniezione di instancabile ironia, ma ottengo solo ostinato e religioso silenzio.
Non riesco a pensare ad altro stamattina caro Alberto. Non riesco a credere che tutto ció abbia una spiegazione ed è come una matassa impossibile da sciogliere, ma che mi ostino a tenere in mano. Ho messo tra me e te centinaia di vecchi ricordi d’infanzia e li ho tenuti insieme in queste mie inutili frasi, in questi miei pensieri disordinati, balordi e scritti una mattina di un giorno qualsiasi, un giorno in cui tu non c’eri più.
C’è una versione di me che nessuno conosce, è quella che ogni tanto prega, è quella che non scrive, è quella che non sorride, è quella che va veloce, è quella che al momento di agire, agisce senza aspettare. E’ quella che parla poco, è quella che “esistere” gli fa il solletico” e quella che corre senza freni verso quel mucchio di carcasse arrugginite alla fine della tua stessa strada.
Addio Alberto.
Spero che tu possa ritrovarti in pace, in quell’altrove che immaginavi poter essere vero.
Alienabile e schizofrenico
25 luglio 2011È sabato, il sole è alto e l’aria che si respira ha quel solito retrogusto frizzantino che solo la montagna in estate può regalare. Trinceato come al solito dietro il bancone della mia reception ritrovo anche oggi quel minimo di cose possibili da realizzare. Rattristato da una conclamata crisi economica ed assediato della generosa presenza dei “NO TAV”, che ogni maledetto week end reagiscono al buonsenso bloccando l’autostrada per la val di susa, eccomi di nuovo alle prese con un cospicuo numero di considerazioni e pensieri da tradurre in parole.
Ormai da tempo si lavora a singhiozzo, si lavora in perdita, in sintesi si lavora male. Quando questo accade il giocatore di poker riflette, l’imprenditore si trasforma in uno scrittore e l’unica attività intelligente e relativamente appagante diventa quindi utilizzare la potenza diffusiva di un social network e partorire quattro righe più o meno espressive nella speranza di far scattare nella testa di ogni lettore una scintilla che riesca poi ad accendere il grande fuoco. Considerazioni che per opportunità continuo ad ostinarmi di chiamare “note”. Ma sono senza dubbio qualcosa di diverso.
Le mie note. Oggi sono quanto basta per fuggire la realtà economica di questi posti. Quanto basta per trasferire ad un me stesso pacato e benpensante l’illusione che esista comunque una via sicura capace di unire il frastuono silenzioso di una inaccettabile realtà alla brulicante sudditanza di una trasognata virtualità.
La realtà è tale solo se viaggia parallelamente ad un mondo virtuale attraverso due piani di pensiero entrambi vicini, entrambi inclinati. Uno spazio obbligato fatto di idee dove rimbalzano e rimangono intrappolate milioni di riflessioni libere, ma anche falsità e parole inutili.
Ci sono cose che saresti disposto ad accettare nel mondo virtuale, ma che in quello reale proprio faticano ad andare giù. Ogni maledetto week end c’è una statale chiusa per una frana, una strada bloccata per un sondaggio geologico, un’autostrada interdetta per una manifestazione. Eppure si continuano a pagare mutui, stipendi, leasing.
Ogni giorno ci sono parcelle da onorare e centinaia di domande che non sai a chi fare e che rimangono senza adeguate risposte. Più passa il tempo e più mi rendo conto che sono pochi gli uomini capaci di riconoscere e spiegare le proprie azioni. Pochi sono in grado di dimostrare coerenza in ciò che dicono ed evitare di naufragare in risposte improvvisate ed adattate opportunamente ad ogni situazione. E poco importa se tutto questo equivale a frantumare la propria personalità, perchè onore e personalità sono concetti virtuali lontani da questa realtà.
Ovviamente questi particolari bisognerebbe notarli, ma non si può notare qualcosa che non si vede o che non si vuole notare. Non si possono leggere contemporaneamente le due facce di una stessa moneta se non la fai ruotare velocemente e questa è una moneta che non esce mai dalla tasca.
Alle soglie di questo evo politico che sta rigettando l’italia nel buio di un nuovo oscurantismo, mi accorgo senza volerlo di parlare di politica ed attualità quando avevo giurato di non ritornare più su certi argomenti.
Mi ritrovo in una moderna terra di mezzo circondato da vassalli, valvassini e valvassori. Impegnato in una sorta di assurdo gioco di società che molto ricorda il feudalesimo, dove un insieme di personaggi molto più simili a nullità che ad uomini sta tentando, in modo presuntuoso, di impartire al mondo lezioni di imprenditoria, economia, giustizia, libertà, moralità e democrazia.
Prigioniero di questa incertezza globale e spesso vittima di invisibili ovvietà e meschinità emotive continnuo comunque ad affrontare la realtà lottando contro la concorrenza sleale di strutture analoghe alla mia. Piccoli alberghi che in Francia beneficiano di corrente, gasolio e previdenza sociale scontati anche del 40%. Ed è una partita insensata dove mi ostino a voler vincere giocando ogni volta un dado contro due e dove infatti non si vince mai. E lo faccio senza creare problemi a nessuno o bloccando una statale o un’autostrada.
Se da un lato il rischio è quello di essere condannato alla mortificazione e destinato ad una aberrante follia imprenditoriale, dall’altro ne esco comunque stimolato. Ricordo alcune scene del film “Ogni maldetta domenica”, una pellicola epica di Oliver Stone della quale molti conoscono il devastante discorso di Al Pacino allo spogliatoio, poco importa se quella squadra alla fine della storia non vincerà comunque il titolo, conta solo la carica emotiva di quei 4 minuti e 21 secondi di riprese.
Ho ascoltato centinai di volte quel discorso e dopo quasi 9 anni trascorsi lottando contro i mulini a vento, vorrei rivolgermi finalmente a certe persone per vomitargli addosso tutte le citazioni possibili, anche se questo rischierebbe di farmi apparire volgare. So comunque che le parole non cambierebbero di una virgola la situazione di questa valle perchè è metastatizzata e le metastasi non si combattono né con le parole, né con i fatti.
Mi fermo a pensare ad alcune lettere aperte scritte in passato, ma a stento riesco a ricordare le frasi che ho scritto.Son o un narratore lento ed un lettore distratto. Lascio quindi che sia la mia fantasia a percepire una cura per tutto questo. Lascio che sia l’ebrezza fine a se stessa di un gioco che adoro a farmi credere che ci siano sempre i margini per recuperare. C’è poca differenza tra il credere e il far finta di credere a qualcosa.
C’è un solco invisibile fatto di leggi e regolamenti sbagliati, di opportunismo e malafede da parte di chi ha pensato che si potesse realizzare e far credere alla gente ad una unione europea che di fatto non esiste. Non spero certo di riempire a parole questa profonda voragine che separa l’Italia dalla Francia. Tantomeno credo che avrò mai la possibilità di farlo con i fatti.
C’è un vuoto massiccio formato dalle migliaia di stronzate che siamo costretti ogni giorno ad ascoltare attraverso i canali di informazione reale, ed è per colpa di questo vuoto che oggi se me ne rimango solitario, confuso ed ingannato nella spietata ed oggettiva impossibilità di discernere il legale dall’illegale, il giusto dallo sbagliato e il buono dal cattivo. Voi vi chiederete perché?
Perché in fondo in questa vita tutto è realmente comico, tutto è virtualmente beffardo.
Tutto è spietatamente alienabile e maledettamente schizofrenico.
Aforismi in compresse
24 luglio 2011Dove sia la verità non conta, conta solo quello in cui siamo disposti a credere.
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La ragazza insicura è la tipologia di donna più divertente. Ogni volta che le fai un complimento del tipo: “stasera hai davvero degli occhi fantastici”, nel suo cervello si avvicendano le immagini di tutte le parti del corpo che dal suo punto di vista hai scartato prima di arrivare agli occhi. Inoltre la sua mente è geneticamente modificata per eliminare la parte “occhi fantastici” dalla frase e considerare arbitrariamente solo l’avverbio temporale “stasera”. Il ragionamento che ne consegue è spietatamente semplice: “ha detto stasera, quindi ieri ero uno schifo, quindi sono con molta probabilità improponibile, quasi anziana, magari avrei dovuto mettermi le lenti a contatto e coprirmi le borse sotto gli occhi…” e così via a sfumare. Ma è proprio in quel momento che tira fuori le faccine più belle del mondo.
