Posts Tagged ‘Gianluca Marcucci’

La fine del tunnel

17 agosto 2016

L’intangibile stanchezza di certe mattine. Il cielo in un caffè. Una strana sensazione di allineamento. Immagini di un tempo vissuto. Lavorato. Guadagnato. Tutta l’energia di cui ho quotidianamente bisogno che si nasconde in un sorriso. Intanto il mio meccanico tentativo di partecipare ai discorsi che non mi interessano, fallisce. Si esaurisce in una smorfia. Come quando in sogno vorresti smettere di precipitare, ma non si può. E quindi ti svegli. Ma non c’è nessuno che ti aspetta con la colazione a letto.

Buon ferragosto 

15 agosto 2016

Una mattina ti svegli e il mondo è tutto ordinatamente al suo posto. I tetti delle case nel sole. Il cielo privo di nuvole. Le foglie verdi degli alberi. Le campane indisciplinate di una chiesa. Il battente della finestra che si apre e che sembra non volersi chiudere più. Gli uccelli. I passanti. Quel rumore appena accennato di tazzine che giunge da un bar. Il mio volto riflesso, attenuato dalle trasparenze di un vetro. Niente confusione. Nessun paragone. Non mi manca nulla. Sono le evidenze di un ferragosto di festa. Un giorno sereno qualsiasi che si contrappone all’inintelligibilità di ogni altro giorno. 

Novemilanovecentonovantanove

24 luglio 2015

C’è chi dice che è nei numeri che si trova il valore delle cose. Che le parole non servono a niente. Ma se in tutto quello che scrivo. In tutto quello che sono in grado di provare. E in tutto quello che vivo ogni giorno esistesse un valore oggettivo, i numeri non lo saprebbero certo quantificare. Esistono parole che valgono sentimenti più grandi di tutti i numeri che si possono immaginare. Nel mio universo 9999 vale meno di novemilanovecentonovantanove. E manca solo un’emozione per arrivare a diecimila.

Quanto basta

15 gennaio 2015

È assolutamente devastante il senso di provvisoria impotenza di stamattina.
Le mie sembrano le limitate capacità mentali di un bimbo che si addormenta e non vuole mollare il suo giocattolo.
Un bimbo illuso che in realtà non ha ancora compreso bene le regole del gioco e che non sa quanto velocemente ogni suo sforzo sarà presto vanificato dal sonno.
Ho da sempre raccolto, condensato e scritto emozioni semplicemente immaginando. Ho disegnato improbabili costellazioni di pensieri senza mai guardare veramente il cielo.
Ho imparato soffrendo che il cuore batte tanto anche senza correre, ma che non puoi comunque fermarti.
Che c’è sempre un treno che parte più tardi di quello che avevi intenzione di prendere, ma è un treno da prendere ugualmente, anche se in corsa.
Questa vita, a qualsiasi livello, è una continua e compulsiva corsa contro il tempo.
Rincorriamo obiettivi irraggiungibili, amori impossibili, passioni inesprimibili, ma in realtà stiamo solo fuggendo. Semplicemente e comunque, si corre.
E di certo c’è solo che fermarsi a rifiatare corrisponde ad accettare un grande dubbio.
Se rallenti ricordi. Se acceleri dinentichi.
Ma se ti fermi per riposare qualcuno ne approfitta per rubarti qualcosa nel sonno e il pasto caldo non ha mai il sapore che ti aspettavi.
Oggi sono più stanco del solito. Ma so che il mio errore più grande questa volta sarebbe rallentare ancora pensando magari di approfittare di questa apparente quanto illusoria tranquillità. Quella naturalezza di pensieri che è tale solo nell’infantile semplicità di un bambino. O nell’occhio di un ciclone col nome di donna.
Non sono più quel bimbo che credevo. Nella vita tutto scorre. Anche la vita stessa.
Se mi siedo sulla riva di un fiume ad aspettare il cadavere del mio nemico rischio solo di vederlo risalire le acque come il più abile dei salmoni.
In passato nessuno si è mai preoccupato di cio’ che mi uccideva veramente.
Quando mi sono fermato un attimo a scrutare un orizzonte ho sempre trovato chi, guardandomi negli occhi, si è preso tutto cio’ che ero, come se fosse una cosa dovuta. Un debito mai sottoscritto da saldare comunque e subito.
Succede quando una persona ti volta le spalle e te ne rimani lì come uno di quei pasticcini dal sapore creativo che alle festicciole non mangia mai nessuno.
E pensare che mi ero solo distratto un attimo a guardare un orizzonte e guarda che casino è successo.
Oggi il collo fatica sotto il peso di una testa colma di dubbi e incertezze.
Continuo a scavare con l’incoscienza di chi non ha mai trovato tesori, ma ho la determinazione e la consapevolezza di chi crede solo di aver cercato nel posto sbagliato.
Questa mattina le mie mani combaciano con quella di una bambina ancora assonnata.
Un incubo, pochi spiccioli di sonno e il sorriso di mia figlia è tutto quello che mi rimane di questa assurda nottata. È poco lo so, ma è quanto basta a un uomo stanco per rimanere ancora in corsa.

