Posts Tagged ‘Gianluca Marcucci’

Uno alla volta

19 agosto 2017

Tentare di raccontare un fatto accaduto a trecento metri da noi, soltanto due giorni fa. Provare a descrivere prima la sorpresa. Poi la paura e il devastante senso di inadeguatezza nostro e delle persone intorno.

Forse niente di più difficile. Niente di più inutile. Se non ci sei dentro le parole non lo trasmetteranno mai. Se non l’hai vissuto la retorica non aiuterà qualcuno a capire.

Il terrorismo rimane un fatto universalmente noto e di portata drammaticamente storica. Ma cosa “cazzo” vuol dire terrorismo. Che ne sa un ragazzo di 22 anni del terrorismo. Della tolleranza. Uno che crede alle favole di una vita migliore dopo una morte infame. La vita è questa e non ce ne saranno altre per nessuno. 

Per questo mi trovo fortemente inadeguato a trasformare un dramma in un racconto, magari con personaggi da romanzo. Potrei comunque farlo. Ne sarei anche capace. Ma sarebbe la mia interpretazione personale e difettata. 

Oggettivamente si è trattato di un furgone lanciato su una folla. Come altri prima di allora. E altri che ne verranno ancora. Soggettivamente invece, per le persone rimaste coinvolte e per i terroristi assassini, si trattava di “uno alla volta”. 

Abbattere un vecchio. Un ragazzo. Una donna. Senza ordine. Con caotica casualità. Non sono certo stati lì a controllare l’etichetta. Giovani. Anziani. Cristiani. E magari anche musulmani, perché alla fine importa davvero? Per nessuno di loro c’erano persone uguali a loro. E in un certo senso è proprio così.

Ho provato a immaginare i protagonisti prima, durante e dopo l’attentato alla Rambla. In casa, al bar, nel furgone, in strada, in fuga. Quello che poteva andare storto e che invece purtroppo non è accaduto. 

L’irrisolvibilità del destino. La sopravvivenza di persone segnata da innumerevoli piccole coincidenze. La bimba che vuole tornare in hotel. La sterzata del van all’ultimo momento. La nostra storia che è sempre la somma delle conseguenze di tantissime altre storie. 

Esistono solchi profondi tra le persone, che nemmeno le più tenaci volontà sarebbero in grado di ricucire con la tolleranza. E questi baratri non sono generati da un conflitto, ma dalla pura e semplice differenza di pensiero.

Anche dentro di noi ci sono linee e soglie di non ritorno che continuamente varchiamo. Identità che quotidianamente muoiono e nascono. Tutto questo può apparire deprimente, dispersivo, frustrante. 

Immagino il furgone che corre. Le persone che cadono e muoiono. Alcune senza avere la benché minima consapevolezza, o reazione al fatto. Nessuna strategia difensiva opponibile. Soltanto il dolore. 

Le grida incomprensibili in lingue diverse. Ma tutte con la stessa intensità. Poi un’altra improvvisa accelerazione arriva e consuma ogni giustificazione morale. Le ruote sgommano in una serie di sterzate casuali sull’asfalto. Ogni schema logico salta. Il buonsenso viene fatto deflagrare in un tempo troppo piccolo per reagire. 

Così a un tratto è ancora il destino a lasciare poco spazio al bisogno di sopravvivenza di tutti. Dei terroristi. Delle coppie a passeggio. Dei turisti. Delle mogli, dei mariti e dei figli.

Al volgere dell’ultima sterzata un uomo viene soltanto sfiorato, mentre un’anziana signora italiana viene colpita dal paraurti e vola a oltre 20 metri. È il suo ultimo respiro e si esaurisce al suolo. 

È l’immagine più drammatica della nostra impotenza. E non mi viene altro da scrivere ora che non sia, maledetti.

Alice e il rispetto

2 agosto 2017

Alice temeva quello che immaginava poterle passare davanti agli occhi. Da sola. Seduta sul bordo di un fiume. Per questo preferiva lo specchio, a uno specchio d’acqua.

