Archive for aprile 2015

L’universo giusto

14 aprile 2015

Davvero mi merito un viaggio, ma forse non ho abbastanza soldi per il viaggio che merito. Le navette spaziali costano e nello spazio non esistono zone franche e offerte speciali. Niente occasioni last minute.

Stamattina avrei bisogno di un passaggio per un’altro universo e il solo pensarci è già una rassicurante anestesia. Credo sia questo quello che sto cercando. Un temporaneo oblio. Una fuga di qualche decina di minuti in un posto che sia al di là di questo mondo ormai così scontato.

C’è un momento in ogni vita che si rispetti che si parcheggia esattamente tra l’esistenza che vorresti e quella che hai. Una sensazione molto simile a una bella macchina. Un’emozione forte che ti aspetta con le chiavi nel cruscotto, come una Lamborghini pronta al parcheggio.

La serenità è qualcosa su cui salire e sfrecciare lontano. Ma un bel viaggio è anche camminare da soli. Prepararsi la colazione a casa offrendosi a quel tiepido sole che si affaccia la mattina presto. Riuscire a sostenere un dialogo senza modificare i toni. Avere sempre qualcosa di bello da raccontarsi.

Penso alle due forme d’amore in mezzo alle quali sono passato negli ultimi mesi. Da un lato il sogno di condividere la felicità con una donna speciale. Dall’altra il silenzio di una realtà alleggerito solo dal desiderio di vedere quella donna comunque felice.

È dura per l’amore trasformarsi in tutto quello che gli chiediamo di essere. Eccitante, emozionante, appagante, coinvolgente, reale, intimo, esplosivo, spiazzante, creativo, rasserenante, sorprendente.

C’è un po’ di coda all’ingresso del mio sogno stamattina. Sarà un’attesa di minuti, magari di ore. O forse dovrò attendere mesi. Questo non lo so.

Ogni universo ha le sue cattedrali e ogni cattedrale nasconde qualcosa di sacro che vale prima la pena aspettare e poi profanare.

Esce un profumo nauseante da questo posto. È tutto buio. C’è una musica assordante. Che strano, aspetti per una vita l’universo giusto e poi scopri che somiglia a un negozio di Abercrombie & Fitch.

Prima del Tempo

9 aprile 2015

La notte è un posto che nasconde le parole. Forse tutto quello che serve è qualcuno che le vada a cercare.
Uno scrittore?
Ma no. Un esploratore. Un archeologo magari. Qualcuno che trovando qualcosa riesca anche a riconoscere cosa.

Io non sono così bravo da sapere tutto. Però credo in quello che riesco a riconoscere. Credo nei sentimenti. Credo alla noia delle coppie che mangiano o giocano a carte insieme senza parlarsi mai. Ma anche a quelle che si sorridono venendosi incontro. In strada. Al bar. Oppure a casa, piegando le lenzuola o giocando a ping pong.

A volte le persone si spezzano. Si rompono e smettono di funzionare. Anche se dall’esterno tutto può sembrare normale. Anche se gli occhi, il naso e la testa sono sempre al loro posto. Può capitare che dentro si consumino. Si disintegrino.

Prendiamo me per esempio.
Metto sul piatto tutta la mia immaginazione. Lo faccio ogni mattina. Ma c’è una sorta di vuoto dentro che non riesco a colmare. Un posto dove si agitano le storie mai nate, oppure quelle fatte male, finite o distrutte.
Forse ci vorrebbero altre parole che venissero ora in mio aiuto. O magari non ce ne vogliono affatto.

Intanto è passata un’altra notte. E’ arrivata come uno strato di polvere e si è comodamente poggiata su quello precedente.
Archeologicamente parlando il tempo non scorre. Si sedimenta. Crea uno strato che allontana i rumori e le immagini. Da qualche parte però resta qualcosa. Magari è solo la vibrazione di un’eco. Qualcosa di più simile a una speranza che a un’impressione.

