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Come se fossero soltanto parole

9 ottobre 2015

Una valutazione del rischio quando il calcolo delle probabilità era complesso. Non credo che i gladiatori lo facessero nell’antica Roma.

Stamattina ho questa immagine di un uomo solo. La folla. La polvere. L’anfiteatro. Il corpo legato alle due estremità in modo che non sia possibile andare oltre. E poi altri uomini. Armati. Sanguinanti. Furibondi.

Circondati da irriconoscibili bestie pronte a ridurre in brandelli le cose da fare. E a spargerle ovunque intorno.

A volte metto una mano davanti agli occhi per ripararmi dal buio di certi sogni. Dai pensieri strani. Da tutti quei verbi pronunciati e anche da quelli ripetuti.

Correre. Sognare. Lottare. Precipitare. Chiudere gli occhi e svegliarsi con l’entusiasmo di essere ancora vivi. Con la voglia di qualcosa da scrivere. Di parole cucite sul dorso delle cose iniziate e poi lasciate a metà.

Incubi interrotti e sputati via. Schiacciati dalla luce del giorno. Come quelle zanzare gonfie di sangue. Immobili e prive di ogni speranza.

Stamattina l’incubo comincia dal caffè. Ho finito le cialde azzurre. Quelle al gusto di noia. Dovrò immaginarle fino al prossimo mattino. Come se fossero soltanto parole.

Ma se per caso…

8 ottobre 2015

Stamattina uno spiraglio di luce monocolore storce la bocca al buio. Si prende gioco di ogni mio tentativo di chiudere gli occhi. Dormire, o non dormire. Un pragmatico Amleto mi griderebbe di chiuderla quella tenda. Invece ho poggiato il cellulare sul comodino. E l’indolenza in un bicchiere. Sta lì come una vecchia dentiera. Gocciolerà fino a domani. Ma sì, alla fine ho ancora voglia di scrivere. Di fermarmi e salvare un po’ questa giornata. Immortalare qualche parola per non dimenticare. Che poi non è per quello che si tiene un diario? Per rileggere le incisioni della memoria. Per farsi ricordare. Per riemergere e trasferirsi dalla propria testa, nella testa altrui.
Ieri ho comprato delle rose. Poi ho guidato lungo un’autostrada. Evitando autovelox e accarezzando il fascino degli autogrill. Ho acquistato gasolio. Mangiato un camogli e bevuto coca zero. Intanto mi sono passate nell’anticamera del cervello vecchie storie. Una volta una persona mi disse che è proprio quando non hai soldi che bisogna spenderli. Non ho mai smesso di pensarci. Sarà vero? Sembra una di quelle frasi che fanno crescere le ali nere, la coda e altre piccole cose che di solito non hai. In auto poi ascoltavo Vasco e pensavo a quanto ci sarebbe da salvare. Le cose fatte bene. I bei momenti. Come quella notte a guardare Fantozzi sul tetto di un hotel. Ho anche notato che presto lo ripropongono al cinema. Non credo che me lo perderò.
Salverei anche la patata tartufata di Massimo. Le sue verticali di vino rosso. Salverei quel primo tentativo di condurre gli sci. Lo scivolone sullo skilift. La pasta al pesto alle quattro del mattino. Le passeggiate all’Eur. La grande bellezza. Una cena al ristorante francese. Il tono di certi discorsi. Il sushi. Romeo. I carciofi alla romana. Il pesce finto. Salverei la pioggia in via di Montevecchio. Il brusio dei Banchi Vecchi. Il musicista a piazza Navona. Le castagne. Il rumore dell’acqua sugli scogli. La collana di Tiffany. Certi sguardi. E tanti, tantissimi silenzi. Quelli che sembravano fatti apposta per lasciare fuori il mondo. Per imparare a non sentirlo più. Ecco, devo ricordarmele queste cose. Ma se per caso finissi per dimenticarle. Tornerò a rileggerle qui.