Alice aveva ascoltato tante storie e non si fidava di quello che può portare la corrente. A volte si fermava all’improvviso, camminando in un sentiero nel bosco. Poi si toglieva le scarpe e attraversava dolcemente il letto di foglie che si formava sotto agli alberi.  

Se qualcuno avesse fermato il tempo per chiederle perché lo stesse facendo, probabilmente lei avrebbe risposto: “Per rispetto.”

Alice adorava le castagne alla brace. Lo stregatto. Le piaceva avere i capelli lunghi. E amava fare lunghe docce nei giorni freddi. Ma non le erano mai piaciute le goccioline di vapore che si posavano sullo specchio. 

Forse perché le impedivano di affacciarsi sull’unico universo che sapeva appartenerle davvero.

Senza accontentarsi mai

1 agosto 2017

Mi piaceva il suo modo di passare dalla malinconia all’umorismo. Forse non era un attore formidabile, ma sapeva scrivere. Sapeva scrivere bene. Peccato che di tutti i suoi libri solo un paio siano stati tradotti in lingua italiana. E devo dire di aver apprezzato anche le sue interpretazioni in parecchie pellicole.

Sam Shepard. Una volta ho letto di come strutturava il suo lavoro durante l’arco della giornata. Un capitolo al mattino, appena sveglio. Poi una pausa, palestra, un giro da qualche parte. Un pranzo leggero e un capitolo il pomeriggio. Poi basta.

“Perché ogni singola pagina merita le mie energie migliori”. 

C’era da credergli, visto come scriveva.  
Ecco. Dovrei disinnescarla la mia provocatoria retorica, ma è più forte di me. È irritante. Sfacciata. 

Stamattina mi sono alzato e ho scritto un capitolo del mio terzo libro. Si perché il secondo è finito da un pezzo e non ho voglia di cambiare più nulla. E quindi? Quindi l’ho fatto? Scriverlo intendo.

Ora ricca colazione, poi mi aspetta uno stillicidio di piccole intolleranze nel traffico di Roma. Caldo torrido. Code reiterate. E un paio d’ore in una filiale alla Balduina tra impiegati che verificano se gli F24 sono ben compilati. Oltre a quelle domande sui numeri di conto corrente, impossibili da ricordare. Impossibili come il titolo dei romanzi di Sam Shepard.

Impiegati di banca. Non sto parlando della professione più faticosa del mondo. Ma insomma cosa dovrebbero dire gli addetti allo sportello del proprio lavoro. Che ogni cliente merita le proprie energie migliori? Che tra un versamento e un estratto conto meglio farsi un giro? E in un negozio? E in una scuola? E i tassisti, che poi sarebbero, già di loro, sempre in giro?

Eppure scrivere sembrerebbe estremamente più faticoso. E credetemi, lo è. Per quanto sfrontata e priva di senso potrebbe sembrare questa mia affermazione. Per comprenderlo pensiamo a cosa capita ascoltando una canzone. Una di quelle in grado di toccarci dentro. 

O quando rimaniamo inebetiti davanti a un capolavoro del cinema. O quando finiamo un romanzo che ci ha coinvolti. Travolti. Appassionati. 
Quando ci rendiamo conto che qualcosa di molto profondo e dormiente è stato risvegliato dentro di noi. Che esiste qualcuno che si è preoccupato di conoscerlo e raggiungerlo. Nonostante le code nel traffico e le beghe della quotidianità. 

A volte mi sento come se mi fosse stato fatto un regalo. Un percorso che qualcuno ha scavato nella materia più insidiosa che esista. Il cuore.

Per essere credibile su che tipo di fatica è scrivere, dovrei scrivere per vivere. Ma non è quello che faccio. Scrivo per scrivere. E succede quasi ogni notte. Quasi ogni mattina. A volte sorserggiando un tè caldo sul gradone di una vecchia fontana del centro. Quando non passa più nessuno. Quando il sonno è così adorabile da far sembrare la vita una cosa perfetta. 

E invece la vita è in qualche vicolo buio che ti aspetta. E bisogna continuare a svegliarsi. A camminare. Qualche volta addirittura a correre. Senza mollare mai un metro. Senza accontentarsi mai. 