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Dove scorre il tempo al mattino, c’è sempre un sogno in tazza grande, macchiato caldo.
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Non sempre è possibile toccare il cielo con un dito, stamattina con la sedia arrivo appena al soffitto. Chiamiamolo, un buon inizio.
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I pensieri positivi sono molto più simili ad una moneta con cui giocare in aria che ad un sassolino da lanciare in uno stagno.
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Tutto quello che si puó imparare nella vita conta poco quando quello che si è non è quello che si pensa di essere. Con una idea chiara del proprio valore si puó ottenere il massimo possibile e crescere riuscendo a volte anche a stupire. Se invece ci si sopravvaluta c’è solo la certezza di matematici e frequenti insuccessi.
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Quando mi sono chiesto se tutto questo avesse davvero un senso l’ho cercato fuori di qui. L’ho trovato giusto a metà strada tra l’ultima gioia e la prossima delusione, ma non aveva “senso” fermarmi a raccoglierlo e sono andato oltre.
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In certi giorni la mia testa si trasforma in uno di quei meccanismi da bar, in cui infili 2 euro per guidare una mano meccanica a raccogliere pensieri come tanti piccoli premi. Un pupazzo, un pallone, una scatola colorata, un sogno, qualsiasi cosa comunque scivola e ricade nel mucchio prima che io riesca a farla mia. Oggi è uno di quei giorni.
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In vino veritas. In Martini ogni tanto due cazzate.
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”Chi disprezza compra.” Si, ma in genere vuole almeno uno sconto.
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Non si può cambiare il mondo senza prima cambiare noi stessi e servono cambiamenti forti. Io per esempio con l’invisibilità e lo sguardo al laser farei grandi cose.
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La soluzione è in quel rischio che temi, ma che vale sempre e comunque la pena correre.
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Non mi spaventa il domani, è il dopodomani a mettermi un po’ di ansia addosso.
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Mi parlò dicendo che avrebbe voluto una storia seria, così le regalai “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
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Essere buono non significa essere un santo o non avere un metro di scorrettezza da applicare quando c’è qualcosa che si pone, con prepotente cattiveria, tra te e l’obiettivo che ti eri preposto. Abbiamo tutti un lato oscuro nella forza.
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La fotografia dell’attuale momento in italia è nella battuta di una mia amica : “Sono inchiodata sulla prua di un Titanic, che do le spalle ad un Tremonti diversamente arrapato. Io continuo a guardare avanti mentre lui in atteggiamento inequivocabile e stropicciandosi le mani mi sussurra:”TI FIDI DI ME???”
“No guarda, preferisco prende de faccia l’iceberg che me faccio meno male.”
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Io dico che svegliarsi, a prescindere dall’umore, è sempre il modo giusto di iniziare la giornata.
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L’intuito è azione. E’ una freccia lanciata con forza e senza eccessiva precisione, ma che raggiunge comunque l’obiettivo in un punto impreciso. Il ragionamento è riflessione. E’ come un enorme drago che si scrolla di dosso tante inutili frecce con un semplice un colpo di coda. Il dubbio è quando cedere alla forza di una intuizione e quando perdersi invece nella logorante lentezza di un ragionamento.
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Sono un narratore lento ed un lettore distratto. Lascio quindi che sia la mia fantasia a percepire una cura per tutto questo. Lascio che sia l’ebrezza fine a se stessa di un gioco che adoro a farmi credere che ci siano sempre i margini per recuperare. C’è poca differenza tra il credere e il far finta di credere a qualcosa.
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Ci sono sempre due lati in una stessa medaglia che pur somigliandosi si differenziano profondamente. Posso sentire oppure ascoltare, posso vedere oppure guardare, posso toccare o accarezzare, posso conoscere oppure riconoscere il mondo. L’etimologia delle parole a volte inganna.
La pura verità
24 luglio 2011
“La fede comincia appunto là dove la ragione finisce. “ (Sören Kierkegaard)
Dibattiti. Discussioni. Affermazioni contrapposte indotte e ricorrenti.
Come un improbabile personaggio partorito dalla mente di Ken Follet eccomi pronto a difendere la mia verità, sempre preparato a schierarmi di fronte a quelle persone che non sembrano averne una propria. Cosa vuol dire verità? E soprattutto ne esiste una che si può definire “pura”?
Attualità, Cronaca, Economia, Politica, Scienza, Medicina ed ultimamente anche la Storia sono oggetto di un continuo revisionismo, a volte documentato, altre volte però solo legato ad una mera opportunità o ad interessi di parte. Ogni giorno migliaia di informazioni si rincorrono in rete zigzagando tra puntuali smentite ed improbabili conferme, a chi dare ragione? Credere o non credere a “chi” o a “cosa”?
E che cos’è la verità? Dov’è e chi può vantarsi di averne sempre una pronta? Ne esiste sempre una nascosta a metà strada tra due affermazioni contrarie?
Eppure se quando scaldo il latte lo faccio con prudenza, è perchè ho una vaga idea di cosa succede. Se non gioco con il phon nella vasca mentre faccio il bagno ci sarà un motivo. Esitono verità soggettive per tutto quello che si ritiene essere vero, in base ad esperienza, conoscenza o scelta. Quando faccio affermazioni del tipo “Totti è il miglior calciatore del mondo” o “questo è il piatto di carbonara più buono mai cucinato” è chiaro che sto sottolineando un pensiero soggettivo ed è una mia verità che non deve necessariamente corrispondere a quella di qualcun’altro. Si tratta solo di conclusioni di una mia personale elaborazione.
Ci sono poi delle verità che potrei definire oggettive e sono tutti quei discorsi che dovrebbero scaturire solo dal riscontro di un qualcosa su cui nessuno può assolutamente disiquisire. Non contano le opinioni di alcuno e se affermo cose del tipo “il ghiaccio scioglie al sole”, sto dicendo una verità oggettiva, frutto di un’esperienza comune, pienamente verificabile, come un calcolo matematico. Se dichiaro, invece, che in hotel la toilette è in fondo a destra può essere una verità oggettiva, se tutti stiamo guardando nella stessa direzione, ma diventa assolutamente relativa se uno si trova dall’altra parte del corridoio. Ecco che l’oggettività assume i contorni della relatività e la verità non è più la stessa perchè i punti di vista cambiano.
Se un marito lavora tutto il giorno ed una moglie invece è impegnata a casa ecco che si ha a che discutere su uno stesso concetto di verità relativa e ci si scontra nel vano tentativo di trasformarla in oggettiva. Roba da farsi venire un bel mal di testa.
E poi, beh. Ci sarebbe la verità assoluta. Un dogma legato a valori universali, collegati con la morale, ma molto più spesso con le religioni ed è qui che spesso le persone finiscono col confondersi.
Se io ed un mio amico stessimo facendo una chiacchierata per la strada ed un operaio si trovasse a verniciare un balcone all’ultimo piano di un palazzo alto dieci piani sopra di noi, chi tra i tre avrebbe una visione migliore su quello che succede in fondo all’isolato? Sicuramente l’operaio, ma questo non vuol dire che sia necessariamente un Dio e che le sue verità siano assolute. Per esempio ignorerebbe il gusto del caffè che abbiamo appena preso al bar o il colore degli occhi della donna che ha appena attraversato la strada.
Ci sono arrivato forse partendo da molto lontano, ma sono giunto al dunque. E’ l’accettazione di una verità con la mancanza di riscontri oggettivi assoluti a trasformare ogni azione in un atto di fiducia e questo succede solo nei rapporti tra persone che si vogliono bene.
La fiducia e l’amore che si compenetrano sono gli unici valori fondamentali in una società dove anche la fede per un Dio si trasforma nella maggior parte dei casi in fanatismo puro.
Sapere cosa sia la verità? Non mi interessa. Credere in Dio? Non è affatto importante.
L’affidabilità delle persone che amo è tutto quello di cui ho bisogno ed è il sorriso di mia figlia l’unica religione che conosca.
Aforismi in supposte
24 luglio 2011Anche se cessi di combatterlo il tempo non si trasforma mai in un fedele alleato.
