Archive for luglio 2015

È così

8 luglio 2015

Il caldo di luglio aiuta quando ti va di uscire presto e stamattina avevo voglia di guardare negli occhi l’alba. Era piena di quell’arancione che di solito riempie i disegni di mia figlia. Magari Dio non usa le matite, quelle che quando inizi a calcare poi bucano il foglio. Magari preferisce i pennarelli. Faccio due passi. Roma ancora si rigira nel letto. Il rumore della ghiaia si nasconde sotto le scarpe. Ogni volta che poggio un piede esce un’eco diverso. Ascolto quel rumore, ma poi non riesco a vedere l’impronta che lascio. È così.
Si passa sopra i fatti della vita un po’ come sopra la ghiaia. Ascoltando la direzione da prendere.

“Dove sei” silenzioso.

6 luglio 2015

Vorrei ascoltarti. Vorrei che mi ascoltassi. Vorrei sapere di te. Se sei triste. Se dormi. Se ti stiracchi la schiena. Se piangi o sorridi. Scrivere è un trucchetto alquanto scorretto. Puoi parlare con chi desideri senza essere mai interrotto.

Ti ho appena chiesto che vorrei sapere di te. Ebbene vorrei farlo respirando l’odore delle tue parole. Misurando le tue pause, i tuoi silenzi e ogni singolo elemento della punteggiatura.
La scrittura stasera mi rende noiosamente sfrontato.

Vorrei osservarti mentre i tuoi sorrisi prendono vita. Poi vorrei sfiorarti il collo, accarezzarti la schiena. Toccarti. Niente parole. Solo emozioni. Non tutte le sensazioni sono sempre riconducibili a un ammasso di suoni, lettere e punteggiatura.

Non è semplice. Non è difficile. Nè giusto. Nè sbagliato. È semplicemente umano. E quindi? E quindi niente. Aspetto di far finta di non pensare. Lo faccio mentre passeggio. Mentre guido. Mentre scrivo. Mentre sono a cena. Al cinema. Da solo o tra la gente che conosco. In coppia, oppure nascosto tra decine di sconosciuti.

Non so, forse è solo una questione di chimica. Un giorno ti innamori, diventi il custode di un cuore non tuo e da quel momento, dietro ogni notte, sai che si nasconderà sempre un “dove sei” silenzioso.

Le cose che accadono

6 luglio 2015

Esistono pensieri digitali e sogni che non vanno al di là dell’analogico. Oggi penso lento e impacciato. Sono la curiosa caricatura di un ultra quarantenne di fronte a una fila di tapis rulant in palestra. Se ne stanno li, tutti liberi e identici. Eppure so che riuscirei a perdere anche cinque minuti per sceglierne uno da definire migliore degli altri.

L’indiscreto fascino dell’inutililità. In fondo dipende tutto da come ci si pone di fronte alle cose che accadono. Temporeggiare anche quando si tratta dell’evidenza. Tanto se siamo fatti male non interessa a nessuno. Se siamo belli, brutti, bravi, lenti, pragmatici, riflessivi, giusti o fortunati. Se abbiamo il ferro fuso o la cioccolata che ci scorre nelle vene. Se siamo fatti di elementi silenti, oppure i nostri pensieri sanno anche parlare e scrivere.

Nello spazio angusto del mio cervello abita un qualche dio onnipotente che ogni tanto si diverte a cazzeggiare seduto nella sua torre di controllo. Per questo io non lo so come sono davanti alle cose che succedono. Avevo anche creduto di capirlo scrivendolo su questo blog, ma ho sbagliato. Ho sbagliato, perché ho confuso la condivisione con la realizzazione. Mi sono condiviso e non mi sono capito. Sono colpevole quindi di non essermi svelato, come dice il testo di una meravigliosa canzone di Nicola Arigliano. Una bella canzone davvero.