Le incantevoli storie di Alice

25 luglio 2017

Alice credeva di amare la lettura più di ogni altra cosa. Ma non avrebbe mai acquistato un libro usato in una di quelle bancarelle del centro. Quelle di piazza del Popolo, o via Cola di Rienzo, a Roma.

In fondo come si può abbandonare così deliberatamente un libro? Non esistono storie che non meritino di essere amate da qualcuno. 

Alice era uno “scontro impari”. Troppo distratta per essere felice. Toppo intelligente per credere di poter trovare ogni risposta. 

Da piccola Alice giocava con le lumache. Quelle che dopo un temporale uscivano nel giardino sotto casa, ed erano tantissime. Eppure non amava i giorni di pioggia. 

Alice credeva che le lumache non fossero lente, ma stanche. Che facessero solo tanta fatica nel trascinare il peso della propria casa. Quello che credeva essere il peso della propria esistenza. Alice le avrebbe volute aiutare tutte.

Ed era pronta a dar loro l’amore di cui non avevano mai sentito il bisogno. 

“Tu, ovunque tu sia. Raccontami una favola. Leggila, rileggila, inventala, sognala. Che sia davvero realtà, o una storia della tua infanzia, non mi interessa. Che sia un aneddoto origliato sui vagoni di un treno, o una delle fiabe di tua nonna, non ha importanza. Raccontami soltanto una storia. In fondo sono tutti aneddoti incantevoli quando qualcuno ha soltanto voglia di ascoltare la tua voce.”

Alice e gli sguardi raggianti

24 luglio 2017

Alice è accigliata, sprecata, confusa. Forse non aveva mai provato a essere davvero dall’altra parte. 

Alice pensava al mare, al vento, alla vela. Pensava ai frustranti inseguimenti di Willie il Coyote e a un universo fatto di relazioni più semplici. A un emisfero opposto fatto di sentimenti. All’infantile desiderio di volare senza il timore di essere predati. 

Alice non sapeva ancora come tornare. Poi finalmente corse in suo aiuto il vento. Insieme alla consolante luce di un tramonto, che saltava fuori da una cospirazione di nuvole lontane. 

A volte ripenso ad Alice. Alla sua bellezza. Alla vita e a quello che decidiamo di farne. All’aleatoria sostenibilità di un universo inventato. Alla leggerezza di un abbraccio. E a quelle espressioni fatte di sguardi talmente raggianti da metterti tranquillità.

L’indomabile Alice

5 luglio 2017

Alice si guarda allo specchio, poi si bagna il viso. 

Come se lavarsi la faccia fosse diventato all’improvviso un gesto troppo facile. Come se si potesse addirittura fare senza chiudere gli occhi. 

Alice fissa il suo riflesso a metà strada. Con la schiena piegata. Affacciata a un’ipotetica zona franca tra questo e l’altro universo. 

Come se tutto quello che c’è al mondo di inspiegabile restasse comunque senza una spiegazione. Eppure diventasse all’improvviso “dominabile”. 

Vie di fuga

6 giugno 2017

Il bruco credeva che l’amore fosse ovunque, così ogni giorno guardava sotto le foglie. Dietro ai sassi. In cima agli alberi. Ma non trovava nulla.

Il bruco faceva domande. Quelle che ti fanno sentire a disagio. Ed era convinto che mettendo una lettera maiuscola all’inizio delle parole, un giorno sarebbe potuto volare via. 

Il bruco non conosceva le linee di prospettiva, quelle che si irradiano dal punto di fuga. Eppure erano state sempre lì, proprio davanti ai suoi occhi. Gli sfrecciavano accanto richiudendosi dietro la testa.

Un giorno il bruco prese una mano e se la mise sul cuore, poi ti disse: “Conta. Ci dividono i battiti di cuore e tutti quei millimetri d’acqua sufficienti a farti annegare”. Poi sorrise. Chiuse gli occhi. E divenne farfalla, prima che qualcuno potesse mai arrivare a cento.

Non ci parliamo da tempo

29 aprile 2017

Città. Le nostre città. Ma anche tutte le altre città. Sono edificate nel tempo. E forse somigliano molto a chi le ha costruite. Somigliano ai nostri stati d’animo. Al nostro modo di essere. Di reagire.

