Archive for 16 ottobre 2017

Erano solo condizionali 

16 ottobre 2017

Vorrei contrarre un sentimento epidemico. Vorrei per chi amo il migliore dei mondi possibili. 

Vorrei incontrare Bukowski al baretto sotto casa. Vorrei trasformare la rabbia in un piacere fatto di sesso consumato. 

Vorrei convincere Chopin a comporre un notturno che mi faccia davvero compagnia. 

Suggerire a Leonardo di dipingerla ancora riconsiderando il profilo del suo seno. 

Vorrei scoprire con Galileo costellazioni nuove e tenerle al riparo da ogni impossibile infelicità. 

Vorrei un nome da gridare. Una storia da vivere. Un uomo migliore di cui farla innamorare e un cielo che non fa mai paura.

Vorrei accarezzare le sue gambe. Addormentarmi sui suoi fianchi. Partire per una missione e attraversare quell’universo che separa testa e cuore. 

Vorrei perdermi nel detto e ritrovarmi nel contraddetto. Vorrei uno scambio sincero di emozioni. Quel silenzioso corrispondersi intriso di sospiri e saliva che occupa abusivamente ogni mio pensiero. 

Stanotte ho arrotolato i miei sogni come la mappa di un tesoro.

Ho riempito le mie notti caricandole di responsabilità in cerca di ogni possibile significato.

Ho rimproverato il destino che sorseggiava caffè nascosto dietro al suo giornale. Poi quando ogni cosa è diventata silenzio, mi sono finalmente dannato. 

Ho ucciso tutti i miei sospiri e sono rimasto li fermo. Sfinito, a guardarmi sanguinare le mani.

Questione di cuore

16 ottobre 2017

Esistono persone speciali che non riesco a vedere con la frequenza che vorrei. Amici per i quali la parola stessa sembra appartenere a un’etimologia riduttiva rispetto al valore che rappresentano.

Con Fabrizio per esempio non è mai una semplice mangiata. Non è mai una chiacchierata. Ma un’esperienza. Si inizia sempre col parlare del colore di una tovaglia e alla fine si finisce con il raccontarci storie. La sua. La mia. O centinaia di altre ancora.

“Come stai Fabri?”
“Come sempre, mi adatto! E tu?”
“Io? Mi dai un paio d’ore per rispondere? Lasciami bere prima qualcosa. Del resto sai già che tra me e la cosa giusta da dire è sempre stato un amore impossibile!”

Esistono diversi tipi di amore impossibile. C’è quello non ricambiato. Spietato e ossessivo. Quello che si esaurisce. Malinconico e provante. Quello mai dichiarato. Codardo o fantasioso. E poi ne esiste un altro. Quello impossibile verso se stessi. 

Oggi il vino scorre copioso. Devo a Fabrizio una quantità infinita di esperienze enologiche. Vini senza un’etichetta che non mi sarei mai sognato di ordinare. Odori a dir poco sconosciuti e che invece nascondono allettanti sorprese e alcoliche delizie. 

Degustazioni sublimi che mediano la fisica dei sapori con la filosofia degli odori. Il tempo con la storia. E consegnano ogni bicchiere all’arte del buon vivere. 

Raccontarlo è veramente qualcosa.
Si ride. Si scherza. Ci si prende un po’ in giro.

“Ricordi quante volte mi hai tolto dagli impicci? E quella famosa incursione nel bar del campeggio di Terracina? Quando abbiamo rischiato il linciaggio? O quella volta che a mani nude hai sfilato di mano il coltello a quel tipo e lo hai preso a ceffoni? O quando Sergio è entrato con la testa nella portiera della Fiat Uno di mio cugino?”

Fabrizio sorride. 
“Eravamo ragazzi. Eravamo incoscienti. Oggi non mi passerebbe nemmeno per l’anticamera del cervello. Siamo cambiati. Il mondo è cambiato.”

“Tu ci sei sempre stato però. Permettimi di dirtelo. Grazie!”
“Permetti allora a me di ripeterti la domanda. Come stai Gianlù? E papà?”

Non posso glissare. Non sarebbe giusto perdere tanta fortuna. Quella di un amico vero che sa anche ascoltare. 

Disegno un sorriso. Mi accarezzo il mento. Sospiro. Poi mi prodigo in un tentativo di risposta degno di chiamarsi tale.

A volte è difficile scoperchiare il legame sotterraneo che esiste tra i pensieri, le parole e le conseguenze che queste comportano una volta pronunciate. 

Tra tutte quelle immagini che viviamo e ciò che decidiamo di farne una volta che il tempo le trasforma in ricordi.  
Ieri e oggi sono piani diversi che troppo spesso facciamo coincidere. 

E a volte si parla troppo senza dire mai davvero qualcosa di noi. Come se la superficie delle cose fosse tutto. Come se quello che abbiamo dentro non si potesse nemmeno intravedere da fuori. E invece a qualcuno basta solo uno sguardo per capire.

C’è un punto di fragilità nel profondo di ogni persona. È il suo senso di colpa. Un vuoto a cui si vuole riparare risolvendo i problemi del mondo intorno. Qualificarsi. Come un’etichetta di un vino su cui c’è scritto che lui è buono. 

“Sai Fabri. Avrei solo voglia di separare la parte giusta della mia vita da quella sbagliata. Se fossi un cazzo di computer risolverei con un software adatto. Ma in un essere umano queste cose non sono separabili. Quello che fai ti trasforma in ciò che sei. Vorrei trovare una figura retorica che spieghi tutto. Ma sono più bravo a scrivere che a parlare. 

L’unica metafora che trovo sta nell’imprevedibile casualità delle persone che ci capita di incontrare. Papà comunque sta meglio. Sembra reagire bene.”

Fabrizio mi osserva. Mi guarda come se conoscesse da sempre le parole e i concetti che ancora devo esprimere.

“Bene. Mi fa piacere che tuo padre stia meglio. So che persona è. Invece dimmi, tu sei così convinto che il bene e il male siano così differenti e riconoscibili? E soprattutto sapresti dire cosa è bene e cosa non lo è, solo guardandoti intorno? Se abbiamo fatto degli errori è la vita che poi ce lo svela. Ma spesso il buono e il cattivo sono facce della stessa coscienza che ci orbita dentro. 
Caro Gianluca, bisogna soltanto berci su. Sei un essere umano. Ti conosco da 30 anni. Sai riconoscere gli errori. E soprattutto sai accettarne le conseguenze. Per questo mi fiderò sempre di te e ti vorrò bene fino all’ultimo giorno. E in questo non c’entrano nulla le scelte giuste, o quelle sbagliate. È solo una questione di cuore .” 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: