Senza permesso

13 febbraio 2013

Senza il tuo permesso ogni giorno il cuore pompa litri di sangue.
Senza il tuo permesso scorribande notturne di globuli bianchi si susseguono proprio sotto i tuoi occhi, carovane di batteri ti attaccano e anticorpi reagiscono. Come in una scena de “Il Signore degli Anelli”.
Ma se ci si allontana dal proprio corpo le cose non cambiano. Anche lontano da noi si perde ogni responsabilità, ogni dovere, ogni diritto.
Senza il nostro permesso gli indici di borsa salgono o scendono. La pioggia scende, i pneumatici si bucano, la neve cade, i continenti affondano, le carte ti condannano, le foglie appassiscono, la terra trema e i papi abdicano, mentre le ambulanze corrono per trascinare anime anonime in paradiso.

Niente accade chiedendo prima l’autorizzazione a farlo e tutto accade comunque.
Ogni evento entra senza bussare. In certi casi come una irruzione armata nelle tue certezze.
Oggi vorrei aggredire il futuro. Aspettarlo nascosto nel buio. Paziente. Silenzioso.
Per poi vederlo affacciarsi alla porta e colpirlo forte alla base del cranio sghignazzando rabbioso.
E prendermi tutto, perché lui farebbe lo stesso con me senza chiedere il permesso. Attirandomi prima con le bugie di un bambino, regalandomi le illusioni di un baro e poi colpendomi alle spalle con la rabbia cieca di un serial killer. Quindi non ho niente di cui sentirmi in colpa.
Non mi aspetto nessuna telefonata. Nessun “ciao, sono quello che sta per accaderti e indovina un po’? Sto arrivando”.
Il futuro non ha un cellulare ed è anche un gran maleducato.

Oggi i grossi teoremi che vivono nella mia testa fanno romanticamente capolino e abbassano accuratamente il lume della ragione, ma ci lasciano scivolare un foulard rosso per fare atmosfera.
Così ecco qui partorito il teorema:
“L’alfabeto di 21 lettere elevato alla terza potenza sottratta la radice cubica di ogni mia speranza è uguale al quadrato costruito sul diametro di una pizza più una birra moltiplicata per 2, tutto fratto un’altra giornata che inizia proprio adesso.”
E poi la soluzione, semplice semplice:
“Quello che accade non ha niente a che vedere con noi.”

Accade senza permesso che le persone soffrano.
Accade senza permesso che ciò che per un attimo hai sentito tuo si ritrovi caldo sotto i polpastrelli di un’altra persona.
Accade senza permesso anche che qualcuno parli di te nel modo sbagliato. Lo stesso qualcuno che un giorno ha visto una vecchietta appesa a un ombrello e ha detto in giro di conoscere “Mary Poppins”.

Se avrò tempo, forse racconterò anche io una storia dalle pagine di questo blog.
Racconterò di quel tipo che viveva al piano terra e si lamentava dell’ascensore rotto e lo farò come ogni mattina, senza preoccuparmi di chiedere il permesso.

La piccola luce

11 febbraio 2013

Passiamo la vita pensando a come saremo domani. Progettiamo il domani. Cerchiamo anche di prevederlo il domani. A volte preghiamo per il nostro domani.
Pregare fa parte delle nostre speranze più folli e non è detto che renda il domani migliore, ma su una cosa mia madre ha ragione: “Non può assolutamente cambiarci in peggio”.
È giusto darsi degli obiettivi e correre per conseguirli, ma ogni tanto fermiamoci, respiriamo e guardiamoci intorno. Ci sono affetti da abbracciare e sorrisi da ricambiare, quelli delle persone che ti vogliono bene.
Se oggi cerco di godere di ogni cosa e scrivere ogni cosa è perché la vita è “ogni cosa” e non durerà per sempre. In fin dei conti, se non fossi convinto che in tutto ciò che faccio esiste almeno una piccola luce, probabilmente non lo farei.