Tutte ad esempio hanno un centro e delle periferie. Le periferie rappresentano il limite, il confine. Invece in centro si trovano i negozi. Le griffe. I ristoranti migliori. È in centro che si puliscono meglio le strade. Che i buchi sull’asfalto vengono riparati all’istante. 

Un parallelismo interessante. Amiamo stare nelle zone più curate della città come nelle zone migliori di noi. E poi ci sono le nostre spiagge. Le nostre favelas. Le nostre borgate. Un confine quasi sconosciuto, perché da sempre poco e mal frequentato. 

Finché la vita ci permette di stare al centro della vita stessa non abbiamo motivo di addentrarci verso i limiti. Non abbiamo voglia di scrutare la periferia. Le zone della nostra più devastante impotenza. 

Charles Darwin ci ha riconosciuto un istinto, che ci ha salvaguardato nel tempo. E che oggi ci conduce e ci rende esperti di fronte ai rischi. Un qualcosa che vive annidato nella cultura di ogni popolo.

Ogni storia può essere osservata con il punto di vista del calciatore brasiliano, del pastore sardo, dell’astronauta russo. Oppure con l’angolazione dell’agricoltore, del prete, del cow boy. Che magari osserva il mondo da dentro e coglie soltanto l’immensità del deserto attorno a lui. 

Chissà. L’astronauta invece vedrà la terra nel suo complesso. Questi pensieri sono un trasferimento continuo dalla sella all’astronave. È l’immenso racchiuso nel dettaglio che ci proietta dalle stalle, alle stelle. A guardare, come un astronauta, da lontano tutta la nostra vita. 

E viceversa, solo una considerazione più alta e assoluta ci spiega meglio un dettaglio. L’impronta di rossetto in un bicchiere. I lineamenti di un sorriso, o il sapore delle labbra di una persona. Una che oggi non sappiamo nemmeno in che città, o periferia, sia finita.

Ma abbiamo bisogno di questi racconti? Abbiamo necessità di essere una città dentro la città? A cosa mi è servito viaggiare, scrivere, parlare e ascoltare? A cosa mi serve questo blog? Che cosa cambia mentre niente sta cambiando?

Di fronte a “tutto quello che rimane lo stesso” io posso mutare solo il mio punto di vista. Scegliere la collina da cui osservo me stesso e il mondo. Posso partire dalla mia intelligenza, dalla mia speranza, dalla mia ironia, da tutti i miei sbagli. Dalla rabbia. Dalla paura. 

Ecco a cosa serve guardare “le cose che non cambiano”. Serve a riconoscere ciò che invece sta cambiando in me. Il significato più profondo di tutti quei centri e tutte quelle periferie. 

Mi sfugge il significato della vita, ma non sfuggirò mai alla vita. Non posso capirla, ma posso domandarmi in quanti modi mi è possibile considerarla. A quali siano le diverse profondità raggiungibili. A quali siano i momenti più esaltanti, o rabbiosi della mia esperienza. 

Direi che sono arrivato al dunque di questo pensiero. È “me stesso” che sto raccontando in queste pagine. È “me stesso” che ogni volta rimprovero e giustifico con il solito mezzo. Le parole. 

E ringrazio la vita, per tutta questa vita. Perché finché avrò la fortuna di esistere sarò io il passato, il presente e il futuro di ogni singolo giorno della mia esistenza. 

Non conta dove. Non conta con chi. Questo lo stabilirà il destino. E ormai non ci parliamo da tempo.

Staccarsi con dolcezza 

25 aprile 2017

Le parole si leggono. Si ascoltano. Oppure si pensano e si pronunciano. O meglio ancora, si scrivono. Si cantano. E sono quelle le più difficili. Quelle che creano il mondo all’interno del quale un pensiero potrà essere condiviso da tutti nel tempo. 

Mario Biondi saluta il pubblico. Gli applausi non lo toccano. È lì con il microfono in mano. La musica da il tempo e lui la prende reagendo con tre impulsi che partono dai piedi e gli attraversano tutto il corpo. 