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Non tutti reagiamo allo stesso modo davanti ad un momento difficile. Qualcuno lo fa lottando come un gladiatore, altri si lasciano travolgere dagli eventi e c’è anche chi fugge o chiude gli occhi per non guardare la realtà.
Io semplicemente mi adatto e preferisco non fermarmi troppo a pensare a ció che potrà essere, perchè non riuscirei ad apprezzare più nulla di quello che sono.
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L’intuito è azione. E’ una freccia lanciata con forza e senza eccessiva precisione, ma che raggiunge comunque l’obiettivo in unpunto impreciso. Il ragionamento è riflessione. E’ come un enorme drago che si scrolla di dosso tante inutili frecce con un semplice un colpo di coda. Il dubbio è quando cedere alla forza di una intuizione e quando perdersi invece nella logorante lentezza di un ragionamento.
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Stamattina tutto è stancante quiete. Anche la gravità sembra aver optato per qualche giorno di vacanza e sono come circondato da cose che non cadono. La mia smisurata voglia di controllare l’incontrollabile comincia così, davanti ad un cappuccino, sfidando gli umori mattutini e le leggi della fisica.
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Piuttosto che chiudere gli occhi preferisco puntare lo sguardo su un orizzonte inventato.
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Forse avrei bisogno di una maschera per sembrare quella persona cattiva che a volte vorrei essere, ma che probabilmente non saró mai.
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Non serve imparare quello che non sai per sembrare quello che non sei.
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Nei miei sogni non bado certo a spese. C’è sempre un regista di primissimo piano, decine di attori, centinaia di comparse, scenografie maestose, un bel copione da imparare a memoria ed effetti speciali da far strizzare gli occhi ad un bambino. Il dubbio é se tenere in mano il ciak o provare ad esserne il protagonista.
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Non ho mai sopportato l’invidia e tutti quei personaggi infantili che parlano solo per svalutare il prossimo, invece di riflettere su sé stessi, sulle proprie aspirazioni mancate e su qualcosa di intelligente che li aiuti a superare i propri limiti.
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E’ troppo semplice prendersela con gli altri. Bisogna prima imparare a guardare noi stessi, perchè spesso il problema comincia proprio da qui.
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Ci sono giorni in cui guardo con disinteresse tutto ciò che mi circonda e la realtà mi appare come visibile solo attraverso un solido vetro opaco. In quei momenti i ricordi diventano il centro storico del mio piccolo universo. Ed è un altrove da visitare con calma, a piedi.
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“Non è la meta che conta, ma la strada percorsa.” Forse è proprio leggendo questa tremenda idiozia che un tizio in Technogym inventó il tapis rullant.
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Ogni mia certezza è un tentativo fallito di autocontrollo. Ogni mio pensiero si ferma ad un passo dall’essere filosofia, per poi trasformarsi in un grido silenzioso in perenne incubazione. La mia testa è una scatola vuota dove custodire balocchi. Se ora mi presti i tuoi pensieri, magari posso giocarci un po’.
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Gli uomini spesso si lasciano trasportare e non sempre per via dell’entusiasmo.
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Le rette parallele non si incontrano mai, ma sono certo che qualche volta sognano di farlo.
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Dietro ad ogni pensiero creativo c’è sempre un dubbio inconscio a governarne le dinamiche.
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Qualcuno dice che i ricordi rallentano il pensiero, che si sorride solo per paura, per insicurezza o per debolezza. Ebbene, io non ho una domanda per tutte queste risposte.
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Mi piace il disordine. Si abbina bene con il caos e le casualità della vita.
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Se avessi una memoria grande almeno quanto la mia curiosità di conoscere le cose, sarei diventato un cazzutissimo genio.
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La vita e’ come una scatola di cioccolatini, il problema non e’ scegliere quello più buono, ma evitare lo schiaffo quando allunghi la mano per prenderlo.
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C’è sempre un tempo per riflettere ed una colonna sonora per ogni mio pensiero.
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La vita è come una scatola di cioccolatini, quando hai voglia di pane e mortazza.
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Ridispongo i pezzi sulla scacchiera e rimango curiosamente sedotto dalle innocenti simmetrie dei quadrati bianchi e neri.
Sono stanco. Saturo di strategie e di molteplici combinazioni di attacco e difesa. Vorrei per una volta giocare solo per il gusto di farlo.
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Ci sarà un motivo se chiamano da sempre gli uragani con nomi di donna.
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Oggi mi riposo facendo finta che il pianeta non si muova, leggo storie al contrario ed uso la fantasia come segnalibro. C’è stato un tempo in cui anche le sirene avevano le ali, ma questo alle farfalle dava un po’ fastidio. Oggi peró stanno tutti bene. 🙂
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Ho trascorso la mia vita a sciogliere piccoli nodi insignificanti, ma non sono mai riuscito a sciogliere il grande nodo ed a trovare l’origine di tutti questi miei pensieri.
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Alle volte serve un dubbio forte come una scossa tellurica per cambiare la primitiva morfologia delle nostre stupide convinzioni.
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Caro Gesù, ridacci Lucio Battisti e prendi ti prego in cambio Cesare Battisti. Amen.
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Il sogno è come un bambino che non puoi fare a meno di accompagnare ovunque, almeno con lo sguardo.
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Vendo biglietto di prima classe per un treno di cui non conosco orario e destinazione. Il prezzo è un affarone
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Stamattina ho a che fare con una versione ristilizzata di un me stesso “trentenne” che sembra non solo in grado di porre domande giuste, ma anche di dare risposte a tono. E sono solo le 8 e mezza
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La bellezza è un concetto spietatamente vago, magico ed immateriale, ma anche delirante, scomodo e poco concreto. Devo togliere quello specchio di lì…
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Ci sono nomi da scrivere in maiuscolo e nomi dove usare il minuscolo è fare anche troppo.
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Possiamo risolvere definitivamente il problema del nucleare. Non mi risulta che l’uranio impoverito si sia arricchito in modo regolare. Lasciamo quindi che se ne occupi la guardia di finanza.
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Giocare con le parole e cercare la scintilla senza abbandonarsi al fuoco. Svelare il segreto di quell’inesprimibile e disordinato inizio che guarisca la mia voglia di scrivere, di resistere, di insistere ed esistere. E’ questa l’intermittente barriera che a volte mi separa dagli altri, lasciandomi vivere una stupenda ed indisciplinata alternanza di corteggiamenti e rifiuti.
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L’intelletto è sicuramente un dono del Signore, ma sono sicuro che potendo scegliere in molti avrebbero preferito una Tv 55 pollici HD a led.
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Tutti hanno un punto di rottura, ma non tutti sono in grado di riconoscere il proprio.
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Ogni mia certezza è un tentativo fallito di autocontrollo. Ogni mio pensiero si ferma ad un passo dall’essere filosofia, per poi trasformarsi in un grido silenzioso in perenne incubazione. La mia testa è una scatola vuota dove custodire balocchi. Se ora mi presti i tuoi pensieri, magari posso giocarci un po’.
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Dio. Rateizzerei il tempo, anche con percentuali da usura se solo mi fosse possibile.
Stamattina, mentre mi abbandono ad infantili e materne voglie marsupiali, i ricordi prendono fuoco ed ogni dubbio si trasforma in una saggia scelta.
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Le cattive idee posso riconoscerle dalla furia con cui mi perseguitano. Alcune somigliano alla santa inquisizione. Inappropriate, inviolabili, illegittime e quindi tassabili.
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E pensare che basta uno specchio a far capire ad un uomo che riflettere è necessario. Poi possiamo non cambiare idea, ma ci si accorge se un capello è fuori posto e almeno ci si da una pettinata.
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Un giocatore senza il suo tavolo da gioco non è nulla. Ma un giocatore al tavolo da gioco senza una propria tattica è ancor meno di quel nulla.
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Spesso quando scrivo divento troppo riflessivo e diversamente tenebroso. Una sorta di Giacomo Leopardi bendato, senza gobba e comunque sfigato. No no. Meglio l’autoironia indotta.
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Bisogna lottare cm dopo cm !! Sempre. Lo diceva spesso mia nonna lavorando a maglia ed alla fine sorrideva regalandomi delle lunghissime sciarpe.
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Imbecille? Intelligente? Il segreto sta nel lasciare che siano sempre gli altri a chiederselo.
