La pura verità

24 luglio 2011

“La fede comincia appunto là dove la ragione finisce. “ (Sören Kierkegaard)

Dibattiti. Discussioni. Affermazioni contrapposte indotte e ricorrenti.
Come un improbabile personaggio partorito dalla mente di Ken Follet eccomi pronto a difendere la mia verità, sempre preparato a schierarmi di fronte a quelle persone che non sembrano averne una propria. Cosa vuol dire verità? E soprattutto ne esiste una che si può definire “pura”?

Attualità, Cronaca, Economia, Politica, Scienza, Medicina ed ultimamente anche la Storia sono oggetto di un continuo revisionismo, a volte documentato, altre volte però solo legato ad una mera opportunità o ad interessi di parte. Ogni giorno migliaia di informazioni si rincorrono in rete zigzagando tra puntuali smentite ed improbabili conferme, a chi dare ragione? Credere o non credere a “chi” o a “cosa”?
E che cos’è la verità? Dov’è e chi può vantarsi di averne sempre una pronta? Ne esiste sempre una nascosta a metà strada tra due affermazioni contrarie?
Eppure se quando scaldo il latte lo faccio con prudenza, è perchè ho una vaga idea di cosa succede. Se non gioco con il phon nella vasca mentre faccio il bagno ci sarà un motivo. Esitono verità soggettive per tutto quello che si ritiene essere vero, in base ad esperienza, conoscenza o scelta. Quando faccio affermazioni del tipo “Totti è il miglior calciatore del mondo” o “questo è il piatto di carbonara più buono mai cucinato” è chiaro che sto sottolineando un pensiero soggettivo ed è una mia verità che non deve necessariamente corrispondere a quella di qualcun’altro. Si tratta solo di conclusioni di una mia personale elaborazione.

Ci sono poi delle verità che potrei definire oggettive e sono tutti quei discorsi che dovrebbero scaturire solo dal riscontro di un qualcosa su cui nessuno può assolutamente disiquisire. Non contano le opinioni di alcuno e se affermo cose del tipo “il ghiaccio scioglie al sole”, sto dicendo una verità oggettiva, frutto di un’esperienza comune, pienamente verificabile, come un calcolo matematico. Se dichiaro, invece, che in hotel la toilette è in fondo a destra può essere una verità oggettiva, se tutti stiamo guardando nella stessa direzione, ma diventa assolutamente relativa se uno si trova dall’altra parte del corridoio. Ecco che l’oggettività assume i contorni della relatività e la verità non è più la stessa perchè i punti di vista cambiano.
Se un marito lavora tutto il giorno ed una moglie invece è impegnata a casa ecco che si ha a che discutere su uno stesso concetto di verità relativa e ci si scontra nel vano tentativo di trasformarla in oggettiva. Roba da farsi venire un bel mal di testa.

E poi, beh. Ci sarebbe la verità assoluta. Un dogma legato a valori universali, collegati con la morale, ma molto più spesso con le religioni ed è qui che spesso le persone finiscono col confondersi.
Se io ed un mio amico stessimo facendo una chiacchierata per la strada ed un operaio si trovasse a verniciare un balcone all’ultimo piano di un palazzo alto dieci piani sopra di noi, chi tra i tre avrebbe una visione migliore su quello che succede in fondo all’isolato? Sicuramente l’operaio, ma questo non vuol dire che sia necessariamente un Dio e che le sue verità siano assolute. Per esempio ignorerebbe il gusto del caffè che abbiamo appena preso al bar o il colore degli occhi della donna che ha appena attraversato la strada.

Ci sono arrivato forse partendo da molto lontano, ma sono giunto al dunque. E’ l’accettazione di una verità con la mancanza di riscontri oggettivi assoluti a trasformare ogni azione in un atto di fiducia e questo succede solo nei rapporti tra persone che si vogliono bene.
La fiducia e l’amore che si compenetrano sono gli unici valori fondamentali in una società dove anche la fede per un Dio si trasforma nella maggior parte dei casi in fanatismo puro.
Sapere cosa sia la verità? Non mi interessa. Credere in Dio? Non è affatto importante.
L’affidabilità delle persone che amo è tutto quello di cui ho bisogno ed è il sorriso di mia figlia l’unica religione che conosca.

Aforismi in supposte

24 luglio 2011

Anche se cessi di combatterlo il tempo non si trasforma mai in un fedele alleato.

Non tutti reagiamo allo stesso modo davanti ad un momento difficile. Qualcuno lo fa lottando come un gladiatore, altri si lasciano travolgere dagli eventi e c’è anche chi fugge o chiude gli occhi per non guardare la realtà.
Io semplicemente mi adatto e preferisco non fermarmi troppo a pensare a ció che potrà essere, perchè non riuscirei ad apprezzare più nulla di quello che sono.

L’intuito è azione. E’ una freccia lanciata con forza e senza eccessiva precisione, ma che raggiunge comunque l’obiettivo in unpunto impreciso. Il ragionamento è riflessione. E’ come un enorme drago che si scrolla di dosso tante inutili frecce con un semplice un colpo di coda. Il dubbio è quando cedere alla forza di una intuizione e quando perdersi invece nella logorante lentezza di un ragionamento.

Stamattina tutto è stancante quiete. Anche la gravità sembra aver optato per qualche giorno di vacanza e sono come circondato da cose che non cadono. La mia smisurata voglia di controllare l’incontrollabile comincia così, davanti ad un cappuccino, sfidando gli umori mattutini e le leggi della fisica.

Piuttosto che chiudere gli occhi preferisco puntare lo sguardo su un orizzonte inventato.

Forse avrei bisogno di una maschera per sembrare quella persona cattiva che a volte vorrei essere, ma che probabilmente non saró mai.

Non serve imparare quello che non sai per sembrare quello che non sei.

Nei miei sogni non bado certo a spese. C’è sempre un regista di primissimo piano, decine di attori, centinaia di comparse, scenografie maestose, un bel copione da imparare a memoria ed effetti speciali da far strizzare gli occhi ad un bambino. Il dubbio é se tenere in mano il ciak o provare ad esserne il protagonista.

Non ho mai sopportato l’invidia e tutti quei personaggi infantili che parlano solo per svalutare il prossimo, invece di riflettere su sé stessi, sulle proprie aspirazioni mancate e su qualcosa di intelligente che li aiuti a superare i propri limiti.

E’ troppo semplice prendersela con gli altri. Bisogna prima imparare a guardare noi stessi, perchè spesso il problema comincia proprio da qui.

Ci sono giorni in cui guardo con disinteresse tutto ciò che mi circonda e la realtà mi appare come visibile solo attraverso un solido vetro opaco. In quei momenti i ricordi diventano il centro storico del mio piccolo universo. Ed è un altrove da visitare con calma, a piedi.

“Non è la meta che conta, ma la strada percorsa.” Forse è proprio leggendo questa tremenda idiozia che un tizio in Technogym inventó il tapis rullant.

Ogni mia certezza è un tentativo fallito di autocontrollo. Ogni mio pensiero si ferma ad un passo dall’essere filosofia, per poi trasformarsi in un grido silenzioso in perenne incubazione. La mia testa è una scatola vuota dove custodire balocchi. Se ora mi presti i tuoi pensieri, magari posso giocarci un po’.

Gli uomini spesso si lasciano trasportare e non sempre per via dell’entusiasmo.

Le rette parallele non si incontrano mai, ma sono certo che qualche volta sognano di farlo.

Dietro ad ogni pensiero creativo c’è sempre un dubbio inconscio a governarne le dinamiche.

Qualcuno dice che i ricordi rallentano il pensiero, che si sorride solo per paura, per insicurezza o per debolezza. Ebbene, io non ho una domanda per tutte queste risposte.

Mi piace il disordine. Si abbina bene con il caos e le casualità della vita.

Se avessi una memoria grande almeno quanto la mia curiosità di conoscere le cose, sarei diventato un cazzutissimo genio.

La vita e’ come una scatola di cioccolatini, il problema non e’ scegliere quello più buono, ma evitare lo schiaffo quando allunghi la mano per prenderlo.

C’è sempre un tempo per riflettere ed una colonna sonora per ogni mio pensiero.

La vita è come una scatola di cioccolatini, quando hai voglia di pane e mortazza.

Ridispongo i pezzi sulla scacchiera e rimango curiosamente sedotto dalle innocenti simmetrie dei quadrati bianchi e neri.
Sono stanco. Saturo di strategie e di molteplici combinazioni di attacco e difesa. Vorrei per una volta giocare solo per il gusto di farlo.

Ci sarà un motivo se chiamano da sempre gli uragani con nomi di donna.

Oggi mi riposo facendo finta che il pianeta non si muova, leggo storie al contrario ed uso la fantasia come segnalibro. C’è stato un tempo in cui anche le sirene avevano le ali, ma questo alle farfalle dava un po’ fastidio. Oggi peró stanno tutti bene. 🙂

Ho trascorso la mia vita a sciogliere piccoli nodi insignificanti, ma non sono mai riuscito a sciogliere il grande nodo ed a trovare l’origine di tutti questi miei pensieri.

Alle volte serve un dubbio forte come una scossa tellurica per cambiare la primitiva morfologia delle nostre stupide convinzioni.