Al terzo impulso i suoi movimenti diventano canzoni e musica.

Mario Biondi, nome d’arte di Mario Ranno, è un cantante, un compositore e arrangiatore italiano. I suoi genitori si chiamano Concetta Porto e Giuseppe Ranno. Ma questo non interessa davvero a nessuno.

Quando la luce stacca sul suo primo piano riesco osservare da vicino l’espressione del volto. 

“Love is a temple”.
“L’amore è un tempio, Non darlo per scontato, e quando succede, è il momento di scrivere la tua storia.”

Gli occhi si aprono un varco tra le note. I pensieri prendono vita. Seguono la strada indicata. Il corpo comincia a vivere, a farsi abitare dalla musica e questo è un passaggio straordinario. 
È il miracolo che l’uomo può arrivare a compiere. 

Mario si lascia passare la musica nelle spalle, che prendono a seguirne il movimento. Non sono movimenti che fa. Sembrano piuttosto movimenti che gli sfuggono via. Ha un perno fisico, una focalizzazione che tiene con una disciplina da militare. Non stacca gli occhi da un punto indefinito della platea. Forse cerca qualcuno. Oppure segue soltanto il flusso delle parole. 

C’è un rigore assoluto nella semplicità e nella verità dell’azione che sta compiendo. E la disciplina fa sì che la vita possa scorrere e fluire. Il suo corpo è musica e il suo sguardo tiene l’azione di profondità. Il perno che solleva il mondo. Il baricentro.
E il suo fisico è quasi contratto. Muove il braccio destro e il movimento lo aiuta nell’esecuzione. 

“Take me up and let me down, Hold me when I’m sad, Take my eyes to look around, Take my ears to listen to the stars, This is what u are, Knock me down knock me out, Make me feel shy,But when you hold me in your arms, I can just forget the tears I’ve cried, This is what u are”

Questo è quello che sei? Davvero?
Un uomo diverso, non come noi. Il suo baricentro è l’esecuzione. È la musica. Il suo punto di focalizzazione nasce lì. Ed è un triangolo meraviglioso. Lui. Noi. Le parole.  
Nessuna regola, né il ritmo, né la melodia, né il palcoscenico permettono di separare le frasi dal loro significato. Dalla loro energia. 
Rimango a guardarlo rapito e penso alle sue capacità. A quel cappello che soltanto lui potrebbe indossare. Al talento che trasforma le “regole assolute” in “regole del gioco”. 

Penso che mi stia indicando un altro modo di amare. Non di certo una donna. Non di certo gli altri. Ma me stesso.  

È una serenità che mi nasce da dentro e che rivela un altro luminosissimo orizzonte. La capacità di saper contenere le emozioni. Non di negarle, non di reprimerle, né viceversa di cedere loro un timone cieco. 

Catturare le emozioni. Nel senso di sapere che ci sono e di controllarne il flusso. Essere liberi di viverle, di farle vivere e di contenerle nella partitura della canzone. Le canzoni sono la colonna sonora di tutta una vita. 
Ormai la strada è segnata verso la fine e anche questo passaggio così difficile risplende di serenità. Ritmo e musica con le loro regole sono ormai digeriti e diventano sangue che mi scorre dentro miscelato a respiro. 

Qui. Ad altezza cuore. In questo punto più che negli altri, secondo me, esce la qualità fisica profonda. La compostezza. Sono padrone di me stesso e completamente libero.
Mario saluta e ringrazia. Nessun compiacimento, solo piacere. Questo finale mi ricorda qualcosa che ho già scritto in passato. 

“È impossibile quando ti tieni forte, aggrappato a qualcosa con tutto te stesso, staccarti con dolcezza”.

 Diventa memoria

21 aprile 2017

Stamattina ho pensato a un piccolo esercizio di specchi. Tutto ciò che vi vedo riflesso non è altro che la proiezione di quello che si muove all’interno. Un quadro limitato di tutto quello che mi circonda fuori. Tutto quello che riesco a vedere. 

Posso cambiare angolazione, ma se qualcosa appare da un lato, qualcos’altro scompare dall’altro. Le pareti. Gli oggetti. Le persone. Ma c’è anche un gigantesco me stesso. Sempre al centro. 