Il fatto è che sono, si, un esploratore poco attento. Ma ricordo quasi tutto. E spesso mi ritrovo sul sedile posteriore di quella macchina verde. Senza tergicristalli. A sperare che non piova. O in quel corridoio tra gli scogli e il mare con la mente dispersa nel buio. A pregare che le onde non mi portino via.
O su quel tetto senza balaustre imbalsamato dalla paura di cadere. A sperare che qualcuno mi tenga stretta la mano.

L’odore del disinfettante ha anche un volto“. Era una frase di un articolo esposto in bacheca, scritto da una ragazza che ora è sicuramente altrove. In un posto migliore dove sembra funzioni il telefono e dove non è peccato sbagliare numero.

Certe volte mi tornano alla mente le pareti di linoleum. Le lunghe attese. Le panchine semidistrutte di un parco. Le mani. Gli sguardi. I sorrisi. La paura. Immagino i volti delle centinaia di persone che mi sono passate accanto e li vedo sfilare velocemente al contrario. Vorrei si potesse portare indietro il tempo solo spostando le lancette di un orologio.
Invece questo ricordo è tutto quello che mi resta. La luce del neon. Le carezze. Le promesse. Ripeto, forse ci vorrebbero altre parole che venissero ora in mio aiuto. O magari non ce ne vogliono affatto.

Stamattina ho scritto di sentimenti che so riconoscere. Il destinatario era un me stesso per niente immaginario. Qualcuno a cui chiedere il perché io mi si sentissi spezzato.
Ci vuole più di una persona per rendere indissolubile quello che la vita ha di buono da regalare. Bisogna essere in due per parlarsi. Per ascoltarsi. Per proteggersi. Per ripararsi. Per rimettere in ordine sia i vestiti che i pensieri.

Non so dire se con me io abbia fatto un buon lavoro. Forse non ho avuto tutto questo tempo. O magari non ho mai avuto il coraggio di finirlo il lavoro.
So solo che un giorno avrò forse cent’anni e non sarò mai troppo stanco per le stesse domande.
Quelle che mi facevo a sedici, ho continuato a farmi a trenta e che mi faccio ancora.

Tuttavia continuo a imbottire le pareti della mia mente di ovattate speranze. Continuo a creare origami di pensieri che si tengono stretti per mano. A giocare con le ombre sul muro.
Il lavandino del mio bagno sembra una svuotata fossa delle Marianne ancora tutta da esplorare. Il mio volto allo specchio è un ritratto di Picasso da lasciare in custodia al tempo. A una donna? Chissà.

La migliore decisione che abbia mai preso è stata tornare sui miei passi e lasciare che le mia labbra violassero quel finestrino abbassato. Questo nessuno potrà mai togliermelo dalla testa.

Intanto il destino se la ride. Mi chiede se secondo me oggi sarà una buona giornata. Se sto bene, o cosa. Non so, gli rispondo, il destino sei tu. Sei tu che devi inventarti una trama e un finale. Qualcosa che sia abbastanza credibile oppure che non lo sia per niente. Un istante che concluda degnamente un’altro anonimo viaggio all’interno del mio universo imperfetto. L’ennesimo mio sorvolare randagio, ad ali spiegate, questo impalpabile nulla.

E intanto ho avuto anche il tempo di fare una doccia. Magari la rivoluzione francese la faccio domani. Mi servono quelle brioche. Ho già il caffè sul fuoco. Non vorrei perdere anche io la testa prima del tempo.

Barbiturico

6 aprile 2015

Non sono mai stato troppo critico con me stesso, ma so che non avrei problemi a esserlo se davvero dovessi. A volte maneggio brutalmente le pagine di questo blog. Faccio viaggiare le parole al ritmo martellante dei miei frequenti vuoti di memoria.

