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Profonde e scure

16 settembre 2019

Comico. Non ricordo dove ho riposto le cose belle. Quelle che avevo messo da parte. Non ricordo dove ho lasciato i miei cuccioli di drago e tutti quei gingilli infuocati che utilizzo per tenerli occupati.

C’è un ragno che si sta calando dalla tela sul soffitto. Forse fugge i suoi demoni. Tra poco è già domani e io ho ancora la bocca piena di parole. Gli occhi colmi di colori.

Se li chiudo posso ricostruire cattedrali, castelli e draghi nell’aria. I sogni, quelli no, quelli stanno ancora serviti in tavola e mi guardano attraverso il bicchiere vuoto. Aspettano una di quelle Ichnusa gelate di cui ogni tanto riempio il frigo.

In fondo siamo interpreti. Recitiamo un copione dettato dalla vita. E in cambio di ogni buona performance otteniamo qualche minuto per metterla di nuovo in pratica e una mezza minerale. Per le sete. E quindi?

Quindi niente. Mi sento un dilettante. Molto simile a quei bambini che si schiantano col naso sulle vetrine, perché credono solo a quello che vedono e ignorano l’invisibile.

E io mi trovo qui, a supporre che ciò che vedo sia davvero come lo sto vedendo io. Perché non sono mai riuscito ad assumere il punto di vista di un altro. L’ho solo presunto. Non sono mai diventato davvero lui.

Diventare poi, non è semplice. Richiede molto coraggio.

Per diventare devo accettare di annullarmi. Di non identificarmi in questo “me stesso” che porto in giro con orgoglio da quasi cinquant’anni.

Sono stanco. Stanco dei miei occhi. Saturo delle mie parole e delle mie idee. Stanco di tutte le mie risposte. Quelle che do, quando invece dovrei darne altre.

Jep una volta, a riguardo, mi disse: “Lo sai? Significa che ti stai allontanando troppo dalla riva. Significa che le acque stanno iniziando a essere profonde e scure. Significa che è quasi ora di tornare indietro.”


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