E poi c’è una parte soffocata di me. Quella che pensa. Quella sensibile. Quella che non sopporta osservare il riflesso del suo somigliante amico in gabbia. Sempre che si possa chiamarlo amico. Sempre che somigliante sia l’aggettivo giusto da usare. 

In questo stillicidio di espressioni assonnate non cerco risposte. Non cerco nemmeno le domande. Rimango soltanto immobile a guardare e ad ascoltare se anche attraverso un riflesso qualcosa riesce a risuonarmi dentro. 

Oggi l’esistenza sa di cose già viste. E un riflesso rimane lo stesso anche quando non capisco la quotidianità che mi fa da palcoscenico. Il riflesso lavora comunque. Trasforma un broncio accigliato in energia per le idee. E così anche un presente apparentemente insignificante, diventa memoria. 

 

Essere sepolcro. Essere culla.

18 aprile 2017

Le aree dismesse esistono fuori e dentro di noi. Il tempo ne traccia i confini. La domenica pomeriggio. La fine di un viaggio. Di una vacanza. La fine di una relazione. Una moltitudine di “fine” e a ogni fine corrisponde il vuoto. Un brutto posto esistenziale dove andare.

Naturalmente più si diventa grandi e peggio è.

Ieri sera ho fatto due passi partendo dal lungomare di Ostia. Di settimana in settimana adesso la luce del giorno rimane più a lungo a impressionare le cose che vedo. Poi sono entrato nella pineta di Castel Porziano. In alcuni tratti un vero luogo di abbandono. 

La luce ieri sera illuminava la natura, ma anche l’immondizia, i detriti, i ciuffi d’erba tra le buste abbandonate. Chissà quando. Chissà da chi.

La luce. La luce è più interessante di ciò che illumina. Partendo dalla decisiva funzione di uno sguardo al buon funzionamento degli occhi. 

A ogni pensiero siamo sepolcro e culla. I miei occhi in fondo raccontano le storie molto meglio di me. Imparassi da loro a essere così oggettivo. Così pragmatico.

Perché le cose che scrivo non sono altro che il luogo della trasformazione di tutti gli sguardi della mia vita. Così come la “fine” di un bel giorno, di una relazione, di una semplice vacanza, non sono altro che un posto scomodo dove stare a pensare. 

A volte mi trovo a ricordare qualcosa che ho già scritto e mi chiedo come sia mai arrivato in passato a scrivere cose che oggi magari non penso. 

Si può cambiare ancora quest’idea? Come ci sono arrivato? Che strada ho percorso? In quali luoghi mi sono trovato a cercare le parole per scriverlo? Come mai oggi dico cose così diverse da anni fa? 

Scrivo per dare forma a un processo. Un’azione depurativa degli eventi che vivo. Estraggo vitamine e ferro arruginito dai giorni. Ingoio frustrazioni e restituisco ossigeno in una sorta di fotosintesi sommersa e silenziosa. 

Ora la spiaggia. Una bicicletta col cestino della spesa. Il sole scivola via e accarezza con la stessa grazia tanto i posti belli, quanto i luoghi dove non esiste la serenità. 

Stasera permetto alla luce di entrarmi dentro. Alle parole di fare il proprio percorso. A volte l’esistenza è più consapevole di noi di quanto non potremmo esserlo noi stessi. L’esistenza sa. Il passato trasforma il nostro passaggio in memoria. 

Non so perché, ma questo pensiero mi trasmette una spietata allegria. 
Mi fa sentire parte di qualcosa di immenso a cui appartengo secondo qualche legge che non ho ancora capito.

Essere sepolcro. Essere culla. Essere un uomo in grado di trasformare qualche detrito abbandonato in un tramonto. E una discarica in vita.

Solo a Roma 

9 aprile 2017

I vicoli di trastevere sono un fiume in piena che esonda turisti di ogni credo e nazione. Il chiacchiericcio trascina la mente. Sembra lo stesso da sempre. Il chiacchiericcio tiene per mano il desiderio, di ogni persona, di vedere se qualcuno si volta e ti guarda solo perché riconosce la sua lingua.