In ogni mio pensiero si annida un timido tentativo di diventare linguaggio. Un messaggio spesso chiaro. Altre volte un po’ meno. Ma essere chiari è un lusso che non sempre ti puoi permettere.
Chissà. Magari mi trovo a mio agio proprio creando confusione. O forse mi sto immaginando di poter ingannare il tempo con due finte di corpo e qualche innocua bugia. Correndo più veloce. Distanziando il presente e guardandolo sparire nello specchietto retrovisore.

La verità è che non sono abituato di stare fermo. Il che potrebbe essere considerato un pregio. In fondo di qualcosa bisogna pur nutrirsi. Le convinzioni ingrassano. Le illusioni ubriacano. I dubbi invece?
Non ho ancora trovato una risposta. Però dubitare mi riesce da Dio. 

Mi accorgo solo ora di quanto sia meravigliosamente bugiardo il rumore dell’infinito presente. Riflettere. E poi scrivere.
E’ quasi una dipendenza. Ma anche mangiare è una dipendenza. Anche l’amore è una dipendenza. Oddio non sarò mica un tossico?
Se le droghe sono i ricordi, il peccato, la preghiera, il rimpianto, il perdono, lo scandalo, la disillusione, la devozione, la generosità, la famiglia, le esperienze, le tradizioni, le amicizie, gli addii, gli amori, i successi e i fallimenti, allora si. Sono drogato di vita.

Ma ripeto. Non sono mai troppo critico con me stesso.
La vita è un barbiturico potentissimo.

La dolce vita

4 aprile 2015

Quando la notte scende sulle cose che mi circondano il tempo si fa assordante. Fastidioso e distinguibile come le grida di un bambino che inizia a piangere al cinema, durante una proiezione.

Stamattina il tempo mi sta sfrecciando lentamente accanto. Attraversa lo spazio tra un pensiero e l’altro. Gioca a sgretolare tutti i miei “ancora” e li trasforma in ricordi. Fa da colonna sonora ai miei “quando”. Come una musica forte che arriva da dietro, cancella gli apostrofi rosa e impedisce alle persone di restare “per sempre” insieme.

Intanto la luce della tv accesa disegna geometrie regolari di ombre e le proietta sul muro della mia stanza.
Federico Fellini e “La dolce vita”.
Stanotte. Proprio stanotte.
L’ironia del destino mi gioca il solito brutto scherzo. Ho sonno. Potrei dormire, ma non voglio dargli questa soddisfazione.

“Qualche volta la notte, questa oscurità, questo silenzio, mi pesano. È la pace che mi fa paura, temo la pace più di ogni altra cosa: mi sembra che sia soltanto un’apparenza e che nasconda l’inferno. Penso a cosa vedranno i miei figli domani. Il mondo sarà meraviglioso dicono, ma da che punto di vista se basta uno squillo di telefono ad annunciare la fine di tutto. Bisognerebbe vivere fuori dalle passioni, oltre i sentimenti, nell’armonia che c’è nell’opera d’arte riuscita, in quell’ordine incantato… Dovremmo riuscire ad amarci tanto da vivere fuori dal tempo…”

Continuo a scrivere. A pensarti. Non c’è margine per un punto di fuga. Seguo le battute del film trasportato dalle emozioni. Proiettato all’interno di una prospettiva che sembra divergente e distopica.
Ogni cosa nel mio corpo sembra avere una posizione precisa. Gli occhi. La bocca. Il cuore. I polmoni. Il fegato. Lo stomaco. La manona a otto dita.
La manona a otto dita??

Ma no! Anche se non ho esperienze di anatomia comparata posso affermare che un organo del genere non c’entra davvero nulla. È sicuramente di troppo. Non dovrebbe esserci. Eppure è la che fruga ovunque nella mia pancia come un polipo. E lo fa con un movimento lento. Continuo. Una presa decisa che non consente aberrazioni o spannometrie.
Intanto Marcello sta parlando con Maddalena e le da anche del Lei.

