Posts Tagged ‘Gianluca Marcucci’

Cosa farò da grande

29 ottobre 2009

Gli anni passano ed ho smesso da tempo di domandarmi cosa farò da grande.
Ma non è stato sempre così.
Un tempo mi piaceva studiare la gente ed adoravo farmi capire dalle persone, solo che ad un certo punto della mia vita ho incautamente bevuto dal bicchiere sbagliato e certi errori li paghi perdendo tutto.
E per chi è abituato ad avere tutto è davvero dura ripartire da zero.
Ogni sapore si trasforma in retrogusto di rassegnazione passiva ed ogni sensazione è una quotidiana alternanza di stati d’animo contrastanti.
E’ un momento in cui tutti, ma proprio tutti, sembrano più veloci di te!
Cavallo da corsa o no poco importa. Sei dietro comunque!
Prima arrivano sempre gli altri.
Ti precedono con la parola giusta.
Ti precedono con idee appropriate, con le battute migliori, con pensieri corretti.
Sei dietro per tempismo e velocità di esecuzione.
C’è stato un giorno in cui un senso devastante paranoia si è sostituito alla mia voglia di rivincita.
Ed attenzione non parlo di noia, ma di qualcosa di più spietatamente sottile, “la paranoia”, il male più bastardo di questo secolo.
Ciascuno ha un suo modo di reagire alla paranoia, chi abbraccia una nuova religione, chi apre una attività in franchising, chi annega il quotidiano in improbabili cocktails, chi segue compulsivamente la sua squadra di calcio anche in trasferta, chi insegue di notte fatiscenti prostitute e chi si fa riprendere abbracciato a travestiti mentre a casa i bimbi dormono e le mogli guardano demenziali programmi alla tv.
Io mi sono affidato al buonsenso.
L’intelligenza c’è e c’è sempre stata, ma ad un certo punto era come assopita, assurdamente bloccata da problematiche inerenti a situazioni dove nessuno poteva intromettersi, se non me stesso.
Non sei né psicologo, né onnipotente, devi ritrovarti e devi farlo presto per non correre il rischio di rimanere ai margini di una società già marginale di suo.
così un giorno mi sono chiesto: “Ma io… Che cosa volevo fare da bambino?
Volevo non perdermi, volevo solo sognare, e per ripartire da zero ho continuato a farlo maturando la spietata consapevolezza che la razionalità sarà pure un indispensabile strumento umano, ma senza sogni non si arriva da nessuna parte.

Un pensiero mattutino dedicato al migliore amico che si possa avere ed alle poche persone che allora mi furono vicine, a prescindere!

L’amaro caso del re delle mozzarelle

20 ottobre 2009

(dedicato a Francesca e Daniele)

