Archive for the ‘Riflessioni’ Category

Caro Avversario

28 febbraio 2012


Caro avversario,
ti sto scrivendo dalla mia stanza d’hotel. Sto aspettando di giocare il day1A di questo ennesimo evento e mi si è rotta l’emotività, non parte più. Così ho pensato di scriverti per esorcizzare questo momento. Senza emozioni non sono mai riuscito a fare nulla, se non riflettere aspettando che tornassero e qualche volta ha anche funzionato.
Sai, ieri notte guardavo un cielo particolarmente stellato e mi è tornata in mente Las Vegas, le sale sconfinate del Rio e tutte le emozioni che quei tavoli sono stati in grado di trasmettermi. Emozioni che mi sono lasciato da qualche mese alle spalle, ma sempre indelebili.
Forse è semplicemente colpa della magia di questo gioco e di quella meccanica sensazione di benessere che ci porta ad amare senza condizioni ogni posto che ci ha consentito di sognare.
Il fatto è che c’è qualcosa che rende l’emotività generata dal poker un sentimento diviso in compartimenti stagni dai quali è difficile staccarsi e con il quale devi necessariamente fonderti. Vallo a spiegare tu, ad un giocatore, che vivere la magia del poker nel tempio stesso del poker non è la stessa cosa che viverla altrove. Puoi tentare, ma lui non ti capirà, perché ha i suoi sogni e le sue emozioni già attaccate addosso.
Il punto, quello che mi premeva dirti, è che noi giocatori di poker sognamo ed i sogni che facciamo rimangono incollati ai vestiti che indossiamo, a tutto quello che facciamo ed a tutte le città che visitiamo.
Sono sogni che sedimentano, solidificano, calcificano e poi fossilizzano, come il cemento. Se ne rimangono lì, solidi e imperituri. Secondo me, una volta edificato, ogni nostro sogno dovrebbe entrare a far parte dell’urbanistica delle città dove giochiamo ed essere indicato anche sulle cartine stradali. Immagino già di sentire il navigatore della mia auto: “girare dopo l’ultimo dei tuoi sogni a destra”.
Adesso sto divagando.
La faccenda è che stamattina la fredda dinamica dei sogni del passato mi ha completamente catturato e non mi lascia emozionare quel tanto che servirebbe per guardare con ottimismo al futuro.
Guardo, al lato di ogni strada che mi porta ovunque, i cartelloni dei film per la strada e sono un sogno, ogni persona che incontro è un sogno, le case, i negozi ed anche questo dannato cielo stellato stasera sono un sogno.
C’è chi gioca e dice di non aver mai sognato. Sciocchezze.
Le concezioni di chi gioca senza sognare nascono da un retaggio culturale sognante. Si dice di non avere sogni proprio perché ci si rende conto di poterne avere, ma di non essere in grado di afferrarne alcuno.
Caro avversario, anche per chi non ha voglia di sognare, a volte i sogni si avverano. Prendi l’esempio di Filippo Candio che ha raggiunto quel fantastico tavolo finale, ne avrai sentito parlare no?
Comunque, sto divagando ancora una volta.
Ora devo andare. Devo ancora registrarmi ed immagino di trovare un gran numero di sognatori alla cassa. Giocherò a Malta e per qualcuno, che riuscirà a buttarmi fuori, ci sarà anche la soddisfazione di raddoppiare il suo “buy in” sul conto Giocopiù. Poi volerò a Nova Gorica per la tappa l’IPT e tenterò di emozionarmi ancora.
Non mi ricordo più cosa ti volevo dire! Ah si, spero tu stia bene.
L’emotività si è riaccesa da sola e magari riesco a tenerla accesa fino a tardi. Tu incrocia le dita, per me, ma soprattutto per te.

Ti scrivo presto,

Con affetto.

Gianluca Marcucci

Facebook?