Mentre mi ascolto parlare sorrido. Vicolo della Renella è a pochi passi da Santa Maria in Trastevere. Si scherza. Si scatta qualche foto. Ma è a cena che iniziano le risate vere. Prima un accenno di battuta. Poi sempre di più. E sono sorrisi che che vivono all’interno della necessità che ognuno di noi ha di fuggire la realtà. Quella realtà che porta a conseguenze reali. 

La leggerezza di un sorriso invece tiene sospesi. È come una musica. Una felicità che nasce da dentro e che ci mostra un altro orizzonte sconosciuto. La capacità di contenere le emozioni. Non di negarle. Non di reprimerle, né viceversa di provarle a caso. Essere liberi di viverle, di farle rivivere e di contenerle all’interno del tono della voce, più che nelle parole, quando si pronuncia una battuta. 

Ci siamo seduti alle dieci, ma quando ordiniamo sono le undici passate. La cameriera improvvisa danze tribali intorno ai tavoli. Non è del mestiere. Poco importa. Mezza frase a testa basta per un’altra risata. È pura mimica, sorrisi e infantili ammiccamenti. Ormai il sabato sera è segnato e anche questo passaggio di vita apparentemente noioso e difficile risplende di piccole allegrie. 
Il tempo perso con le sue assurde regole è già stato digerito e diventa sangue che scorre nelle vene. Diventa respiro. 

Qui. In questa città. In questo punto più che in altri nasce una magia profonda. La compostezza di una storia. Solo a Roma, e mai in nessun’altro posto, mi sono sentito padrone di me stesso e un uomo così dannatamente libero.

Inevitabilmente

24 agosto 2016

Il destino non è un rettilineo. A volte c’è una rotonda. Altre volte un bivio. Sei tu che scegli. Solo che poi ti accorgi che la strada scelta ti sta riportando indietro. Inevitabilmente verso il tuo destino.

“Dopo la notte”

24 agosto 2016

Esistono giorni in cui il sentimento verso le cose che succedono diventa prioritario rispetto a tutto il resto. Giorni che tolgono significato a una vita, già di per se, avara di significati. Succede dopo un attentato. Dopo un incidente ferroviario. Dopo una catastrofe naturale come quella di stanotte. Dopo qualsiasi evento tragico e inaccettabile che cancella vite umane innocenti. 

Eppure all’inizio non sembrava una cosa grave, ma un momento per scherzarci su. Per sdrammatizzare sul fatto di essersi svegliati nel cuore della notte. Nessuno parlava di crolli. Nessuno scriveva di feriti. E sui social network giravano solo brevi video di lampadari dondolanti in camera da letto. Invece c’era qualcosa di molto più grave alle porte.

Ora sono confuso. Terrorizzato. Arrabbiato con me stesso per averci addirittura scherzato. L’Italia dei piccoli paesi trema dalle fondamenta del senso. E intanto crollano le case. I ponti. Le chiese. Insieme alla nostre speranze e alle vite di chi purtroppo non è riuscito a scappare in tempo. È la storia di come ogni volta vorremmo che andasse, e di come invece non va mai.

Ti svegli. Qualcosa comincia a ballare. La libreria. Il letto. La lampada sul mobile. Succede sempre di notte. Poi tutto che finisce e rimane solo quella sensazione evidente di “oddio ma è stato un terremoto?”. Intanto in altri posti però qualcosa e qualcuno non ci sono già più.

Esistono momenti in cui l’esistenza si mostra con troppa incisività, e parlare di una cosa non è mai come viverla. Ma ciò al quale proprio non riesco ad attribuire un significato, è quel continuo “prenderci di sorpresa”. Come se il destino fosse consapevole di quello che sarebbe successo. Come se la natura complottasse per mietere nel sonno più vittime possibili. 

Consapevolezza. Mi ritrovo a spiegarlo oggi a Nicoletta che da stamattina è incollata davanti ai Tg. “Ma ti rendi conto di quanto è grave quello che è successo stanotte amore mio?” E lei mi fa cenno di sì con la testa. Non siamo mai consapevoli all’interno di una tragedia del genere. E mi chiedo cosa viviamo a fare. Forse esistiamo per diventarlo. Consapevoli intendo. Continuamente. Spietatamente.