Quando i Carabinieri fecero irruzione nell’appartamento trovarono ogni cosa in evidente disordine. Il pavimento era disseminato di fogli e frammenti di bottiglie dal retrogusto alcolico. Sullo scrittoio una torre pendente di documenti si era poggiata a una più solida colonna di libri. La tv mostrava una vistosa crepa sullo schermo, sembrava centrata da un fulmine e giaceva riversa contro una parete. Nei corridoi gli armadi erano aperti, alcuni abiti apparivano strappati e disseminati in terra, mentre altri erano stati ammucchiati in un angolo, ammassati uno sull’altro. Le uniche cose intoccate sembravano un posacenere in alabastro lasciato su un comodino, pieno di cicche e sigarette fumate a metà, e un bicchiere di cristallo ancora pieno di whisky di marca, magicamente intatto e lasciato accanto a una bottiglia vuota sul pavimento. Le finestre erano chiuse, nessuna infrazione all’apparenza. Se non fosse stato per quel cadavere sul letto, l’appartamento non avrebbe davvero avuto nulla da invidiare a un rifugio appena abbandonato da un pugno di clandestini. Un classico luogo nascosto e vissuto.
Sul tavolo della cucina facevano capolino i resti immangiati di una parmigiana di melanzane. Il frigorifero, lasciato aperto, era pieno di lattine di coca zero e confezioni di mozzarelle di bufala ancora da aprire. E poi scatolame di ogni genere, pasta precotta, sughi pronti, tortillas e piadine. Nel cuore di quell’elettrodomestico tutto sembrava ancora viziato da una profonda normalità mentre fuori la morte stava drasticamente interrompendo ogni cosa.
Il maresciallo Nicola Potenza si mise le mani nei capelli quando, dopo le prime ricerche, comprese che l’uomo privo di vita davanti ai suoi occhi era Giovanni Francia. Un famoso imprenditore pontino del settore alimentare. I documenti nel portafoglio ne avrebbero sicuramente confermato l’identità, ma il maresciallo già sembrava completamente sicuro.
Nato a Latina, cinquantatre anni, capelli grigi e barba curata. Dovevano averlo accoltellato con rabbia primordiale. Il ventre era ancora gravido di sangue e lacerato dai terribili colpi inferti. Un rapido sguardo a una qualsiasi di quelle riviste che di solito si trovano nelle sale di attesa avrebbe probabilmente fatto scoprire chi fosse. Ricco, affascinante e di conclamato successo aveva raggiunto la notorietà per aver girato da protagonista ogni singolo spot in tv riguardante la sua azienda e successivamente era diventato famoso per la qualità dei suoi prodotti. La mozzarellina di bufala surgelata con melanzane e basilico, presentata pochi mesi prima, aveva venduto solo in Europa dieci milioni di confezioni. Tutti lo conoscevano, ma non era chiaro chi avesse avuto un buon motivo per odiarlo così. Una brava persona sembrava il signor Francia, padre di tre bambine, marito fedele e premuroso. Sull’etichetta dei prodotti destinati alla grande distribuzione c’era stampato il suo viso sorridente. Anche se leggermente ritoccata con Photoshop per sembrare più giovane, quella foto trasmetteva comunque un senso di sicurezza e di estrema fiducia.
Ora invece il suo corpo giaceva immobile e inespressivo. “ Questo ce lo siamo proprio giocato!” disse il maresciallo rivolgendosi al carabiniere scelto Luca Giraldi che, con la pistola ancora in mano, non aveva capito il senso di quelle parole. Ebbene, Potenza amava il dialetto romano e non perdeva occasione di cimentarsi in questa nobile arte. In quel caso voleva far comprendere agli altri come infondo il mondo fosse solo la conseguenza di un gioco marcio e senza regole. Era un uomo stanco Potenza. Solo cadaveri, colli spezzati, violenza gratuita, infamità continue e infinite. I suoi quarantaquattro anni gli pesavano, se li sentiva già tutti addosso a furia di essere spettatore di tanto male. Anche in quel caso il suo pessimismo assoluto aveva avuto la meglio sui suoi pensieri. Gli occhi scuri e la barba incolta ora lo facevano apparire come una sorta di spettro. Una magrezza accettabile la sua, le gambe forti da ex calciatore e i capelli molto corti lasciavano comunque trasparire una certa agilità nei movimenti. Al contrario la pelle biancastra trasmetteva quasi un senso di malaticcio o di depresso che quando era cupo ben si intonava con il suo pungente sarcasmo e le sue battutine che non tradivano mai: “Se sa di tappo vuol dire che stai annusando un tappo.” Aveva esclamato ridacchiando.D’inverno indossava un Trench grigio anni settanta stile Old Style con chiusura bottoni a doppiopetto. Non metteva mai la cravatta, tranne che per le occasioni ufficiali. Fumava sigari aromatizzati alla cannella e fuori servizio ogni tanto si concedeva un buon Brunello di Montalcino che degustava disegnando cerchi col vino e fissando per interminabili secondi il bicchiere.
Per certa gente il sole non sarebbe mai sorto, non credeva a un miglioramento del mondo il maresciallo, nemmeno un po’. Tutto era già scritto. Chi ammazza lo farà, prima o poi, un’altra volta. Un po’ come uno squalo che prova sangue umano, preferirà cacciare uomini e non bestie di mare. E Latina non era una città diversa dalle altre, le sue strade apparivano come un reticolo, un’illusione piena di pizzerie dall’odore di frittura di paranza. Dove ci si poteva sedere in ogni angolo, assaporare una mozzarella di bufala, bere una birra ghiacciata senza mai sentirsi come un Dio.
Sui motorini di provincia ancora oggi famiglie intere compresi i bambini si recano al mercato e appaiono provenire da un altro mondo quando ti sorpassano. Potenza possedeva una BMW Z4 color amaranto che trattava come fosse una di famiglia, una brava e onesta parente. Tettuccio apribile, vernice metallizzata e paraurti in tinta con la carrozzeria, gli interni erano rifiniti in nappa.
Non fumava mai nella sua macchina e non lo permetteva nemmeno agli altri. Il giorno che avrebbe dovuto abbandonarla sarebbe stato un giorno funesto, cercava di non pensarci. Aveva un box in affitto per il suo gioiello, poco lontano da casa. Pagava duecento euro al mese, quasi il dieci per cento del suo stipendio.
L’unica cosa che lo rincuorava era la cucina della mamma. Era scapolo Potenza e non aveva affatto voglia di accasarsi. Abitava ancora in una palazzina bassa al centro della città, in un appartamento ereditato da suo padre. Il vecchio insieme alla moglie aveva fatto immensi sacrifici per riuscire ad avere un tetto sulla testa, “per non pagare la pigione”, diceva la buonanima di Francesco Potenza, che per decenni era stato il maestro e precursore della più nobile arte culinaria di strada. “Il porchettaro”. Negli anni settanta davanti al suo camioncino giallo, con un maiale sorridente disegnato sul cofano, la gente faceva la fila per gustare la sua specialità, il panino con la porchetta di Ariccia. Con olive e scarola, sale, tanto pepe e finocchio tagliato. Il tutto accompagnato da un buon fiasco di frascati superiore che manteneva in temperatura nelle bagnarole piene d’acqua fredda, con pezzi di ghiaccio tagliati a mano che sembravano mattoni.