Sette

7 febbraio 2013

Come i vizi capitali, come le meraviglie del mondo, come i giorni della settimana, come gli ingredienti della crostata, come i samurai, come i re e i colli di roma. Come i fratelli per le spose, come le note musicali e le vite dei gatti, ma soprattutto 7 come il giorno del mio compleanno!
Invecchiare non è poi tanto male, sa di pollo !!!

Oltre l’apparenza

5 febbraio 2013

Dicono di andare sempre oltre l’apparenza delle persone, di scendere in profondità, ma io oggi arranco già sulla superficie. Alcune sono tutte in salita, peggio della statale per il Terminillo.

Vigliacco

5 febbraio 2013

Un vigliacco scappa sempre, anche quando nessuno lo insegue.

La strada giusta

5 febbraio 2013

Certe volte è proprio l’assenza di traffico a nasconderti la strada giusta da prendere.

La filosofia del criceto

31 gennaio 2013

Secondo la filosofia del criceto la ruota gira sempre nel verso giusto, ma lui non sa che si tratta di un’illusione.

Non sarebbe vita

30 gennaio 2013

Dolore, rabbia, odio, desiderio, amore, stupore, meraviglia, tristezza, malinconia, noia. Emozioni che non si sa come coltivare, mantenere, stimolare o cancellare. Eppure, senza non sarebbe vita.

Un esame lungo una vita

27 gennaio 2013

Quando sei arrivata, otto anni fa, hai trovato uno sprovveduto con l’aria sognante e gli hai insegnato a fare il papà.
Da quel giorno non c’è mattina che io non mi chieda se sono stato all’altezza di questo ruolo.
E’ il mio esame quotidiano e so che durerà tutta la vita.

Un inutile sabato

26 gennaio 2013

Insieme, notte, sorriso, tempo, viaggio, roma, caso, gennaio, benvenuto, distanza, identità, amicizia, soldi, accordo, devastante, perdono, ecco, sicurezza, sole, neve, solitudine, reazione, natura, troppo, abbastanza, qualcosa, tutto quello che non ti aspetti.
E poi arriva un altro inutile sabato da ricostruire, come le sorprese che trovi nelle uova della kinder.
Piccole, stupide, inutili opere di ingegneria, che poi butti nel cestino della spazzatura insieme a un sorriso e al tempo perso per realizzarle.

Non mi arrendo

21 gennaio 2013

“Non mi arrendo al tempo che si scompone, ai sogni che non si realizzano, ai rapporti umani che nascono e terminano senza un motivo. Agli sguardi incupiti e tracotanti di malinconia. Non mi arrendo alle antipatie e a quell’ironia inopportuna che sa di tappo.

Non mi arrendo all’esistenza, alle coincidenze che logorano, alle cattive amicizie, ai luoghi comuni, alle banalità e alla disattenzione.
Non mi arrendo al falso perbenismo, acido come la birra calda e alle lezioni di vita impartite dalle persone che parlano e che non sanno ascoltare.

Non mi arrendo di fronte a tutta questa indefinita e labirintica incomunicabilità, alla camaleontica solitudine di certi momenti, alla noia, alla delusione di un’esistenza che oggi mi sfugge di mano.

Non mi arrendo davanti a tutte quelle occasioni che ho perso e che sono scivolate via come il tempo, ma senza lasciare il segno e alle pagine bianche di questo libro che forse non riuscirò mai a terminare.
Non mi arrendo davanti ai miei indugi, alle mie insicurezze, a quel vagheggiare di pindariche idee e a tutti quegli illusori pensieri che non sarò mai in grado di tradurre in realtà.

Non mi arrendo all’ipocrisia delle religioni che mi dicono di pregare, credere e sopravvivere e alla demagogia di chi “sa sempre tutto”, ma che “non si può fare niente”.

Non mi arrendo alle implacabili emicranie, alle centinaia di aspirine mandate giù in questi anni e a tutti quei giudizi che ho ingoiato e mai digerito.
Non mi arrendo alle sfumature della vita, alle invidie, al livello del colesterolo sempre troppo alto, all’odio, alla gioia, alle coincidenze sfortunate e a tutto l’ordinato caos che ha sconvolto la mia esistenza.