Caro Gesù, ridacci Lucio Battisti e prendi ti prego in cambio Cesare Battisti. Amen.

Il sogno è come un bambino che non puoi fare a meno di accompagnare ovunque, almeno con lo sguardo.

Vendo biglietto di prima classe per un treno di cui non conosco orario e destinazione. Il prezzo è un affarone

Stamattina ho a che fare con una versione ristilizzata di un me stesso “trentenne” che sembra non solo in grado di porre domande giuste, ma anche di dare risposte a tono. E sono solo le 8 e mezza

La bellezza è un concetto spietatamente vago, magico ed immateriale, ma anche delirante, scomodo e poco concreto. Devo togliere quello specchio di lì…

Ci sono nomi da scrivere in maiuscolo e nomi dove usare il minuscolo è fare anche troppo.

Possiamo risolvere definitivamente il problema del nucleare. Non mi risulta che l’uranio impoverito si sia arricchito in modo regolare. Lasciamo quindi che se ne occupi la guardia di finanza.

Giocare con le parole e cercare la scintilla senza abbandonarsi al fuoco. Svelare il segreto di quell’inesprimibile e disordinato inizio che guarisca la mia voglia di scrivere, di resistere, di insistere ed esistere. E’ questa l’intermittente barriera che a volte mi separa dagli altri, lasciandomi vivere una stupenda ed indisciplinata alternanza di corteggiamenti e rifiuti.

L’intelletto è sicuramente un dono del Signore, ma sono sicuro che potendo scegliere in molti avrebbero preferito una Tv 55 pollici HD a led.

Tutti hanno un punto di rottura, ma non tutti sono in grado di riconoscere il proprio.

Ogni mia certezza è un tentativo fallito di autocontrollo. Ogni mio pensiero si ferma ad un passo dall’essere filosofia, per poi trasformarsi in un grido silenzioso in perenne incubazione. La mia testa è una scatola vuota dove custodire balocchi. Se ora mi presti i tuoi pensieri, magari posso giocarci un po’.

Dio. Rateizzerei il tempo, anche con percentuali da usura se solo mi fosse possibile.
Stamattina, mentre mi abbandono ad infantili e materne voglie marsupiali, i ricordi prendono fuoco ed ogni dubbio si trasforma in una saggia scelta.

Le cattive idee posso riconoscerle dalla furia con cui mi perseguitano. Alcune somigliano alla santa inquisizione. Inappropriate, inviolabili, illegittime e quindi tassabili.

E pensare che basta uno specchio a far capire ad un uomo che riflettere è necessario. Poi possiamo non cambiare idea, ma ci si accorge se un capello è fuori posto e almeno ci si da una pettinata.

Un giocatore senza il suo tavolo da gioco non è nulla. Ma un giocatore al tavolo da gioco senza una propria tattica è ancor meno di quel nulla.

Spesso quando scrivo divento troppo riflessivo e diversamente tenebroso. Una sorta di Giacomo Leopardi bendato, senza gobba e comunque sfigato. No no. Meglio l’autoironia indotta.

Bisogna lottare cm dopo cm !! Sempre. Lo diceva spesso mia nonna lavorando a maglia ed alla fine sorrideva regalandomi delle lunghissime sciarpe.

Imbecille? Intelligente? Il segreto sta nel lasciare che siano sempre gli altri a chiederselo.

Esiste un limite oltre il quale nessuno può permettersi di dire ció che vuole.Questo mi consente di riconoscere gli idioti, perchè sono sempre quelli che ci si avvicinano più degli altri.

A prescindere da qualunque fatto stia succedendo oggi, devastante o epico che sia, tra 200 anni non importerà più nulla a nessuno.

Aforismi e aspirine effervescenti

24 luglio 2011

Sono un imperfetto e vivo il presente, anche se so che bisogna essere molto veloci nelle scelte e ciò presuppone intuizione ed una buona conoscenza del passato. Manca solo il futuro ed abbiamo declinato tutto il verbo vivere.

Pagine di vita, di tanto in tanto è bello accartocciarne una e divertirsi a tirarla per prendere in testa qualche passante.

Chissà se nel meccanismo alieno che regola la fantasia i merli sulle torri di un castello sono destinati ad incastrarsi con i merli di un castello in aria, ma rovesciato.

Le illusioni non sono altro che biglietti scaduti per quel treno che non è mai partito.

Chissà perchè il passato ed il presente mi appaiono elastici come la gomma, mentre il futuro è sempre così spietatamente acuminato.

Se devo attraversare un fiume non perdo tempo a controllare se l’acqua sporca, piuttosto mi assicuro che non sia troppo profonda.

Lancio una moneta e scelgo testa. Lei gira e si rigira nell’aria, volteggia qualche secondo su se stessa, poi si lascia cadere sul palmo della mia mano per mostrare la sua verità: Croce. Sorrido

Mi sforzo ogni giorno di affrontare le cose con metodo e intelligenza, ma poi arriva un lampo di pura imbecillità e la vita diventa di colpo più interessante.

Un mediano che tira sempre da centrocampo e manda la palla in curva puó essere due cose: un calciatore da buttare o un campione di rugby!
Per ognuno di noi c’è una giusta disciplina, un campo ed una platea pronta ad applaudire.
Bisogna solo evitare di confondere le regole del gioco.

Ma se una persona mi scrive “i tuoi antenati ti appartengono” devo andarne fiero o qualcuno ha trovato un modo elegante per dirmi “mortacci tua?”

Individuare il pollo al tavolo in un torneo di poker live serve a poco, tanto alla fine li devi far fuori tutti.

Quanto è difficile cambiare idea quando non ne hai…

Stamattina i miei pensieri somigliano ad usurai che riscuotono vecchi ricordi come le rate di un prestito inestinguibile ed affamante. Il passato non concede dilazioni.

In questa società di Don Chischotte è meglio difendere la propria idea che somigliare ad un mulino a vento.

Basta accendere 10 minuti la tv su un telegiornale qualsiasi per rendersi conto che tutto ciò che noi facciamo in qualità di esseri umani è assurdo e carente di significato.

Non si può riempire una bottiglia se ti ostini a lasciarla a testa in giù. E non puoi incolpare la sfiga se l’acqua esce, ma solo il tuo cattivo rapporto con Newton ed una visione troppo approssimativa del concetto di “gravità”.

Vivo nella periferia di questa realtà, ma prima o poi so che potrò permettermi un sogno tutto mio.

Volevo essere un sommergibile ed invece sono un mulino a vento. E’ la prova che il Don Chisciotte di Cervantes è probabilmente uno dei libri più dannosi mai scritti.

Io vivo nutrendomi di sana ironia. Quando il grigiore si impossessa del tutto è lei che mi distacca dalla realtà quel tanto che basta ad accettarla fino in fondo, ad accoglierla ed allo stesso tempo aggredirla. E’ il tratto più caratteristico della mia personalità, ed è presente tanto nella vita reale quanto in ogni fantasia possibile.

Non fermarti a pensare. Fallo correndo, che ha un suo “perchè”.

La parte più difficile nel difendere una propria idea è averne una e sapere bene di cosa si tratti.

Nuvole, ombre, infusioni, smorfie, sorrisi, sacrifici, verità, occasioni, condizioni, opportunità, sudore, invidia, sempre, mai più. C’è una versione di me che non solo ha tutte le domande, ma anche tutte le risposte.
Ed è la stessa versione che confonde ogni mattina lo zucchero del bombolone alla crema con la felicità.

Se rallenti ricordi. Se acceleri dimentichi.

L’ordine è quello che tutti ricercano sia nel poker che nella vita, ma è semplice illusione. Basta un istante di caos a rendere l’ordine “disordinato”. Il caos è tutto. Non serve combatterlo. Bisogna solo imparare a conviverci ed a controllarlo.

41 anni rappresentano uno spartiacque tra quello che sognavo di diventare e quello che effettivamente sono diventato. Migliore o peggiore, questo non sono in grado di dirlo. Oggi mi fermo a tirare le somme e leggo tante delusioni, ma anche grandi soddisfazioni. Ed a quei momenti per i quali credo sia valsa la pena soffrire io non rinuncerei mai per niente e nessuno al mondo.

A volte il desiderio ha bisogno di uno spazio più grande di quello che la fortuna può concedergli.

Ci sono giorni in cui mi muovo con la stessa autostima di un tarzan rauco ed obeso in una foresta piena di piante carnivore. In quei giorni sono un uomo da ricostruire.

Aforismi e caffè Borghetti

24 luglio 2011

Paradossalmente, si pensa meglio quando non si hanno pensieri per la testa.

Rivincita, amicizia, notte, figlio, destino, meta, roma, fortuna, febbraio, soluzione, distanza, identità, imperfetto, bugiardo, devastante, perdono, spietato, insicurezza, paura, amore, solo, reazione, natura, troppo, niente, abbastanza, tutto, quello che ti aspetti, e non è ancora notte.
Sono le 10:31 e siamo sempre nell’anno 2011. Interessante, vero?

Destino. Non ho mai trovato un amico che mi facesse più compagnia. D’accordo, per viaggiare in due occorre comunque aspettare che l’altro sia pronto, ma quando si viaggia in direzione di un sogno meglio avere pazienza che farlo da solo.