C’era più fila dinanzi al bancone motorizzato di Francescone che davanti a un apple store alla presentazione dell’Iphone, quando la corda di persone si apposta sin dal giorno prima per ritirare l’ambito oggetto. A Latina, come in tutte le città del sud, la fila alle poste, al cinema o in un Apple Centre è spettacolare. E’ un’opera d’arte umana la lunga striscia di immensa pazienza che si raccoglie tutta lì, con persone di ogni sesso ed estrazione sociale che trasformano la quotidianità in un momento di interminabile attesa.
Ritrovarsi per l’ennesima volta davanti ad un delitto lo faceva star male, provocava un dolore quasi fisico. La sua carriera per ogni morto che trovava ammazzato diventava, giorno dopo giorno, sempre meno bella, come se la sua carriera fosse il sipario strappato di un eterno teatro di morte. La scientifica fece tutti i rilevamenti del caso e il cadavere dell’imprenditore fu portato in ospedale per l’autopsia. Il quadro però non era affatto chiaro e bisognava attendere i risultati. L’unica azione che Potenza poteva intraprendere era quella di iniziare a interrogare tutti gli inquilini e qualcuno che magari nel quartiere aveva visto passando qualche cosa. Il palazzo era di nuova costruzione e tutti erano proprietari degli immobili, anche il signor Francia, che però non lo abitava da anni e si trovava a Latina solo per partecipare alla presentazione dei suoi prodotti all’interno di un nuovo centro commerciale. Potenza quelle riunioni le aveva viste qualche volta alla televisione, quasi sempre di notte e per uno come lui che non riusciva mai a dormire diventavano quasi di compagnia.
La signorina Marronaro, settantadue anni, diabetica, non ci sentiva tanto bene povera donna e da un po’ le si erano aggiunti anche problemi alla vista. Non fu a nessuno di grande aiuto purtroppo. Abitava al primo piano e il misfatto era avvenuto al quarto. Potenza diede un occhiata al salotto della
signora, era bello, pieno di foto d’epoca e di ricordi. Sul tavolo c’erano dei profumatissimi limoni d’Amalfi che emanavano un denso odore di pulito e di ordine. “Signora Marronaro” le aveva chiesto con gentilezza ma con voce abbastanza forte, “qualcuno le da una mano nelle pulizie di casa?”
“ Sì, sì, viene una signora rumena, è tanto una cara ragazza, sempre puntuale e mi vuole bene come fossi una mamma”, rispose la vecchietta tenendo ferma la sua tazza di camomilla. Poi aveva aggiunto: “ma è stato ucciso un uomo nel nostro palazzo? Pure famoso addirittura e che ci faceva qui? Signor maresciallo, a me sta’ storia non piace tanto, ho paura, da quando sono sola non riesco a dormire” continuando a bere dalla sua tazza.
Potenza era d’accordo, a Latina gli imprenditori di successo sono fuori moda, la gente ha altri problemi. Si vive con difficoltà da quando c’è la crisi, la gente ha le bollette arretrate. Tutto è confusione e ci sono stati periodi in cui le buste dell’immondizia si accumulavano lungo le strade dei quartieri e non sembravano altro che il riflesso della nostra coscienza. Potenza quando di sera si metteva a passeggiare con le mani in tasca nel suo quartiere, si divertiva a contare le buste dell’immondizia che in certi giorni apparivano come tante colline e con un amaro sorriso capiva nel profondo del suo cuore che in alcuni posti del mondo, sia la speranza che la disperazione, sono sorelle impotenti.
L’unica cosa da fare è restare in silenzio. Per un maresciallo rappresenterebbe un atto grave il farsi da parte o far finta di non vedere, ma si sentiva inerme davanti alle cose del mondo che peggioravano sempre di più. Tutto appariva più grande di lui. “ Signorina Marronaro, dove la possiamo trovare la badante?”
L’anziana signora fece mente locale e rispose. “ Agnese Biddau, così si chiama. E’ una brava persona, non so se può esservi utile. Comunque la faccio venire subito, aspettate che vado di là a prendere il cellulare.” La signorina arrivò dopo qualche tempo: sui trent’anni, occhi verdi e il viso a forma di cuore, capelli di un biondo tendente allo scuro e una pelle chiara, quasi pallida. Teneva sempre ben stretta la sua borsa in pelle nel mentre il maresciallo le chiedeva se avesse o meno incontrato per caso il signor Francia. La donna aveva risposto di no a tutte le domande e sembrava sincera. Nulla da fare, l’omicidio era talmente assurdo che non sarebbe stato affatto facile districare la matassa. Non c’era un movente apparente. Il male che ti colpisce per caso è più difficile da scoprire, non si sa semplicemente da dove iniziare. “Hai voglia a parlare del tenente Kojak e Miss Marple? La gente a volte si ammazza per niente, per nessuna ragione,” e il maresciallo Potenza ne era consapevole, ecco perché la sera la cena con mamma Nicoletta diventava l’unica fonte di sicurezza. Il venerdì sera era la sua sera preferita: piatto a base di pesce. Spaghetti con le cozze e le vongole veraci. Si mangiava tutto con gusto, ma con moderazione. Dopo il pasto beveva un bel vino bianco fresco, che per lui era quasi un rito. Poi si alzava e si portava il bicchiere sul balcone dove c’era una piccola sedia verde, li si sedeva ad ammirare la notte stellata, mentre all’interno la voce di Caruso inondava di significati la casa. Note forti di malinconia e di ricordi per quella madre ormai anziana e ridotta ad amorevole cuoca per quel suo figlio buono e zitellone. Tornando all’imprenditore, “chi avrebbe mai potuto ucciderlo?”. Si arrovellava la testa e non se ne capacitava. Un omicidio senza movente chiaro. Le persone che erano state interpellate apparivano sincere, senza un’ombra di sospetto. Di casi complessi Potenza ne aveva risolti da quando era al reparto investigativo, ma questo li batteva tutti. Due anni prima e dopo lunghe indagini una donna era stata ritrovata morta in un armadio, si trattava di una studentessa universitaria fuori corso, come dopo fu accertato. Aveva ventiquattro anni e frequentava il terzo anno della facoltà di economia dell’università pontina. Laura Mattei, questo il suo nome. Altezza media, capelli castani, indossava due anelli da bigiotteria sull’anulare sinistro e un tatuaggio sulla spalla destra: una rosa blu cerchiata.