Interstellar in breve

12 novembre 2014

Quando mi si propone un film che mette al centro della storia il rapporto tra padre e “figlia” mi sento sempre chiamato in causa. Anche se si tratta di una pellicola di fantascienza.
In “Interstellar” questo rapporto affettivo valica addirittura il tempo, l’universo e lo spazio. Un po’ il concetto che ho sempre sostenuto di “amore”.
Il film ricorda da lontano il capolavoro di Stanley Kubrick soprattutto nella scelta dei silenzi che accompagnano alcune scene nello spazio. Ma quello di Nolan è solo un gran bel film, non un capolavoro. Zimmer latita un po’ in quanto a colonna sonora. Mi aveva abituato a ben altro.
C’è stato però un momento di spietata emotività, un frangente in cui mi sono paradossalmente sentito perduto. Da spettatore intendo. Sorpreso e inconsapevolmente proiettato all’interno di una realtà più simile a una prigione che a un universo dove spaziare liberamente.
È successo quando il protagonista raggiunge il primo pianeta e al suo ritorno sull’astronave scopre, attraverso una lunga serie di videomessaggi, che nello spazio di 3 ore trascorse sulla superficie erano passati ben 23 anni terrestri.
Il momento in cui vede i suoi figli trasformarsi da bambini in persone mature è devastante.
Durante tutta la proiezione il tempo non è mai un fattore oggettivo, ma mutevole a seconda del punto di vista dello spettatore. Mentre l’astronave viaggia Murphy, sua figlia, cresce, fa esperienze e matura, ma lui resta identico.
E non dico più nulla.
La fotografia è di spessore e tutta la pellicola è girata ottimamente. Nessun paradosso nella cronologia della storia. Tranne che per il personaggio di Michael Caine apparso davvero troppo longevo.
Nel film non ci sono eroi, ma semplici esseri umani.
Il coraggio viene bilanciato dalle paure e non c’è lotta con le forze che regolano l’universo.
La bellezza non è il finale. Un po’ forzato forse, ma comunque inaspettato e tenero. La bellezza sono le infinite riflessioni nella testa dello spettatore. Quelle domande apparentemente senza risposta che vi accompagneranno per tutte e tre le ore di proiezione e alle quali ognuno non potrà fare a meno di attribuire un proprio personale significato.

In questa notte

26 agosto 2014

Vorrei liberarmi di tutti questi verbi al condizionale. Vorrei ritornare quel bambino che inseguiva il pallone dietro alla chiesa. Vorrei riuscire ad ascoltare Mozart, Bach, Chopin. Inseguire un preludio e distendermi ascoltando un Notturno. Vorrei seguire il tuo profilo con gli occhi, scivolare con lo sguardo e restare appoggiato alla linea dei seni.
Vorrei costellazioni di abbracci, cieli da arrotolare come mappe e nuovi cieli da ridisegnare con le mie stesse mani.
Vorrei squarciare con un sorriso il velo scuro che avvolge la felicità. Vorrei una metamorfosi di cui farti innamorare e le tue gambe ben strette intorno ai miei fianchi. Vorrei tracciare la linea di un nuovo equatore e separare gli emisferi opposti. La testa. Il cuore.
Vorrei perdermi negli andirivieni di uno sguardo muto e ritrovarmi fragile in una tua carezza.
In questa notte senza Dio, quando ogni cosa finalmente tace, io mi sento dannato, maledetto e solo. Sospiro per qualche minuto, poi guardo mani che stringono altre mani. E capisco che bisogna essere davvero forti per amare la solitudine.
Vorrei chiudere gli occhi e fare due passi fino al prossimo sogno, magari mi viene voglia di non tornare più indietro.

