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Lei

29 giugno 2015

Io che in questo diario virtuale ho sempre raccontato di me e dato oltre me. Io che ormai i pensieri li ho già asfaltati tutti a furia di percorrerli in su e in giù. Roba da fare impallidire per la perseveranza anche la penna di Kerouac.

Io che forse è arrivato il momento di dire addio alla scrittura, perché attraverso le parole non so più nemmeno come respirare.
“Volere” oggi occupa un posto diverso da “potere” nella scala dei verbi all’infinito, perché io è lei che voglio. Immersa nella sua incantevole introspezione.

Io che voglio lei e quel suo essere dolcemente indolente verso gli universi che non le appartengono. Che voglio un suo abbraccio per non lasciarlo scappare. I suoi occhi a custodire la mia anima. La sua delicatezza da accarezzare e le sue paure da trasformare.

Nel suo sguardo rivedo il bimbo che ero. Nelle sue mani la strada giusta da prendere. Io che voglio le notti che non ho mai avuto. Che voglio ascoltare il suo respiro chiuso tra le pareti di una stanza, o libero sotto un cielo stellato. Che voglio le sue mille riletture di me. E che mi farei pagine di un suo libro per lasciarmi accarezzare senza sosta.

Io che la voglio così intensamente e che le voglio bene al punto che so di dover rinunciare a lei. Per lasciarla dove in realtà vuole stare. Finalmente sorridente e a pochi passi dalla sua meritata serenità.

Solo parole

29 giugno 2015

Forse qualcuno non è riuscito a seguirmi fino a questo punto senza annoiarsi. E magari ora potrebbe andare anche peggio, considerando che sto per scrivere la parte più difficile. Quella in cui resto immobile e attendo. Quella in cui vengo travolto dalle conseguenze e la smetto di immaginare. Quella in cui un uomo si osserva allo specchio dalla testa ai piedi. Senza limitarsi a guardare solo i lineamenti del viso.

Dolore, rabbia, desiderio, perdono. Voglia, eccitazione, estasi, affetto, speranza, amore, stupore, meraviglia, incanto. Tristezza, malinconia, frustrazione. Non sono solo parole. Si tratta di emozioni.
Non sono inchiostro. Non sono frammenti di pixel. Non sono tracce di Gbyte impressionate in un hard disk. Non sono la mappa del tesoro, la favola di cappuccetto rosso, la grande conchiglia dove si ascolta il rumore del mare o il messaggio che infili nella bottiglia. Sono sentimenti. Sono la realtà. Che poi questo possa piacere o meno è un altro discorso.

Il rumore del mare io ce l’ho dentro. È giusto sullo sterno, un po’ spostato a sinistra. C’era una volta, c’è adesso e se Dio vuole ci sarà anche domani. Fatevene una ragione, oppure aprite google e leggete altro.