Le indagini e i controlli erano partiti subito dalla scena del delitto. Potenza all’epoca era rimasto in quella stanza insieme ai suoi colleghi della scientifica per più di sei ore. Sulla scena fu fotografato ogni particolare e tutti i movimenti della vittima erano stati ripercorsi con estrema precisione: le sue frequentazioni, i luoghi in cui abitualmente si recava, eventuali amicizie conosciute via Internet.
La ragazza non era originaria di Latina, ma proveniva da Frosinone. Non aveva fratelli né sorelle. L’unico suo famigliare era il padre, la madre le era morta anni prima. Secondo Potenza ogni scena del crimine rispecchia l’autore del delitto. Già il fatto di nascondere in un armadio il cadavere poteva significare solo una cosa: l’estremo rimorso per l’atto compiuto.
Si brancolò nel buio per molto tempo. La sezione Omicidi doveva presto trovare una soluzione. E così fu. Potenza aveva compreso. Si era concentrato sul rimorso. L’assassino avrebbe sicuramente avuto una mente turbata e l’atto dello strangolamento, perché così la ragazza era stata uccisa prima di essere nascosta, significava più un gesto catartico.
L’autore non vedeva probabilmente l’ora di togliersi un pensiero. Il rapporto con la vittima doveva essere molto forte, di vicinanza. La ragazza sicuramente non avrebbe fatto entrare in casa nessuno che le fosse sconosciuto. Cauta, precisa e riflessiva. Ordinata nelle sue cose, poche conoscenze profonde. Amici contati, questi ultimi furono interrogati subito, ma ognuno di loro fu convincente. La Mattei non aveva una relazione amorosa stabile e non frequentava persone strane, particolari, di quelle che potrebbero commettere gesti inconsulti all’improvviso. Poi, non è affatto detto che la gente considerata normale non possa agire allo steso modo. La normalità è un’invenzione, Potenza non credeva alle parole come normalità, disagio, emarginazione, sbandati. Tutti per lui potevano diventare assassini. “Siamo tutti potenziali bombe a orologeria, arnesi micidiali vestiti in giacca e cravatta. Mani pulite che possono macchiarsi di sangue, infierire con violenza su un nostro simile.
La cosa che più terrorizza, cari amici colleghi, è che possiamo agire senza alcun motivo. Ognuno è sano nella sua spietata pazzia e pazzo nascosto all’interno di una indefinibile normalità!” Ma, nel caso della Mattei, tutto era chiarissimo per il maresciallo. Era stato il padre a uccidere la figlia. Il signor Mattei era colpevole. Aveva preso il treno è tutto era tracciabile, ma lui negava, sembrava non voler accettare un’accusa del genere. Fu portato in commissariato e interrogato per ore. I biglietti dimostravano che si era recato a Latina e non l’aveva detto. Si era mosso in treno e due telecamere poste alla stazione lo avevano ripreso. Non c’era nessun dubbio: il padre della ragazza si trovava a nella stessa città per recarsi dalla figlia.
Il perché dell’omicidio? La confessione era stata terribile quanto banale. Fu strangolata in quanto, a suo dire, lei gli aveva rubato del denaro. Più di centomila euro, risparmiati con anni di sacrificio. Per fare cosa? La bella vita e far finta di studiare. “Ma io non avevo intenzione di ucciderla.” Aveva confessato il padre. “Mi sono ammazzato di lavoro tutta la vita per finire solo in una casa, abbandonato da tutti e come se non bastasse venire spogliato di ogni cosa. In fondo questa è la mia espiazione.”
Il maresciallo ascoltò la sua piena confessione quasi inorridito. Il denaro e le donne erano quasi sempre i silenziosi protagonisti di ogni atto criminale. Le migliori famiglie escono distrutte dal vile denaro, i sorrisi si trasformano in smorfie. Non c’è mai una chiara logica nell’atto di uccidere, di sopprimere. Tutto è legato a un profondo egoismo. L’atto di prendersi il denaro dalla casa ha scatenato nell’uomo una follia omicida che non trova nessuna
giustificazione. Accortosi che mancavano quei soldi, custoditi per anni in casa e accumulati con cura maniacale, il signor Maffei avrebbe telefonato alla figlia. La ragazza dal canto suo non aveva negato nulla, anzi, con arroganza aveva risposto che ne aveva bisogno per mantenersi e che era compito suo provvedere alle spese universitarie, alle tasse. Forse l’intenzione del padre era di chiarire e per quello si era recato presso la figlia, ma probabilmente nacque una discussione e qualcosa aveva fatto scattare all’improvviso nel padre la follia omicida. Di lì a poco le avrebbe così stretto le mani al collo e uccisa. “Perché l’ha nascosta nell’armadio signor Mattei?”
“Gli occhi. Quegli occhi ancora aperti anche da morta. Lei giaceva a terra e sembravano fissarmi. Ovunque andassi all’interno della stanza erano come le foto ricordo. Se ti sposti a destra o a sinistra gli occhi ti seguono sempre. E poi la bocca, quella smorfia, quel ghigno, così insopportabile anche da morta.”
Prove e piena confessione. Una giovane vita spezzata e un padre disperato per l’atto compiuto. “La vita è una merda” aveva pensato quel giorno, per l’ennesima volta. Solo nella BMW Z4, ascoltando su Radio KISS KISS, una vecchia canzone dei PFM, “Impressioni di settembre”. Il Maresciallo Potenza aveva ascoltato e riascoltato quella musica attraversando la città tra luci e ombre. Sfrecciando oltre ogni limite consentito tra quei palazzi che sembravano sempre tutti uguali. Ogni finestra poteva nascondere una disperazione silenziosa, una anonima cattiveria possibile. Il male nella sua forma più concreta, l’omicidio di un proprio simile.
Il caso dell’imprenditore però era diverso. Il signor Francia era stato accoltellato nel suo appartamento. Chi lo aveva ucciso lo aveva fatto con violenza e profonda rabbia. Non vi era nessun elemento che facesse pensare a una colluttazione. La porta d’ingresso era integra quindi lo scrittore aveva aperto all’assassino. Il maresciallo era un tipo sui generis e lo dimostrò il giorno successivo al ritrovamento del corpo. Aveva infatti deciso di dormire nel luogo dove il delitto era stato commesso. Pernottò così nella casa della vittima violando i sigilli e sbalordendo tutti i colleghi. I suoi superiori non l’avevano presa affatto bene definendola una scelta frutto di un carattere eccentrico e buffonesco. Del resto Potenza non era mai stato visto di buon occhio. Dava poca confidenza ed era di poche parole.