Ma rispetto alle difficoltà che si affrontano probabilmente non lo saremo mai. Altrimenti non sarebbero esperienze. Altrimenti sarebbe tutto già stato affrontato. Leggo tante cose senza senso in rete. “È la natura che si vendica”. È colpa di questo. Di quello. Si poteva evitare. Preghiamo. Doniamo. Io non so. Sono così confuso. 

La natura non si vendica di niente. Si limita a fare la natura. E le profondità della terra non reagiscono certo alle cose che succedono in superficie, o alle stronzate nostre e dei nostri politici. Il punto è che tutto quello che stiamo guardando è in realtà un corpo solo espresso nelle sue diverse parti.

Siamo attori e spettatori su questa terra. Tremiamo nell’intimità delle nostre case quando c’è un sisma, e siamo sbalorditi davanti alla TV perché il terremoto avviene in una zona sismica. Eppure nessuno ha saputo predire. Nessuno ha fatto niente. Anche il Sindaco di Amatrice è espressione di questo sbigottimento quando piange in diretta. Quando con un filo di voce dice che la città è in ginocchio. Che le strade e i ponti crollano. Che la gente muore. Che niente è sicuro. Che “dopo la notte, non sorge il sole, ma c’è ancora la notte.”

Ogni casa mostra nel suo crollo tutti i mattoni di cui era fatta. Quello che si era sempre dato per scontato come intero è in mille pezzi. E lo è anche ogni sentimento dentro. La TV mostra i mattoni del nostro cuore e li possiamo contare uno ad uno. Ho ancora pensieri confusi per i quali chiedo scusa a chi ogni tanto mi legge. Ma sento che questa ennesima tragedia mi spinge a guardare con amore ogni cosa che custodisco in me. 

Il terremoto è un progetto distrutto. Calce e pietre che perdono il contatto. Che si scollegano e rovinano al suolo, insieme alla vita e ai progetti di chi c’è sotto. Possa ogni sentimento generato da questa calamità rimanere collegato agli altri dentro di noi. E generare amore. Per le persone. Per l’esistenza stessa. E per ogni progetto di vita che dobbiamo in qualche modo portare avanti con dignità, nel più profondo rispetto di chi non può farlo più.

Sottrazioni 

20 agosto 2016

Hai davanti agli occhi Roma. Magari sei seduto sul bordo di una fontana e la osservi di notte. Quando non gira più nessuno. Eppure non ti senti affatto solo.

Intorno hai tutto e tutti che si muovono. La storia. Il tempo. I profumi. Le atmosfere dei giorni passati. Cosi chiudi gli occhi e la tua vita si trasforma in un infinito ologramma a cielo aperto.

Migliaia di pensieri arrivano a difenderti dal resto del mondo. Come se la tua quotidianità lasciasse una scia che sei in grado di guardare solo tu. 

C’è sempre un minuscolo punto di vista all’interno del tuo campo visivo totale. Una prospettiva che avevi dimenticato. Ed è questo che ti fa entrare nel senso delle cose, nel sapore, nella dimensione invisibile di quello che vorresti a tutti i costi condividere. Un volto riflesso, un dettaglio, un ricordo.

Stanotte mi accorgo che è stupefacente la quantità di cose che mi porto addosso senza saperlo. Cose invisibili. E mi stupisco quando mi rendo conto che la strada per arrivare a notarle sia fatta di “sottrazioni”.

Mi spiego. Per vedere in profondità quello che c’è dentro un ricordo forse bisognerebbe rinunciare a tutti gli altri. Guardare attraverso il tempo. Frugarci dentro. Alla fine è solo un fatto fisico. Una disponibilità a cercare davvero quello che stai ricordando. 

Perché l’unica cosa che vale la pena ricordare non sono le persone, o i fatti del passato. Ma il tuo rapporto con le persone e i fatti del passato. In fondo non esistono immagini che abbiano senso, senza le emozioni che le hanno accompagnate.