Migliaia di followers in questo blog, e so che a nessuno importerebbe assolutamente nulla di cosa sto pensando ora. Di cosa sto provando. Di cosa sto ascoltando, o guardando. Scrivere è un momento mio, solo mio e forse dentro non ci voglio nessuno, se non le persone che amo davvero, oltre al mio amico sotto il letto.
Ormai sono entrato abbastanza in contatto con quel demone per capire che in fondo ci stiamo simpatici.

Lui non russa, non sporca. Io in cambio non gli chiedo di leggere quello che scrivo, o di pagarmi un affitto. Ci si aiuta anche così tra creature di universi così diversi. E a me ogni tanto piace fare finta di essere un alieno buono, perché fa male restare umani troppo a lungo. Le cose che accadono non sono mai come sembrano, però mi piace credere che esiste almeno un posto dove somigliano lo stesso a quello che avevo tanto desiderato che fossero.

Magari

5 luglio 2015

Magari l’universo è strano e non so come assecondarlo.
Magari certe notti non si rendono conto di quanto siano stellate.
Magari certe persone non si rendono conto di come riescono a salvarti la vita con un sorriso.
Magari certe parole non si scrollano via le colpe di dosso.
Magari certi sguardi non ricordano le promesse che fanno.
Magari certi occhi non si chiedono quali misteri nascondere.
Magari certi gabbiani si credono davvero i padroni del cielo a Roma.
Magari non sai quale tremenda prigione sia saperti vicino e continuare comunque a guardarti andare via.
Magari stanotte esco e vado a raggiungermi da qualche altra parte.
Magari ritrovo la fantasia, poi torno.

Chissà cosa sogna

3 luglio 2015

Respira piano. Chissà che cosa sta sognando. Le sue mani sono ancora così piccole. Le tiene chiuse a pugno sotto la testa. Come un cuscino. Chissà cosa immagina, cosa sta inseguendo.

Io la osservo come si osserva un miracolo, una benedizione. Come si osserva la paura di perdere. Come il bello della vita e il bene che ti aspetti. La serenità e il sonno alla fine si somigliano come tutte le cose che mettono tranquillità.

Fuori è notte fonda e mentre le stelle stanno lentamente morendo nel cielo, io mi godo la luce della luna riflessa sul suo viso. Un riflesso pulito fatto di vita e di piccole promesse da mantenere.

Quello speciale

2 luglio 2015

Alle sette passate è già tempo di improvvisare. Ho messo il caffè sul fuoco. Ho raccolto le briciole sul tavolo. Ho acceso il rasoio elettrico, ma non riesco ad andare oltre un fastidioso sibilo di sottofondo. Sono finite le batterie, oppure è solo un’altra scusa per non tagliare la barba.

Fuori c’è qualcuno che annaffia le piante, qualcun’altro si lamenta dell’acqua che cade. Stamattina il mondo è un film di Nanni Moretti e io non ho ancora imparato a interpretare il suono di certe campane.

Credo siano le otto. La fantasia ha sabotato il mio orologio. Ora le lancette si dannano per correre all’indietro come se potessero recuperare il tempo perduto.

Come se un moto impreciso e rotatorio mi restituisse qualcosa. Un trapianto di memoria. Una realtà più confortevole. Un futuro credibile. Un presente accettabile. Mentre il passato si tiene ancora la testa tra le mani, come un personaggio di Munch.

Dicono che il tempo aiuti osservare tutto da una prospettiva diversa. I silenzi, gli eccessi, gli attriti, le voci grosse, le parole dette o non dette, i testa a testa, gli equilibri improbabili e gli slanci più o meno trattenuti.

Tutto appare così ovattato e ammorbidito nel tempo. E quando percepisci il tempo come qualcosa che scade, smetti di essere, di realizzare, di costruire e proteggere. Il tempo non è altro che una stupida variabile inventata dall’uomo per capire quanto veramente tieni alle persone.

Poi un giorno ti accorgi che non c’è più tempo per tutti i ringraziamenti che dovresti e allora metti a parte per qualcuno il grazie più grande. Quello speciale. Quello per essere ancora lì con te.

