Archive for ottobre 2016

Le cose giuste

10 ottobre 2016

Ho sempre avuto questa cosa di essere empirico, ma con la giusta moderazione. Di essere imperfetto, ma con parsimonia. E quindi? Quindi niente.  

In fondo alle volte trovo costruttivo pensare di fare parte del paesaggio. In quella realtà che a tratti può sembrare anche bidimensionale. Perché bidimensionale è il vetro del finestrino. Lo spazio finito all’interno del quale vedo sfrecciare via il mondo. Giusto il tempo che può metterci il treno a inquadrare la quotidianità. 

Nessuna estrusione. Niente intrusioni. Solo origami di verde tenuti insieme da un impercettibile filo elettrico che corre lungo quel paesaggio da sempre. La terza dimensione in quei momenti diventa la nostra capacità di riflessione. Tutti i ricordi. Le altre immagini che scorrono, si ma dentro. 

Ieri ho visto un film documentario ambientato su una piattaforma petrolifera della BP, “Deepwater”. Uno di quei film che producono per denunciare fatti accaduti. Persone impunite. Un po’ come lo sono stati “Il caso Spotlight”, per lo scandalo dei preti pedofili in America e “Margin Call”, con il fallimento della Enron. 

Sul film poco da dire. Quasi nulla. Eccetto una frase che mi è rimasta dentro. Prima che il pozzo petrolifero collassi, la scena in cui Mark Wahlberg spiega a John Malkovich che non si possono saltare i test di verifica con la sola speranza che tutto vada comunque bene. 

“Io andavo con mio fratello a pesca. Pesci gatto. Si prendono con le mani. Cercavamo le tane per infilare dentro il braccio. Farci addentare e tirarli fuori. Ma noi eravamo preparati per questo. Avevamo guanti adatti. Esperienza. E sapevamo sempre cosa fare. La speranza non è mai una tattica.”

E così che improvvisamente il paesaggio ha smesso di correre sul finestrino. Niente stazioni. Alla mente interessava comprendere quanto spazio c’è ancora, da qualche parte nella testa, per coniugare altri verbi. Cose come programmare, progettare, prevedere, osservare, provare, correggere. 

Non che non ce ne sia anche per altre cose. È solo che serve fare un’attenzione chirurgica nella vita per non appoggiarsi sempre e solo alla speranza, per fare le cose giuste. 

Le fondamenta?

9 ottobre 2016

È certo che alcune cose si vedono meglio avvicinandosi. Ma è solo allontanandosi che si capisce il contesto di insieme dove sono inserite. In ogni distanza c’è un elemento chiarificatore, una visione prospettica che permette di capire meglio. Di dare e acquisire lo spessore di una cosa. Di un fatto. Di una relazione. 

In alcuni casi è necessario allontanarsi talmente tanto da sembrare piccolissimo. Giungere quasi a un passo dallo sparire del tutto. Laddove non basta una mano a visiera per scrutare l’orizzonte.

E non perché voglia darla vinta allo spazio sul tempo. Il tempo non si batte. È solo una questione di comprensione. Quando parlo del fascino del tempo che passa somiglio a un improvvisato Antonino Zichichi, venuto male e vestito anche peggio.

Credere che lo spazio annienti il tempo è equivalente a costruire una casa partendo dal tetto. Ma nelle relazioni umane, in fondo a chi importa delle fondamenta?

Salmoneggiando

6 ottobre 2016

Una delle cose di cui mi sono reso conto è che con gli anni ho imparato a usare parole differenti per spiegare la stessa cosa. Scelgo gli avverbi con cura. Utilizzo verbi diversi. Nuove figure retoriche. Prendiamo questa cosa del mondo che mi circonda, per esempio. 

Ricordo di avere sempre usato il verbo “guardare” in una età compresa tra i sedici e i trentacinque. Poi è accaduto qualcosa e quel qualcosa ha cambiato le parole. Così “guardare” è diventato “osservare”. Un suono diverso. Un tono più maturo. Un verbo più incline ad assecondare il tempo che se ne va. Le cose che cambiano. Sembra quasi che chieda al tempo di cambiarle con gentilezza. 