“- Vorrei vivere in una città nuova e non incontrare più nessuno.
– A me invece Roma piace moltissimo: è una specie di giungla, tiepida, tranquilla, dove ci si può nascondere bene.
– Anch’io vorrei nascondermi ma non ci riesco. Non ci riesco..
– Sa qual è il suo guaio? Di avere troppi soldi!
– E il tuo di non averne abbastanza! Mmm… intanto eccoci qua tutti e due!
– Questo non è mica un guaio: siamo rimasti così in pochi a essere scontenti di noi stessi.”

Non è vero. Non siamo in pochi. Ci sono io, per esempio, che riesco a essere scontento anche delle cose mai accadute. Quelle che il tempo forse non tocca. Oppure si. Non posso affermarlo con certezza. L’unica cosa che posso sottolineare è che ti voglio bene davvero. Ma fartelo capire a volte è più arduo che far volare un aquilone senza vento. O creare una bolla perfetta senza sapone.

Anche il demone sotto al letto ora si sporge per guardare il film. E’ disturbato dai miei pensieri e mi gela con uno sguardo invitandomi a fare silenzio. Proprio mentre un folto gruppo di giornalisti sta intervistando una diva svedese.

“- Please miss! Dorme in pigiama o in camicia da notte? How do you sleep? With pijamas or nightgown?
– Neither! I sleep only in two drops of French parfume! Solo con due gocce di profumo francese!”

Il tempo passa. Il tempo è inevitabile. Il tempo è bugiardo. Come tutte le volte in cui ho creduto di potermi allontanare da te, ma sono ritornato nel mio personale castello in aria. Stordito. Confuso. E abbracciato alla sagoma di un fantasma.
(Shhhhhh!!!)
Ecco ora Sylvia è entrata nella Fontana di Trevi e sta camminando nell’acqua. Marcello la guarda sorpresa. Adoro questa scena. (“Anche io”, risponde il demone sotto al letto!)

“- Marcello, come here! Hurry up!
– Sì Sylvia, vengo anch’io! Vengo anch’io! Ma sì, ha ragione lei: sto sbagliando tutto! Stiamo sbagliando tutti. Sylvia! Sylvia, ma chi sei?!
– Listen!
– Sylvia…”

Ascolto lo scroscio della fontana insieme a Marcello Mastroianni. Ripercorro lo scorrere inesorabile del tempo e mi fermo un momento a soppesarne il rumore. Il tic tac dei secondi. Il sospiro dei minuti. Il grido sempre più forte delle ore, dei giorni, delle stagioni. Soppesare è un verbo che sa di sconfitta e di convinzioni tardive. Un lento adeguarsi a quegli stati d’animo che non mi appartengono più.

Intanto l’esistenza continua a sciogliere i suoi nodi. A volte eccitanti. Altre volte nostalgici. La vita è una proiezione colma di trame, di lusinghe e di possibilità soggette al volere del disincanto, della disillusione e della delusione.
Una potente triade necessaria per una storia che sia davvero interessante vivere. Poco importa che non vi sia un lieto fine. Basta che sia ben sceneggiata e pregevolmente interpretata.

Al destino piace sedere sulla poltrona del regista. Sorridere con accortezza in un angolo del set. Cappello felliniano a tesa larga. Sigaretta. Un caffè lungo tra le mani. Il viso scavato e gli occhi persi in un punto qualunque dell’universo nel quale tutto, inevitabilmente, converge.

Ultimo spot pubblicitario. Emma sta camminando da sola su una strada isolata. Marcello la raggiunge con l’auto e la invita sgarbatamente a salire.