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Esiste un limite oltre il quale nessuno può permettersi di dire ció che vuole.Questo mi consente di riconoscere gli idioti, perchè sono sempre quelli che ci si avvicinano più degli altri.
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A prescindere da qualunque fatto stia succedendo oggi, devastante o epico che sia, tra 200 anni non importerà più nulla a nessuno.
Aforismi e aspirine effervescenti
24 luglio 2011Sono un imperfetto e vivo il presente, anche se so che bisogna essere molto veloci nelle scelte e ciò presuppone intuizione ed una buona conoscenza del passato. Manca solo il futuro ed abbiamo declinato tutto il verbo vivere.
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Pagine di vita, di tanto in tanto è bello accartocciarne una e divertirsi a tirarla per prendere in testa qualche passante.
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Chissà se nel meccanismo alieno che regola la fantasia i merli sulle torri di un castello sono destinati ad incastrarsi con i merli di un castello in aria, ma rovesciato.
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Le illusioni non sono altro che biglietti scaduti per quel treno che non è mai partito.
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Chissà perchè il passato ed il presente mi appaiono elastici come la gomma, mentre il futuro è sempre così spietatamente acuminato.
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Se devo attraversare un fiume non perdo tempo a controllare se l’acqua sporca, piuttosto mi assicuro che non sia troppo profonda.
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Lancio una moneta e scelgo testa. Lei gira e si rigira nell’aria, volteggia qualche secondo su se stessa, poi si lascia cadere sul palmo della mia mano per mostrare la sua verità: Croce. Sorrido
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Mi sforzo ogni giorno di affrontare le cose con metodo e intelligenza, ma poi arriva un lampo di pura imbecillità e la vita diventa di colpo più interessante.
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Un mediano che tira sempre da centrocampo e manda la palla in curva puó essere due cose: un calciatore da buttare o un campione di rugby!
Per ognuno di noi c’è una giusta disciplina, un campo ed una platea pronta ad applaudire.
Bisogna solo evitare di confondere le regole del gioco.
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Ma se una persona mi scrive “i tuoi antenati ti appartengono” devo andarne fiero o qualcuno ha trovato un modo elegante per dirmi “mortacci tua?”
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Individuare il pollo al tavolo in un torneo di poker live serve a poco, tanto alla fine li devi far fuori tutti.
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Quanto è difficile cambiare idea quando non ne hai…
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Stamattina i miei pensieri somigliano ad usurai che riscuotono vecchi ricordi come le rate di un prestito inestinguibile ed affamante. Il passato non concede dilazioni.
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In questa società di Don Chischotte è meglio difendere la propria idea che somigliare ad un mulino a vento.
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Basta accendere 10 minuti la tv su un telegiornale qualsiasi per rendersi conto che tutto ciò che noi facciamo in qualità di esseri umani è assurdo e carente di significato.
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Non si può riempire una bottiglia se ti ostini a lasciarla a testa in giù. E non puoi incolpare la sfiga se l’acqua esce, ma solo il tuo cattivo rapporto con Newton ed una visione troppo approssimativa del concetto di “gravità”.
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Vivo nella periferia di questa realtà, ma prima o poi so che potrò permettermi un sogno tutto mio.
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Volevo essere un sommergibile ed invece sono un mulino a vento. E’ la prova che il Don Chisciotte di Cervantes è probabilmente uno dei libri più dannosi mai scritti.
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Io vivo nutrendomi di sana ironia. Quando il grigiore si impossessa del tutto è lei che mi distacca dalla realtà quel tanto che basta ad accettarla fino in fondo, ad accoglierla ed allo stesso tempo aggredirla. E’ il tratto più caratteristico della mia personalità, ed è presente tanto nella vita reale quanto in ogni fantasia possibile.
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Non fermarti a pensare. Fallo correndo, che ha un suo “perchè”.
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La parte più difficile nel difendere una propria idea è averne una e sapere bene di cosa si tratti.
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Nuvole, ombre, infusioni, smorfie, sorrisi, sacrifici, verità, occasioni, condizioni, opportunità, sudore, invidia, sempre, mai più. C’è una versione di me che non solo ha tutte le domande, ma anche tutte le risposte.
Ed è la stessa versione che confonde ogni mattina lo zucchero del bombolone alla crema con la felicità.
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Se rallenti ricordi. Se acceleri dimentichi.
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L’ordine è quello che tutti ricercano sia nel poker che nella vita, ma è semplice illusione. Basta un istante di caos a rendere l’ordine “disordinato”. Il caos è tutto. Non serve combatterlo. Bisogna solo imparare a conviverci ed a controllarlo.
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41 anni rappresentano uno spartiacque tra quello che sognavo di diventare e quello che effettivamente sono diventato. Migliore o peggiore, questo non sono in grado di dirlo. Oggi mi fermo a tirare le somme e leggo tante delusioni, ma anche grandi soddisfazioni. Ed a quei momenti per i quali credo sia valsa la pena soffrire io non rinuncerei mai per niente e nessuno al mondo.
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A volte il desiderio ha bisogno di uno spazio più grande di quello che la fortuna può concedergli.
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Ci sono giorni in cui mi muovo con la stessa autostima di un tarzan rauco ed obeso in una foresta piena di piante carnivore. In quei giorni sono un uomo da ricostruire.
Aforismi e caffè Borghetti
24 luglio 2011Paradossalmente, si pensa meglio quando non si hanno pensieri per la testa.
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Rivincita, amicizia, notte, figlio, destino, meta, roma, fortuna, febbraio, soluzione, distanza, identità, imperfetto, bugiardo, devastante, perdono, spietato, insicurezza, paura, amore, solo, reazione, natura, troppo, niente, abbastanza, tutto, quello che ti aspetti, e non è ancora notte.
Sono le 10:31 e siamo sempre nell’anno 2011. Interessante, vero?
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Destino. Non ho mai trovato un amico che mi facesse più compagnia. D’accordo, per viaggiare in due occorre comunque aspettare che l’altro sia pronto, ma quando si viaggia in direzione di un sogno meglio avere pazienza che farlo da solo.
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C’è un temporaneo abbassamento del solo ego pokeristico dovuto da una prepotente emersione del lato oscuro della forza. Forse anche a Obi-Wan Kenobi gli si inceppava la spada laser ogni tanto? Mah !!
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Sono fatto così, voglio sempre capire. Sapere se il tempo è veramente quello che mi resta quando voglio che qualcosa accada, ma poi non accade nulla.
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Il tempo mi è nemico, ma è un nemico leale.
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Gioco spesso a scacchi con il mio lato oscuro e malgrado io non nasconda una marcata simpatia per l’avversario, non è mai una trascurabile soddisfazione batterlo.
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“Non puoi nasconderti all’infinito, Luke. Consegnati al Lato Oscuro della Forza. Noi abbiamo i bomboloni con la crema.”
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Ho bisogno della mia testa per fare scelte e per impedire ai pensieri di uscire dalla bocca. Da ieri ho un anno di più ed ho testato il sapore che si prova ad essere più grandi. Niente di che. Sa di pollo
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E’ sempre più importante il personaggio della scenografia.
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Quando guardi l’orizzonte non ci sono angolazioni, quello è.
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Dentro questo corpo di adulto si annida lo spirito di un bambino disordinato che vuole solamente giocare.
Non ho bisogno di un esorcista, ma di un enorme castello gonfiabile dove fare 4 salti con mia figlia.
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Solo gli stupidi accumulano certezze senza dubitare mai. Ne sono certo.
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Non serve un corso di recitazione per imparare ad essere un uomo qualunque.
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Ogni gabbia proietta un ombra ed ogni ombra è una via di fuga.
Avvicinati e non temere. Ho solo il desiderio di sussurrarti qualcosa all’orecchio.
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Se oggi possiedi una personalità tormentata e una vita disordinata, praticamente hai già tutto quello di cui hai bisogno.
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Nella vita l’unica costante che conosca sono i cambiamenti.
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Il meccanismo che regola il buon andamento di un rapporto è litigare e riappacificarsi.
Tutto poi finisce nel momento in cui non si litiga più o non si fa più pace.
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Se ci vai sempre vicino, o sei un campione di bocce oppure un perdente di lusso.
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E’ nel tentativo di evitare l’inevitabile che spesso ti accorgi di poter realizzare l’impossibile.
