L’entusiasmo

30 agosto 2012

Bisogna controllarlo l’entusiasmo. E’ letale.
Prima ti fa spingere forte sull’acceleratore e poi spegnere i fanali quando sei ancora in corsa.

Tranne me

30 agosto 2012

A volte mi ritrovo bloccato in un purgatorio fatto di scelte da vigliacco. Vorrei, ma non oso. Desidero, ma non mi sforzo di ottenere. Guardo il mio obiettivo, ma sono attratto solo dal riflesso in una bolla di sapone.
Ecco l’aggettivo giusto: distratto.
Come un carrello al supermercato, mi aggiro con questa consapevolezza tra nugoli di persone che vogliono esattamente quello che voglio io. Le urto occasionalmente. Mi infilo tra decine di volti che vorrebbero solo ringiovanire, tra i sorrisi falsi di chi spera di regalarsi le cose più inutili, gli abbracci dei fidanzati davanti a una scatola di cioccolatini e le lacrime dei bambini nei passeggini di fronte a un giocattolo.
Ogni giorno è sempre tutto uguale.
Cambiano solo gli interpreti, non i protagonisti.
Tutti.
Tranne me

Tutti gli attimi del mondo

21 agosto 2012

Quando sorrido, quando sono stanco, quando mi arrabbio, quando faccio l’amore, quando mi sento triste, quando desidero e ottengo, ma anche quando perdo, piango e dimentico.
Quando accarezzo mia figlia, abbraccio un amico o mi fermo a guardare un orizzonte imperfetto.
Ogni frangente che sto vivendo è il frammento di un tempo che dura tutta la vita.
Bisogna imparare a destrutturarlo il tempo e a godere l’intensità degli istanti migliori. Suddividerlo in tanti appaganti fotogrammi da alternare alla durezza di tutti gli altri attimi che invece stiamo coraggiosamente vivendo.

Entusiasmarsi

30 giugno 2012

Oggi ho il cervello che vibra silenzioso, è in modalità riunione.
Anche se mi piace scrivere e condividere quello che provo, alcune volte mi rendo conto di quanti pensieri sia meglio tenersi dentro, come tanti sms inviati ad un numero che non esiste.
L’ultima volta che mi sono entusiasmato per qualcosa, non era un gol, nè una donna, o un river. Erano gli occhi luminosi di mia figlia. Forse è per questo che vorrei tanto entusiasmarmi ancora.

Sbagliare

5 giugno 2012

In fin dei conti, se non sapessi che i miei sbagli generano conseguenze ridicole, probabilmente non sbaglierei.
Ma bisogna godere di ogni singolo momento, anche sbagliando ogni tanto. Perché domani potremmo perdere tutto, compresa la possibilità di sbagliare.

Uomini che sognano

5 giugno 2012

Le persone nascono, crescono, invecchiano e poi spariscono. Alla fine restano solo storie. Quelle fatte di uomini che sognano, amano, lottano, vincono oppure perdono contro tutti e contro se stessi.

Quello che ti manca

9 aprile 2012

La vita è un insieme di fatti, i fatti sono quasi sempre azioni, le azioni sono spinte dai desideri, i desideri sono radicati in ognuno di noi e nascono soprattutto da una mancanza. Finché qualcosa non ci manca o ci viene sottratta non la desideriamo. Nessuno parte alla ricerca di ció di cui non sente il bisogno.
Il problema è quando non hai ben chiaro ció che desideri, perché in quel caso o hai davvero tutto, oppure quello che ti manca sei proprio tu.

Fortuna ovunque

2 aprile 2012

La fortuna non è un muscolo. Non la puoi allenare, non come la memoria o come la fantasia e nemmeno come il trapezista allena un bicipite femorale.
Bisogna obbligarsi a credere nella propria partendo dal nulla, lasciandola liberamente agire attraverso i mille passaggi silenziosi che ci attraversano la vita.
Ogni momento che viviamo è carico di una fortuna infinita, ma spesso non la sappiamo riconoscere.
Il sorriso di tua figlia, l’abbraccio di una persona che ami, le parole di un amico, una carbonara con la pancetta croccante, il sole che ti riscalda la faccia, uno sbadiglio al mattino, l’acqua che beviamo dopo una lunga corsa, l’inizio e la fine di ogni discorso, una battuta, tuo padre che ti telefona una mattina solo per dirti che tutto quello che avrebbe potuto dargli la vita glielo hai dato tu anche con i tuoi errori e che anche potendolo fare non cambierebbe niente di quel passato che ha portato a questo presente.
E’ vero papà. La fortuna è in ogni situazione, dappertutto e raccontarlo ogni tanto fa bene.
Oggi più che mai sono un uomo fortunato proprio perché penso questo.

Caro Stefano

2 aprile 2012


Caro Stefano,
la scala che hai portato sulle spalle è ben posizionata ed oggi tu sei pronto ad orientare il tuo sforzo verso quella picca che hai sempre sognato.
Ora sta a te incamminarti verso l’alto alla ricerca del traguardo dovuto di un orizzonte senza fine, che si materializzerà solo quando percorrerai quell’ultimo piolo.
Con la perseveranza ed un pizzico di fortuna oggi potrai raggiungere mete che per l’altrui giudizio erano frutto di allucinante pazzia.
Non fermarti, il tuo momento non è finito, certo è stato bello, ma perdio non è finito.
Questo tavolo finale non è più un traguardo, ma un fottuto punto di partenza, il tuo inizio di una storia senza fine.
Un punto fermo dal quale cominciare senza dire mai basta. La tua massima definizione di “coraggio”.
Perché?
Perché è così che deve andare.
Perché crederci è sinonimo di formidabile audacia.
Perché non devi accontentarti, mai.
La porta del futuro l’hai aperta proprio per trovare sempre quel qualcosa in più, ma ficcati bene nella testa che un obiettivo raggiunto é superabile, solo se ci credi veramente amico mio.
Quello che potevo fare l’ho fatto.
Ti scritto le mie emozioni.
Ora tocca a te.
Lascia da parte tutti gli “speriamo”, i “ce la metteró tutta”, i “faró del mio meglio”, perché sono solo convenevoli bugie.
Prendi quel tuo cazzo di cuore da leone e mettili tutti in fila.
E’ questa l’incessante richiesta delle persone che ti vogliono bene.
Vinci incantando amico mio.

Treni

22 marzo 2012

Stazioni sporche. Scritte sui muri dei bagni. Biglietterie chiuse. Gente improbabile. Storie improbabili. Qualcuno dorme in un angolo. Una donna chiede spiccioli, mentre un treno passa chiassoso ed infernale senza fermarsi. Ci sono treni che non puoi prendere, che non ti aspettano e se vanno via più veloci dell’indifferenza di un qualunque essere umano.

Caro Avversario

28 febbraio 2012


Caro avversario,
ti sto scrivendo dalla mia stanza d’hotel. Sto aspettando di giocare il day1A di questo ennesimo evento e mi si è rotta l’emotività, non parte più. Così ho pensato di scriverti per esorcizzare questo momento. Senza emozioni non sono mai riuscito a fare nulla, se non riflettere aspettando che tornassero e qualche volta ha anche funzionato.
Sai, ieri notte guardavo un cielo particolarmente stellato e mi è tornata in mente Las Vegas, le sale sconfinate del Rio e tutte le emozioni che quei tavoli sono stati in grado di trasmettermi. Emozioni che mi sono lasciato da qualche mese alle spalle, ma sempre indelebili.
Forse è semplicemente colpa della magia di questo gioco e di quella meccanica sensazione di benessere che ci porta ad amare senza condizioni ogni posto che ci ha consentito di sognare.
Il fatto è che c’è qualcosa che rende l’emotività generata dal poker un sentimento diviso in compartimenti stagni dai quali è difficile staccarsi e con il quale devi necessariamente fonderti. Vallo a spiegare tu, ad un giocatore, che vivere la magia del poker nel tempio stesso del poker non è la stessa cosa che viverla altrove. Puoi tentare, ma lui non ti capirà, perché ha i suoi sogni e le sue emozioni già attaccate addosso.
Il punto, quello che mi premeva dirti, è che noi giocatori di poker sognamo ed i sogni che facciamo rimangono incollati ai vestiti che indossiamo, a tutto quello che facciamo ed a tutte le città che visitiamo.
Sono sogni che sedimentano, solidificano, calcificano e poi fossilizzano, come il cemento. Se ne rimangono lì, solidi e imperituri. Secondo me, una volta edificato, ogni nostro sogno dovrebbe entrare a far parte dell’urbanistica delle città dove giochiamo ed essere indicato anche sulle cartine stradali. Immagino già di sentire il navigatore della mia auto: “girare dopo l’ultimo dei tuoi sogni a destra”.
Adesso sto divagando.
La faccenda è che stamattina la fredda dinamica dei sogni del passato mi ha completamente catturato e non mi lascia emozionare quel tanto che servirebbe per guardare con ottimismo al futuro.
Guardo, al lato di ogni strada che mi porta ovunque, i cartelloni dei film per la strada e sono un sogno, ogni persona che incontro è un sogno, le case, i negozi ed anche questo dannato cielo stellato stasera sono un sogno.
C’è chi gioca e dice di non aver mai sognato. Sciocchezze.
Le concezioni di chi gioca senza sognare nascono da un retaggio culturale sognante. Si dice di non avere sogni proprio perché ci si rende conto di poterne avere, ma di non essere in grado di afferrarne alcuno.
Caro avversario, anche per chi non ha voglia di sognare, a volte i sogni si avverano. Prendi l’esempio di Filippo Candio che ha raggiunto quel fantastico tavolo finale, ne avrai sentito parlare no?
Comunque, sto divagando ancora una volta.
Ora devo andare. Devo ancora registrarmi ed immagino di trovare un gran numero di sognatori alla cassa. Giocherò a Malta e per qualcuno, che riuscirà a buttarmi fuori, ci sarà anche la soddisfazione di raddoppiare il suo “buy in” sul conto Giocopiù. Poi volerò a Nova Gorica per la tappa l’IPT e tenterò di emozionarmi ancora.
Non mi ricordo più cosa ti volevo dire! Ah si, spero tu stia bene.
L’emotività si è riaccesa da sola e magari riesco a tenerla accesa fino a tardi. Tu incrocia le dita, per me, ma soprattutto per te.

Ti scrivo presto,

Con affetto.

Gianluca Marcucci

Facebook?

10 febbraio 2012


Perché adoro facebook?
Scrivi sul profilo una cosa del tipo “Il cielo mi guarda mentre la vita scorre via bastarda!” e ti ritrovi 50 commenti, scrivi “Apro da UTG perché yes yes lo sapevo” e ti ritrovi 40 commenti, scrivi “Totti ti amo” e ti rispondono in 20, scrivi “Finalmente è arrivata la sponsorizzazione!” e ti rispondono in 10, scrivi “Buon Natale!” e ti rispondono in 5. Poi finalmente scrivi una cosa intelligente e non c’è nessuno che capisca quello che hai scritto, forse devo davvero rivedere la qualità media dei miei post. E intanto c’è un’altra scossetta di terremoto…

Senza paure

24 gennaio 2012

Il rischio che a volte si corre è ridurre la felicità ad una mera apparenza, al sembrare sempre migliori e più felici di quello che in realtà si è.
Meglio patire decine di disillusioni e ripartire da zero, piuttosto che confondere e confondersi, perché l’unica felicità possibile sta proprio nella ricerca stessa dei nostri momenti felici.
Saggiamente.
Correttamente.
Cercando solo di non farsi contagiare dalla paura di non poterlo essere mai.

