![419-doria_2[1]](https://gianlucamarcucci.com/wp-content/uploads/2012/01/419-doria_21.jpg?w=450)
Leggende, storie che devono essere lette. Come i miti, le favole e le fiabe, fanno parte del patrimonio culturale di ogni popolazione e non sono poi così lontane da quella verità che solo i bimbi sognano di descrivere.
Mi chiamo Pupi ed ero un pesce rosso. Uno di quelli che si vincono al carosello della domenica lanciando una pallina da ping-pong all’interno di un bicchiere di vetro.
Certo. Anche io ero stato il premio destinato a un uomo di qualità, uno di quelli che ci erano riusciti. Era il giorno della festa d’,inizio estate in un luogo che tutti dicono di chiamarsi, Sabaudia. Lo so, il mio nome è chiaramente frutto della fantasia, ma preferirei rimanere nell’anonimato almeno fino al termine di questa storia.
Per molto tempo sono rimasto appartato e in silenzio, ma credo sia arrivato finalmente il momento che il mondo venga a conoscenza dei fatti che andrò qui di seguito a narrare.
Ricordo che era una calda serata di luglio dell’ anno 1951 e dall’alto della sua cabina, il comandante Pietro Calamai stava contemplando la misteriosa volta celeste del cielo illuminata solo a tratti dal bagliore intermittente del faro di Nantucket.
Il suo transatlantico avanzava ad una velocità costante di 21 nodi. Il nome scritto a caratteri chiari sulla prua era “Andrea Doria”.
All’epoca vivevo in una coppa di cristallo ben ancorata sulla scrivania della cabina e trascorrevo le mie giornate in balia di colorati sogni e alienante riposo.
Ero il pesce rosso del comandate e andavo fiero del mio ruolo. Sapevo che avrei potuto solcare i mari e osservare il mondo da un punto di vista che nessun essere di quelli appartenenti alla mia specie avrebbe mai potuto vantarsi di avere.
Mi sentivo speciale.
In fondo era una delle tante notti in cui una grande nave attraversava gli oceani e io da giovane pesciolino sognavo come sempre che la mia fama di nuotatore e di scrutatore degli abissi marini sarebbe stata un giorno messa a disposizione del mio comandante.
Ignoravo che di lì a poco si sarebbe consumata la seconda più grande tragedia di mare dopo quella che aveva visto protagonista un enorme blocco di ghiaccio e la nave più sicura del mondo, il Titanic.
Alle 22,45 il mio comandate saltò in piedi dalla sua branda per rispondere a una chiamata della sala comandi. Il radar aveva segnalato una nave che avanzava verso la nostra a 18 nodi ed era a meno di 1 miglio.
Le imbarcazioni si sarebbero scontrate. Vidi Calamai ordinare di accostare di quattro gradi a sud, cioè di spostarsi verso sinistra, in modo da aumentare la distanza. Ma, di lì a poco, compresi che non sarebbe servito a nulla.
Una rompighiaccio svedese al comando del ventiseienne Cartens-Johannsen, sostituto di un comandante che in quel momento stava riposando, entrò in collisione con la nostra nave con un angolo di quasi 90 gradi e fu una prua rinforzata in acciaio a squarciare la fiancata per quasi tutta la sua lunghezza.
Il rumore delle sirene di allarme attraversò prima l’aria, poi il vetro e l’acqua per giungere alle mie piccole branchie rosse. In seguito fu il turno dello stridio delle lamiere contorte e delle grida degli oltre mille passeggeri.
L’impatto devastò molte paratie stagne e perforò cinque depositi combustibile. Il nostro fantastico transatlantico cominciò a imbarcare acqua di mare, nell’ordine di circa 5 tonnellate al secondo. L’Andrea Doria sbandò a dritta per oltre 15 gradi rassegnandosi al suo destino irreversibile.
Quel giorno il mio comandante pianse. Mi cercò attraverso la trasparenza delle sue lacrime trovandomi dietro al vetro della mia solita coppa di cristallo. E fu lì che per la prima volta, mi parlò: “È ora di vedere quello che sai fare.”
Poi, aperto un oblò, gettò la coppa di cristallo in mare.
Si trattò di una lunga e inutile attesa la mia. Vedevo l’acqua dell’oceano farsi più vicina. Confusi il senso di morte, scambiandolo per libertà. Ma ero un pesce d’acqua dolce vinto a una festa di paese. Non emersi mai più.
Qualcuno sostiene che i pesci d’acqua dolce possono sopravvivere anche in oceano aperto e che addirittura riescano a tornare in terra quando fra gli uomini non c’è più nessuno che soffre per dolore o per ingiustizie.
Altri invece sostengono che per ogni pesce rosso che muore avvenga invece un miracolo.
Non so quanto di vero ci sia in tutto questo, ma ci credo ciecamente.
Mi chiamo Linda Morgan e il 25 luglio dell’anno 1956 occupavo la cabina numero 52, che fu la prima colpita dalla prua di un rompighiaccio svedese. Venni sbalzata dal mio letto ritrovandomi sul ponte di un’altra nave. Scambiai la realtà per un sogno e nel mio sogno vidi un pesce rosso nuotare via.
Oggi ho 74 anni, vivo a Sabaudia e i miei figli mi chiamano scherzosamente “Pupi”.