10 febbraio 2012


Perché adoro facebook?
Scrivi sul profilo una cosa del tipo “Il cielo mi guarda mentre la vita scorre via bastarda!” e ti ritrovi 50 commenti, scrivi “Apro da UTG perché yes yes lo sapevo” e ti ritrovi 40 commenti, scrivi “Totti ti amo” e ti rispondono in 20, scrivi “Finalmente è arrivata la sponsorizzazione!” e ti rispondono in 10, scrivi “Buon Natale!” e ti rispondono in 5. Poi finalmente scrivi una cosa intelligente e non c’è nessuno che capisca quello che hai scritto, forse devo davvero rivedere la qualità media dei miei post. E intanto c’è un’altra scossetta di terremoto…

Senza paure

24 gennaio 2012

Il rischio che a volte si corre è ridurre la felicità ad una mera apparenza, al sembrare sempre migliori e più felici di quello che in realtà si è.
Meglio patire decine di disillusioni e ripartire da zero, piuttosto che confondere e confondersi, perché l’unica felicità possibile sta proprio nella ricerca stessa dei nostri momenti felici.
Saggiamente.
Correttamente.
Cercando solo di non farsi contagiare dalla paura di non poterlo essere mai.

Il sogno di Pupi

15 gennaio 2012

Leg­gende, sto­rie che devono essere lette. Come i miti, le favole e le fiabe, fanno parte del patri­mo­nio cul­tu­rale di ogni popo­la­zione e non sono poi così lon­tane da quella verità che solo i bimbi sognano di descri­vere.

Mi chiamo Pupi ed ero un pesce rosso. Uno di quelli che si vincono al carosello della domenica lanciando una pallina da ping-pong all’interno di un bicchiere di vetro.

Certo. Anche io ero stato il premio destinato a un uomo di qualità, uno di quelli che ci erano riusciti. Era il giorno della festa d’,inizio estate in un luogo che tutti dicono di chiamarsi, Sabaudia. Lo so, il mio nome è chia­ra­mente frutto della fan­ta­sia, ma pre­fe­ri­rei rima­nere nell’anonimato almeno fino al ter­mine di que­sta sto­ria.

Per molto tempo sono rima­sto appar­tato e in silen­zio, ma credo sia arri­vato final­mente il momento che il mondo venga a cono­scenza dei fatti che andrò qui di seguito a narrare.
Ricordo che era una calda serata di luglio dell’ anno 1951 e dall’alto della sua cabina, il coman­dante Pie­tro Cala­mai stava con­tem­plando la miste­riosa volta cele­ste del cielo illu­mi­nata solo a tratti dal bagliore inter­mit­tente del faro di Nan­tuc­ket.

Il suo tran­sa­tlan­tico avan­zava ad una velo­cità costante di 21 nodi. Il nome scritto a carat­teri chiari sulla prua era “Andrea Doria”.

All’epoca vivevo in una coppa di cri­stallo ben anco­rata sulla scri­va­nia della cabina e tra­scor­revo le mie gior­nate in balia di colo­rati sogni e alie­nante riposo.

Ero il pesce rosso del coman­date e andavo fiero del mio ruolo. Sapevo che avrei potuto sol­care i mari e osser­vare il mondo da un punto di vista che nes­sun essere di quelli appar­te­nenti alla mia spe­cie avrebbe mai potuto van­tarsi di avere.

Mi sen­tivo spe­ciale.

In fondo era una delle tante notti in cui una grande nave attra­ver­sava gli oceani e io da gio­vane pescio­lino sognavo come sem­pre che la mia fama di nuo­ta­tore e di scru­ta­tore degli abissi marini sarebbe stata un giorno messa a dispo­si­zione del mio comandante.
Igno­ravo che di lì a poco si sarebbe con­su­mata la seconda più grande tra­ge­dia di mare dopo quella che aveva visto pro­ta­go­ni­sta un enorme blocco di ghiac­cio e la nave più sicura del mondo, il Tita­nic.