Quasi mezzanotte, nell’appartamento della vittima c’era un gran silenzio. Le luci dei fari delle automobili filtravano tra gli scuri delle finestre e illuminavano lo spazio interno come lunghe strisce veloci e lucenti che contrastavano il buio. Potenza sapeva che quel luogo adesso era in balia di un qualcosa di malefico e sinistro. Un uomo era stato ammazzato nella stessa stanza dove lui adesso stava dormendo in un angolo. Seduto su una poltrona che già era stata controllata, come del resto tutto l’appartamento. Niente Dna. Niente di niente. L’omicida era stato accorto, veloce, aveva fatto un lavoro pulito. Aveva scelto di seguire quel detto che racconta di come gli assassini tornano sempre sul posto del loro misfatto. Qualcuno la riteneva una grande sciocchezza, ma non Potenza. La sua coscienza mordeva sempre e prima o poi l’assassino avrebbe commesso l’errore fatale. Perché correre un rischio simile? Passarono i giorni e Potenza continuò a studiare il posto, la gente, la strada, ogni singolo suppellettile, statuine, oggetti vari. Non tralasciava nulla. Si scoprì anche che il signor Francia non era stato ucciso in quell’appartamento. Non c’era abbastanza sangue intorno, era stato massacrato altrove e poi portato nel luogo in cui era stato ritrovato e colpito di nuovo. Il Dottore che aveva eseguito l’autopsia riferì a Potenza che molti dei segni inferti erano stati inflitti post-mortem. Il maresciallo aveva capito subito che si trattava di qualcosa di strano. Di elementi che vanno al di là della realtà umana. Dalla finestra dell’appartamento della vittima si intravedeva un giardino ben curato, uno di quei giardini posti pieni di frutteti ad agrumi pensili che scendevano giù quasi ad arcata e che lasciavano trasparire un senso di mistero rigoglioso. Limoni freschi e invitanti si notavano da lontano e il Potenza, che era cresciuto in mezza ad una sana ruralità non si era fatto scappare questa occasione. Subito scese le scale e uscendo dal palazzo pian piano trovò l’ingresso del giardino che si aprì ai suoi occhi come un’opera d’arte antica. Era pieno pomeriggio e c’era una persona intenta a potare le piante, silenziosamente faceva il proprio dovere, a capo chino. L’uomo indossava una maschera di lattice e dietro di lui c’erano altre due persone, indossavano la stessa maschera bianca. Potavano rose e viti con una frenesia nervosa e meccanica. Velocissimi e guardinghi. Il maresciallo iniziò a osservarli perché in loro aveva riscontrato qualcosa di sinistro. Era
certo che quegli uomini conoscessero il motivo della sua presenza in quel momento e ne ricevette subito la conferma. “Maresciallo Potenza finalmente, fatevi gli affari vostri, quell’uomo doveva morire”. Le parole provenivano dai cespugli, qualcuno parlava in modo meccanico e si muoveva velocemente nascondendosi a scatti tra le persone. Scatti che differenziavano le tre figure quasi come un sogno onirico. Sembravano parlare tutti e tre all’unisono.
“Il signore della mozzarella era uomo tranquillo e qui non vogliamo la tranquillità. La tranquillità è pericolosa, rende pazzi. Doveva crepare, perché chi trasmette tranquillità qui commette il più grave dei delitti, abitua la società al senso di libertà.” “Chi siete? Fermatevi.” replicò Potenza.
“Vada via maresciallo, certe cose non si possono comprendere. Meglio non capire. Lasci subito questo posto, questa città!” Uno di loro, il più alto, si fermò davanti a lui. Era vestito di nero con cravatta e scarpe bianche che contrastavano con una camicia grigia. I vestiti erano puliti e senza nemmeno una piegatura. Si muoveva meccanicamente e il maresciallo immobile dinanzi a lui non riusciva a credere ai propri occhi. Era tutto così surreale, terribile, arcano, come se si fosse entrato in un altro mondo, un’altra realtà che non a tutti è dato conoscere.
“ Chi siete?” urlò con forza Potenza. “Noi siamo il male di questo posto, la cattiveria più assoluta. Qui non deve spiccare ricchezza, cultura e conoscenza. Voi non siete un popolo da gestire, siete pecore da comandare!” “Cosa c’entra in tutto questo un imprenditore e perché? Perché vi nascondete? Posso inseguirvi in eterno, anche se dovessi restare solo, l’unico poliziotto di questa terra.” “Caro Potenza, allora non ha compreso. Conosciamo tutto di lei dal momento in cui è stato messo al mondo, dove abita, come ama trascorrere il tempo libero. I suoi colleghi, tutto.” “Io vi distruggerò!” gridò con rabbia Potenza arretrando di qualche metro. Ma la voce dell’uomo diventava sempre più minacciosa. “Signor Potenza, noi siamo il lato perverso dell’umanità, e quello che vedete dinanzi a voi è la vera essenza dell’uomo. Crudeltà, rancore e odio. Dovevate immedesimarvi nel terrore che ha provato Giovanni Francia nel momento in cui ci ha visto. I suoi occhi, le urla, disperazione più assoluta e tutti hanno sentito, ma nessuno ha detto nulla. Maresciallo, voi tutti avete fatto le indagini, ha parlato qualcuno? Nessuno, siamo complici di noi stessi. Noi siamo impegnati a concludere le vite di quelle persone che si permettono di dare speranza. Siamo il Male Oscuro e nemmeno immagina quanti siamo.” Gli uomini cominciarono ad allontanarsi con calma. Lentamente. “Fermatevi, dove andate?” “Andiamo via, ma vi lasciamo come ricordo la disperazione del signor Francia incisa nel cuore. Così si ricorderà di noi e la smetterà di seguire strade che non le appartengono.” Scomparvero così, all’improvviso. Potenza aveva compreso in quel momento che non si trattava di un omicidio come tutti gli altri. A Latina qualcosa stava cambiando. A un tratto si sentì davvero solo e impotente, ma non si sarebbe arreso. Il Male Oscuro, cos’era? Lo avrebbe scoperto, ma doveva prepararsi ad avere tutti contro! Tornò in commissariato e percorrendo il lungo corridoio per raggiungere il suo ufficio pensò e ripensò nervosamente all’accaduto. Nel mentre incrociava gli sguardi incupiti dei suoi colleghi che lo fissavano per la prima volta nella sua carriera in modo strano. Entrò nella sua stanza e chiuse la porta. Si sedette gettando uno sguardo alla scrivania per trovare l’accendino, poi accese una sigaretta e iniziò a ispezionare le ragnatele sul soffitto pensando a quello che gli era appena accaduto. Non gli avrebbe creduto nessuno. Uomini mascherati, il Male Oscuro, ma chi gli avrebbe creduto. Il suo compito era comunque quello di fermare chi uccide. Si sentì impazzire.
Passarono minuti interminabili. All’improvviso squillò il telefono. “Pronto!” Nessuno rispose.
Poi il maresciallo percepì le note di una musica familiare. Le ascoltò in silenzio mentre la tensione ridisegnava un’espressione terrorizzata sul suo volto. Era Caruso, quella canzone tanto cara a sua madre. La voce che interruppe quello stallo apparente fu devastante.
Era la stessa persona che gli parlava nel giardino. “Ora la mamma non c’è più? Magari in una prossima vita sarai meno curioso”. Si dice che l’attesa del mondo che ti crolla addosso faccia più paura del crollo del mondo, ma il dolore no. Il dolore lo provi davvero quando tutto ti schiaccia lasciandoti senza il benché minimo respiro e la consapevolezza di essere stato comunque sconfitto, mentre sai che non ci sarà rivincita.