Il sogno di Pupi

15 gennaio 2012

Leg­gende, sto­rie che devono essere lette. Come i miti, le favole e le fiabe, fanno parte del patri­mo­nio cul­tu­rale di ogni popo­la­zione e non sono poi così lon­tane da quella verità che solo i bimbi sognano di descri­vere.

Mi chiamo Pupi ed ero un pesce rosso. Uno di quelli che si vincono al carosello della domenica lanciando una pallina da ping-pong all’interno di un bicchiere di vetro.

Certo. Anche io ero stato il premio destinato a un uomo di qualità, uno di quelli che ci erano riusciti. Era il giorno della festa d’,inizio estate in un luogo che tutti dicono di chiamarsi, Sabaudia. Lo so, il mio nome è chia­ra­mente frutto della fan­ta­sia, ma pre­fe­ri­rei rima­nere nell’anonimato almeno fino al ter­mine di que­sta sto­ria.

Per molto tempo sono rima­sto appar­tato e in silen­zio, ma credo sia arri­vato final­mente il momento che il mondo venga a cono­scenza dei fatti che andrò qui di seguito a narrare.
Ricordo che era una calda serata di luglio dell’ anno 1951 e dall’alto della sua cabina, il coman­dante Pie­tro Cala­mai stava con­tem­plando la miste­riosa volta cele­ste del cielo illu­mi­nata solo a tratti dal bagliore inter­mit­tente del faro di Nan­tuc­ket.

Il suo tran­sa­tlan­tico avan­zava ad una velo­cità costante di 21 nodi. Il nome scritto a carat­teri chiari sulla prua era “Andrea Doria”.

All’epoca vivevo in una coppa di cri­stallo ben anco­rata sulla scri­va­nia della cabina e tra­scor­revo le mie gior­nate in balia di colo­rati sogni e alie­nante riposo.

Ero il pesce rosso del coman­date e andavo fiero del mio ruolo. Sapevo che avrei potuto sol­care i mari e osser­vare il mondo da un punto di vista che nes­sun essere di quelli appar­te­nenti alla mia spe­cie avrebbe mai potuto van­tarsi di avere.

Mi sen­tivo spe­ciale.

In fondo era una delle tante notti in cui una grande nave attra­ver­sava gli oceani e io da gio­vane pescio­lino sognavo come sem­pre che la mia fama di nuo­ta­tore e di scru­ta­tore degli abissi marini sarebbe stata un giorno messa a dispo­si­zione del mio comandante.
Igno­ravo che di lì a poco si sarebbe con­su­mata la seconda più grande tra­ge­dia di mare dopo quella che aveva visto pro­ta­go­ni­sta un enorme blocco di ghiac­cio e la nave più sicura del mondo, il Tita­nic.

Alle 22,45 il mio coman­date saltò in piedi dalla sua branda per rispon­dere a una chia­mata della sala comandi. Il radar aveva segna­lato una nave che avan­zava verso la nostra a 18 nodi ed era a meno di 1 miglio.

Le imbar­ca­zioni si sareb­bero scon­trate. Vidi Cala­mai ordi­nare di acco­stare di quat­tro gradi a sud, cioè di spo­starsi verso sini­stra, in modo da aumen­tare la distanza. Ma, di lì a poco, com­presi che non sarebbe ser­vito a nulla.

Una rom­pi­ghiac­cio sve­dese al comando del ven­ti­seienne Cartens-​Johannsen, sosti­tuto di un coman­dante che in quel momento stava ripo­sando, entrò in col­li­sione con la nostra nave con un angolo di quasi 90 gradi e fu una prua rin­for­zata in acciaio a squar­ciare la fian­cata per quasi tutta la sua lun­ghezza.

Il rumore delle sirene di allarme attra­versò prima l’aria, poi il vetro e l’acqua per giun­gere alle mie pic­cole bran­chie rosse. In seguito fu il turno dello stri­dio delle lamiere con­torte e delle grida degli oltre mille pas­seg­geri.