Alle 22,45 il mio coman­date saltò in piedi dalla sua branda per rispon­dere a una chia­mata della sala comandi. Il radar aveva segna­lato una nave che avan­zava verso la nostra a 18 nodi ed era a meno di 1 miglio.

Le imbar­ca­zioni si sareb­bero scon­trate. Vidi Cala­mai ordi­nare di acco­stare di quat­tro gradi a sud, cioè di spo­starsi verso sini­stra, in modo da aumen­tare la distanza. Ma, di lì a poco, com­presi che non sarebbe ser­vito a nulla.

Una rom­pi­ghiac­cio sve­dese al comando del ven­ti­seienne Cartens-​Johannsen, sosti­tuto di un coman­dante che in quel momento stava ripo­sando, entrò in col­li­sione con la nostra nave con un angolo di quasi 90 gradi e fu una prua rin­for­zata in acciaio a squar­ciare la fian­cata per quasi tutta la sua lun­ghezza.

Il rumore delle sirene di allarme attra­versò prima l’aria, poi il vetro e l’acqua per giun­gere alle mie pic­cole bran­chie rosse. In seguito fu il turno dello stri­dio delle lamiere con­torte e delle grida degli oltre mille pas­seg­geri.

L’impatto deva­stò molte para­tie sta­gne e per­forò cin­que depo­siti com­bu­sti­bile. Il nostro fan­ta­stico tran­sa­tlan­tico comin­ciò a imbar­care acqua di mare, nell’ordine di circa 5 ton­nel­late al secondo. L’Andrea Doria sbandò a dritta per oltre 15 gradi ras­se­gnan­dosi al suo destino irre­ver­si­bile.
Quel giorno il mio coman­dante pianse. Mi cercò attra­verso la tra­spa­renza delle sue lacrime tro­van­domi die­tro al vetro della mia solita coppa di cri­stallo. E fu lì che per la prima volta, mi parlò: “È ora di vedere quello che sai fare.”

Poi, aperto un oblò, gettò la coppa di cri­stallo in mare.

Si trattò di una lunga e inu­tile attesa la mia. Vedevo l’acqua dell’oceano farsi più vicina. Con­fusi il senso di morte, scam­bian­dolo per libertà. Ma ero un pesce d’acqua dolce vinto a una festa di paese. Non emersi mai più.

Qual­cuno sostiene che i pesci d’acqua dolce pos­sono soprav­vi­vere anche in oceano aperto e che addi­rit­tura riescano a tor­nare in terra quando fra gli uomini non c’è più nes­suno che sof­fre per dolore o per ingiu­sti­zie.

Altri invece sosten­gono che per ogni pesce rosso che muore avvenga invece un mira­colo.
Non so quanto di vero ci sia in tutto que­sto, ma ci credo ciecamente.

Mi chiamo Linda Mor­gan e il 25 luglio dell’anno 1956 occu­pavo la cabina numero 52, che fu la prima col­pita dalla prua di un rom­pi­ghiac­cio sve­dese. Venni sbal­zata dal mio letto ritro­van­domi sul ponte di un’altra nave. Scam­biai la realtà per un sogno e nel mio sogno vidi un pesce rosso nuo­tare via.

Oggi ho 74 anni, vivo a Sabaudia e i miei figli mi chia­mano scher­zo­sa­mente “Pupi”.

Il nulla.

14 gennaio 2012

Credo che in ogni vita, un eccesso di vita non sia mai una colpa. E non perchè una esistenza abbia necessariamente bisogno delle sue stegolatezze per essere vissuta, ma perchè una vita privata dei suoi eccessi, avrebbe un suo modo diverso di trasformarsi in vita e finirebbe con l’essere meno vita della vita che ambisce di essere.
Come in un libro in cui si va avanti a leggere e più non ci si rende conto di chi sia il personaggio principale.
Passatemi il gioco di parole, in fondo è solo un gioco.