Non mi arrendo alle conseguenze dei miei molteplici errori, alla nostalgia dei momenti andati e alla debordante impotenza dei miei pensieri, quando tutte le mattine mi alzo e mi accorgo di non avere un piano per cambiare il mondo.

Non mi arrendo agli eufemismi, alla timidezza, all’arroganza, al doppiogiochismo, all’opportunismo, alla vergogna, alla realtà, al dubbio, all’indifferenza, all’aridità di pensiero, alle dipendenze, alle menzogne dette anche a fin di bene, alla stupidità, agli eccessi, alla flemmatica rapidità del vincente e all’ingiustificato stupore del perdente.

Non mi arrendo a tutti quei misteri che non sono mai riuscito a spiegare. Alla velocità di certi pensieri e alla lentezza di certi ricordi, che rimangono reclusi nella mia testa come in un’assurda prigione di plastica.
Non mi arrendo alle sofferenze provocate da quella malattia che oggi so di non poter sconfiggere. Non mi arrendo di fronte a niente e davanti a nessuno, che non abbia gli occhi luminosi e innocenti di mio figlio Luca.”

brano estratto dall’introduzione de LA PRIGIONE DEI RICORDI un romanzo di Gianluca Marcucci, Editrice Smart

Ordina ora “La prigione dei ricordi”.

18 gennaio 2013

Emozionato? Certo. Il primo libro è un po’ come un figlio e vederlo finito è come assistere alla sua tesi di laurea. Da ieri finalmente è possibile ordinarlo sulla pagina facebook de LA PRIGIONE DEI RICORDI. Non ho alle spalle un editore di quelli con la “E” maiuscola, ma solo un grande amico che ha creduto in me. E’ davvero un bel romanzo e si legge in un baleno. Ringrazio in anticipo tutti coloro che decideranno di acquistarlo.