L’imperfetto

20 ottobre 2009

Uno dei miei fumetti preferiti era senza dubbio Dylan Dog.
Ricordo che leggere le sue avventure era un po’ come affacciarsi fuori alla finestra del mondo.
Indagatore dell’incubo.
Investigatore dell’animo umano.
Un po’ come me!

Quel ragazzo semplice e sensibile che leggeva improbabili avventure oggi è qui, ma con qualche anno in più. Ovviamente non ha più molto tempo da dedicare al suo personaggio preferito, ma la sequela di storie e di situazioni che ogni giorno si susseguono ed i personaggi che compongono i quadri di vita quotidiana, lo riportano spesso e magicamente indietro nel tempo, a ricordare le avventure di quei fantastici giornalini.

L’uomo oggi è cresciuto, è un fine osservatore, un sognatore, un traghettatore di impressioni ed emozioni che attraverso il fiume della fantasia raggiungono le inarrivabili sponde di un’emozione. E spesso mi emoziono davvero a rileggere quello che scrivo. Scorrendo i ricordi, rido e… sorrido.

Il fatto è che nel momento in cui viviamo una esperienza, positiva o negativa che questa sia, la bruciamo in un attimo. E’ il tempo che poi ci aiuta a farne un buon ricordo.
Il tempo cancella dalla memoria i ricordi che appesantiscono, quelli che confondono ed illudono ed alla fine lascia che rimangano solo le belle esperienze a colorare il buio della nostra coscienza.

I miei ricordi sono chiari, la famiglia, l’amicizia, il lavoro, l’amore, tanti piccoli e grandi successi, risate, ma anche tante incomprensioni, liti, pianti e rimpianti.
L’imperfettibilità della vita è una cosa suggestiva. In questi giorni mi sono ritrovato a ricordare e scrivere dell’alternanza di chiari e scuri, di cadute e risalite, di successi ed insuccessi ed è stato come interpretare me stesso.
Scrivere è libertà di pensiero, interpretazione del reale, ma scrivere vuol dire anche immaginare, sognare, creare ed esprimersi senza stare troppo a pensare quale possa essere l’interpretazione del lettore.
Max,, che ormai è uno di quelli affezionati, continua a ripetermi che il quadro descritto ogni giorno è il profilo di un personaggio triste, ma non è così amico mio.
Agli occhi di chi scrive nulla sarà mai come sembra. Il pensiero può assumere qualsiasi forma e non necessariamente riflettere uno stato fisico od una condizione mentale assoluta.
A volte si scrivono cose tristi solo per combattere la tristezza, solo perchè il tutto assuma il contorno di una bellissima favola.
Posso stare qui a parlare di bomboloni e canti delle sirene, posso dispensare consigli a chi crede di essere stanco ed a chi non ha voglia di lottare per i valori universali che riempiono la nostra vita, oppure riempire i vuoti di un blog con l’illusione di esserci sempre e comunque, ogni giorno. E di contare.
La mia consapevolezza è quella di essere imperfetto, ma di non essere comunque solo un figlio, un fratello, l’amico o il fidanzato di qualcuno, ma anche un dispensatore di sogni per qualcun’altro che magari in questo momento è solo un ignaro lettore.

Lettera Aperta a Luca Lippera

20 ottobre 2009
Caro Luca,
ti chiedo di scusare il mio tono confidenziale dovuto forse al fatto che entrambi siamo iscritti all’albo dei giornalisti.
Sai, io e te siamo quasi uguali, tu probabilmente sei da sempre un appassionato di questa professione, fai parte della grande famiglia della carta stampata e diciamolo, i giornali rappresentano un po’ l’elite della categoria. Giusto?

Io non occupo un posto importante nel panorama giornalistico, il “mio spazio” è solo un freddo blog! Un luogo dove faccio delle parole il mio passatempo, senza trarre da questo alcun utile.

Sono un dispensatore di dubbi! Esprimo ciò che penso e quando non ho nulla da dire, riesco addirittura a rimanere muto.
E’ una delle mie doti migliori.
Tante domande senza risposte preconfezionate. Per me solo risposte attendibili, od in alternativa il silenzio.

