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Otto minuti

28 aprile 2018

Sono uno scrittore casuale. Una bevanda senza troppo zucchero. Saltuario. Testardo. Fatto della stessa sostanza dei solidi di Keplero.

Addirittura bucolico nella gestione dei suoi universi. Delle sue storie. Ma non delle sue delle passioni.

Una passione, in quanto tale, deve essere affascinante e spietatamente debordante.

Io sono sempre stato affascinato dal tempo. Dallo spazio. Dalla possibilità di viaggiarci attraverso, tanto che alla fine ci sono riuscito.

A far cosa? A guardare indietro nel tempo ovviamente e mi succede ogni giorno. Tutti i giorni, verso il tramonto. Torno indietro di otto minuti. Non un secondo di più. Non un secondo di meno.

Basta sapere che la luce viaggia nello spazio vuoto a una velocità di 300.000 km per secondo. E che per giungere dal sole ai miei occhi a quella luce servono otto minuti.

Questo vuol dire che l’immagine del tramonto che osserverò questa sera. Quella che si formerà nel mio cervello, per intenderci, sarà il sole come era esattamente otto minuti prima di quell’istante.

Devo ammetterlo. Viaggiare nel tempo mi provoca un senso di piacere estatico e complottista. Quel sentimento tipico di chi si illude di poter sabotare un sistema dall’interno.

Ma sono uno scrittore casuale. Sono una favola gotica. Sono una figura etimologica. Per niente mitologica. Un’antitesi.

Sono il paradosso di Braess. L’equazione di Drake. Sono la cattiva fede di chi vorrebbe sempre un lieto fine, e che invece rimane affascinato a guardare quelle strane macchie di sangue davanti alla casina di marzapane.


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