C’è un temporaneo abbassamento del solo ego pokeristico dovuto da una prepotente emersione del lato oscuro della forza. Forse anche a Obi-Wan Kenobi gli si inceppava la spada laser ogni tanto? Mah !!

Sono fatto così, voglio sempre capire. Sapere se il tempo è veramente quello che mi resta quando voglio che qualcosa accada, ma poi non accade nulla.

Il tempo mi è nemico, ma è un nemico leale.

Gioco spesso a scacchi con il mio lato oscuro e malgrado io non nasconda una marcata simpatia per l’avversario, non è mai una trascurabile soddisfazione batterlo.

“Non puoi nasconderti all’infinito, Luke. Consegnati al Lato Oscuro della Forza. Noi abbiamo i bomboloni con la crema.”

Ho bisogno della mia testa per fare scelte e per impedire ai pensieri di uscire dalla bocca. Da ieri ho un anno di più ed ho testato il sapore che si prova ad essere più grandi. Niente di che. Sa di pollo

E’ sempre più importante il personaggio della scenografia.

Quando guardi l’orizzonte non ci sono angolazioni, quello è.

Dentro questo corpo di adulto si annida lo spirito di un bambino disordinato che vuole solamente giocare.
Non ho bisogno di un esorcista, ma di un enorme castello gonfiabile dove fare 4 salti con mia figlia.

Solo gli stupidi accumulano certezze senza dubitare mai. Ne sono certo.

Non serve un corso di recitazione per imparare ad essere un uomo qualunque.

Ogni gabbia proietta un ombra ed ogni ombra è una via di fuga.
Avvicinati e non temere. Ho solo il desiderio di sussurrarti qualcosa all’orecchio.

Se oggi possiedi una personalità tormentata e una vita disordinata, praticamente hai già tutto quello di cui hai bisogno.

Nella vita l’unica costante che conosca sono i cambiamenti.

Il meccanismo che regola il buon andamento di un rapporto è litigare e riappacificarsi.
Tutto poi finisce nel momento in cui non si litiga più o non si fa più pace.

Se ci vai sempre vicino, o sei un campione di bocce oppure un perdente di lusso.

E’ nel tentativo di evitare l’inevitabile che spesso ti accorgi di poter realizzare l’impossibile.

Se costruiamo castelli di sabbia anche sotto un temporale è perchè in fondo abbiamo l’infantile certezza che rimarranno lì per sempre.

Ognuno ha i sogni che si merita.

Il mondo non è poi così brutto se lo guardiamo con un pizzico di fantasia.

Disarmare la serietà di un avversario a colpi di sorriso è facile, ma di fronte a chi non vuol ridere è opportuno rimanere seri.

Ci sono giorni in cui sei avanti ed altri in cui ti trovi a dover rincorrere. L’importante è rimanere comunque in gara. Questo si chiama vivere.

Sono un sognatore ad occhi aperti e cerco di dormire meno possibile.

Se i progetti li tieni nel cassetto e gli scheletri nell’armadio, succede che non sai più dove mettere le camicie.

Non lamentarti mai nella solitudine, perchè a volte trovarti solo è la miglior fortuna che possa capitarti.

Almeno una volta nella mia vita vorrei ragionare come Leonardo e sorridere come la Gioconda.

Persegui obiettivi impossibili e rimarrai per sempre schiavo dei tuoi desideri. Persegui la disciplina e forse raggiungerai obiettivi impossibili.

Come primo obiettivo del 2011 voglio recuperare un paio d’ali e un mantello nero.
Devo regalare a me stesso qualcosa che non sia la solita via di fuga.
“Buongiorno vorrei un divano comodo per me e per questa mia coda.”
“Mi spiace signore, ma questa è una birreria. Per l’inferno sono due isolati più giù.”

Quando il cuore ha un bisogno, e quel bisogno è amore, lo spinge senza sosta all’infinito.

Voglio rassicurare tutti dopo capodanno. Le analisi del sangue al secondo tentativo sono risultate buone, ma la prima siringa l’hanno dovuta buttare che sapeva di tappo.

Se fossi Babbo Natale non ti porterei un regalo… Ti porterei via con me!

C’era un tempo che nelle conchiglie si sentiva il rumore del mare.

Ogni sorriso è un investimento a lungo termine che spero diventi gioia.

C’è una distanza oltre la quale le persone smettono di ascoltarsi, pur continuando a parlarsi. In quei casi sarebbe più opportuno un rumoroso silenzio.

Parla “con me”, non “a me”.

In ognuno di noi c’è un baratro e profondità inesplorate. A volte affacciarsi fa paura.

Tanto, ma non tutto. Giusto ad un passo dall’essere abbastanza…

Confondere un piacere con la felicità è uno degli sbagli più grandi che abbia fatto in vita mia. Roba da imperfetti.

Ridisegno, ad uno ad uno, ogni mio pensiero con la presunzione di una barchetta di carta che si accinge ad attraversare l’oceano.

La vernice era ancora fresca quando mi sono seduto. E’ la vita che appena puó lascia comunque il segno ed è per questo che esistono le lavanderie a gettone.

A volte è più facile sembrare quello che non sei che trovare qualcuno che se ne accorga.

Aspettando davanti all’entrata del Casinó sono arrivate ben 3 persone che mi hanno chiesto di parcheggiare l’auto. Non so’ se sia il caso di rivedere l’abbigliamento o attendere pazientemente che passi una Lamborghini !

Insegnerò a mia figlia che tutto in fondo è possibile.

Sono diventato un asso nel sollevamento delle polemiche. Ora se miglioro nel lancio del giavellotto e nei 400 dorso potrei anche pensare alle olimpiadi.

Mentre sognavo di aspettare per ore un treno che non passava mai, mi sono chiesto quanto valga il tempo perso nei sogni. Ammetto di essere un cattivo sognatore.

Via da Las Vegas

24 luglio 2011

E’ notte a Las Vegas, una di quelle notti apparentemente diversa eppure sempre troppo simile alla precedente. Centinaia di volte sono fuggito da notti come questa e centinaia di volte sono tornato indietro anche se solo con la testa, perchè dietro a queste notti si nascondono sempre una delusione che non ti aspetti ed un pacchetto di sigarette troppo vuoto, anche per chi aveva da tempo già deciso che non avrebbe fumato mai più. Io conosco solo un modo per fuggire e tornare così veloce. Scrivere.

Chiametelo esercizio da svitati, ma non sottovalutate il suo effetto sedativo in notti come questa, quando il tavolo verde si è ripreso in un secondo tutti i tuoi sogni lasciandoti con un pugno di percentuali e la solita domanda senza risposta. Perchè? Perchè la statistica si ostina a non coincidere con la realtà? Perchè le cose più importanti sono anche le più complicate da raccontare? Perchè realizzare un sogno che appare a portata di mano a volte appare più difficile che bersi l’oceano con un cucchiaino? In un attimo Las vegas si trasforma prima nel labirinto in cui perdermi, poi nella strada da seguire e di nuovo in uno spietato dedalo con poche vie d’uscita. In ogni mia storia c’è sempre una via d’uscita in meno rispetto a quelle che ti aspetti di trovare.

Mi affaccio alla finestra. Vedo un castello che non è certo uscito da un libro di fiabe, poco più in là una piramide scura, una sfinge in materiale plastico e luci bianche impegnate a tagliare la notte come il raggio di una astronave aliena in una complicata manovra d’atterraggio.

Poi c’è una strada prigioniera di profezie al neon e decine di schermi rotanti su cui scorrono onirici messaggi di improbabili felicità e convenevole fortuna. Guerrieri, cantanti, fate danzanti, attori e maghi si alternano nella luce scintillante di un tracotante, povero e invitante nulla. Ogni due ore c’è una eruzione senza fuoco. Ogni due ore c’è un vascello pirata che affonda e riemerge tra acque sporche, incurante dello sguardo incredulo di ingenui passanti.

Ogni due metri c’è un santo, un profeta, un barbone, un sogno infranto ed un miracolo da inventare, ma mai una mano da stringere con palpitante disinteresse o un’emozione diversa, che abbia il sapore di un sentimento vero o di una vittoria. Anche stasera tutto ha un prezzo e il prezzo non è mai quello giusto.

C’è un deserto disincantato intorno e dentro questa città senza cuore. Figlia di un miraggio che non incanta e di milioni di dollari che si muovono per passare di mano in mano come una droga spacciata a saldo, che insudicia ed intossica un’aria troppo calda ed apparentemente irrespirabile.

Qui non si gioca per vincere, si gioca per perdere. Ed è un segreto che questa città custodisce da sempre e protegge come fosse il più prezioso dei suoi tesori. Un segreto nascosto così nel profondo che quasi sembrerebbe non esistere.

Eppure sono pochi gli uomini che possono raccontare di una notte magica in cui sbancarono a Las Vegas, perchè alla fine gli uomini giocano, ma è Las Vegas a vincere sempre.

Tutto appare così comico nella sua spietata tragicità. Ma ciò che è comico si basa su cose negative che capitano ad altri e per le quali si ride pensando: «Per fortuna non è capitato a me!». Quando invece sei tu il protagonista tutto cambia e per l’imponderabile evento negativo non si dimostra mai troppa simpatia. Non si ride, non si piange. Al limite si riesce ad emettere un suono gutturale che niente ha a che vedere con una risata, ma che non somiglia certo nemmeno ad una esclamazione di trionfo.