Poi ci sono poi momenti in cui, in silenzio, proprio non riesco a stare.
Ho letto il tuo articolo e l’ho fatto con la morte nel cuore, perchè ho la fortuna di essere un amico di Massimiliano.

Vorrei avere da te una risposta sensata. Le risposte sensate sono la normale conseguenza a domande sensate, e la mia domanda è:
“Cosa fa scattare nella testa di un giornalista quella molla che fa scrivere, senza minimamente preoccuparsi se ciò che è stato riportato corrisponde a verità?”

Il fatto è chiaro. Un uomo è stato investito e qualcuno pagherà.
Ma tu hai iniziato il tuo articolo e liquidato il soggetto Massimiliano definendolo un transessuale od omosessuale abituale, realizzando il tuo pezzo con irritante ilarità e senza avere la minima verifica delle informazioni.
Che importa se poi si distrugge gratuitamente la reputazione di un collega.
Un uomo che forse meritava il beneficio del dubbio e di essere sentito a riguardo.

A sentirlo ci ha pensato il GIP che ne ha disposto l’immediata scarcerazione ieri pomeriggio, ed in attesa del processo Massimiliano ora è un uomo libero.
Ma la dinamica, adesso sai, che non è quella raccontata nel tuo pezzo de “Il Messaggero” e sarebbe giusto che anche chi ha letto il tuo scritto se ne potesse rendere conto.

L’articolo è viziato da una colpevole indifferenza nei confronti dell’informazione e da una mancata ricerca della verità. Ma capisco. Probabilmente, a quell’ora di notte, la verità riposava e forse per questo, poche rivelazioni facilmente recuperabili da personaggi per lo più anonimi, hanno contato più della verità stessa.

Mi chiedo ora quale sarà il tuo articolo di un prossimo domani. Tiro ad indovinare:
“Cannoni Arrugginiti sparano dal Gianicolo e feriscono un ausiliare del traffico alla Magliana ?”
“Reattori di Aerei precipitati nell’oceano contribuiscono allo scioglimento dei ghiacciai in Antartide?”

Centrifugare pensieri ad occhi chiusi non è fare giornalismo mio caro Luca, e rovinare la vita delle persone non è etico, è emetico e sbagliato. Equivale ad investire colpevolmente ed involontariamente un uomo, che ti salta sul cofano dell’auto in piena notte, con il solo intento di frantumare il cruscotto a pietrate.

Alcuni amici dicono che nutro una passione segreta per le “paranoie”, che adoro i “viaggi mentali”, che scrivo per scrivere, non per ricordare, ma per non dimenticare che esisto.
Hanno ragione.
Ma quando scrivo qualcosa o penso qualcosa di una persona, lo faccio acquisendo il maggior numero di informazioni possibili, lo faccio riflettendo, calcolando che ogni minimo errore o valutazione superficiale potrebbe in qualche modo generare una serie di conseguenze lesive nei confronti di un “qualcuno” qualsiasi.

Sì.
E’ come in una partita di poker, ed a poker più informazioni possiedi, più sei vincente.

Termino scusandomi e spero che queste mie righe non ti abbiano in qualche modo offeso. Ma la notizia deve nutrirsi di verità, se si nutre di superficialità muore e persone soffrono senza motivo.
Spero tu ne tenga conto per il futuro in situazioni analoghe.

Realtà o Fantasia

20 ottobre 2009

Non pretendo che la mattina ci sia sempre qualcuno a leggere il mio tentativo socialmente inutile di comunicare col mondo esterno.
E’ il mio gioco. Il mio sforzo quotidiano di oltrepassare più volte quella linea immaginaria che corre tra la realtà e la fantasia.
Il mio amico riflesso nello specchio?
E’ un gioco.
Il treno della ragione?
E’ un gioco.
Il fragrante bombolone dalle sembianze quasi umane?
No, non giocate. Sul bombolone non si scherza mai.
Nella tremenda battaglia di pensieri che si svolge ogni mattina nella mia testa, la fantasia è un potente nemico della realtà. La combatte. Ma è anche una motivazione per essa e un mezzo di espressione.
Per affermarsi la mia realtà deve però far parte del proprio opposto e combattere la fantasia, senza tuttavia decretarne la scomparsa.
E’ un altro paradosso. Hanno bisogno l’una dell’altra e io di entrambe la cose.
Ma aspettate un attimo, questo è solo un significato positivo.
Se quella tra realtà e fantasia non è una lotta mortale allora la fantasia le resisterà sempre ed esisterà sempre.
Certo che la resistenza è una cosa, la vittoria è tutt’altra questione e io volevo assistere ad una vittoria almeno oggi.
Quando stamattina la realtà ha fatto il mio nome e mi son detto: “non rispondere Gianluca”.
Non oggi.
Non sempre e comunque.
Recati altrove, ignorali e corri sulla via che porta a quel ghiacciaio che non c’è più.
E io ho corso, ma senza raggiungerlo. Ritrovandomi poi solo sul quel sentiero che riporta alla realtà.
Niente scuse. Nessuna certezza.
Ho lottato ed ho perso.
Ho risposto ed ho scelto.
Ho tentato ed ho sbagliato.

Comunicare

20 ottobre 2009

Comunicare non vuol dire pretendere necessariamente delle risposte. Neanche da se stesso. Le risposte sono come fiori, sbocciano quando è il tempo. Non basta saper parlare, bisogna avere anche la capacità di saper attendere.

Allergia alla realtà

20 ottobre 2009


Questa mattina Claviere sembra una pallina di carta che fugge alla nebbia nascondendosi in fondo al cestino della spazzatura.
Sta lì tra buste strappate di cremini e bicchierini di plastica sporchi di caffè Lavazza.
In questo clima di perfetta discordanza con la realtà anche il tempo sembra limitarsi a passare.
Tutto comunque scorre.
E’ solo un sabato qualunque.
Un sabato da trascorrere tra estremismi sentimentali.
Odio ed amo questi luoghi perchè mi appaiono ogni giorno reali eppure immaginari.
Uguali eppure diversi.