“- Cammina deficiente, monta!
– No!
– Emma, guarda che… Cammina, sali.
– Ma che cosa vuoi? Che cosa cerchi da me? Sei un verme, un miserabile! Tu finirai solo come un cane!
Te ne accorgerai! Ma chi ti sta vicino a te, se io ti lascio? Ma che farai della tua vita? Chi trovi che ti vuol bene così?
– Io non posso passar la mia vita a voler bene a te.
– Tu dici sempre che sono io la pazza, che vivo come in sogno, che sono fuori dalla realtà… ma sei tu, sei tu che sei fuori strada! Ma non capisci che la cosa più importante della vita tu l’hai già trovata? Una donna che ti vuol bene sul serio, che darebbe la tua vita per te come se fossi l’unico al mondo! Tu sciupi tutto, sei sempre inquieto, sempre scontento. Marcello, quando due persone si vogliono bene, tutto il resto non conta. Di che cosa vuoi aver paura? Dì.
– Di te. Del tuo egoismo. Dello squallore desolante dei tuoi ideali. Non lo vedi che quello che mi proponi è una vita da lombrico, non sai parlare d’altro che di cucine e di camere da letto! Ma un uomo che accetta di vivere così, lo capisci che è un uomo finito?! È veramente un verme! Io non ci credo a questo tuo amore aggressivo, vischioso, materno: non lo voglio, non mi serve! Questo non è amore, è abbrutimento! Come te lo devo dire che non posso vivere così?! Che non ci voglio più stare con te?! Voglio star solo!”

Sono le 6.55 e ho appena pagato il mio tributo all’ennesima notte passata a rincorrere un sogno. Mi sono impegnato per mandare i pensieri in apnea, per guadagnare distanze. Ma è arrivata prima l’insonnia e poi Marcello Mastroanni ha fatto il resto.
Ho ammirato un film degli anni 60. Ho pensato. Ho scritto. Ho riletto e interpretato ogni personaggio, consegnando a ciascuno di essi la mia volontà di non essere presente a me stesso, di estraniarmi, di fottermene del contesto e consegnarmi stupidamente al mondo.

Poi quando ho spento la televisione il soffitto mi ha chiesto di noi. Ed io gli ho sorriso, immaginando che tu mi guardassi col sopracciglio all’in su da ispettore sospettoso.
È vero. Continuo a rattoppare la vita a colpi di “avrei dovuto”, o “avrei potuto”. Il condizionale mi accompagna sempre nella mia ora di sonno tra un’insonnia e l’altra.

Ora però permettimi di passare. L’acqua non sarà troppo fredda, spero. Anche se siamo ai primi di Aprile. Un attimo. Mi tolgo le scarpe. Vengo anch’io! Ma sì, hai ragione tu. Sto sbagliando tutto! Stiamo sbagliando tutti.
Ma in fondo chissene frega. Ti voglio un gran bene ed è stato comunque un film meraviglioso.

Un viaggio

3 aprile 2015

A volte cerchiamo le risposte gettando l’ancora in un oceano di stagnante nostalgia. Quando bisognerebbe alzare le vele e prendere la vita per quello che è. Un viaggio.
Ci sono domande alle quali si può rispondere solo vivendo. Andando avanti di notte. Dritti verso un’alba inseguendo le stelle. Oppure di giorno. Navigando a vista verso un tramonto lontano.

Corpi e anticorpi

3 aprile 2015

Apro gli occhi ancora e stavolta sono le 4 del mattino. Mi alzo. Bevo un sorso d’acqua. Vado in bagno e mi guardo allo specchio.
“Cristo! Davvero impongo ogni giorno questo viso alle persone che incontro?”
Per un attimo mi assalgono i sensi di colpa, poi mi sciacquo la faccia e tutto scorre via. 

È presto. Non si sentono rumori in strada. Prendo il cellulare, mi abbandono sul divano e faccio un giro sui social network.
Guardo gli aggiornamenti degli amici. Scorro le notizie e sorrido alle simmetrie del mattino. Chi da il buongiorno. Chi si violenta a colpi di buon compleanno. Chi sbadiglia pensieri. Chi copia frasi a caso e le spaccia per sue.
E poi tante, troppe foto di animali dolcissimi. Forse dovrei farmi ricrescere la barba e abbracciarne uno. Sorrido ancora.

