Archive for giugno 2015

Certe parole

17 giugno 2015

C’era qualcosa che parlava di un posto vicino al mare. Una storia.
C’era la curiosità di un bambino. Un po’ del mio passato, qualcosa del mio presente e frammenti di un qualche futuro.

C’erano l’ostinazione del tempo, il sapore di una torta di compleanno e l’odore delle candeline accese. C’era il colore sbiadito di una giornata di pioggia. Il rintocco delle campane lontane di una chiesa. Una mazzo di rose rosse, dei girasoli e la carta da parati anni settanta.

C’erano un sipario, un pubblico, un buffone e delle tracce di vita negli occhi tra il naso finto e la parrucca blu. C’era un interminabile rigirarsi a occhi chiusi, la tv accesa e un silenzioso andirivieni di pensieri.

No, non sono tornato. Non sono mai andato nemmeno via. Non so andarmene davvero. E non so restare. “Andare” è un’aspirina e “Restare” è un verbo per le persone coraggiose.

So che mi osservi, come si osservano certi tramonti. Da lontano. Senza parlare. La lontananza non è mai stata una questione di spazio, ma di tempo.

Stai per dire qualcosa, ma ci ripensi. Poi scrivi di nuovo, ma cancelli. Forse conosci meglio di me il peso di alcune parole. E sarebbe cosa buona e giusta che certe definizioni cominciassi a impararle anche io.

Viaggiare

16 giugno 2015

Quando parto non é importante sapere dove sono. È importante sapere che, ovunque arriverò, succederà senza aver portato nessuno con me. Un uomo che viaggia da solo è sempre in cattiva compagnia. Oggi partire somiglia un po’ a ricominciare. Ma la verità è che anche quando dico di aver ricominciato, non è vero. Non si ricomincia mai. Ogni treno rincorso, ogni aereo aspettato, ogni metro percorso, ogni passo fatto in avanti o all’indietro è per sempre. Comunque la mia vita cambia, non ricomincia. Si adatta. Ci sono l’esperienza, il tempo, i pensieri e tutte le parole scritte o sussurrate. Non si possono annullare. Non si può cancellare niente. Vado avanti lento e impacciato, come quelle pellicole in bianco e nero dei film di Charlie Chaplin. E non riesco proprio a considerarlo un problema. Anzi ci vedo dentro la stessa magia.

L’alba

15 giugno 2015

La cosa più interessante di una notte insonne è che puoi passarla scrivendo, ascoltando musica e collezionando pensieri in totale libertà. A volte si aspetta il sonno come un vecchio amico che non vedi da tempo. Gli perdoni ogni ritardo. E quando lo senti bussare gli spalanchi la porta ed è allora che ti accorgi che l’alba è meravigliosa.

Immaginazione

13 giugno 2015

Immaginare è un arte complessa e richiede un talento particolare. Ma chi è bravo a immaginare spesso distrugge i suoi castelli in aria con una facilità estrema e una rapidità imbarazzante.

L’immaginazione non ha bisogno di fondamenta. Allora cosa trova una persona in un’altra persona? Cosa ci avvicina e soprattutto che cosa impedisce di allontanarci.

L’idea che ci facciamo degli altri non è altro che una complessa sequenza di immagini e aspettative. Attraverso l’immaginazione si produce un’intimità straordinaria. Una necessità che si rinnova e si intensifica in misura uguale a quelle che sono le capacità di una persona di immaginare.

Le relazioni finiscono quando si esaurisce l’amore, ma l’amore cessa quando si smette di immaginare e ci si limita solo a vedere.

Senza immaginazione il sentimentalismo si esaurisce nella quotidianità, ci si limita al dovere e si ammuffisce nella noia.
Senza immaginazione l’amore non è altro che una seria infinita di sfumature di solitudine.

Se c’è una cosa che mi ha insegnato oggi la vita, è che la manutenzione e la protezione degli affetti sono attività importanti quanto la ricerca della serenità. E che la volontà non è nulla senza immaginazione.

Il fisico e lo scrittore

12 giugno 2015

Il colmo per un sedicente scrittore è trovarsi al ristorante giapponese con un fisico a parlare di antimateria e fasci di neutrini. Particelle che possono essere sparate da un ristorante a Bergamo, attraversare le alpi e arrivare precise in una brasserie a Parigi.

A cosa serve tutto questo? Forse a niente. Quando niente equivale a risolvere problemi che non so nemmeno immaginare.

Però ho fame. Ordino qualcosa. Sorrido. Vorrei parlare e lanciare gli edamame, invece mi limito ad ascoltare e a contemplare la bellezza di certe parole.