Credo che le luci ed i suoni di Las Vegas servano solo a coprire tanti improbabili mugugni, figli di speranze miseramente implose davanti a quei colpi che hai solo il 2,15% di possibilità di perdere. Una rarità nel Texas Hold’em.

Non c’è un dio che si preoccupi e che ti protegga nemmeno a Vegas. L’unico prototipo di dio possibile qui, ha acceso il giochino ed è andato a spassarsela incurante della notte, di un universo mosso dal caos e di un silenzioso ed assordante rumore di fondo, lasciando tutti in balia di questo allucinatorio, rumoroso e logorante miraggio notturno.

Eppure, malgrado tutto questo disciplinato caos, allungo ancora la mano nell’aria per afferrare un pensiero. Un pensiero normale, non uno di quelli capaci di risolvere una situazione o di aiutarti a realizzare un grande sogno, ma pur sempre un pensiero positivo. Quei pensieri positivi che trovo molto più simili ad una moneta con cui giocare in aria che ad un sasso da lanciare in uno stagno.

Provo a tirarlo in alto con un colpetto di pollice. Lo vedo prima disegnare un arco e poi rimanere sospeso a dispetto di ogni legge della fisica nota. Lo vedo fluttuare, rallentare e fermarsi quasi per non voler fare ritorno. Forse ha paura di questa città, o il fondato timore di essere condannato a rimanere qui per sempre.

Nella vana attesa del rumoroso impatto frugo ancora nella mia testa ed afferro un pensiero più grande. Lo accarezzo e mi accorgo che ha i lineamenti irreali di un sogno e nasconde impronte che non somigliano affatto alle mie.

Immerso in un oscuro stupore, tra nuove speranze e vecchi ricordi da cancellare, allungo l’ultima volta la mano sulle rovine di questa avventura per raccolgliere le mille traballanti certezze abbandonate oggi sul mio cammino come tanti piccoli petali. Era l’ultimo alchemico tentativo per un uomo di creare nel deserto il suo fiore più bello e rimarrà un sogno ancora per molto, moltissimo tempo.

Si torna a casa.

La prossima mossa

15 luglio 2011


“Sognate e mirate sempre più in alto di quello che ritenete alla vostra portata. Non cercate solo di superare i vostri contemporanei o i vostri predecessori. Cercate, piuttosto, di superare voi stessi.” (William Faulkner)

A chi pensa che il giocatore di texas hold’em sia solo un freddo calcolatore o uno scaltro esecutore capace di operare solo all’ombra di dati statistici e matematica, io rispondo che ci sono anche personaggi in grado di mostrare una parte squisitamente filosofica. Così per ogni giocatore che si concentra sull’analisi delle probabilità, parallelamente esiste un uomo in grado di interrogarsi sulle disordinate oscillazioni del destino e su tutte quelle conseguenze a volte paradossali a cui non si riesce a dare un senso. Queste situazioni possono consolidare i dubbi di un player o trasformarsi all’occasione in terapeutici luoghi comuni da utilizzare al momento giusto.

Io sono affezionato ai miei luoghi comuni. Ammetto però quanto sia facile entrarvi e difficile uscirvi. Soprattutto quando rimango intrappolato tra tutti quei pensieri raccolti nella pause di giornata o nei viaggi che intercorrono tra un torneo e l’altro. Tutti quei ragionamenti interessanti, a volte anche acuti, sui quali però alcune persone non sarebbero pronte a scommettere sulla loro attendibilità. Idee da tenere ben strette quindi, ma senza entusiasmarsi tanto. Un po’ come avere due assi in mano e trovare il terzo asso al flop con un board che apre anche irriguardosi progetti di scala o di colore. Una di quelle mani insomma, che non puoi mai affrontare con disinvoltura.

C’è una pubblicità di una famosa marca di cioccolatini che si affida ad una citazione di Oscar Wilde e che recita: “L’unico modo di liberarsi di una tentazione è cederle”, ma osservando alcuni grandi del poker ho imparato che l’unico modo per non perdere soldi è proprio non cedendo alle tentazioni. Questo non lo dicono le statistiche, ma l’esperienza, il cuore ed i luoghi comuni. Che sia il caso di smetterla con questi cioccolatini? Eppure il biglietto dell’ultimo bacio perugina citava testualmente “ora mangiane un altro, sciocco!”

Battute a parte eccomi qui, quasi in partenza per Vegas con il main event delle World Series of Poker che si avvicina e lascia sempre più spazio alle speranze e meno ai ricordi. Forse lo devo a questo il mio monologo dal retrogusto squisitamente filosofico. E’ il mio modo di esorcizzare il passato e pontificare sabbatiche speranze riordinando frammenti di tempo come fossero istantanee da infilare in un album: un biglietto di seconda classe per Los Angeles, poche cose nella tracolla blu con lo stemma dell’Italia campione del mondo, i miei libri preferiti con l’inseparabile “Poker Mindset” di Taylor e Hilger, i due volumi di Dan Harrington, “Le conseguenze dell’Amore” di Paolo Sorrentino e la mia incessante ed aliena voglia di misurarmi prima con la tastiera del mio fedelissimo Apple e poi con il mondo intero.

Non ricordo esattamente quale sia stato il primo giorno in cui ho iniziato a scrivere, ma deve essere stato senza dubbio un giorno in cui avevo davvero qualcosa da dire. Ricordo però il momento in cui ho preso per la prima volta in mano le carte. Ero a Las Vegas, il 4 luglio dell’anno 2008. Da allora quanti momenti passati a scrivere, ragionare, riflettere ed agire anche solo per sbagliare e sentirmi profondamente e meravigliosamente imperfetto. Paradossalmente si pensa meglio quando non si hanno pensieri per la testa e questo è uno spietato “luogo comune” che calza alla perfezione nel Texas Hold’em.

Una volta scrissi che se non hai la testa libera è meglio lasciar perdere. Meglio salutare tutti e rimandare l’appuntanento a giorni migliori e che “saper rinunciare” è una scelta da grandi. Ma il sogno americano rimette tutto in gioco ed è così che anche “affrontare il proprio destino” si trasforma in una scelta da grandi. Ma si può essere grandi anche con mille alzatacche da smaltire? Si può scendere in campo anche con problemi irrisolti da affrontare e tanti indescrivibili inestetismi dell’anima da sistemare ogni mattina? E’ la magia stessa delle World Series of Poker a rispondere ed ecco che tutto d’un tratto spaririscono stanchezza fisica e stagnazione mentale. Finalmente si parte.

Lo ammetto, non mi sento del tutto in forma in questo periodo, ma allo stesso modo sento di poter essere all’altezza. Non sarò il più forte, ma posso essere comunque migliore del mio avversario di turno. Ho forti motivazioni, coscienza pulita, disciplina da vendere e una assoluta volontà di creare quelle condizioni dove si può e si deve rendere al meglio. In fondo non esistono professionisti dell’intelligenza nel poker. Conta solo la conoscenza di se stessi, quella dei propri avversari e l’opportunità di agire al momento giusto con ordine anche quando al tavolo regna il caos. Una volta scrissi che bisogna evitarlo il caos se non sei in grado di gestirlo e sono ancora di questa opinione.

È curioso. Mi trovo qui a dispensare consigli e per quanto mi sforzi non ricordo esattamente quale sia stato il personaggio che mi abbia dato il primo suggerimento, come non riesco a ricordare i nessi che uniscono la mia attrazione per il poker alla mia passione per la scrittura. Quello che hanno in comune è la caratteristica di essere stancanti e senza dubbio è la stanchezza il mio avversario peggiore ogni volta che gioco. Alle volte vorrei avere un interruttore in grado di spegnere tutto per qualche ora, ma so che non è possibile regolare la realtà a colpi di fantasia. E poi addormentarsi non rende niente più facile, anzi a volte peggiora anche le cose.

Mi viene in mente una vecchia barzelletta. Un paziente: “Dottore, Dottore, mi fa malissimo se faccio così. Ahia!” e il dottore: “Ho la soluzione! Non lo faccia più!”

Accenno un sorriso, ma alla fine scopro di essermi stancato e rimando l’impresa. La luce del sole sta ormai tramontando su queste considerazioni ed anche l’effetto dell’ombra delle mie mani sulla tastiera è svanito. Chiudo le imposte della mia mente e già è ora di partire per quel viaggio che ha per meta il suo punto di partenza. Sistemo disordinatamente i miei libri in valigia, poi rileggo quello che ho appena scritto. Sembra incompleto. Manca un successo da raccontare.

Approposito! La barzelletta nasconde la sua morale. Anche se sei pronto a riceverle non è detto che avrai sempre tutte le risposte di cui hai bisogno. Un altro “luogo comune” da non utilizzare, soprattutto se hai già ben chiaro quale sarà la tua prossima mossa.