Lascio andare il cellulare e provo a ritrovare la grinta per rimettere in ordine la testa.
Guardo il divano e scatto un’istantanea fatta di ricordi. Un viso desideroso. Un corpo nudo, bagnato. Due gambe dolcemente aperte e il ventre terrorizzato. Una donna che mi fissa con lo sguardo cannibale, scuro, poco arrendevole e senza sonno.
Mi lascio andare a un lungo sospiro e cerco di nascondere il piacere tra le labbra. Se istituissero un premio Nobel per i più penetranti passaggi, i più accesi affondi, i più piccanti siparietti, forse lo vinceremmo noi due.
Intriganti, rumorosi, forse innamorati. Bambini cattivi.

Non sto riflettendo sul futuro o pontificando il passato. Sto solo condividendo il ricordo di un orgasmo e riscoprendo il mio narcisismo impulsivo e difettato.
Rivivo emozioni, allucinazioni e tremori in una escalation di cervellotica e stagnante gioia. Io che mi accendo, che mi nascondo dentro di te, sopra di te. L’esperienza è un costume. L’esperienza si fa solo con un bel travestimento addosso. E il mio travestimento sembra quello di un adorabile ladro di emozioni astuto e compulsivo. 

Si può mettere in dubbio qualunque cosa durante un orgasmo. Scordarsi la fame, la sete, l’affetto e l’amore. La trasparenza del tempo, le immagini dei sensi più strani, ma non quel silenzio che precede la formulazione di un gemito. Forse l’amore è un virus e ha bisogno di un periodo d’incubazione. Poi magari passa. Una mera questione di corpi e anticorpi.
Ma se pensarti stanotte è un orgasmo, allora perché farlo velocemente? Meglio piano, dosando i desideri.

All’improvviso devo essermi perso, perché non so più quali siano i ricordi che sto braccando e quelli dai quali sto cercando riparo.
Sono comunque incapace di fermarmi. Chiudo gli occhi. Mi ritrovo ancora sopra di te come una preda che sorprende il suo predatore. Ti strappo sospiri come riccioli di carta. Scalcio via il tempo con le mie mani tra le tue cosce e immediatamente mi assalgono il profumo, la voglia, la fatica, l’ipnosi dei muscoli tesi e mille appaganti delusioni confuse nel panorama dei sogni.

Noi due che ci accarezziamo prima, durante e dopo. Che parliamo cercando di spiegarci come si legge il mondo. Tu alla ricerca di tanti piccoli indizi che riempiano di significato la vita. Pensieri da collegare, annotare, annodare. Io spietatamente confuso dalla mancanza di un grande e unico schema in cui inserire ogni risposta giusta. Come in quelle scatole in legno, piene di fessure. Quel gioco in cui da bambino dovevi infilare un cubo, un triangolo, un cilindro o una stella. Solo i bimbi più dotati ci riuscivano. Io lo facevo. Mi veniva naturale. Ora invece sembra che i pezzi non siano più quelli giusti. A volte uso anche la forza per far passare un cubo in un buco circolare.

Non ci sono invece termini universali che passino facilmente attraverso le fessure di una storia importante. Spingiamo dentro con forza parole come “felicità”, “armonia”, “complicità”, “rispetto”,”compatibilità”, “appagamento”, “amore”. Tutto senza una logica ben precisa. Eppure non si parla mai di una storia a caso. Si parla di noi.

A volte mi guardo dentro con un certo strabismo di pensieri. Succede così che il silenzio finisce per riprendere il suo posto al centro del villaggio.
Succede che il silenzio diventi me, le mie facce, la mia mente, i miei modi e mi sembra di pescare idee come da una di quelle macchine in cui infili due euro per guidare una mano meccanica a raccogliere un premio a caso.
Un telefono. Una palla. Una scatola di caramelle. Un polipo di stoffa. Stringendo troppo forte qualcosa mi ricade sempre nel mucchio. Ma se provo a riprenderla dolcemente, poi mi sfugge lo stesso. Sempre nel mucchio. Giù in basso. Giusto un attimo prima che riesca a farla davvero mia.

Così succede sempre, ogni volta. Come quelle barchette di carta che seguono il corso del fiume con l’illusoria convinzione di tracciare la rotta. Sistemo le cose in valigia e mi affaccio alla finestra. Poi mi soffermo sugli scaffali della libreria e mi vengono in mente titoli di libri surreali. L’uomo senza solitudine. Alla ricerca del tempo mai avuto. Cento colpi di spazzola in faccia. Cinquanta sfumature di Ciccio. Alla fine incontro anche un titolo di Fabio Volo, storco il naso e non sorrido più.

Stamattina la mia testa è una strada di una foto in bianco e nero. Mi piace pensare alla gente che cammina in strada. Pensieri che vanno e vengono. Mi piace immaginare che qualcuno esca e che altri invece stiano tornando a casa.

La cosa migliore che può capitare a un uomo innamorato che si sveglia da solo in un appartamento nel centro di Roma, è un post-it sul frigorifero con su scritto “Buongiorno amore. Stai tranquillo. Sono scesa a prendere la colazione. Presto torno a riportarti il sorriso. Tu però ricorda di svuotare la lavatrice.”

Lo so. È un post diverso dal solito. Più lungo. Ma stamattina volevo condividere con voi i miei stati d’animo da luna park. Fare un giro di montagne russe. Un salto sulla ruota panoramica, 4 passi nella casa degli orrori e vincere un pesce rosso.
Tutto quello che è indefinibile io lo chiamo amore e oggi sa di zucchero filato. Quel sapore che ti rimane attaccato alle labbra, troppo appiccicoso sulle mani e quasi indelebile intorno alla bocca.

Quanto vale

2 aprile 2015

Un vita degna di chiamarsi tale è un percorso carico di sogni. Una strada dove la serenità è talmente simbolica da sembrare didascalica. Un viaggio meravigliosamente presuntuoso attraverso l’incosciente certezza di raggiungere ogni obiettivo. Di appagare ogni desiderio. Di essere in un certo senso, felice.

Ma la parte migliore di questo viaggio, è il viaggio. L’assenza della paura che incontra il brivido di ogni fallimento possibile. L’adolescenza permanente di un qualcosa che annuncia una storia che sembra interminabile e ricca di emozioni, ma che invece come tutte le cose finisce. Niente è per sempre. In fondo non può esserlo nemmeno la vita.

Così di ogni esperienza, di ogni avventura e di ogni progetto, per quanto appagante, con gli anni che passano si tende a ricordare sempre meno. Con il tempo si dimenticano le brutte emozioni, più lentamente passano anche quelle belle, fin quando si scordano i volti e rimane solo la malinconia. Abbandonata come una vecchia auto all’angolo in un un garage incustodito. Dove nemmeno la direzione risponde più degli oggetti lasciati dentro.

Stamattina non scrivo con tristezza, ma con commovente consapevolezza. La forza attrattiva dei nostri desideri non è altro che il primo colpo di pala, ma poi sono i sogni a scavare le profondità dove seppellire le delusioni.

Un colpo dopo l’altro. Più giù, dove non c’è bisogno della brillantezza, dell’adrenalina, della fortuna e delle persone che ti indicano la strada da prendere.

La realtà che sogno vende poco e costa troppo. Non conviene nemmeno proporla a chi mi sta vicino. Non tutte le persone se la possono permettere e accettano che in fondo basta essere sereni per essere felici.