I verbi e le parole intanto mutano. Lo fanno insieme ai contesti. E con il tempo che scorre ci interessano più i contesti che la sostanza. 

In questo mio essere così spietatamente aristotelico potrei provare a dare ogni tanto una possibilità al destino avverso. Ma preferisco lasciare gli esercizi di stile alla Scuola di Atene e ai muri di qualche chiesa del centro di Roma. A me interessano solo le cose che mi cambiano intorno. 

Situazioni e persone che arrivano e scompaiono, sempre con una precisione svizzera. Mentre gli “intanto” mi rovesciano addosso maree di cose che accadono. Mentre mi ostino a sbattere la faccia sugli stessi sbagli, come fossero spigoli di una porta semichiusa da affrontare al buio. Oggi ho voglia di fare un passo indietro. Poi uno di lato e poi un’altro ancora all’indietro e lasciar scorrere tutto. Seguire da solo il flusso del tempo e poi osservare questo reciproco restarsi a guardare. 

La solitudine è qualcosa che ha dentro un romanticismo ciclopico che non sono ancora capace di spiegare. Penso a diversi scrittori. Penso all’istante in cui hanno deciso di porre una sorta di muro a separarli da un certo tipo di realtà. Li immagino seduti là. Sul punto più alto. Con le mani a visiera che scrutano quell’universo da cui hanno preso così improvvisamente le distanze. 

Penso agli Hemighway, ai Salinger, penso agli Harper Lee, penso ai Charles Bukowski, ai De Lillo, ai David Foster Wallace. E penso a un pittore come Van Gogh. Penso a chi ha scelto di allontanarsi. Di scomparire e non star lì a perdere tempo con la gente. Forse è proprio il sentirsi soli che ci fa sentire così artisti e un po’ anche scrittori.

A me accadde subito dopo la terza media. E non parlo della birra, ma degli anni di scuola. Quando mi trovai a fare i conti con l’improvvisa maturità dei “come”, dei “perché” e di tutta quella lunga serie di “se”. 

Cominciai a cercare risposte mentre mi perdevo dietro alle circonferenze e alle ipotenuse. Mentre disperdevo le mie ingenti energie dietro a un raggio, per raggio, per tre e quattordici. Mentre lasciavo che fosse la fantasia a guidare le mie formule imperfette. Mentre mi rendevo conto che per fare alcune cose non puoi non considerarlo un cubo a base esagonale nella tua vita.

Guardare, poi osservare. Senza magari annotare, e comunque capire. Perché la maledizione più drammatica che può succederti a 16 anni è quella di saper già osservare. Di notare i dettagli. 

E poi ti ritrovi a quaranta anni perso in un salmoneggiante andirivieni di sensazioni. E passatemi il verbo salmoneggiare. Poco petaloso, ma che rende bene il senso di nuotare contro corrente. Sfidare, rivivere, sentire, capire, riconoscere, stringere, considerare, toccare, valutare, fraintendere e altri verbi all’infinito.

La distanza che metto tra me e i miei avverbi, spesso mi aiuta a capire cosa sta per accadere. Non c’è bisogno di una sfera di cristallo. C’è tanta urgenza di una grammatica nuova che ci sappia spiegare e c’è un grande bisogno di mettersi in dubbio. Sciogliersi come zucchero in questo caffè e mescolarsi fino a sparire. Tornare a far parte di un “tutto” così meraviglioso, da rendere quel “tanto” che abbiamo anche un po’ invidioso.

Lo fanno con me

4 ottobre 2016

Ci sono giorni in cui mi rendo conto che ho cose da fare, ma nessuna voglia di fare. Sono momenti in cui non ho alcuna capacità di catalogare. Nessun bisogno di ordine. Di chiarezza. Nemmeno di logica. È un mio puro atto di fede nei confronti di quel disciplinato caos che mi complica ogni tanto la vita. 