L’impatto deva­stò molte para­tie sta­gne e per­forò cin­que depo­siti com­bu­sti­bile. Il nostro fan­ta­stico tran­sa­tlan­tico comin­ciò a imbar­care acqua di mare, nell’ordine di circa 5 ton­nel­late al secondo. L’Andrea Doria sbandò a dritta per oltre 15 gradi ras­se­gnan­dosi al suo destino irre­ver­si­bile.
Quel giorno il mio coman­dante pianse. Mi cercò attra­verso la tra­spa­renza delle sue lacrime tro­van­domi die­tro al vetro della mia solita coppa di cri­stallo. E fu lì che per la prima volta, mi parlò: “È ora di vedere quello che sai fare.”

Poi, aperto un oblò, gettò la coppa di cri­stallo in mare.

Si trattò di una lunga e inu­tile attesa la mia. Vedevo l’acqua dell’oceano farsi più vicina. Con­fusi il senso di morte, scam­bian­dolo per libertà. Ma ero un pesce d’acqua dolce vinto a una festa di paese. Non emersi mai più.

Qual­cuno sostiene che i pesci d’acqua dolce pos­sono soprav­vi­vere anche in oceano aperto e che addi­rit­tura riescano a tor­nare in terra quando fra gli uomini non c’è più nes­suno che sof­fre per dolore o per ingiu­sti­zie.

Altri invece sosten­gono che per ogni pesce rosso che muore avvenga invece un mira­colo.
Non so quanto di vero ci sia in tutto que­sto, ma ci credo ciecamente.

Mi chiamo Linda Mor­gan e il 25 luglio dell’anno 1956 occu­pavo la cabina numero 52, che fu la prima col­pita dalla prua di un rom­pi­ghiac­cio sve­dese. Venni sbal­zata dal mio letto ritro­van­domi sul ponte di un’altra nave. Scam­biai la realtà per un sogno e nel mio sogno vidi un pesce rosso nuo­tare via.

Oggi ho 74 anni, vivo a Sabaudia e i miei figli mi chia­mano scher­zo­sa­mente “Pupi”.

Il nulla.

14 gennaio 2012

Credo che in ogni vita, un eccesso di vita non sia mai una colpa. E non perchè una esistenza abbia necessariamente bisogno delle sue stegolatezze per essere vissuta, ma perchè una vita privata dei suoi eccessi, avrebbe un suo modo diverso di trasformarsi in vita e finirebbe con l’essere meno vita della vita che ambisce di essere.
Come in un libro in cui si va avanti a leggere e più non ci si rende conto di chi sia il personaggio principale.
Passatemi il gioco di parole, in fondo è solo un gioco.

In ogni vita c’è un nessuno che sogna di diventare qualcuno. Un personaggio. E potresti essere tu che leggi, oppure io che scrivo o magari una donna che perde un treno o che fatica a parcheggiare la macchina. Cosa volete che cambi?
Chiunque andrebbe bene e chiunque non sarebbe allo stesso tempo adatto ad interpretare il ruolo, perchè senza eccessi non ci sarebbe nemmeno un ruolo da interpretare. Nessuna storia. Nessuna distinzione tra una vita e l’altra.

Alla fine di questo libro nessuno avrà raggiunto alcun obiettivo, nessuno sarà andato in alcun luogo sognato, nessuno avrà mai lottato per il suo sogno o capriccio, nessuno sarà mai caduto al tappeto e tornato a combattere. Nessuno avrà mai raggiunto la sua piccola Itaca, nessuno avrà salvato il suo castello, baciato la sua principessa o raccolto un quadrifoglio.
Nessuno avrà mai affrontato la sua nemesi o preso in considerazione l’ipotesi di lottare, vincere o farsi trafiggere eroicamente e perdere.

Tutta questa latenza di emozioni io la chiamo “nulla”.
Quel libro senza pagine che non ha bisogno di protagonisti. Quella irraccontabile storia che puó continuare tranquillamente a fare a meno di noi in questa ed in tutte le altre vite a venire.