Colpa di alcuni particolari dell’adolescenza che rimangono a caratterizzare anche la nostra vita da adulti. Uno di questi è l’onnipotenza. Quell’illusoria certezza di poter vivere senza morire. Spendere senza guadagnare. Guadagnare senza faticare. Che saremo sempre giovani. Che saremo sempre sani. Che possiamo ottenere tutto. Che volere è potere. Che se vogliamo possiamo prendere un treno, un aereo e in qualche ora arrivare ovunque. Raggiungere tutti e tutto. Sempre.

E invece succede che un giorno esci per una escursione in montagna, prendi un aereo, attraversi la strada, fumi una sigaretta o bevi quel bicchiere di troppo e in due minuti non ci sei più. La nostra onnipotenza è un’ipnotica illusione per star bene. Per sentirci meglio delle persone che ci circondano.

Forse è proprio il crescente delirio di onnipotenza intorno a me che fa di me un uomo imperfetto e un sedicente scrittore. Non so quanto di tutto quello che scrivo sia solo un’astuta bugia a cui mi piace credere. Racconto me stesso in un blog, presumendo un interesse di qualcuno solo per il fatto che lo metta on line. Mi illudo che il mio punto di vista possa riguardare, incidere, rappresentare qualcosa per una persona importante che forse un giorno si troverà a passare di qua.

Passerà di qua? Non lo so. Il mio disordinato modo di pensarlo è un’ordinata illusione ricca di fantasia. Troppa roba. Troppe parole. Troppo baccano.

Quante volte mi sono chiesto quanto sarebbe meglio tacere. Confesso che scrivere è la cosa che mi rasserena più che ogni altra azione che compio nella mia giornata. Credo di conoscere il motivo delle cose che scrivo, ma in realtà non conosco il motivo di tutto quello che faccio. Guardare il significato delle mie storie e rapportarlo all’ambiguità di quello che faccio mi aiuta a pormi qualche domanda.

Un animale davanti a un bivio sceglie da che parte andare. Un uomo anche. Ma la scelta di un uomo è più complessa, perché nella sua testa albergano due profonde incertezze. Che le strade siano tutte e due giuste, oppure che siano entrambe sbagliate.

La somma dei passi indietro fatti nella mia vita basterebbe a coprire un percorso lunghissimo. E potrei anche decidermi a farlo questo conto. Saprei finalmente quanto viene, ma non saprei mai capire quanto vale.

Da qualche parte nel petto

1 aprile 2015

Ho sempre creduto che niente potesse essere più produttivo della mente di un bambino in quanto a fantasia.
Ma ora non lo penso più. La fantasia è un mare dove ci si perde a tutte le età. Un universo parallelo creato per la necessità di restare soli o generato dalle conseguenze delle scelte di qualcun’altro.

Se ora mi chiedessero a cosa penso, risponderei “a niente”. E invece ho un sole con tutti i pianeti che mi collassano dentro.
Un oceano di parole e immagini.
Esistono momenti buoni solo per rimpiangere e non mi vergogno di farlo ed essere così umano. Istanti che me ne resto intrappolato in certe illusioni. Attimi dove penso che la vita sia una partita a scacchi. Un gioco dove la paura di perdere un pezzo supera quella di perderli tutti.

Dicono che col tempo passa. Allora forse sta già passando.
Lentamente. Colpa della punteggiatura lasciata a metà. Dei sentimenti scordati in cantina. Dell’orgoglio ancora attaccato ai lacci delle scarpe. Di un “ti voglio bene, ma non posso”, gridato con gli occhiali da sole appoggiati sopra la testa. Quasi a tenere insieme i pensieri.

Io sono le parole che scrivo, ma anche tutte quelle che non ho mai saputo dire. Le emozioni che ho vissuto intanto marciscono e se ne rimangono masticate, incastrate da qualche parte nel petto. Laddove il rumore del cuore non si sente di più.

La cosa più semplice

1 aprile 2015

Definire irrazionale quello che non abbiamo la forza di cambiare è il limite umano più grande, ma in fondo è anche la cosa più semplice da fare.