Ci sono già stato

1 luglio 2015

E’ consolante sapere che alla fine ogni cosa torna sempre al suo posto. Come negli scaffali dei Carrefour dopo l’orario di chiusura. Come sul nastro di un sushi bar.

Ieri sera sono uscito sperando che potesse essere un giorno qualunque. Uno di quelli compresi tra domenica e mercoledì. Un giorno con le lancette dei minuti che corrono al contrario lungo la circonferenza del tempo.

Mi piace il modo in cui certe persone si siedono a tavola e tengono in mano il menù. Ma alla fine preferisco chi si affaccia al bancone. Per indole. Per noia. Per spirito di emulazione. O per una semplice questione di vigliaccheria.

Guardo il cameriere. Metto subito in pratica i miei discorsi e le espressioni provate allo specchio prima di uscire. Non seguo un copione. Non vedo una trama. Vado a braccio. Ed è una squisita interpretazione che si pone a metà strada tra il realismo di pensieri e il nomadismo di parole.

Quanti anni sono passati dall’ultima volta? Cinque? Cavolo non ricordo. Era bella anche allora, credo. Io in tutto questo tempo ho amato e perduto. Ho scritto e pubblicato. Ho anche imparato a fare le crostate, ma continuo a sbagliare i tempi di cottura.

Credo che i miei problemi siano sempre gli stessi. Non amo le istruzioni per l’uso. Non sopporto le quantità di tempo definite. Ho bisogno di regole a cui sottrarmi e di qualcosa che rimanga scritto da qualche parte mentre faccio le cose a modo mio.

Lei mi guarda. Non ha messo lo smalto. La naturalezza le dona, ma non tutte le donne ne capiscono la magia. Il tizio che mi siede accanto intanto parla di politica, della Grecia e polemizza sui tassi d’interesse. La sua compagna credo sia in coma vegetativo già da un po’.

Stasera avrei bisogno di rimanere incastrato in un fotogramma con un primo piano dei suoi occhi. Forse dovrei scusarmi con il mondo intorno. Quando ho fame non mi rendo davvero conto di quello che penso. Credo mangerò qualsiasi cosa dei piattini che mi sfileranno davanti.

Adoro quei roll al salmone e coraggio. Il sushi tonno e simpatia. L’ho chiesto prima al cameriere e mi ha detto che per avere il sashimi di pensieri positivi devo fare una tessera a punti. L’ennesima tessera. La crisi in Grecia intanto impazza alle mie spalle, tra briciole di noia e residui di coca zero nei bicchieri.

“Li vedi? No non girarti subito. Aspetta. Ora. Ha una camicia orrenda. Lei invece è troppo truccata. Forse dorme. Ah no. È imbalsamata.” Quando si mangia si dicono più sciocchezze di quando si scopa. Basta. Prendo un piattino qualunque, tanto per seppellire da qualche parte l’imbarazzo che mi si è condensato sulle papille gustative.

C’è una scritta strana sui bastoncini di legno, “Made in China”. Li hanno presi nel continente di fronte. Passano un paio di piattini. Li ignoro. C’è roba che non comprendo e odora di cipolla.

Intanto lei si ostina a guardare l’universo dalla fessura degli occhi, studia equilibri calorici e opzioni di abbinamento. Poi poggia il mento sul dorso della mano e guarda le cose scorrere via. Io tento di afferrare un piatto e quasi ne rovescio altri due. Tranquilla. Tutto normale. Lo faccio sempre per scaldarmi un po’.

Stavolta mi concentro. Prendo un respiro. Poi un sorriso. Magari più tardi lo provo a casa e lo riporto se non mi sta bene addosso, tanto al limite mi fanno un buono e ho trenta giorni di tempo per cambiarlo con un abbraccio. C’è la garanzia per i sorrisi? Ad ogni buon conto ricordami di conservare lo scontrino.

In un attimo afferro il piattino con destrezza felina. Lei sorride. Sorride, perché sorridere è un’opportunità e mette allegria. “Assaggia questi. Sono con il salmone. No. Non c’è la cipolla. Qui li fanno bene. Io lo so, perché ci sono già stato.”