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Certe parole

17 giugno 2015

C’era qualcosa che parlava di un posto vicino al mare. Una storia.
C’era la curiosità di un bambino. Un po’ del mio passato, qualcosa del mio presente e frammenti di un qualche futuro.

C’erano l’ostinazione del tempo, il sapore di una torta di compleanno e l’odore delle candeline accese. C’era il colore sbiadito di una giornata di pioggia. Il rintocco delle campane lontane di una chiesa. Una mazzo di rose rosse, dei girasoli e la carta da parati anni settanta.

C’erano un sipario, un pubblico, un buffone e delle tracce di vita negli occhi tra il naso finto e la parrucca blu. C’era un interminabile rigirarsi a occhi chiusi, la tv accesa e un silenzioso andirivieni di pensieri.

No, non sono tornato. Non sono mai andato nemmeno via. Non so andarmene davvero. E non so restare. “Andare” è un’aspirina e “Restare” è un verbo per le persone coraggiose.

So che mi osservi, come si osservano certi tramonti. Da lontano. Senza parlare. La lontananza non è mai stata una questione di spazio, ma di tempo.

Stai per dire qualcosa, ma ci ripensi. Poi scrivi di nuovo, ma cancelli. Forse conosci meglio di me il peso di alcune parole. E sarebbe cosa buona e giusta che certe definizioni cominciassi a impararle anche io.


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