Il bluff tra coraggio e finzione

7 giugno 2011


Una delle battute che mi è rimasta più impressa leggendo i racconti di sir Arthur Conan Doyle, è questa citazione di Sherlock Holmes tratta dal romanzo Il Segno dei Quattro: “Dopo aver eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”. Nei tornei di Texas Hold’em la verità è un privilegio riservato solo a pochi fortunati giocatori, coloro che arrivano al tavolo finale a contendersi i premi più grandi e che sono riusciti ad imporre le loro personali verità anche ricorrendo al “bluff”.

Sappiamo come nel poker, ma più in generale anche nella vita, spesso si viva di continue letture ed interpretazioni. Un buon giocatore deve essere in grado di leggere e interpretare alla maniera del miglior caratterista ogni situazione possibile, anche ricorrendo all’uso della finzione bluffando, e bluffare vuol dire compiere un’azione dove l’interprete assume più importanza della bugia che si vuole rappresentare.

Servono un innato opportunismo, una maturata esperienza e in molti casi anche il sangue freddo di un chirurgo. Occorre sapersi mimetizzare tra gli acuti del gioco e al momento giusto uscire allo scoperto per sembrare quello che nella realtà non si è.

Personalmente adoro questa peculiarità del poker live e, nella mia lettura del Texas Hold’em come aforisma della vita, è davvero un piacere ritrovarmi a parlarne oggi.

Tutti recitiamo quotidianamente copioni che adattiamo a situazioni di vita reale. C’è chi mente per necessità, chi per non ferire le persone a cui vuole bene e chi per rimandare semplicemente la verità. Chi lo fa per apparire migliore di quello che è, chi per paura, per narcisismo o semplice egoismo, e chi magari per il banale gusto di farlo e basta. C’è inoltre una categoria di persone che non mente, ma ommette di dire la verità e chi, come abbiamo visto, lo fa con il fine di ottenere il massimo da una mano di poker.

Mi riservo di parlare più a fondo della bugia, magari in un mio prossimo articolo. Per ora mi limiterò a dire che, tra le bugie, la più pericolosa è quando si mente a se stessi, perché si può anche finire col credere alle proprie bugie. Ma torniamo a noi.

Bugia, finzione, inganno. In fondo la parola “poker” non deriva altro che dal francese “pocher” che significa “bollire a fuoco lento”, “ingannare”, o come si potrebbe scherzosamente dire usando il gergo pokeristico di oggi, “fare al sugo”. Ecco che tutto si riduce quindi a una mera attuazione di strategie con la finalità di confondere i propri avversari.

La didattica non basta e se non sappiamo giocare una mano in bluff o recitare la parte del più forte per costringere il nostro avversario a mollare la presa, siamo senza ombra dei dubbio dei giocatori incompleti. Inoltre occorre essere bravi anche a ostentare una innaturale debolezza quando, al contrario, sappiamo di avere la mano migliore, quello che nel poker viene chiamato “bluff passivo” o “slow play”.

Uno degli errori che molti dilettanti fanno al tavolo è quello di considerare il bluff solo il “puntare forte” quando non si hanno in mano due carte che abbiano, in qualche modo, legato con il board. In questo caso tutto diventa frutto di improvvisazione e non si può parlare di bluff, ma di una finzione attuata proprio contro se stessi, un’azione che di solito è in grado di convincere solo noi. Occorre invece fare leva sulle debolezze dei propri avversari ed è per questo che “osservare” assume, soprattutto in questo caso, una rilevanza importantissima. Il tavolo verde si trasforma nel nostro palcoscenico e sta a noi scegliere “quando”, “come” e “con chi”.

Lo stesso bluff, la stessa bugia, non porteranno mai a un risultato costante e le conseguenze varieranno sempre da giocatore a giocatore. Ecco perché bisogna sapere bene contro chi si sta forzando la mano. E anche se spesso è proprio contro i più bravi che il bluff riesce meglio, io suggerisco di focalizzare l’attenzione verso quei personaggi che al tavolo assumono un assetto conservativo o coloro i quali, invece, si dimostrano particolarmente timorosi nell’azione.

E quando invece sono gli altri a bluffare? Sebbene anche in questo caso contino molto l’osservazione del comportamento dei giocatori, gli umori al tavolo e la nostra capacità di una riflessione immediata su tutte le combinazioni e le probabilità possibili, tornerei a una attenta rilettura di quanto contenuto nell’aforisma di Arthur Conan Doyle. A volte escludendo tutte le possibilità, l’improbabile potrebbe essere l’unica cosa attendibile.

Posso dire di aver imparato a giocare a Texas Hold’em proprio imparando anche a subire alcuni bluff ben architettati dei miei avversari. In certi casi sento spesso dire “ho chiamato seguendo l’istinto, le mie sensazioni”, ma in determinate fasi del torneo è davvero meglio non tenere conto di quelle sensazioni e affidarsi piuttosto all’esperienza e al buonsenso, foldando. Le sensazioni uccidono i pensieri, compromettono il ragionamento, minano la logica delle nostre scelte ed espongono a figure da stupidi.

Non esiste niente di peggio che fare al tavolo la figura del perfetto idiota, sebbene a volte anche passare da perfetti idioti nelle fasi iniziali può aiutare nel proseguimento di un torneo, magari all’estero.

Nel 2009 chiusi il Day1 del Main event alle WSOP ai primissimi posti del chipcount. Lo feci giocando da perfetto idiota per un livello intero e ottenendo il massimo dai miei avversari nei restanti 3 livelli della giornata. Un mix di tattica e finzione, perché si può bluffare anche convincendo il tavolo di essere quel giocatore che in realtà non si è, senza limitarsi a farlo nella singola mano o contro un giocatore.

Chiudo citando ancora Conan Doyle. “Rifiutarsi di riconoscere un pericolo quando ci pende sulla testa è da stupidi, non da coraggiosi.” (da L’ultima avventura, ne “Le memorie di Sherlock Holmes”)

Alla maniera di Napoleone

18 Maggio 2011

Al primo livello della pro league, un affascinante torneo live che ho giocato proprio domenica durante l’EPT di Sanremo, eseguo un quarto rilancio dopo una tribet (terzo rilancio) di Pier Paolo Fabretti, e su un board che recitava J 8 4 rainbow (senza alcuna possibilità di progetto a colore) decido di triplicare la sua puntata. Conosco bene l’aggressività del giocatore di Pokerstars ed avendo pescato un J sul board decido di testarne l’effettiva forza.

L’azione induce al fold sia l’ottimo Luca Pagano che un avversario in mezzo alla pista, ma Pierpaolo invece chiama. Scende un K al turn e probabilmente spaventa il mio avversario che a quel punto fa solo check. Io lo seguo per limitare il pot. Al river scende un altro K e l’azione del turn si ripete con un nuovo “check” di entrambi. Allo show-down io mostro un J debole per una doppia coppia JJ KK, mentre il povero Pier Paolo gira un 8 e un 4 per una doppia coppia inferiore, un punto che comunque al flop lo vedeva nettamente avanti al sottoscritto.

Questa mano è viziata da un errore che alcuni giocatori, incluso me, alle volte commettono. Quello di valutare un avversario per come ha giocato in un’altra occasione, dimenticando che l’approccio al tavolo di un giocatore cambia di torneo in torneo. Io non avevo, in quella fase iniziale, abbastanza dati per considerare Fabretti in bluff o attribuirgli una mano marginale ed ho valutato frettolosamente ed in modo superficiale l’azione opportuna da fare al flop che doveva essere chiaramente un “FOLD”.

Quello su cui ogni tanto si deve riflettere è se sia meno dannoso ponderare una scelta giusta al momento sbagliato o azzardare una decisione figlia dell’umore di un momento che è destinato magari ad essere quello giusto. Azzardare vuol dire solo rischiare. Vuol dire privilegiare il caso a dispetto di ogni possibile abilità e competenza ed almeno, per quanto riguarda il Texas Hold’em, vuol dire sbagliare. Quello che in poche parole ho fatto io.

Ma cosa significa “sbagliare”? La logica delle parole ci porterebbe ad abbinare questo verbo al verbo “perdere”, ma non è così. A volte, come nell’esempio riportato, si può comunque vincere sbagliando ed è questo che rende il Texas Hold’em, allo stesso tempo, croce e delizia dei suoi moltissimi sostenitori. Ma approfondiamo il concetto.

Lo Zingarelli alla voce “sbaglio” recita testualmente: “Un errore di valutazione, un’azione contraria all’opportunità, alla convenienza” ed il modo di dire “fare qualcosa per sbaglio“, viene invece indicato come “un atto determinato dalla casualità, dall’accidentalità“. Il vocabolario però non va oltre questa definizione. Non chiarisce per esempio se sbagliare può essere considerato la fine del gioco, oppure se in qualche modo anche dopo un grosso errore si possa raggiungere comunque un obiettivo.

In molti ritengono che non esista un giocatore in grado di giocare meglio di colui che non conosce le regole del poker. Quindi quella che più comunemente viene definita la “fortuna” del dilettante, può anche essere catalogata come una banale conseguenza di sbagli. Ma lo sbaglio, proprio poiché spietatamente legato al caso e all’accidentalità, spesso è la causa di un qualcosa che non si cercava, ma che pur trovata, fatalmente può trasformarsi comunque in un grande traguardo.