Lei mi vede perplesso. Allora versa dell’acqua e mi mostra il bicchiere. “Se in questo bicchiere di minerale metti del vino rosso, esiste una seppur minima probabilità che il miscelamento casuale porti il vino a essere completamente separato dall’acqua.” Io rido. “E’ vero”, mi dice. “Non succede mai, ma potrebbe succedere.”

Quando me lo ripete per la seconda volta penso all’incantevole fascino della cosa. Perché ovviamente non immagino il vino e l’acqua separati in orizzontale. Li penso in verticale, in diagonale, scalettati, quadrettati, sfumati. Ma non ce la faccio a trattenermi.

Scoppio a ridere. Le dico che con la sfortuna di questo periodo la mia miscela potrebbe addirittura esplodere. Poi sorseggio del vino. Lei sorride di rimando. Intanto continua a parlare e il discorso assume sfumature irreali dai significati quasi inarrivabili.

Nella testa i neutrini cedono il posto a istantanee del mio passato. Le strade del centro di Roma. La statua di Pasquino. Le luci giallastre dei lampioni. Tutto questo mi ricorda una poesia di Ennio Flaiano. Un brano che inizia con queste parole: “C’è un limite al dolore…”, e termina con altri bellissimi versi, che colorano di silenzio i miei pensieri: “Il gioco è questo. Cercare nel buio qualcosa che non c’è, e trovarlo”.

A un tratto vengo assalito dal ragionevole dubbio che un qualcosa nel buio ci fosse davvero. E mi dispiace di non essere riuscito a trovarlo.
Mi dispiace e mi fa anche rabbia. Una rabbia mortificante come la stupidità umana. Come quella sciocca presunzione di sapere tutto che precede la curiosità di conoscere la verità.

Ieri sera il fisico descriveva un mondo diverso, parlava di scienza, assaggiava sashimi e ordinava dei roll al sapore di tonno. Seduto li davanti c’era anche uno scrittore. Da qualche parte disperso nel riso, insieme ai neutrini, ai suoi pensieri e alla meravigliosa filosofia di tutte quelle parole.

La ragione

11 giugno 2015

La ragione stamattina porta un cappuccetto rosso, ma le starebbe bene un cappellino da baseball. Uno di quelli arancioni con le scritte di una qualche università americana a caso.

La ragione se ne sta seduta su un’altalena sospesa alla fine del mondo. È lei che decide dondolando la sorte di ogni parola. Questa sì, questa no, questa forse e poi tutti quei m’ama o non m’ama stanchi, affacciati sulle cose che hanno smesso di accadere.

La ragione esiste, ma non è un uomo, io lo so. Ascolta ciò che penso e mi rimprovera per come lo scrivo. La ragione è un dizionario che custodisce il significato dei miei allucinanti ritorni. Una foresta di parole dove si perdono le domeniche di giugno e tutti gli altri giorni lasciati a stendere nel mezzo della settimana. Giorni che non hanno molto da raccontare che non sia il mio viaggio.

Da Termini verso Magliana, passando per Piramide. Ci sono storie simili a fermate che vivono slegate da ogni contesto, ma che sono reali come tutte le cose che sfrecciano attraverso un finestrino. Quelle che passano veloci e che puoi far finta di non vedere. Come la data di scadenza sulle vaschette di Nutella. Illusione, pura illusione.

Stamattina c’è odore di olio bruciato e sale nell’aria. Il mare è molto più avanti, ma questo la ragione ancora non può saperlo.

Alieni

10 giugno 2015

Dicono che le cose migliori sono quelle che tardano a rivelarsi. Sarà, ma tutto quello che si lascia aspettare troppo finisce che lo puoi solo immaginare. Lo puoi solo sperare. E quando un sogno diventa speranza è segno che sei giunto all’ultimo atto.

Spesso è quell’angusto cunicolo che unisce gli universi diversi a illuderci di avere il potere del verbo decidere e l’illusoria consolazione del verbo risolvere. Per questo mi piacciono gli universi paralleli, perché posso rimanerci intrappolato senza mettere le quattro frecce e chiedere scusa a chi invece vorrebbe uscirne fuori.

Mi piace far finta di essere un inconsapevole alieno, un po’ come Sting. In fondo non si dovrebbe restare umani troppo a lungo. A volte si sceglie di sembrare diversi non per essere studiati, ma per essere evitati, ignorati e dimenticati.

Che poi anche all’alieno più diverso ogni tanto basterebbero occhi chiusi, un abbraccio e un atterraggio di fortuna.


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