Simulando

24 agosto 2014

Camminare per ore con la testa randagia e i pensieri senza guinzaglio, è come scrivere senza rileggere.
Lasciare una riga per le note a margine. Ogni volta che mi fermo a guardare un vicolo deserto vado a capo e mi lascio qualcosa alle spalle. Una storia. Un confine. Un lavoro.
Ho sempre creduto che le distanze creassero il punto di vista migliore per osservare tutto nella sua devastante interezza. Che servissero a considerare le cose più correttamente. Mettere a fuoco. Sottotitolare. Spiegare.
Perché se un’immagine non è nitida allora c’è ancora qualcosa da fare. Risposte da dare.
Stamattina l’aria di Roma sembra schiacciata da un’insolita forza di gravità. Troppi dubbi. Ho la testa altrove.
Troverò un giorno tutte queste figure retoriche ad aspettarmi sotto casa per chiedermi il conto di ciò che scrivo.
“Spiegaci”, mi diranno arrabbiate.
Ho sonno.
Colpa di questa città, dilatata e lenta. Colpa dei tanti desideri da tenere segreti. Colpa dei troppi trovarsi. Prendersi. Per poi riperdersi.
Traccio righe, ma non sono in grado di tirare somme. Invento ragioni.
Cerco una scusa credibile per dimenticare, per “far finta che non”, per “convincermi che forse”. Troppi “ma”. Infiniti “però”. E non so più cosa.
Non aggiungo altro. Non sono in grado di pensare. Masticare amaro è un qualcosa che dovrebbe fare curriculum.
Inutile chiudere una porta senza serrare anche le finestre.
La vita ha questo di bello. La casualità. Non succede nulla per giorni, mesi, anni. Niente di niente. Ma la vita sa sempre come arrivarti addosso. Sa farti male, da morire. A volte ti mostra il suo lato più tollerabile, più dolce. Altre volte invece tutto semplicemente accade e sta a noi saperlo accettare per quello che è.
Il tuo ricordo rimane appeso a uno sguardo, una risata, una faccina buffa e due gambe bellissime.
Forse è solo arrivato il tempo di mettere un piede dietro l’altro, camminare e fregarsene di dove finisce la strada. Fischiettando, possibilmente. Simulando gioia.
Facendo finta che tutto, ma proprio tutto, in fondo va bene così.

Piccoli aforismi tra amici

23 agosto 2014

Alzarsi prestissimo per correre al mattino è una esperienza fantastica. Immagino l’aria fresca e pulita, l’odore di salsedine, i raggi del sole che ti accarezzano il viso, il primo sudore sulla pelle, le infinite salite, la maschera d’ossigeno, la sirena dell’ambulanza.
Ok, rimango a dormire.

Malgrado quel dolce far nulla che non cambia le cose, le cose cambiano.

Mia madre ha scoperto come usare whatsapp. Mi arrivano da due giorni messaggi con cuoricini infiocchettati per avvisarmi che sabato a pranzo ci sono le melanzane alla parmigiana.