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Se costruiamo castelli di sabbia anche sotto un temporale è perchè in fondo abbiamo l’infantile certezza che rimarranno lì per sempre.
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Ognuno ha i sogni che si merita.
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Il mondo non è poi così brutto se lo guardiamo con un pizzico di fantasia.
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Disarmare la serietà di un avversario a colpi di sorriso è facile, ma di fronte a chi non vuol ridere è opportuno rimanere seri.
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Ci sono giorni in cui sei avanti ed altri in cui ti trovi a dover rincorrere. L’importante è rimanere comunque in gara. Questo si chiama vivere.
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Sono un sognatore ad occhi aperti e cerco di dormire meno possibile.
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Se i progetti li tieni nel cassetto e gli scheletri nell’armadio, succede che non sai più dove mettere le camicie.
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Non lamentarti mai nella solitudine, perchè a volte trovarti solo è la miglior fortuna che possa capitarti.
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Almeno una volta nella mia vita vorrei ragionare come Leonardo e sorridere come la Gioconda.
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Persegui obiettivi impossibili e rimarrai per sempre schiavo dei tuoi desideri. Persegui la disciplina e forse raggiungerai obiettivi impossibili.
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Come primo obiettivo del 2011 voglio recuperare un paio d’ali e un mantello nero.
Devo regalare a me stesso qualcosa che non sia la solita via di fuga.
“Buongiorno vorrei un divano comodo per me e per questa mia coda.”
“Mi spiace signore, ma questa è una birreria. Per l’inferno sono due isolati più giù.”
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Quando il cuore ha un bisogno, e quel bisogno è amore, lo spinge senza sosta all’infinito.
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Voglio rassicurare tutti dopo capodanno. Le analisi del sangue al secondo tentativo sono risultate buone, ma la prima siringa l’hanno dovuta buttare che sapeva di tappo.
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Se fossi Babbo Natale non ti porterei un regalo… Ti porterei via con me!
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C’era un tempo che nelle conchiglie si sentiva il rumore del mare.
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Ogni sorriso è un investimento a lungo termine che spero diventi gioia.
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C’è una distanza oltre la quale le persone smettono di ascoltarsi, pur continuando a parlarsi. In quei casi sarebbe più opportuno un rumoroso silenzio.
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Parla “con me”, non “a me”.
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In ognuno di noi c’è un baratro e profondità inesplorate. A volte affacciarsi fa paura.
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Tanto, ma non tutto. Giusto ad un passo dall’essere abbastanza…
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Confondere un piacere con la felicità è uno degli sbagli più grandi che abbia fatto in vita mia. Roba da imperfetti.
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Ridisegno, ad uno ad uno, ogni mio pensiero con la presunzione di una barchetta di carta che si accinge ad attraversare l’oceano.
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La vernice era ancora fresca quando mi sono seduto. E’ la vita che appena puó lascia comunque il segno ed è per questo che esistono le lavanderie a gettone.
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A volte è più facile sembrare quello che non sei che trovare qualcuno che se ne accorga.
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Aspettando davanti all’entrata del Casinó sono arrivate ben 3 persone che mi hanno chiesto di parcheggiare l’auto. Non so’ se sia il caso di rivedere l’abbigliamento o attendere pazientemente che passi una Lamborghini !
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Insegnerò a mia figlia che tutto in fondo è possibile.
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Sono diventato un asso nel sollevamento delle polemiche. Ora se miglioro nel lancio del giavellotto e nei 400 dorso potrei anche pensare alle olimpiadi.
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Mentre sognavo di aspettare per ore un treno che non passava mai, mi sono chiesto quanto valga il tempo perso nei sogni. Ammetto di essere un cattivo sognatore.
Via da Las Vegas
24 luglio 2011
E’ notte a Las Vegas, una di quelle notti apparentemente diversa eppure sempre troppo simile alla precedente. Centinaia di volte sono fuggito da notti come questa e centinaia di volte sono tornato indietro anche se solo con la testa, perchè dietro a queste notti si nascondono sempre una delusione che non ti aspetti ed un pacchetto di sigarette troppo vuoto, anche per chi aveva da tempo già deciso che non avrebbe fumato mai più. Io conosco solo un modo per fuggire e tornare così veloce. Scrivere.
Chiametelo esercizio da svitati, ma non sottovalutate il suo effetto sedativo in notti come questa, quando il tavolo verde si è ripreso in un secondo tutti i tuoi sogni lasciandoti con un pugno di percentuali e la solita domanda senza risposta. Perchè? Perchè la statistica si ostina a non coincidere con la realtà? Perchè le cose più importanti sono anche le più complicate da raccontare? Perchè realizzare un sogno che appare a portata di mano a volte appare più difficile che bersi l’oceano con un cucchiaino? In un attimo Las vegas si trasforma prima nel labirinto in cui perdermi, poi nella strada da seguire e di nuovo in uno spietato dedalo con poche vie d’uscita. In ogni mia storia c’è sempre una via d’uscita in meno rispetto a quelle che ti aspetti di trovare.
Mi affaccio alla finestra. Vedo un castello che non è certo uscito da un libro di fiabe, poco più in là una piramide scura, una sfinge in materiale plastico e luci bianche impegnate a tagliare la notte come il raggio di una astronave aliena in una complicata manovra d’atterraggio.
Poi c’è una strada prigioniera di profezie al neon e decine di schermi rotanti su cui scorrono onirici messaggi di improbabili felicità e convenevole fortuna. Guerrieri, cantanti, fate danzanti, attori e maghi si alternano nella luce scintillante di un tracotante, povero e invitante nulla. Ogni due ore c’è una eruzione senza fuoco. Ogni due ore c’è un vascello pirata che affonda e riemerge tra acque sporche, incurante dello sguardo incredulo di ingenui passanti.
Ogni due metri c’è un santo, un profeta, un barbone, un sogno infranto ed un miracolo da inventare, ma mai una mano da stringere con palpitante disinteresse o un’emozione diversa, che abbia il sapore di un sentimento vero o di una vittoria. Anche stasera tutto ha un prezzo e il prezzo non è mai quello giusto.
C’è un deserto disincantato intorno e dentro questa città senza cuore. Figlia di un miraggio che non incanta e di milioni di dollari che si muovono per passare di mano in mano come una droga spacciata a saldo, che insudicia ed intossica un’aria troppo calda ed apparentemente irrespirabile.
Qui non si gioca per vincere, si gioca per perdere. Ed è un segreto che questa città custodisce da sempre e protegge come fosse il più prezioso dei suoi tesori. Un segreto nascosto così nel profondo che quasi sembrerebbe non esistere.
Eppure sono pochi gli uomini che possono raccontare di una notte magica in cui sbancarono a Las Vegas, perchè alla fine gli uomini giocano, ma è Las Vegas a vincere sempre.
Tutto appare così comico nella sua spietata tragicità. Ma ciò che è comico si basa su cose negative che capitano ad altri e per le quali si ride pensando: «Per fortuna non è capitato a me!». Quando invece sei tu il protagonista tutto cambia e per l’imponderabile evento negativo non si dimostra mai troppa simpatia. Non si ride, non si piange. Al limite si riesce ad emettere un suono gutturale che niente ha a che vedere con una risata, ma che non somiglia certo nemmeno ad una esclamazione di trionfo.
Credo che le luci ed i suoni di Las Vegas servano solo a coprire tanti improbabili mugugni, figli di speranze miseramente implose davanti a quei colpi che hai solo il 2,15% di possibilità di perdere. Una rarità nel Texas Hold’em.
Non c’è un dio che si preoccupi e che ti protegga nemmeno a Vegas. L’unico prototipo di dio possibile qui, ha acceso il giochino ed è andato a spassarsela incurante della notte, di un universo mosso dal caos e di un silenzioso ed assordante rumore di fondo, lasciando tutti in balia di questo allucinatorio, rumoroso e logorante miraggio notturno.
Eppure, malgrado tutto questo disciplinato caos, allungo ancora la mano nell’aria per afferrare un pensiero. Un pensiero normale, non uno di quelli capaci di risolvere una situazione o di aiutarti a realizzare un grande sogno, ma pur sempre un pensiero positivo. Quei pensieri positivi che trovo molto più simili ad una moneta con cui giocare in aria che ad un sasso da lanciare in uno stagno.