Stamattina ne parlavo con Fabrizio. L’amico di sempre. Lui mi ha ascoltato. Poi ha sorriso, come fa spesso. Arginando gli umori con quel suo ottimismo dal retrogusto ironico. Quello raro. Quello di chi sa notare dettagli che gli altri non si fermano neanche a guardare. 

Abbiamo scherzato sul mio nuovo numero di cellulare. Sul compulsivo disordine dei miei pensieri. Sulla porta del mio frigorifero ormai stracolma di post-it e annotazioni. 

Poi il suo volto è diventato serio. È stato all’improvviso. Ha indossato quello sguardo profondo e il taglio di sorriso di chi ti sta per svelare un segreto. Quello che fa mettere seduti e appoggiarsi allo schienale con tutto il peso del corpo. 

La verità”, mi ha detto, “è che mettere da parte la tua quotidianità e ignorare gli impegni è un modo di fuggire dal tempo che passa. Dilettantismi di autodifesa. È una specie di resa dei conti con se stessi. Anzi no. E’ una conversazione. Una prova di forza. Un modo di sfidare sul tuo campo tutti quei demoni travestiti da incertezze, che albergano nei tuoi baratri più profondi.”

“Sei troppo epico oggi Fa!” Gli ho sorriso io. Poi mi sono voltato e ho osservato un gruppetto di turisti ascoltare la storia di Roma attraverso le parole di una guida. È stato un po’ come guardare un vecchio film di Luigi Magni seduto al tavolino di uno storico bar.

A volte guardo il mondo con la speranza che la terra si allontani finalmente dal mio universo. E spesso mi ritrovo a pensare al “dove”, al “come” e al “quando” di ogni mio singolo pensiero. Ai “perché” di ogni mia singola goccia di inchiostro elettronico. 

Il mio amico. I miei pensieri. I miei errori.  Una coppa di gelato e qualche centimetro quadrato di barba più di ieri. E poi il tempo che passa. Quel mio modo del tutto personale di raccontare le storie che credo di vivere e rivivere. Senza troppi effetti speciali.

Ogni pensiero è un foglio di quaderno. Ogni minuto un frammento di qualcosa che non c’è più. Difficile non arrendersi al fascino indiscreto del tempo. Alle parole ironiche di un amico vero. E a tutte quelle battute che sembrano banali. Ma che riempiono le parole di significati. O che almeno lo fanno con me.


Non capisco

1 ottobre 2016

Sapete qual è la mia più grande frustrazione? E’ cercare le risposte che non trovo. Dannarmi nel tentativo compulsivo e illusorio di capire quello che non capisco. E le cose che non comprendo sono molte.

Non capisco perché fa sempre troppo caldo, o troppo freddo. Non capisco perché tutti dicono che per essere felici basta accontentarsi di poco. Ma poi ti guardi intorno e nessuno è davvero felice. Quindi nessuno si accontenta davvero.  

Non capisco perché ogni giorno vedo invecchiare quello che mi circonda, ma non il ricordo dei momenti belli trascorsi insieme a chi ho amato. 

Non capisco perché se mi osservo allo specchio mi vedo a volte uguale e volte diverso da quello che mi aspetto.

 In certi casi poi ho lo sguardo di chi non è mai completamente a suo agio con se stesso. Così mi domando che cosa davvero non funzioni e passo minuti interminabili ad aspettare una risposta che non arriva. 

La verità è che non sono il Goffredo del mio romanzo e mi sono stancato di dare sempre la colpa al destino. La vita non è una lotteria, la vita è una battaglia. Quindi sono fottutamente stanco della fortuna, del fato e di tutte quelle frasi fatte che mi racconto la sera solo per ripulirmi la coscienza.

Ogni notte ordino pensieri positivi, ma la mattina arrivano i dubbi a portarmi il conto. E anche oggi ho pagato. Anche oggi ho scritto e riletto lasciando il resto sul tavolo.