Da Bergamo a Motta Visconti

19 giugno 2014

Esistono situazioni difficili da accettare e storie dove il nostro giudizio verso quello che sta accadendo diventa prioritario.
Quella che va da Bergamo a Motta Visconti è una strada da percorrere impauriti, increduli, quasi arrabbiati. Tragedie capaci di creare un clima nazionale simile a quello generato da una partita di calcio. Fatti scatenanti dalle inevitabili conseguenze sui sentimenti.
Se queste tragedie non fossero accadute sarebbe meglio per tutti, ma sono accadute e di fronte al dato certo della cronaca l’unica libertà che ci rimane è quella di attribuire ai fatti un significato.
Sono due eventi scollegati che incidono sull’architettura di una società e che interrogano il nostro grado di civiltà.
Oggi sembra che tutto possa essere messo in discussione dalle fondamenta. Un matrimonio è un progetto, la vita di coppia è un progetto, i figli che crescono e vanno a scuola sono un progetto e i progetti sono la nostra volontà, le nostre speranze, declinate al futuro di un verbo che si chiama “amare”.
Sono la storia di noi come vorremmo che tutto andasse.
Ho letto su Facebook i giudizi accorati, a volte terribili, delle persone che non capiscono e fanno della rete la tana di un branco virtuale, pronto a difendersi, a vendicare e sbranare chi non ha rispetto per la vita. Come se si trattasse di un crimine contro la natura umana e della natura umana che si vendica.
Ma la natura umana non sa vendicarsi mai davvero e spesso non ricorda niente. Cerca solo di sopravvivere come può alle atrocità della gente.
Siamo noi i genitori di Yara. Siamo noi la moglie e i figli di Lissi.
Siamo noi a sperare che il colpevole venga punito subito. Colui che ha progettato e sabotato il progetto a noi più caro. La famiglia, i bambini.
Amiamo, ma sappiamo anche odiare e colpire chi colpisce.
Niente e nessuno sembra più al sicuro.
Siamo abituati ad attribuire un valore ai fatti e i bambini massacrati atrocemente hanno un valore inquantificabile nella nostra scala di umanità.
È questo il sentimento che mi sta travolgendo da qualche giorno e basta guardarmi negli occhi per coglierlo.
Tremo all’ipotesi di perdere un figlio in quel modo. Di perderlo in qualsiasi modo ed è un’ipotesi agghiacciante.
Una possibilità in grado di destrutturare tutto quello che ho sempre dato per certo e travolgere ogni singolo atomo del mio cuore.
Ho ancora tanta confusione nella testa e non solo per i fatti di cronaca di questi giorni. Di questo chiedo scusa a chi mi legge, soprattutto ad una persona in particolare a cui voglio un bene inquantificabile.
Sento che questa tragedia è un appello a guardare con amore ogni singola parte che ci abita dentro, un appello a sentire profondamente tutto quel che non riusciamo a far dialogare dentro e intorno a noi.
Uomini che impazziscono e perdono contatto con la ragione, che si scollegano dal mondo e crollano insieme a tutti i progetti più belli. Uomini che violentano e uccidono bambini. Qual’è la distanza che c’è fra queste persone e tutti gli altri? Qual’e la differenza che fa del nostro progetto un “progetto” migliore, più sicuro?
Possa il sorriso di Yara e quello di tutti gli angeli scomparsi in modo così atroce, rimanerci dentro.
Non so se esista un modo per cancellare il grido di dolore che accompagna ogni singola vita strappata a questo mondo. Non so quale progetto può esistere ancora per chi ha perso i propri cari in questa modalità inumana.
Io dico solo questo, nessuna pietà per chi ha calpestato vite in una maniera che nemmeno la natura nella sua forma peggiore si sarebbe mai permessa di fare.

Mattino

13 giugno 2014

Amo il mattino. Adoro quell’istante irrinunciabile, dolcissimo, in cui lei mi guarda dritto negli occhi e mi dice: “Per il cornetto deve fare prima lo scontrino alla cassa!”

In amore

9 giugno 2014

In amore non si vince. Io la volta che sono andato meglio sono arrivato in semifinale.

Se

8 giugno 2014

Se per ogni “ti amo” sussurrato esistesse uno sguardo e un bacio.
Sarebbe sicuramente un mondo migliore.

Mezzo che?

8 giugno 2014

C’è chi vede il bicchiere mezzo pieno e chi lo vede mezzo vuoto. Io suggerirei di dare un’annusatina al contenuto prima di esprimersi. Poi fate voi.

Il pallone bucato

7 giugno 2014

Quand’è che sono diventato quello che sono? Com’è successo. Un giorno? Un’ora? All’improvviso? E l’espressione che porto con tanta disinvoltura, quando si è disegnata? E’ stato un evento preciso? Una scelta? Ed io ho mai capito di averla fatta questa scelta? C’era una volta un ragazzo che giocava a pallone sotto casa con gli amici.
Senza nulla da chiedere al tempo. Niente preoccupazioni, niente retropensieri. Prima che la vita cominciasse a modellarmi la faccia e il desiderio ad istruire le mie strategie. Non c’erano gol da realizzare. Solo una serie infinita di passaggi. E l’unica paura era che qualcuno arrivasse a bucare il pallone.

L’inutile e il dilettevole

23 marzo 2014

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