In ogni vita c’è un nessuno che sogna di diventare qualcuno. Un personaggio. E potresti essere tu che leggi, oppure io che scrivo o magari una donna che perde un treno o che fatica a parcheggiare la macchina. Cosa volete che cambi?
Chiunque andrebbe bene e chiunque non sarebbe allo stesso tempo adatto ad interpretare il ruolo, perchè senza eccessi non ci sarebbe nemmeno un ruolo da interpretare. Nessuna storia. Nessuna distinzione tra una vita e l’altra.

Alla fine di questo libro nessuno avrà raggiunto alcun obiettivo, nessuno sarà andato in alcun luogo sognato, nessuno avrà mai lottato per il suo sogno o capriccio, nessuno sarà mai caduto al tappeto e tornato a combattere. Nessuno avrà mai raggiunto la sua piccola Itaca, nessuno avrà salvato il suo castello, baciato la sua principessa o raccolto un quadrifoglio.
Nessuno avrà mai affrontato la sua nemesi o preso in considerazione l’ipotesi di lottare, vincere o farsi trafiggere eroicamente e perdere.

Tutta questa latenza di emozioni io la chiamo “nulla”.
Quel libro senza pagine che non ha bisogno di protagonisti. Quella irraccontabile storia che puó continuare tranquillamente a fare a meno di noi in questa ed in tutte le altre vite a venire.

Conosco persone

11 gennaio 2012


Conosco persone in grado di muovere un dito solo per il proprio rendiconto personale. Uomini che non fanno niente per niente. Falsi benefattori con il vizio della contabilità anche quando si tratta di sentimenti. Li vedi che fingono ed a volte stenti a riconoscerli, ma il loro modo di essere è quel bluff che alla fine viene sempre scoperto.

Conosco persone prudenti e troppo affezionate ai propri diritti acquisiti tanto da ridursi a vivere evitando ogni possibile decisione ed ogni conseguenza che possa, in qualche modo, cambiargli la vita. Uomini impegnati non a vivere, ma a gestire quel poco di potere raggiunto o la propria misera posizione. Personaggi anonimi che parlano e ridono col contagocce. In fondo meno ci si espone e più facilmente si evitano rischi inutili, anche negli affetti.
Poi conosco alcune persone che credono di essere sempre più furbe ed intelligenti degli altri. Uomini in grado di vivere in equilibrio sulle proprie bugie credendo di non scivolare mai. Imbonitori che cercano sempre di vendertela giusta e che per un po’ magari ci riescono, ma è un gioco a carte scoperte che alla fine diventa palese. E’ solo questione di tempo.

Conosco brave persone e gente onesta, uomini che in modo diverso si sbattono e combattono ogni giorno per fare correttamente il proprio lavoro. Sono i supereroi della quotidianità, sempre in grado di tendere una mano con entusiasmo. Sempre pronti a lanciarsi con il cuore oltre l’ultimo ostacolo.

E poi conosco gente semplice. Uomini buoni al limite dell’ingenuità, persone come mia madre, che dice sempre ció che pensa e che fa sempre ció che dice, spesso incurante delle conseguenze ed in grado di sorridere comunque su tutto. Sono personaggi storicamente considerati perdenti, ma io devo, voglio e posso pensare che non sia davvero così.
A volte la franchezza, la trasparenza, l’entusiasmo, l’ironia e un pizzico di sana ingenuità, valgono quanto il raro talento di un uomo.
Ti voglio bene mamma!

Imperfetti, ma sinceri.

4 gennaio 2012

Non credo nella perfezione e nelle persone senza difetti. Tutti ne abbiamo, tutti siamo in qualche modo, fallibili. E se mostro su un social network ció che sono e ció che provo è solo perchè sento il bisogno di un’enorme mole di sincerità e trasparenza.
Sarò un ingenuo, ma forse l’unica strada per infrangere la corazza di diffidenza e rabbia che ci sta soffocando è quella di raccontarsi. Non apparire, ma essere. Magari imperfetti, ma sinceri. Buon 4 gennaio!