Provo a tirarlo in alto con un colpetto di pollice. Lo vedo prima disegnare un arco e poi rimanere sospeso a dispetto di ogni legge della fisica nota. Lo vedo fluttuare, rallentare e fermarsi quasi per non voler fare ritorno. Forse ha paura di questa città, o il fondato timore di essere condannato a rimanere qui per sempre.
Nella vana attesa del rumoroso impatto frugo ancora nella mia testa ed afferro un pensiero più grande. Lo accarezzo e mi accorgo che ha i lineamenti irreali di un sogno e nasconde impronte che non somigliano affatto alle mie.
Immerso in un oscuro stupore, tra nuove speranze e vecchi ricordi da cancellare, allungo l’ultima volta la mano sulle rovine di questa avventura per raccolgliere le mille traballanti certezze abbandonate oggi sul mio cammino come tanti piccoli petali. Era l’ultimo alchemico tentativo per un uomo di creare nel deserto il suo fiore più bello e rimarrà un sogno ancora per molto, moltissimo tempo.
Si torna a casa.
La prossima mossa
15 luglio 2011
“Sognate e mirate sempre più in alto di quello che ritenete alla vostra portata. Non cercate solo di superare i vostri contemporanei o i vostri predecessori. Cercate, piuttosto, di superare voi stessi.” (William Faulkner)
A chi pensa che il giocatore di texas hold’em sia solo un freddo calcolatore o uno scaltro esecutore capace di operare solo all’ombra di dati statistici e matematica, io rispondo che ci sono anche personaggi in grado di mostrare una parte squisitamente filosofica. Così per ogni giocatore che si concentra sull’analisi delle probabilità, parallelamente esiste un uomo in grado di interrogarsi sulle disordinate oscillazioni del destino e su tutte quelle conseguenze a volte paradossali a cui non si riesce a dare un senso. Queste situazioni possono consolidare i dubbi di un player o trasformarsi all’occasione in terapeutici luoghi comuni da utilizzare al momento giusto.
Io sono affezionato ai miei luoghi comuni. Ammetto però quanto sia facile entrarvi e difficile uscirvi. Soprattutto quando rimango intrappolato tra tutti quei pensieri raccolti nella pause di giornata o nei viaggi che intercorrono tra un torneo e l’altro. Tutti quei ragionamenti interessanti, a volte anche acuti, sui quali però alcune persone non sarebbero pronte a scommettere sulla loro attendibilità. Idee da tenere ben strette quindi, ma senza entusiasmarsi tanto. Un po’ come avere due assi in mano e trovare il terzo asso al flop con un board che apre anche irriguardosi progetti di scala o di colore. Una di quelle mani insomma, che non puoi mai affrontare con disinvoltura.
C’è una pubblicità di una famosa marca di cioccolatini che si affida ad una citazione di Oscar Wilde e che recita: “L’unico modo di liberarsi di una tentazione è cederle”, ma osservando alcuni grandi del poker ho imparato che l’unico modo per non perdere soldi è proprio non cedendo alle tentazioni. Questo non lo dicono le statistiche, ma l’esperienza, il cuore ed i luoghi comuni. Che sia il caso di smetterla con questi cioccolatini? Eppure il biglietto dell’ultimo bacio perugina citava testualmente “ora mangiane un altro, sciocco!”
Battute a parte eccomi qui, quasi in partenza per Vegas con il main event delle World Series of Poker che si avvicina e lascia sempre più spazio alle speranze e meno ai ricordi. Forse lo devo a questo il mio monologo dal retrogusto squisitamente filosofico. E’ il mio modo di esorcizzare il passato e pontificare sabbatiche speranze riordinando frammenti di tempo come fossero istantanee da infilare in un album: un biglietto di seconda classe per Los Angeles, poche cose nella tracolla blu con lo stemma dell’Italia campione del mondo, i miei libri preferiti con l’inseparabile “Poker Mindset” di Taylor e Hilger, i due volumi di Dan Harrington, “Le conseguenze dell’Amore” di Paolo Sorrentino e la mia incessante ed aliena voglia di misurarmi prima con la tastiera del mio fedelissimo Apple e poi con il mondo intero.
Non ricordo esattamente quale sia stato il primo giorno in cui ho iniziato a scrivere, ma deve essere stato senza dubbio un giorno in cui avevo davvero qualcosa da dire. Ricordo però il momento in cui ho preso per la prima volta in mano le carte. Ero a Las Vegas, il 4 luglio dell’anno 2008. Da allora quanti momenti passati a scrivere, ragionare, riflettere ed agire anche solo per sbagliare e sentirmi profondamente e meravigliosamente imperfetto. Paradossalmente si pensa meglio quando non si hanno pensieri per la testa e questo è uno spietato “luogo comune” che calza alla perfezione nel Texas Hold’em.
Una volta scrissi che se non hai la testa libera è meglio lasciar perdere. Meglio salutare tutti e rimandare l’appuntanento a giorni migliori e che “saper rinunciare” è una scelta da grandi. Ma il sogno americano rimette tutto in gioco ed è così che anche “affrontare il proprio destino” si trasforma in una scelta da grandi. Ma si può essere grandi anche con mille alzatacche da smaltire? Si può scendere in campo anche con problemi irrisolti da affrontare e tanti indescrivibili inestetismi dell’anima da sistemare ogni mattina? E’ la magia stessa delle World Series of Poker a rispondere ed ecco che tutto d’un tratto spaririscono stanchezza fisica e stagnazione mentale. Finalmente si parte.
Lo ammetto, non mi sento del tutto in forma in questo periodo, ma allo stesso modo sento di poter essere all’altezza. Non sarò il più forte, ma posso essere comunque migliore del mio avversario di turno. Ho forti motivazioni, coscienza pulita, disciplina da vendere e una assoluta volontà di creare quelle condizioni dove si può e si deve rendere al meglio. In fondo non esistono professionisti dell’intelligenza nel poker. Conta solo la conoscenza di se stessi, quella dei propri avversari e l’opportunità di agire al momento giusto con ordine anche quando al tavolo regna il caos. Una volta scrissi che bisogna evitarlo il caos se non sei in grado di gestirlo e sono ancora di questa opinione.
È curioso. Mi trovo qui a dispensare consigli e per quanto mi sforzi non ricordo esattamente quale sia stato il personaggio che mi abbia dato il primo suggerimento, come non riesco a ricordare i nessi che uniscono la mia attrazione per il poker alla mia passione per la scrittura. Quello che hanno in comune è la caratteristica di essere stancanti e senza dubbio è la stanchezza il mio avversario peggiore ogni volta che gioco. Alle volte vorrei avere un interruttore in grado di spegnere tutto per qualche ora, ma so che non è possibile regolare la realtà a colpi di fantasia. E poi addormentarsi non rende niente più facile, anzi a volte peggiora anche le cose.
Mi viene in mente una vecchia barzelletta. Un paziente: “Dottore, Dottore, mi fa malissimo se faccio così. Ahia!” e il dottore: “Ho la soluzione! Non lo faccia più!”
Accenno un sorriso, ma alla fine scopro di essermi stancato e rimando l’impresa. La luce del sole sta ormai tramontando su queste considerazioni ed anche l’effetto dell’ombra delle mie mani sulla tastiera è svanito. Chiudo le imposte della mia mente e già è ora di partire per quel viaggio che ha per meta il suo punto di partenza. Sistemo disordinatamente i miei libri in valigia, poi rileggo quello che ho appena scritto. Sembra incompleto. Manca un successo da raccontare.
Approposito! La barzelletta nasconde la sua morale. Anche se sei pronto a riceverle non è detto che avrai sempre tutte le risposte di cui hai bisogno. Un altro “luogo comune” da non utilizzare, soprattutto se hai già ben chiaro quale sarà la tua prossima mossa.
Vincente o Perdente?
2 Maggio 2011
A volte mi domando se sia opportuno o meno provare a suddividere i giocatori di Texas Hold’em in grandi categorie che ne identifichino un po’ i lineamenti fondamentali. Ebbene la risposta che ogni volta do a me stesso è che per quante sottocategorie esistano e per quante altre se ne possano trovare, forse nel poker come nella vita, tutto si riduce ad una mera divisione tra “vincenti” e “perdenti”.
Ed un perdente si riconosce. Magari è quel personaggio che ha sempre una scusa per ogni mano giocata male e che tuttavia persevera ripetendo meccanicamente gli stessi errori o che si proclama solo vittima di una deità negativa.