Non capisco perché quando comincio a digitare qualche frase sul cellulare dopo un minuto sono un fiume in piena. Ma se invece devo parlare guardando una persona negli occhi, mi blocco e tengo dentro tutto. Mi si stringe il petto. E mi gira la testa come se avessi bevuto.

Il problema è che penso spesso. Penso troppo. Ho gavettoni di pensieri nella testa così pieni che quando cadono allagano tutto. I gavettoni in estate mettono allegria, ma non tutti sono sempre disposti ad accettare di bagnarsi.

Non capisco perché alcuni giorni sono convinto di avere tutto quello di cui ho bisogno e in altri momenti temporeggio fissando il soffitto in cerca di una ragnatela che abbia le sembianze di uno scopo.

A volte cammino per le strade del centro di Roma e aspetto che mi passi. Ma non passa mai. Intanto la notte a forza di contare pecore per prendere sonno ho messo su un’allegra fattoria.

Non capisco se posso dire di avere un cuore puro anche se ogni tanto ho peccato di presunzione. Anche se mi piace il sesso in tutte le sue forme più creative.

Non capisco perché a volte ho paura. Non capisco quanto quel “niente” che mi rispondo scocciato quando mi chiedo che cosa ho, sia in realtà un universo di domande senza risposta. Domande che ormai conosco a memoria. 

A volte scrivo perché temo di deludere le aspettative parlando. Che poi me ne frego altamente del giudizio degli altri, ma non di tutti gli altri.

Non capisco se devo temerlo il futuro. Avere timore di tutti quegli affilati domani che aspetto e che quando apro gli occhi al mattino mi accorgo che sono passati da un pezzo. Lasciandomi qualche segno qua e là.

Non capisco perché da bambini non si vedeva l’ora di diventare adulti. Avere una moto. Un’auto sportiva. Una casa. Essere indipendenti. E poi quando si diventa grandi vorresti solo tornare indietro a giocare con i lego e le bambole di pezza. 

Forse anche sognare ha un suo prezzo e lo saldi a rate facendo un mutuo con la vita a tassi assurdi. Il tempo in fondo è il peggior usuraio che conosca. Gli dai la felicità in garanzia e in cambio ottieni una bicicletta a pedalata assistita, una lunga salita e mezza minerale liscia per dissetarti durante li viaggio.

Qualche volta penso di non aver fatto un grande affare a nascere. Così metto il broncio e smetto di pedalare per un secondo. Giusto il tempo di guardare negli occhi le persone che amo e pensare “No cazzo. Non mollo. Non ora. Non io.” 

Poi una mattina ti svegli finalmente sorridente e tutti quei “perchè?” con cui ti sei addormentato si sono trasformati in un “Hai visto? finalmente c’è un bel sole stamattina!”  

La vita va così e basta. E se passi troppo tempo a cercare di capirla smetti anche di amarla. Smetti anche di amarti. E se non sei in grado di amare te stesso come puoi illuderti di riuscire ad amare qualcun’altro?

Straparlo?
 Se così fosse mi prendo senza problemi tutto il torto possibile e torno a migliorare il futuro invece che perdere tempo a correggere il passato. Alla fine è solo una questione di “accenti” messi nel posto sbagliato. L’otterrai. Lotterai. Lo terrai. Parole simili, significato diverso.

Oggi ho la curiosità dilaniante di chi vorrebbe guardarsi da un altro universo mentre si sveglia, perché non sa bene come andrà finire. Ma anche l’ottimismo di chi ha sempre un’alba da raccontare e un foglio bianco da riempire. In fondo puoi chiamarla vita solo se sai come si scrive.

Ieri sera ho bevuto Martini bianco con ghiaccio prima di addormentarmi. Ho anche cercato invano di guardare le stelle. Poi l’ho fatto di nuovo stamattina, aprendo gli occhi e zuccherando il caffe. Guardare il cielo, intendo.

Ci son cose che non finiranno mai. Come il verbo amare. Per me amare era dare tutto, anche troppo se necessario. Il poco non mi è mai appartenuto. Il poco lo lascio volentieri agli altri.