Ogni giorno

27 dicembre 2011

Ogni giorno, che sia Natale, Pasquetta, il giorno del tuo compleanno oppure un giorno qualunque, sei chiamato a fare un qualcosa di importante.
Poco conta che sia un periodo felice della tua vita o rigonfio di profonde malinconie, perché c’è quel qualcosa che va comunque fatto.
Esiste per ogni uomo un compito non scritto che, per quanto gravoso possa essere, deve comunque essere svolto sempre, con chirurgica dedizione ed a qualsiasi condizione, senza stare lì troppo a pensare.
Il mio dovere è quello di essere un buon padre. Un ruolo che ho interpretato per otto anni, senza distrazioni, ed al quale per niente e nessuno sarei disposto a rinunciare.
Niente. E nessuno!
Papà ti sarà sempre accanto piccolina mia.

Argomenti importanti

22 dicembre 2011

Quando metto a fuoco argomenti profondamente importanti ed attuali come la situazione politica, il surriscaldamento della terra, la fame nel mondo, sembra tutto tremendo, senza possibilità di recupero, senza la minima prospettiva di soluzione.
Se invece regolo la traiettoria del mio pensiero e mi concentro sulle banalità di turno, che so, sugli occhi della ragazza appena conosciuta, sull’ultima prestazione di Totti, o lo sci club di mia figlia, diventa tutto improvvisamente vivibile e bellissimo. Insomma, il rischio è che oggi per essere davvero sereni, si finisca con l’impostare i propri pensieri solo su scala ridotta. Da qui a trasformandosi in una sorta di figura mitologica superficiale ed impotente il passo è breve. Ecco perchè io non posso, non voglio e non devo limitarmi più a pensare solo su scala ridotta.

Un sogno

22 dicembre 2011


Ho sognato che rincorrevo un coniglio bianco in una strada deserta e che lo vedevo sfuggire via all’ultimo momento, solo un istante prima che riuscissi ad afferrarlo.
È stato come se un destino beffardo lo allontanasse all’improvviso proprio quando lo vedevo più vicino.
Freud scriveva: “I sogni anticipano le impressioni di un nuovo giorno, come lo splendore delle stelle anticipa la luce del sole.”
Io ho un’interpretazione diversa e magari assolutamente sbagliata.
Ho la netta sensazione che nei sogni si riflettano le fatiche e le frustrazioni di chi vorrebbe di più e non riesce ad ottenerlo. Ed io potrei aver rivissuto solo l’improbabile tentativo di un uomo di raggiungere ciò che davvero desidera o che ama.
Se così fosse, preferirei volentieri non sognare di rincorrere un coniglio per strada, ma Charlize Theron su una spiaggia maldiviana.

E’ più giusto dire che ci tengo

22 dicembre 2011

Non è giusto dire che “mi inquieto spesso”, è più giusto dire che “ci tengo tanto”. Perché se si ha a cuore davvero qualcosa o qualcuno, mi sembra del tutto ovvio, arrabbarsi, o prendersela ed incazzarsi se le cose poi non vanno bene.
Non sarei più io se dovessi comportarmi diversamente. E comunque sempre meglio puntare i piedi di fronte ad “un problema” che ritirarsi di buon ordine, o peggio a capo chino, dichiarando la propria sconfitta, come fanno certe persone.

Buoni o cattivi?

22 dicembre 2011

I cattivi capiscono quando si stanno comportando da buoni ed è questo il presupposto che li rende cattivi. Ma i buoni non sanno niente e dubitano anche della propria bontà. Trascorrono la vita sorvolando sulle cattiverie e perdonando gli altri, ma non riescono a perdonare se stessi, mai.
Ora la domanda è: ti senti buono o cattivo?