Sempre in tensione fin dai primi livelli, lo vedi giocare portando sulle spalle un macigno fatto di pensieri sfocati ed insicurezze lubrificate del quale sogna solo di liberarsi presto. Per questo si infila sovente in strade senza uscita e accoglie ogni eliminazione come una vera e propria liberazione.
Ci sono perdenti poi, che nel tentativo di generare simpatie diventano grandi parlatori al tavolo. Altri lo fanno lontano dal tavolo e non li senti comunque mai raccontare di sontuose vittorie, ma unicamente di strane ed improbabili mani perse.
Solo apparentemente solidi, sono tutti comunque affetti da una strana sindrome, la sindrome dell’angoscia da poker nota in ambiente clinico come “Nikefobia”. Quella particolare patologia dove il giocatore si convince che vincere sia una pratica faticosa e temibile. Dove in pratica non si riesce a star lontani dagli acuti del gioco, ma è solo per un compulsivo desiderio di uscirne al più presto, scrollandosi così via di dosso tutte le insopportabili tensioni.
Raccontata così, il perdente potrebbe assumere i lineamenti contorti di un simpatico personaggio partorito dalla penna di Ken Follet. Incerto, imperfetto, logorroico, sfortunato ed ora anche affetto da improbabili malattie che lo condannano ad occupare solo l’altro lato della medaglia.
E i vincenti? Si dice che i vincenti siano quei giocatori che hanno sempre una tattica testata, una risposta giusta e una soluzione congrua. Ma chi tra noi può definirsi veramente un vincente? Chi può vantarsi di appartenere a questa categoria? La risposta non può che rimanere un punto a metà strada, una soluzione confusa tra le nostre innumerevoli alternanze di stati d’animo. Quel punto dove il “vincente” e il “perdente” si trasformano nelle due facce di una stessa medaglia. Infatti non basta certo vincere, perchè spesso sono le sconfitte a creare dei vincenti.
Come esiste un universo e quindi anche il suo riflesso, esiste un mazzo di carte dove due assi rossi non si troveranno opposti sempre a due assi neri. Il vincente? Non può essere altro che quel giocatore disposto a giocarsi sempre e fino in fondo le sue carte, anche dopo aver visto battere tutte le mani migliori. Quello che non si arrende e sa che non si può vincere senza perdere mai, perché la vittoria e la sconfitta non esistono se non legate da un filo invisibile.
Jim Morrison scriveva “Vivi come se ogni giorno fosse l’ultimo e pensa come se non dovessi morire mai”, ma in fondo sarebbe più opportuno dire “Vivi ogni notte come se fosse l’ultima, ma la mattina non sottovalutare la forza dirompente dell’ironia e preparati a rinascere per vincere o perdere ancora”.
Lancio una moneta e scelgo testa. Lei gira e si rigira nell’aria, volteggia qualche secondo su se stessa, poi si lascia cadere sul palmo della mia mano per mostrare la sua verità: croce. Sorrido. Sono comunque pronto a lanciarla ancora.
Diamo tempo al tempo
16 aprile 2011
Nel Texas Hold’em, come nella vita, spesso si finisce con il confondere l’opportunità di giocare un torneo con la compulsiva necessità di farlo. A volte anche commettendo il banale errore di tirare in ballo la propria dignità a titolo di giustificazione. Esiste una categoria di giocatori che non riuscirebbe a rinunciare nemmeno per un istante alle luci della ribalta. Sia chiaro, ad ognuno di noi piace vincere e la speranza di tutti è che un giorno arrivi un singolo raggio di quella luce ad illuminare il nostro torneo.
Da qui a fare però della speranza una maniacale necessità, il passo rischia di diventare breve. Magari solo per via di un “appeal” squisitamente televisivo, dove è un semplice tavolo finale ad un campionato di poker live a trasformarsi nell’unica via di fuga da un anonimato a volte pesante. Anonimato che per certi players è addirittura difficile da sopportare.
Pochi d’altronde nel proprio lavoro o in ambito di una vita vissuta normalmente avrebbero il coraggio di mettere tutto in gioco, mentre in un torneo è relativamente facile andare “all-in” e magari vincere. Il Texas Hold’em dà la possibilità anche alle persone più semplici di trovare il proprio momento di gloria, combattendo e vincendo intorno a un tavolo verde. Ma se poi si viene eliminati? Cosa succede? L’indisciplinata voglia di rivincita può causare un brutto scherzo e spingere all’immediata ricerca di una nuova ribalta.
Così come in una sorta di sordido compromesso e in costante equilibrio tra il bisogno di “arrivare” e l’effettiva capacità di “arrivare”, si raddoppiano inutilmente gli sforzi, perdendo di vista una delle regole fondamentali che ogni giocatore non dovrebbe mai dimenticare. Il controllo del proprio bankroll.
Viviamo in un mondo dove l’uomo non è altro che un ingegnoso compromesso tra cuore e mente, e visto che sono soprattutto i compromessi a rappresentare il propellente dell’esistenza, perché non accettarne uno che metta d’accordo “uomo” e “giocatore” optando in certi casi per non giocare? Perché non rinunciare alla spasmodica ricerca di una ribalta da trovare ad ogni costo? “Diamo tempo al tempo” dicevano i saggi.
In realtà bisognerebbe accontentarsi di usarlo il tempo ed invece c’è chi addirittura si perde nel tentativo di possederlo. Ci si deve regalare una pausa quando non si ha a disposizione il bankroll necessario da destinare ad un torneo live. Non esistono solo decisioni da prendere al tavolo, ma anche scelte lontane dalla realtà del torneo stesso e sono quelle che fanno la differenza tra un uomo accorto ed un giocatore irresponsabile.
Purtroppo però, il “gambler” che si nasconde in noi non è sempre disposto ad accettare questo compromesso e la prima partita che ci troveremo ogni volta ad affrontare sarà proprio quella tra il “noi” che siamo ed il “noi” in cui vorremmo trasformarci. C’è una grande differenza tra il voler essere un “grande” e diventarlo veramente. Lo stessa distanza che passa tra il giocatore che vuole vincere e colui a cui invece importa solo che, alla fine, se ne parli.
La ricerca del limite
16 aprile 2011
Se dico che il Texas Hold’em da torneo si può giocare rasentando il limite non affermo niente di nuovo, ma se aggiungo che la ricerca del limite sta diventando con il passare del tempo un concetto artistico, forse rischio di far saltare ancora qualcuno dalla sedia. Parto dal presupposto che un giocatore di poker non sia un computer, ma agisca e reagisca ad una serie di stimoli, sentimenti ed emozioni che in modo condizionato od involontario, lo portano ogni volta a scegliere cosa fare.
Non credo alla “fortuna” o “sfortuna” nel senso suddetto, non esiste una deità più o meno maligna in grado di perseguitare un giocatore. Al tavolo, durante lo svolgimento di un torneo, esiste solo l’uomo con la sua capacità di compiere azioni.Inutile nasconderci dietro un dito. È ormai chiaro che senza un pizzico di estrosità non è assolutamente possibile perseguire grossi risultati. Come è altrettanto chiaro quanto sia difficile, andando alla compulsiva ricerca di quei risultati, ottenere una apprezzabile continuità di rendimento.
Il problema diventa quindi una mera questione di scelta. Non si tratta di tecnica, ma di tattica. Le zone oscure di questo splendido gioco sono state già tutte esplorate e mappate dalla didattica, rimane solo la tattica l’unica variabile ancora umana e squisitamente soggettiva. Per ogni situazione esiste un nostro personale modello operativo da seguire. Per ogni azione ci sono reazioni diverse che dipendono dalla scelta dell’obiettivo da perseguire: “il contenimento del rischio” o “il raggiungimento del massimo ottenibile” anche a dispetto del rischio stesso.
Una volta ho sentito dire che prendersi qualche piccolo azzardo di tanto in tanto può portare a grosse soddisfazioni. Non è vero. Solo grandi rischi portano a grosse soddisfazioni, ma espongono anche a possibili grosse delusioni e qualche volta anche a qualche brutta figura. Tuttavia se è vero che la didattica è in grado di illuminare i lati oscuri del gioco giocato, nulla può fare per alcune zone che rimangono ancora irrimediabilmente oscure, come ad esempio tutte quelle mutevoli variabili comportamentali che albergano ben nascoste dentro di noi e che alle volte ci rendono indisciplinati.