Dietro ad ogni pensiero creativo c’è sempre un dubbio inconscio a governarne le dinamiche del gioco. Così mentre si pensa consapevolmente che si stia agendo in modo giusto, la mente elabora un processo cognitivo parallelo, diverso, squisitamente cerebrale ed intrinseco, non evidente, non palese, né tantomeno definito.

Il dubbio prende forma attraverso modalità diverse, fatte di intuizioni repentine e sbalzi d’umore improvvisi, magari dovuti anche alla stanchezza. Ed a quel punto non si è più in grado di capire quale sia il concetto pensato e quale quello indotto. Dove sia la logica e dove invece si celi l’azzardo. Perché adoro il Texas Hold’em? Perché in questa variante di poker lo sbaglio può trasformarsi davvero nell’anticamera dell’eccellenza. Un capolavoro, e i capolavori, si sa, a volte nascono proprio per errore.

Molti professionisti del poker sono pronti a spiegare come alcuni ottimi risultati in carriera siano arrivati proprio rifiutando in pieno quelle regole che si dovrebbero seguire, ma che a volte non si riescono a rispettare. E cosa succede quando questo accade? Nulla. Si cerca di sostituirle con altre regole. Più semplici, più chiare. Si abbandonano i ragionamenti multilivello e si torna ad agire in modo essenziale, magari accettando di seguire schemi semplici e spietatamente elementari come le tabelle di Slansky.

Curiosando sul web ho scoperto che tra i dilettanti allo sbaraglio si narra anche di un certo Napoleone Bonaparte. Giocatore di poker di basso livello. Si racconta che fosse addirittura ossessionato dagli errori, dallo spazio e dal tempo. “Lo spazio posso perderlo e riguadagnarlo – diceva -, ma il tempo perduto sbagliando è perduto per sempre. In guerra come in una partita a poker, la sorte viene e va, l’abilità e la tattica sono le doti imprescindibili, ma alla fine è un semplice sbaglio che può farti vincere o perdere”.

La storia racconta però che non accettasse mai la sconfitta di buon grado e che il suo obiettivo fosse vincere comunque e ad ogni costo, anche sbagliando. Quello che forse oggi potremmo definire davvero un “donk-aggressive“.

Vincente o Perdente?

2 Maggio 2011


A volte mi domando se sia opportuno o meno provare a suddividere i giocatori di Texas Hold’em in grandi categorie che ne identifichino un po’ i lineamenti fondamentali. Ebbene la risposta che ogni volta do a me stesso è che per quante sottocategorie esistano e per quante altre se ne possano trovare, forse nel poker come nella vita, tutto si riduce ad una mera divisione tra “vincenti” e “perdenti”.

Ed un perdente si riconosce. Magari è quel personaggio che ha sempre una scusa per ogni mano giocata male e che tuttavia persevera ripetendo meccanicamente gli stessi errori o che si proclama solo vittima di una deità negativa.

Sempre in tensione fin dai primi livelli, lo vedi giocare portando sulle spalle un macigno fatto di pensieri sfocati ed insicurezze lubrificate del quale sogna solo di liberarsi presto. Per questo si infila sovente in strade senza uscita e accoglie ogni eliminazione come una vera e propria liberazione.

Ci sono perdenti poi, che nel tentativo di generare simpatie diventano grandi parlatori al tavolo. Altri lo fanno lontano dal tavolo e non li senti comunque mai raccontare di sontuose vittorie, ma unicamente di strane ed improbabili mani perse.

Solo apparentemente solidi, sono tutti comunque affetti da una strana sindrome, la sindrome dell’angoscia da poker nota in ambiente clinico come “Nikefobia”. Quella particolare patologia dove il giocatore si convince che vincere sia una pratica faticosa e temibile. Dove in pratica non si riesce a star lontani dagli acuti del gioco, ma è solo per un compulsivo desiderio di uscirne al più presto, scrollandosi così via di dosso tutte le insopportabili tensioni.

Raccontata così, il perdente potrebbe assumere i lineamenti contorti di un simpatico personaggio partorito dalla penna di Ken Follet. Incerto, imperfetto, logorroico, sfortunato ed ora anche affetto da improbabili malattie che lo condannano ad occupare solo l’altro lato della medaglia.

E i vincenti? Si dice che i vincenti siano quei giocatori che hanno sempre una tattica testata, una risposta giusta e una soluzione congrua. Ma chi tra noi può definirsi veramente un vincente? Chi può vantarsi di appartenere a questa categoria? La risposta non può che rimanere un punto a metà strada, una soluzione confusa tra le nostre innumerevoli alternanze di stati d’animo. Quel punto dove il “vincente” e il “perdente” si trasformano nelle due facce di una stessa medaglia. Infatti non basta certo vincere, perchè spesso sono le sconfitte a creare dei vincenti.

Come esiste un universo e quindi anche il suo riflesso, esiste un mazzo di carte dove due assi rossi non si troveranno opposti sempre a due assi neri. Il vincente? Non può essere altro che quel giocatore disposto a giocarsi sempre e fino in fondo le sue carte, anche dopo aver visto battere tutte le mani migliori. Quello che non si arrende e sa che non si può vincere senza perdere mai, perché la vittoria e la sconfitta non esistono se non legate da un filo invisibile.

Jim Morrison scriveva “Vivi come se ogni giorno fosse l’ultimo e pensa come se non dovessi morire mai”, ma in fondo sarebbe più opportuno dire “Vivi ogni notte come se fosse l’ultima, ma la mattina non sottovalutare la forza dirompente dell’ironia e preparati a rinascere per vincere o perdere ancora”.

Lancio una moneta e scelgo testa. Lei gira e si rigira nell’aria, volteggia qualche secondo su se stessa, poi si lascia cadere sul palmo della mia mano per mostrare la sua verità: croce. Sorrido. Sono comunque pronto a lanciarla ancora.

Diamo tempo al tempo

16 aprile 2011


Nel Texas Hold’em, come nella vita, spesso si finisce con il confondere l’opportunità di giocare un torneo con la compulsiva necessità di farlo. A volte anche commettendo il banale errore di tirare in ballo la propria dignità a titolo di giustificazione. Esiste una categoria di giocatori che non riuscirebbe a rinunciare nemmeno per un istante alle luci della ribalta. Sia chiaro, ad ognuno di noi piace vincere e la speranza di tutti è che un giorno arrivi un singolo raggio di quella luce ad illuminare il nostro torneo.

Da qui a fare però della speranza una maniacale necessità, il passo rischia di diventare breve. Magari solo per via di un “appeal” squisitamente televisivo, dove è un semplice tavolo finale ad un campionato di poker live a trasformarsi nell’unica via di fuga da un anonimato a volte pesante. Anonimato che per certi players è addirittura difficile da sopportare.

Pochi d’altronde nel proprio lavoro o in ambito di una vita vissuta normalmente avrebbero il coraggio di mettere tutto in gioco, mentre in un torneo è relativamente facile andare “all-in” e magari vincere. Il Texas Hold’em dà la possibilità anche alle persone più semplici di trovare il proprio momento di gloria, combattendo e vincendo intorno a un tavolo verde. Ma se poi si viene eliminati? Cosa succede? L’indisciplinata voglia di rivincita può causare un brutto scherzo e spingere all’immediata ricerca di una nuova ribalta.

Così come in una sorta di sordido compromesso e in costante equilibrio tra il bisogno di “arrivare” e l’effettiva capacità di “arrivare”, si raddoppiano inutilmente gli sforzi, perdendo di vista una delle regole fondamentali che ogni giocatore non dovrebbe mai dimenticare. Il controllo del proprio bankroll.

Viviamo in un mondo dove l’uomo non è altro che un ingegnoso compromesso tra cuore e mente, e visto che sono soprattutto i compromessi a rappresentare il propellente dell’esistenza, perché non accettarne uno che metta d’accordo “uomo” e “giocatore” optando in certi casi per non giocare? Perché non rinunciare alla spasmodica ricerca di una ribalta da trovare ad ogni costo? “Diamo tempo al tempo” dicevano i saggi.

In realtà bisognerebbe accontentarsi di usarlo il tempo ed invece c’è chi addirittura si perde nel tentativo di possederlo. Ci si deve regalare una pausa quando non si ha a disposizione il bankroll necessario da destinare ad un torneo live. Non esistono solo decisioni da prendere al tavolo, ma anche scelte lontane dalla realtà del torneo stesso e sono quelle che fanno la differenza tra un uomo accorto ed un giocatore irresponsabile.

Purtroppo però, il “gambler” che si nasconde in noi non è sempre disposto ad accettare questo compromesso e la prima partita che ci troveremo ogni volta ad affrontare sarà proprio quella tra il “noi” che siamo ed il “noi” in cui vorremmo trasformarci. C’è una grande differenza tra il voler essere un “grande” e diventarlo veramente. Lo stessa distanza che passa tra il giocatore che vuole vincere e colui a cui invece importa solo che, alla fine, se ne parli.