La balistica di un’opportunità

22 dicembre 2011

L’intelligenza è solo una scorta di munizioni, ma se non fai della tua mente un’arma di precisione rimane una dote inutile.
Certo, l’aforisma bellico potrebbe sembrare inopportuno, ma ogni giorno mi sveglio ed è l’inizio di una piccola grande guerra. Comincio sempre combattendo quella con me stesso e con i miei limiti, quella che inizia la mattina di fronte ad uno specchio. Dove un uomo riflesso non smette mai di ricordarmi che tanta ambizione, tanto talento e tanta esperienza servono a poco senza un’opportunità.
“Saperla riconoscere” è importante almeno quanto “saperla sfruttare”.
Ogni occasione si trasforma quindi in un target da colpire, sfruttando una mera miscela balistica di talentuoso opportunismo.

Riflessioni all’alba di un nuovo anno

17 dicembre 2011

Anche il poker è la mia vita. Una vita in cui ho iniziato a fare tante cose, forse troppe, molte portandole addirittura a termine. O forse così mi illudo di aver fatto. Ma il punto oggi è: “potevo farle meglio?” Ogni giorno è stata una corsa forsennata. Ogni giorno ho inseguito idee, desideri, obiettivi e fatto di tutto puntando al meglio, ma senza eccellere mai in nulla. Questo è il rischio che si corre in questa nostra società. Viviamo il tempo delle globalizzazioni, dei grandi sogni, della libertà, dell’istintività e ci sentiamo motivati a percorrere innumerevoli strade ed a provare una molteplicità di esperienze. Questo, se da un lato ci arricchisce, dall’altro ci espone al rischio di raddoppiare gli sforzi perdendo di vista il singolo obiettivo, senza mai riuscire ad arrivare fino in fondo a nulla. Sono, o permettetemi di dire siamo, persone spietatamente imperfette, fatte a metà.

La sensazione che ho è quella di una carenza di disciplina di intenti che ci imponga di marciare in modo convinto verso una metà ben precisa. Soprattutto ci manca, o almeno credo mi siano spesso mancate, la pazienza e la costanza per portare a compimento fino in fondo, fino alla vera eccellenza, le cose che ho provato a fare.

Si sono arrivato, ma potevo sfondare, potevo fare e dare davvero di più.

Questi, stamattina, sono i pensieri di un uomo giovane di anni e vecchio di minuti che inonda il suo blog di frasi fatte e concetti poco tecnici.

Un uomo che pensa ogni giorno alla sua bambina, agli obiettivi mancati ed a quelli raggiunti, ed al sapore che avrebbe raggiungerne di nuovi. Un uomo che vorrebbe sfondare per poi fermarsi e condividerne l’esperienza con chi gli vuole davvero bene.

Ma per vivere in un mondo così frenetico e dispersivo, che espone a infiniti stimoli e sollecitazioni, ogni tanto bisogna anche fermarsi, riflettere, scegliere e discernere tra quali siano i reali obiettivi e snodi importanti della nostra vita.

Magari attardandosi ad ascoltare il proprio cuore quel minuto in più e scartando tutto quel rumore di fondo che confonde la mente. Investiamo su noi stessi e facciamolo scavando in profondità, riscoprendo tutte quelle cose che realmente definiscono le nostre capacità nel significato più intimo della parola.

Bei pensieri vero? Da persona abituata a vivere in montagna potrei sentirmi dire di aver riscoperto l’acqua calda. Ma, in questi anni, anche attraverso un social network, ho incontrato, conosciuto, ascoltato tanta gente e queste considerazioni le sto facendo oggi non tanto come una riflessione religiosa o culturale, ma come un pensiero parassita da sputare fuori che avevo parcheggiato nello stomaco da mesi.

Conosco bene le mie peculiarità, potevo e posso ancora usarle al meglio. Questo mi sento di affermarlo con certezza.

Ma cosa potrei fare nel tempo che ho ancora a mia disposizione per essere in un qualche modo di aiuto a quelle persone che mi leggono, che non hanno ancora vissuto esperienze come le mie, ma che si accingono a percorrere la stessa strada?