È per l’esistenza di queste zone inesplorate del nostro carattere che vale la pena inoltrarsi in argomenti come quello di oggi. Anche questo è poker.
Partiamo dal concetto che l’uomo è comunque un essere imperfetto.
Senza accettare questo dato di fatto non sarebbe nemmeno possibile continuare il discorso, perché uno dei rischi maggiori in un torneo di lunga durata è proprio quello di abbassare i freni inibitori perdendo la capacità di percepire il pericolo.
Le disattenzioni letali sono spesso figlie di indisciplinati e colpevoli eccessi alimentari nella pausa cena o di una eccessiva superficialità nel valutare dettagli fondamentali come il ‘riposo’ durante le pause, indispensabile a garantire la lucidità nei momenti che contano.
Insomma, è fondamentale la disciplina nel gioco, ma anche nell’approccio fisico per evitare una totale esposizione al rischio e la perdita di vista di quei riferimenti elementari che rappresentano l’abc del poker da torneo. Io non sono un caso a parte e non posso negare di aver peccato a volte di questa superficialità. Difficile in fondo rinunciare ad un invito a cena tra colleghi soprattutto quando si viaggia all’estero. Ricordo in un torneo a Valencia di qualche mese fa, di aver perso quasi un livello oltre alla pausa cena, proprio attardandomi nel degustare in un ottimo ristorante spagnolo, primo, secondo, contorno e dolce con Cristiano Blanco.
Tre ore di sonno e una cena luculliana non sono il modo migliore per affrontare un day2, ma era stato un day 1 talmente effervescente da far passare tutto il resto in secondo piano, anche le mie indispensabili paure.
Per tenere alto il livello di guardia occorrono timori intensi come deserti vuoti e paure profonde come baratri che si pongono tra te e una meta ancora irraggiungibile. Un posto dove fare i conti con i tuoi errori e le tue disperazioni. Un posto chiamato “limite”. Una sorta di muro virtuale in grado di separare la scelta giusta da quella sbagliata. E giocare al limite non vuol dire spostare più in là i confini per raggiungerne di nuovi, ma solo ridursi a buttare le carte davanti a possibilità palesemente inaccessibili, come quella di rubare, andando “all in”, un piatto ad un giocatore committato, solo perchè hai la fondata certezza che si tratti di una mossa in bluff del tuo avversario.
Questo può far di te un giocatore vincente oppure il principe delle mosse inutili. Il giocatore vincente raddoppia tra lo stupore dei presenti in sala, mentre il principe delle mosse inutili raccoglie tutte le sue cose e si alza salutando educatamente gli avversari ancora al tavolo. Stringe la mano al floorman e si guarda dentro un ultimo istante per controllare il limite, rendendosi conto che di quella linea non esiste più traccia. Non importa il tipo di mossa che si sta per fare, se vincente o perdente, ma è fondamentale che alla base di tale mossa ci sia sempre un ragionamento e non una distrazione.
Questa non vuole essere una lezione, ma una nota quasi etica. Il filosofo tedesco Friecrich Nietzsche, una volta scrisse: “A posteriori non vale la pena perdere il tempo discutendone ancora, in fondo fa parte del genere umano sbagliare di tanto in tanto”. Vorrei rispondere a Nietzsche, ma sono imperfetto e darei risposte imperfette. Però sono capace di riconoscere errori e di cercare significati, trasferendone il senso a ogni mia scelta futura. E più si è in grado di cercare significati, più avanti si può arrivare. Sempre.
Religioso silenzio
4 marzo 2011
“Il silenzio non è un vuoto da riempire per forza.” (Nicholas Sparks)
Vorrei risvegliarmi dopo un lungo sonno e sorridere tra folletti sagaci e sirene dai sussurri di cristallo.
Stamattina apro gli occhi e, come un criceto affamato di giustizia, rosicchio le amare schegge di rabbia e indignazione che un dio distratto ha lanciato a caso sul mondo.
Un’altra stella è bruciata in cielo ed io non posso fare altro che consumarmi lo sguardo sperperando i miei ultimi pensieri di fronte a questo ennesimo chiarore maledetto.
E’ per l’atroce sussistere primitivo delle cose se l’assurdità ha sempre la meglio sulla ragione?
E’ colpa di questo mio quotidiano non capire l’uomo se non ho più nulla da dire o da comprendere?
E colpa di questa luce che nasconde solo tanto incolmabile buio se il mio cuore rimane cieco, calpestato e muto?
A volte odio il mio lessico e sento che dovrei tenerlo a bada con una mazza da baseball, così picchio duro e colpisco con tutta la forza che posso ogni mio pensiero e le parole arrivano come palle scagliate da un talentuoso lanciatore. Vendetta, amore, giustizia, insensato, morte, raccapricciante, dolore, rabbia, pianto, maledetto, maledetto, per sempre maledetto.
Negli incavi di questo foglio bianco le verità si smussano e la tastiera diventa magma bollente per le mie dita.
Non c’è più nulla da dire.
Non c’è più nulla da scrivere.
Anche pensare è fatica inutile.
E’ un delirio di religioso silenzio.
Un delirio lacero di tenerezza che ci colpisce tutti.
(dedicato a chi non è riuscito a trattenere una lacrima ed a tutti quelli che sperano che ora non si cerchi il colpevole con l’ausilio del televoto)
Aforismi a singhiozzo
8 gennaio 2011La dea bendata mi voltò le spalle e di lì a poco capì di aver fatto un gravissimo errore. Rimanere bendata e di spalle. Roba da principianti.
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Essere popolari su facebook è come essere miliardari a monopoli.
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Ad ogni azione corrisponde un vaffanculo uguale e contrario
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Il tempo è relativo. Anche quello perso.
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Oggi il futuro è un profondo pozzo dei desideri, e io sto qui a lanciare pietre senza aspettare il tonfo. Purtroppo ho finito le monetine!
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Non mi piaceva studiare. Non ho mai aperto un libro. Non mi impegnavo, ma con intelligenza e metodo. E comunque il bidello con i cartoccetti lo centravo a occhi chiusi. Evidentemente ero e sono rimasto una persona sensibile.
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Non è facile starmi vicino. Ma questo non vuol dire essere autorizzati a starmi sopra, davanti o peggio ancora, dietro!
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Ogni giorno ci perdiamo tra definizioni orizzontali e verticali. Ore e ore trascorse alla ricerca dell’incastro giusto, quando invece basterebbe voltare pagina e unire i puntini dall’uno al cento. Take it easy.
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C’è chi si accontenta di essere baciato dalla fortuna e chi vorrebbe invece farci tutte le migliori posizioni del kamasutra. Tanto per essere bendata è già bendata, un paio di manette e siamo a cavallo.
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Proprio ora che eri pronto a buttare il giocattolo, ti accorgi di voler giocare ancora.
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Ho iniziato a coltivare un’amicizia, ma ne è uscito fuori un bonsai. Sempre meglio di un cactus.
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“Imprevedibile esperienza” suona come un ossimoro. Una poltrona vuota in galleria alla prima del tuo grande cambiamento. Una esclamazione da tenere a denti stretti che si pone esattamente tra un “Ahhh, ecco!” e un “Nooo, cazzo!”
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Alcune persone si siedono al tavolo nutrendosi di alienanti monomanie e sono sempre altri a pagarne immeritatamente le conseguenze.
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Ragionando da fantasma preferirei di gran lunga infestare un castello che essere un lenzuolo steso.
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Ho scartato un bacio perugina ed incuriosito mi sono gettato sul fogliettino con la frase che recitava un romantico: “…e magnatene un altro, sciocco!”
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Abbiamo i piedi poggiati su un dannato pianeta che fluttua in modo improbabile nell’universo, ruotando intorno a una stella morente! Stiamo già volando senza meta! E nessuno se ne rende conto.
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Mi vengono spesso in mente fatti del passato, ma di quale passato si tratti questo lo ignoro.
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A volte immagino il destino in reggicalze nere e pugni chiusi.
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Proverei a misurare il tempo in castelli di sabbia, se solo qualcuno mi aiutasse a entrare nella clessidra.