Esiste un posto dentro ogni giocatore

16 gennaio 2013

Mi fermo sempre a rileggere gli appunti dei miei viaggi e ogni volta mi sorprendo di quanti pensieri sono in grado di immagazzinare in testa.
Immagini impresse di un giocatore che non demorde mai. Che attende, elabora, spesso mente e poi affonda il colpo sempre sicuro delle sue azioni, anche quelle imperfette.
La testa si svuota quando l’uomo gioca sull’uomo ed è uno di quei momenti in cui nessuno si vergognerebbe di ammettere la propria lucidità, perché il vero scopo non è mai partecipare, ma vincere.
Anche quando la lettura è perfetta, la strada principale che porta al successo passa comunque attraverso un’isola pedonale fatta non di statistica, ma di emozioni.
Devo percorrerla a piedi e raggiungere l’assoluta inerzia della mente.
A volte mi trovo lì, a passeggiare simulando quella forza che so’ di non avere. Una sfrontata sicurezza che devo, ripeto, devo ostentare.
Mancano solo 10 minuti alla fine del day2, presto so che avrò una risposta.
Tutti mi fissano. Mi seguono con lo sguardo, ma non sanno che conosco molte delle loro storie, forse da sempre.
Non ho il volto angelico e sereno di un giocatore a cui si può raccontare tutto. Non potete sperare che io vi creda. Non potete credere davvero che io lo faccia ora.
Poi le prime tre carte cadono a terra, occhi negli occhi del mio avversario, ma è solo un istante.
Lui abbandona la presa, abbassa lo sguardo, ma punta lo stesso.
Sei debole amico mio. Esiste un posto dentro ogni giocatore che si riempie di paura e quando questo succede, sei morto.
Al mio turno accendo uno dei miei più insignificanti e luminosi sorrisi. Qualche frase di convenienza precede il movimento che accompagna tutto quello che ho oltre la linea di gioco.
Si chiama “All in”. “Ora se puoi, vieni a camminare con me, ma lascia i tuoi sogni parcheggiati fuori.”
Quando rifletto, e l’adrenalina è in circolo, nella mia testa rimbombano azzardati pensieri in romanesco.
Forse anche la mente ha un suo colorito dialetto. Io l’ascolto, rido a fior di labbra, sorrido dentro e attendo.
Il cuore dell’orsetto batte irregolarmente, il corpo trasuda, la mente ribolle, percepisco un aroma naturale di vittoria, lo sento di pensiero in pensiero ed è un desiderio con le ali che sta diventando ormai certezza.
Vorrei vedere le sue carte volare in mezzo al mazzo, ma lui tentenna e non molla.
Si agita. Riflette. Crede che io non sia così forte e si dimentica di considerare la cosa più importante. Che non ha nulla in mano.
Non posso rallentare la mia camminata, sono rimasto indietro, isolato, i suoi dubbi mi hanno lasciato solo l’illusione di godere le bellezze nascoste di un magnifico piatto vinto.
Non posso parlare. Verrebbe interpretato come un chiaro segnale di debolezza, posso solo guardarlo negli occhi in deciso tono di sfida.
Non funziona.
Alla fine lo vedo trascinare la sua pila di chips più preziosa al centro.
Ho due over cards e un monster draw. Lui gira bottom pair e limitate speranze di vincere il piatto, ma parto dietro.
Le ultime due carte cadono spietate, in silenzio. Quel silenzio che alla fine potrei riempire solo con l’amarezza.
Quando si perde un colpo si spegne in ogni qualsivoglia tentazione.
Ogni goccia di pensiero positivo evapora e quello che hai intorno si spopola. Tutto ti fa letteralmente schifo.
Io penso. Inesorabilmente penso.
Giocare è rischiare, ma anche vivere è un rischio che si rinnova continuamente.
Vincere. Perdere. E comunque lottare sempre per esserci.
Accettare un verdetto per quanto spietato, anche quando perdere vuol dire solo il 39% di possibilità che questo accada, è come trovare il barattolo della nutella vuoto.
Può darsi che questa sia l’ultima, ma non l’ultima, di tante giornate che mi urteranno il sistema encefalico.
Cesso di pensare. Parlo in fretta. Pronuncio frasi vagamente sconnesse, ma dura poco. Saluto i ragazzi al tavolo, il dealer, abbraccio Costantino Russo. Ho solo voglia di andarmene a camminare in lungo e in largo in questo angolo di villaggio, dove gli abitanti si contano su due mani e vedi facce a intermittenza. Ho voglia di tornare a parlare di calcio, di politica e di ammiccanti ragazze e questo interesse precario per le cose che mi circondano mi fa stare male. Di colpo si ribella anche la testa.
Ritiro il mio premio.
Raggiungo velocemente la macchina e mi rimetto in viaggio. Un nuovo viaggio, ma stavolta verso casa.
In auto rifletto ancora su questa nuova occasione persa e finisco col perdere la cognizione del tempo, ma è anche probabile che l’abbia già persa nel momento esatto in cui ho spinto tutto quello che avevo oltre la fatidica linea che segna il punto di non ritorno.
Il tempo occulta le mie aspettative di ritrovare intatto il passato e mi introduce al futuro. Quello che è stato non lo posso cambiare, ma potrò comunque farne tesoro.
Aspetto che la ruota giri nel verso giusto, continuo a domandarmi come soffierà il vento domani senza mai sorprendermi di quale foglia farà cadere.
Vivo quel soffio di assurda bellezza che ogni volta mi riporta tra le braccia di mia figlia e le impalpabili soddisfazioni di ogni giorno, senza alcuna amarezza o rimpianto.
Esiste un posto dentro ogni uomo, fatto di piccole gioie, che nemmeno il giocatore più vincente riuscirebbe a riempire mai.

Le gioie di ogni giorno

14 gennaio 2013

Non bisogna andare troppo lontano per assaporare le piccole gioie di ogni giorno.
Spesso sono proprio lì, a portata di mano, in quel posto dove non guardi mai…

Il fascino di quello che non posso sapere

7 gennaio 2013

Spesso sento un’irrefrenabile voglia di tuffarmi in una strada senza necessariamente conoscere prima dove mi condurrà. Sarà per questo che nessuno mi sceglie come compagno di viaggio.
E’ colpa delle calamite che ho nello stomaco.
Ogni tanto ce n’è una che mi attira verso qualcosa che non posso vedere, ma per fortuna dura solo per un po’.