La ricerca del limite

16 aprile 2011


Se dico che il Texas Hold’em da torneo si può giocare rasentando il limite non affermo niente di nuovo, ma se aggiungo che la ricerca del limite sta diventando con il passare del tempo un concetto artistico, forse rischio di far saltare ancora qualcuno dalla sedia. Parto dal presupposto che un giocatore di poker non sia un computer, ma agisca e reagisca ad una serie di stimoli, sentimenti ed emozioni che in modo condizionato od involontario, lo portano ogni volta a scegliere cosa fare.
Non credo alla “fortuna” o “sfortuna” nel senso suddetto, non esiste una deità più o meno maligna in grado di perseguitare un giocatore. Al tavolo, durante lo svolgimento di un torneo, esiste solo l’uomo con la sua capacità di compiere azioni.Inutile nasconderci dietro un dito. È ormai chiaro che senza un pizzico di estrosità non è assolutamente possibile perseguire grossi risultati. Come è altrettanto chiaro quanto sia difficile, andando alla compulsiva ricerca di quei risultati, ottenere una apprezzabile continuità di rendimento.

Il problema diventa quindi una mera questione di scelta. Non si tratta di tecnica, ma di tattica. Le zone oscure di questo splendido gioco sono state già tutte esplorate e mappate dalla didattica, rimane solo la tattica l’unica variabile ancora umana e squisitamente soggettiva. Per ogni situazione esiste un nostro personale modello operativo da seguire. Per ogni azione ci sono reazioni diverse che dipendono dalla scelta dell’obiettivo da perseguire: “il contenimento del rischio” o “il raggiungimento del massimo ottenibile” anche a dispetto del rischio stesso.

Una volta ho sentito dire che prendersi qualche piccolo azzardo di tanto in tanto può portare a grosse soddisfazioni. Non è vero. Solo grandi rischi portano a grosse soddisfazioni, ma espongono anche a possibili grosse delusioni e qualche volta anche a qualche brutta figura. Tuttavia se è vero che la didattica è in grado di illuminare i lati oscuri del gioco giocato, nulla può fare per alcune zone che rimangono ancora irrimediabilmente oscure, come ad esempio tutte quelle mutevoli variabili comportamentali che albergano ben nascoste dentro di noi e che alle volte ci rendono indisciplinati.

È per l’esistenza di queste zone inesplorate del nostro carattere che vale la pena inoltrarsi in argomenti come quello di oggi. Anche questo è poker.
Partiamo dal concetto che l’uomo è comunque un essere imperfetto.
Senza accettare questo dato di fatto non sarebbe nemmeno possibile continuare il discorso, perché uno dei rischi maggiori in un torneo di lunga durata è proprio quello di abbassare i freni inibitori perdendo la capacità di percepire il pericolo.

Le disattenzioni letali sono spesso figlie di indisciplinati e colpevoli eccessi alimentari nella pausa cena o di una eccessiva superficialità nel valutare dettagli fondamentali come il ‘riposo’ durante le pause, indispensabile a garantire la lucidità nei momenti che contano.

Insomma, è fondamentale la disciplina nel gioco, ma anche nell’approccio fisico per evitare una totale esposizione al rischio e la perdita di vista di quei riferimenti elementari che rappresentano l’abc del poker da torneo. Io non sono un caso a parte e non posso negare di aver peccato a volte di questa superficialità. Difficile in fondo rinunciare ad un invito a cena tra colleghi soprattutto quando si viaggia all’estero. Ricordo in un torneo a Valencia di qualche mese fa, di aver perso quasi un livello oltre alla pausa cena, proprio attardandomi nel degustare in un ottimo ristorante spagnolo, primo, secondo, contorno e dolce con Cristiano Blanco.

Tre ore di sonno e una cena luculliana non sono il modo migliore per affrontare un day2, ma era stato un day 1 talmente effervescente da far passare tutto il resto in secondo piano, anche le mie indispensabili paure.
Per tenere alto il livello di guardia occorrono timori intensi come deserti vuoti e paure profonde come baratri che si pongono tra te e una meta ancora irraggiungibile. Un posto dove fare i conti con i tuoi errori e le tue disperazioni. Un posto chiamato “limite”. Una sorta di muro virtuale in grado di separare la scelta giusta da quella sbagliata. E giocare al limite non vuol dire spostare più in là i confini per raggiungerne di nuovi, ma solo ridursi a buttare le carte davanti a possibilità palesemente inaccessibili, come quella di rubare, andando “all in”, un piatto ad un giocatore committato, solo perchè hai la fondata certezza che si tratti di una mossa in bluff del tuo avversario.

Questo può far di te un giocatore vincente oppure il principe delle mosse inutili. Il giocatore vincente raddoppia tra lo stupore dei presenti in sala, mentre il principe delle mosse inutili raccoglie tutte le sue cose e si alza salutando educatamente gli avversari ancora al tavolo. Stringe la mano al floorman e si guarda dentro un ultimo istante per controllare il limite, rendendosi conto che di quella linea non esiste più traccia. Non importa il tipo di mossa che si sta per fare, se vincente o perdente, ma è fondamentale che alla base di tale mossa ci sia sempre un ragionamento e non una distrazione.

Questa non vuole essere una lezione, ma una nota quasi etica. Il filosofo tedesco Friecrich Nietzsche, una volta scrisse: “A posteriori non vale la pena perdere il tempo discutendone ancora, in fondo fa parte del genere umano sbagliare di tanto in tanto”. Vorrei rispondere a Nietzsche, ma sono imperfetto e darei risposte imperfette. Però sono capace di riconoscere errori e di cercare significati, trasferendone il senso a ogni mia scelta futura. E più si è in grado di cercare significati, più avanti si può arrivare. Sempre.

Religioso silenzio

4 marzo 2011


“Il silenzio non è un vuoto da riempire per forza.” (Nicholas Sparks)

Vorrei risvegliarmi dopo un lungo sonno e sorridere tra folletti sagaci e sirene dai sussurri di cristallo.
Stamattina apro gli occhi e, come un criceto affamato di giustizia, rosicchio le amare schegge di rabbia e indignazione che un dio distratto ha lanciato a caso sul mondo.
Un’altra stella è bruciata in cielo ed io non posso fare altro che consumarmi lo sguardo sperperando i miei ultimi pensieri di fronte a questo ennesimo chiarore maledetto.
E’ per l’atroce sussistere primitivo delle cose se l’assurdità ha sempre la meglio sulla ragione?
E’ colpa di questo mio quotidiano non capire l’uomo se non ho più nulla da dire o da comprendere?
E colpa di questa luce che nasconde solo tanto incolmabile buio se il mio cuore rimane cieco, calpestato e muto?
A volte odio il mio lessico e sento che dovrei tenerlo a bada con una mazza da baseball, così picchio duro e colpisco con tutta la forza che posso ogni mio pensiero e le parole arrivano come palle scagliate da un talentuoso lanciatore. Vendetta, amore, giustizia, insensato, morte, raccapricciante, dolore, rabbia, pianto, maledetto, maledetto, per sempre maledetto.
Negli incavi di questo foglio bianco le verità si smussano e la tastiera diventa magma bollente per le mie dita.
Non c’è più nulla da dire.
Non c’è più nulla da scrivere.
Anche pensare è fatica inutile.
E’ un delirio di religioso silenzio.
Un delirio lacero di tenerezza che ci colpisce tutti.

(dedicato a chi non è riuscito a trattenere una lacrima ed a tutti quelli che sperano che ora non si cerchi il colpevole con l’ausilio del televoto)

Aforismi a singhiozzo

8 gennaio 2011

La dea bendata mi voltò le spalle e di lì a poco capì di aver fatto un gravissimo errore. Rimanere bendata e di spalle. Roba da principianti.

Essere popolari su facebook è come essere miliardari a monopoli.

Ad ogni azione corrisponde un vaffanculo uguale e contrario

Il tempo è relativo. Anche quello perso.

Oggi il futuro è un profondo pozzo dei desideri, e io sto qui a lanciare pietre senza aspettare il tonfo. Purtroppo ho finito le monetine!

Non mi piaceva studiare. Non ho mai aperto un libro. Non mi impegnavo, ma con intelligenza e metodo. E comunque il bidello con i cartoccetti lo centravo a occhi chiusi. Evidentemente ero e sono rimasto una persona sensibile.

Non è facile starmi vicino. Ma questo non vuol dire essere autorizzati a starmi sopra, davanti o peggio ancora, dietro!

Ogni giorno ci perdiamo tra definizioni orizzontali e verticali. Ore e ore trascorse alla ricerca dell’incastro giusto, quando invece basterebbe voltare pagina e unire i puntini dall’uno al cento. Take it easy.

C’è chi si accontenta di essere baciato dalla fortuna e chi vorrebbe invece farci tutte le migliori posizioni del kamasutra. Tanto per essere bendata è già bendata, un paio di manette e siamo a cavallo.

Proprio ora che eri pronto a buttare il giocattolo, ti accorgi di voler giocare ancora.

Ho iniziato a coltivare un’amicizia, ma ne è uscito fuori un bonsai. Sempre meglio di un cactus.

“Imprevedibile esperienza” suona come un ossimoro. Una poltrona vuota in galleria alla prima del tuo grande cambiamento. Una esclamazione da tenere a denti stretti che si pone esattamente tra un “Ahhh, ecco!” e un “Nooo, cazzo!”

Alcune persone si siedono al tavolo nutrendosi di alienanti monomanie e sono sempre altri a pagarne immeritatamente le conseguenze.

Ragionando da fantasma preferirei di gran lunga infestare un castello che essere un lenzuolo steso.