Forse scrivere queste cose e condividerle è già un passo utile. Il primo. Quantomeno, mi piace poter credere nell’illusione che sia veramente così.

Chiudo augurando l’inizio di un nuovo anno pieno di emozioni a tutti voi.

Consigli imperfetti

11 dicembre 2011


Nel texas hold’em si tralascia sempre di cercare quel significato che vada al di là della semplice scelta squisitamente tecnica. Soprattutto in un torneo mtt live esistono giocate in grado di esprimere anche la personalità del giocatore, reazioni tali e ricorrenti da evidenziare anche i tratti più latenti tanto di un dilettante, quanto di un professionista. A volte sono proprio questi tratti a rappresentare quel punto debole del quale bisogna approfittare.

Nonostante non ci sia contatto diretto con l’avversario, il modo di prendere le proprie chips e di metterle al centro del tavolo, il modo di guardare e riguardare le prorpie carte, il tono della voce o la qualità di ciò che si pronuncia sono un mezzo per sublimare o accentuare l’aggressività e la conflittualità che ognuno di noi mette nelle proprie azioni. Tutto questo può essere interpretato.

Ci sono alcuni giocatori in grado di fare della loro qualità interpretativa un arma in più. Giocatori disciplinati, diligenti. Capaci di sedersi al tavolo e rimanerci per ore senza perdere un dettaglio di ciò che gli sta succedendo intorno.

Quando si siedono ad un tavolo da poker lo fanno sempre con discrezione, senza manifestare nulla che possa in qualche modo svelare le proprie intenzioni. Questa tipologia di giocatori è sempre in grado di capire la qualità delle giocate di chi ha di fronte e se chi è di fronte non prende qualche piccolo accorgimento può offrire informazioni ben più importanti delle carte stesse.

Non tutti sono però in grado di comportarsi come un predatore di emozioni, una sorta di condor perennemente pronto a violare la psicologia dei propri avversari e ad afferarne le debolezze. Non tutti possono attaccare, ma tutti possiamo in qualche modo, difenderci.

E’ sempre importante essere equilibrati e non dare a nessun avversario le chiavi per aprire un varco nella nostra personalità. E’ bene evitare reazioni improvvise davanti alla lettura delle proprie carte o dopo aver visto cadere un flop troppo fortunato o eccessivamente sfavorevole. E’ opportuno fare sempre tutto con calma, sistemare le chips alla stessa maniera, seguire uno schema e non variarlo mai. Durante una mano importante è bene tenere la sedia sempre alla giusta distanza dal tavolo, fare attenzione a non variare mai la posizione del corpo. Avvicinarsi al tavolo o abbandonarsi con il busto sulla spalliera della sedia sono segnali chiari di debolezza e forza.

Avete visto Cheong con quale lentezza agisce al tavolo? Eppure è in grado di capire tutto in fretta. Lui è in grado di percepire movimenti apparentemente insignificanti, che sottovalutati si trasformano in tells fatali per l’esito della mano.

La nostra personalità e le nostre abitudini influenzeranno sempre il nostro stile di gioco ed il modo di approcciare il gioco stesso.

“Io credevo che…” “Io pensavo che…” “Ero sicuro del fatto che…” erano, come diceva il principe Antonio De Curtis, tre pazzi che giravano per il mondo, tre affermazioni che possono fare parte solo del bagaglio di un giocatore perdente che non ha fatto attenzione al dettaglio.

Chiudo con un consiglio imperfetto per coloro che amano giocare i tornei live. Tenete d’occhio quei giocatori al vostro tavolo a cui piace collezionare pile di basso valore. Un giocatore a cui piace collezionare chips da 1000, trovandosi a giocare una mano marginale o quando non è completamente sicuro di vincere il piatto, punterà probabilmente con facilità due chips da 10.000, rispetto che spingere una pila da 20.000. Fateci “caso” e non lasciate mai niente al “caso”.