L’undicesimo piccolo indiano

6 ottobre 2015

Una porta che sbatte. Un caffè che si fredda. Il tempo preso a calci. Lanciato come una monetina nel pozzo. E alla fine tutto rimane fisso davanti agli occhi. Giusto al di là di un parabrezza. A volte appannato dai sospiri. Altre volte accarezzato dalle minuscole facce imbronciate di una pioggia poco convinta e scura. In fondo somigliamo a quei tergicristalli che si rincorrono senza sosta. Ostinati e presuntuosi. Testardi e permalosi. Inutili come lancette dell’orologio di un campanile che segna da un secolo la stessa ora.
Sembra strano, ma non tutte le notti sono fatte per dormire.
Questa no. Questa sembra nata per ricordare i momenti. Le cose. I volti e le voci. Per ripercorrere i nomi di chi ti è sempre e comunque vicino, fino a chiuderti gli occhi. Con i pensieri appoggiati nella penombra dei corridoi. Potrei tentare di scriverli tutti. Emiliano, Fabrizio, Roberto, Anna, Roberta, Ilde, Rossana, Annamaria, Nikol, Alessandro, Lucia, Daria, Giorgia, Giuseppe, Maria Dora, Massimo, Stefania, Stefano, Marina, Barbara, Emanuela, Isabella, Carla, Tonino, Elisabetta, Gabriele, Tiziano, Francesca, Giovanni, Ylenia, Eleonora, Michela, Gianluca, Massimiliano, Elis, Luca, Alex, Pino, Cristian, Roberta, Riccardo, Enrica, Marco, Nello, Gianmarco, Silvia, Amedeo, Francesco, Alberto, Alexandra, Cinzia, Sara, Deborah, Mirella, Andrea, Giorgia, Luisa, Luca, Davide, Cristina, Andrea, Cristina, Lorenzo, Gioele, Luca, Pierpaolo, Stefania, Marzia, Marco, Piero, Eugenio, Simon, Valentina, Valentina, Valentina, Michela, Cesare, Chiara, Luca, Lucrezia, Daniela, Monica, Max… e poi? Come faccio a ricordarli senza aprire una bottiglia di birra?
E così che si stappa. Alzandola per brindare a qualunque cosa di questa giornata. A quel pensiero che mi attraversa da parte a parte. Senza bussare. Al meraviglioso disegno di mia figlia. Agli impegni da regalare a mio padre. C’è ancora da guardare la champions. C’è il prato da tagliare. Ci sono le multe dell’auto ancora da pagare. E poi l’appuntamento dal commercialista. Dal dentista. Dall’avvocato. Questa pagina non è che l’anticamera di un sogno. L’undicesimo piccolo indiano. Arsenico, ricordi e vecchi merletti. Polvere sui libri di scuola da soffiare via.

Il giorno del non compleanno

5 ottobre 2015

La soluzione sarebbe semplificarsi la vita. Guardare senza studiare. Camminare senza correre. Scrivere senza rileggere. Mangiare senza gustare. E invece alla fine finisco col farmi carico di tutto. Degli umori. Dei sapori. Delle emozioni forti. Rifletto sul percorso, in ogni attimo del percorso. E mi appesantisco la vita con quella parte di me che è alla continua ricerca di conferme. Quella che giudica e che si lamenta se poi non se ne esce. Quando invece si potrebbe vivere bene anche sapendo che c’è qualcosa da migliorare. Ma senza dannarsi cercando di farlo subito. Piuttosto con calma. Respirare senza affanno. Alzare gli occhi e scegliere una luce a caso. Senza preoccuparsi che si tratti di un lampione o della stella più luminosa. Inventare orizzonti meno lontani. Intrecciare desideri possibili. Aprire e chiudere un libro accontentandosi di leggere una singola favola. Buon “non compleanno” Alice. Magari domani attraversiamo lo specchio insieme. Stanotte invece aspettiamo che la penombra faccia le valigie, poi minuziosamente iniziamo a descrivere qualcosa. Confido in una bella storia, un bicchiere di vino rosso e un destino più collaborativo. Confido nelle speranze che dicono al buio di farsi da parte. Nei sogni che senza farsi scoprire infilano nelle tasche la voglia di fare programmi. Nei ricordi più belli che se ne vanno via scodinzolando.
Senza quelle delusioni gettate a manciate dentro a un letto scomodo. Senza tutte quelle parole che ogni tanto grido e che non penso. Senza tutti quegli errori che lasciano spazio vuoto e che non sono mai stato in grado di riconoscere.