Ho scartato un bacio perugina ed incuriosito mi sono gettato sul fogliettino con la frase che recitava un romantico: “…e magnatene un altro, sciocco!”

Abbiamo i piedi poggiati su un dannato pianeta che fluttua in modo improbabile nell’universo, ruotando intorno a una stella morente! Stiamo già volando senza meta! E nessuno se ne rende conto.

Mi vengono spesso in mente fatti del passato, ma di quale passato si tratti questo lo ignoro.

A volte immagino il destino in reggicalze nere e pugni chiusi.

Proverei a misurare il tempo in castelli di sabbia, se solo qualcuno mi aiutasse a entrare nella clessidra.

Il principe delle bufere

8 gennaio 2011


La fantasia è un posto dove ci piove dentro. (Italo Calvino)

Ogni gabbia proietta un ombra ed ogni ombra è una via di fuga.
Stamattina le trasmissioni nella testa riprendono dopo una intensa e noiosa pausa pubblicitaria.
Una luce accesa.
Una porta chiusa.
L’invalicabile voragine di uno specchio aperto.
Io.
I miei pensieri.
D:”Avvicinati e non temere. Ho solo il desiderio di sussurrarti qualcosa all’orecchio.”
G: “Chi sei?”
D: ”Sono il riflesso di quello che eri. Una discutibile simmetria proiettata in un altro dove, nello stesso medesimo quando.”
G: ”Sei sposato?”
D: ”No, ma anche io ho amato, odiato e poi dimenticato.”
G: ”Allora perchè indossi una fede?”
D: ”Non è mia.“
G: ”Ed a chi apparterrebbe?”
D: ”L’ho rubata ad un pensiero, prima che diventasse un ricordo.”
G: ”Sembra l’inizio di una bella storia da raccontare.”
D: ”E’ solo una storia. Senza valore. Io valgo di più. Il mio tempo vale di più. Più del prezzo che qualcuno decise di valutarmi. Quel prezzo che comunque non sarebbe mai stato pagato.”
G: ”Fammi vedere la tua schiena?“
D: ”Non mi è concesso mostrare il mio mondo senza guardarti negli occhi amico mio ed anche tu cominceresti a sudare allucinazioni, se solo questo fosse lontanamente possibile. Mi stai ascoltando? Cosa fai ora, prendi addirittura appunti?
Fai bene. Scrivere in fondo costa meno che rifarsi una vita.”
L’atmosfera è tesa ed ora rischia di sfilacciarsi come le fibre di un muscolo esposto ad uno sforzo sovraumano.
Pietrificato fisso la mia immagine riflessa.
Vedo rincorrersi dubbi e certezze.
Sembrano voler attraversare quello spazio che ci separa passando direttamente attraverso una immaginaria porta girevole.
Si divertono, girano, rigirano, vanno e tornano indietro.
Mai completamente fuori, mai veramente dentro.
Potrei rimanere in silenzio.
Farmi capire solo guardandolo negli occhi.
Eppure le parole continuano a fuggire dalla mia bocca come da un grattacielo in fiamme. Senza ordine, ma con arrogante decisione.
G:”Ti senti solo?”
D:”La solitudine è ciò che sei quando la persona che ami non ti ascolta. O peggio quando ad ascoltarti resti solo tu e l’immagine del tuo ego riflesso. A volte mi sento solo ed inutile come una gioielleria sulla luna. Un posto dove tutto vale e nulla ha valore, perché nulla servirà mai veramente.”
Ora mi guarda, poi chiude gli occhi e china lentamente il capo arretrando di un passo.
D:”Ancora non capisci oppure ti sforzi proprio a non voler capire. La solitudine è ciò che hai tu ora, più di me, più degli altri. Non parlare. Pensa.
Pensa e poi scrivi.
Pensa sempre che la tua vita vale ben oltre il prezzo che qualcuno può essere disposto a pagare.
Più di mille chiacchiere.
Più di mille dubbiose certezze.
Più di uno specchio da 100 euro acquistato da Ikea.
Dispotico, stupido, ironico, ampolloso principe delle bufere.”
C’è una cronica mancanza di spazio nella mia testa.
Per non pensare ad altro rovino l’intonaco del muro con il sudore della mia fronte.
Faccio un respiro profondo, poi un altro, e mi accorgo che in questo bagno non c’è davvero più nulla da respirare.
Cerco un alibì per congedare il mio illustre ospite.
Non ho più niente da dirgli.
Mi aveva detto di pensare, ed io ho colpito forte i miei pensieri come si colpisce un cristallo che vuoi mandare in frantumi.
Mi aveva detto di scrivere, ed io ho scritto tutto senza pentirmi di averlo fatto.
Esco dopo aver spento la luce e quella finestra che si affaccia su un altro dove finalmente scompare.
Ora il mondo riflesso torna ad essere una copia speculare di quello reale, ed io sono il sè capovolto che lo guarda inebetito.
Io ho amato. Forse.
Io ho odiato. Certo.
La porta è chiusa.
La voragine scompare.
Un uomo di un’altra dimensione ora impugna un martello e manda in frantumi uno specchio.
D:”Avessi avuto più coraggio lo avrei fatto di fronte ai tuoi occhi. Avessi avuto più coraggio. Avessi avuto…”

La maschera

22 dicembre 2010


Riordinare concetti ed idee e per questo forzare il pensiero per individuare da che parte è il lato oscuro.
Alzarsi con un pugno ed ascoltare una improbabile musica, è un buon tentativo di dare una collocazione ottimistica anche a questa quotidianità.
La direzione da prendere appare chiara eppure mi sento spietatamente debole, indeciso, confuso. Perso in uno scostante intimismo di idee che non migliorerà finché non avrò capito se mi trovo alla fine di un sogno oppure nel bel mezzo di una pausa.
Mi immergo in un caffellatte ancora caldo e regredisco fino a toccare il fondo del bicchiere.
I pensieri di oggi se ne stanno immobili raschiando il fondo come tanti mollicci frammenti di biscotto.
Un uomo spontaneamente creativo ed uno squallidamente superficiale si danno appuntamento nella mia testa come fossero al bar. Si guardano e si studiano a vicenda.
Indossano entrambi una maschera che vagamente ricorda alcune scene di uno stupendo film di Stanley Kubrik, “Eyes Wide Shut”.
Vorrebbero scendere a patti, ma hanno la pessima abitudine di far troppo rumore e nella mia testa stamattina il silenzio è d’oro.
In 40 anni ho incontrato troppe maschere, troppi visi nascosti, visi mascherati che spesso nascondevano i commedianti, ma non le loro inopportune commedie.
Bugiardi.
Per mentire bisogna imparare a nascondere i pensieri veri e comunicarne altri e spesso si usa una maschera.
Buffoni.
Io li conosco, anzi li riconosco ed è proprio in quel momento che sento sul mio viso il tremendo bisogno del peso di una maschera.
Così sogno di indossare anche io un costume e truccarmi in modo perfetto.
Non più una maschera, ma la maschera.
L’unica e la sola possibile quando iniziano le danze e c’è da ballare.
E’ la mia maschera.
La maschera che non nasconde.
La vera maschera di un me stesso vero fino allo stare male.
Spontaneamente maschera.
Sapientemente maschera.
Spietatamente maschera.
Posso portarla in viso con stile e naturalezza, senza che nessuno se ne accorga, perché in realtà non c’è proprio alcuna maschera a celare il mio volto.
Io sono io.
Divertente e farsesco, ma non falso, non bugiardo.
I miei pensieri sono veri.
Tragicamente veri.
Stramaledettamente veri.
A volte dissacranti, magari divertenti e che sfiorano il ridicolo, ma veri.
Posso mascherarmi, ma i panni di ciò che sono mi restano sempre attaccati addosso.
Sempre uguali.
Sempre gli stessi.

Qual’è la maschera?
Io ne possiedo una sola.
La mia faccia.
Sfruttata.
Strautilizzata ed in passato anche derisa.
Ma questo un commediante non può capirlo.
Per lui maschera significa solo finzione ed inganno.
Camaleontico.
Ipocrita.
Ti mette in crisi. Ti blocca la porta nascondendosi dietro uno sguardo, e tu non hai che un solo pensiero sincero da sbattergli in faccia.
Non hai nient’altro da proteggere se non te stesso, le tue idee, la voglia di correggere i tuoi errori.
Dietro la mia maschera c’è un io che non è niente di più di ciò che appare.
Non nascondo nessun misterioso segreto.
Io sono i miei gesti, ma non provocatemi.
E’ un avvertimento per tutte le numerose maschere ancora in circolazione.
Se avrò qualcosa da dire la dirò.
Se avrò una verità da scrivere la scriverò.
Tagliatemi la testa, le mani e lo sguardo oppure statemi lontano.
Sono infettato di verità e posso spingermi fino al limite, dove un me stesso può arrivare senza essere sconfitto.
Posso toccare il fondo, ma non frenare il mio desiderio di inseguirmi e sono sempre in grado di riconoscere un commediante.
Se sbatti la sua maschera contro il muro dell’indifferenza e dell’ipocrisia, del calcolo e dell’interesse.
Si frantuma in tanti pezzi mollicci, come i biscotti nel mio caffellatte.