Quattro case ed una chiesa buttate li come a vandalizzare il bosco.
Eccole emergere in questo disordine generale dove tutto sembra comunque rispettare un ordine ben preciso.
La via principale, il campanile, la piazza, i negozi.
Ogni cosa è “disordinatamente” al proprio posto.

Et…ciuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu’.
Scusate
E’ la mia solita allergia alla realtà.

Il treno della ragione

20 ottobre 2009


Questa mattina incrocio personaggi con la solita giacca, i soliti pantaloni, la camicia pulita e sto li a domandarmi quanto pulita sia invece la coscienza. Li vedi incedere attraverso la porta del bar con andatura ferma e decisa arrestandosi solo davanti al bancone.
Alcuni hanno davvero voglia di sembrare sicuri di se. Beati loro.
La fragranza del bombolone appena sfornato oggi è pura utopia. così nel disappunto butto giù qualche pensiero distorto.
Questa mattina, come ogni mattina, in quella che ormai sembra diventata un’abitudine.
Un appuntamento a cui non so rinunciare.
Claviere.
L’unica cosa certa che riesce ad offrirti questo villaggio è il rosso del semaforo piantato all’inizio della strada o il cenno di saluto della signora del panificio di fronte all’hotel.
Il più classico dei cenni con la testa.
Comincia così la mia giornata oggi.
In un passaggio frenetico di idee e pensieri mi proietto nella realtà pronto a dimostrare a non so chi che non sarò mai in difficoltà. Che in fondo tutto è sempre normale o almeno lo è quel tanto che basta da non doverselo nemmeno chiedere.
Senza un bombolone alla crema la mia mente rimane un luogo dannatamente caotico ed inesplorato, dove pochi neuroni si sforzano di interagire vagabondando alla ricerca di un qualcosa all’interno di uno spazio spietatamente vuoto.
Stamattina anche l’hotel è vuoto.
Anche io, come uno di quei neuroni, mi abbandono allo spazio lasciato libero dagli altri.
Al mio parlare silenzioso attraverso una tastiera.
Ai miei ragionamenti caotici.
Rumorosi.
Talmente veloci da sembrare disturbati.
Tutto scorre.
Ed in un continuo passaggio tra un attimo e l’altro mi intestardisco ad aprire una serie infinita di porte.
Ne apro alcune perché devo farlo.
Ne apro altre perché voglio farlo.
Ed alla fine mi accorgo di volerne aprirne una solo per condividere il piacere di non oltrepassarla solo.
Oggi il mio tentativo quotidiano di scrivere qualcosa di socialmente deviante termina a bordo di un veloce treno che corre sui binari dell’immaginario, non posso scendere in corsa e peggio ancora non saprei dove farlo.
“Mi scusi, saprebbe indicarmi la fermata della ragione?”.
“Guardi, non saprei, ce ne sono diverse, tutti ne hanno una ! Se scendi alla mia. Ti indico la strada””.

Buongiorno caro me stesso

20 ottobre 2009

Buongiorno caro me stesso, vedo che stamattina non sei stupito della faccia che vedi riflessa allo specchio.
E’ come in ogni cosa. Alla fine ci si abitua.
Volevo solo ringraziarti di avermi stimolato a crederci sempre,
tanto che alla fine è successo che ho imparato a crederci davvero.
Caro me stesso, ce ne andiamo a spasso da 39 anni, entrambi con i nostri limiti accettando sia il proprio, che l’improprio destino.
Viviamo ogni giorno come una fantastica canzone per poi passare automaticamente alla traccia successiva. E’ vero, c’è sempre un brano che vorremmo saltare, ma sappiamo anche che il successivo potrebbe essere tutt’altra musica.
Ogni giorno, caro me stesso, abbiamo le nostre opportunità.
Ogni attimo che passa è una nuova fuggente possibilità di apprendere una lezione preziosa.
Anche se nessuno ha bussato. Nessuno ha suonato o chiamato. Ogni tanto è il caso di aprire ugualmente la porta.
Se arriva la tua occasione non è detto che sia necessariamente al momento giusto. E stai certo che non si farà annunciare. Bisogna crederci.
Caro me stesso riflesso allo specchio, ciò che oggi ci piace domani potrebbe non piacerci più, quindi ti invito a gustare insieme un bombolone caldo fumante, tu con la sinistra e io con la destra.
Tanto in ogni caso la crema cadrà al centro.

Basta poco

20 ottobre 2009

Oggi nessuno sorrideva al bar, così ho pensato “…ora indosso un bel sorriso e lo mostro a tutti gli sguardi che incrocio. Guardatemi e vi beccate un sorriso. Incredibile. Tutti hanno ricambiato. Altro che al bar, sembrava piuttosto di essere al casting per la pubblicità di un dentifricio. Alle volte basta poco per iniziare bene la giornata.

Basta un sorriso

20 ottobre 2009

Sia chiaro. Amo, ma non tutti e non alla stessa maniera. Non ho bisogno nè della bidirezionalita’ dei sentimenti, nè dei grandi numeri. La sincerità fatica a nascondersi e non bastano certo le tante maschere che la gente ha imparato a portare con disinvoltura. anche io ne avrei un armadio pieno all’occorrenza, ma non ne ho bisogno. Al massimo indosso un sorriso.
Oggi e’ un giorno particolare che sento mio più di ogni altro giorno. Non mi piace, ma capisco che non sempre si può ottenere il massimo senza arrivare ad un compromesso, senza falsi buonismi o certi modi di fare.
Nob si può perdere tempo a stringere le mani di tutti quelli che incontri. Basta un sorriso e chi ti vuol bene capisce.

Senza mollare mai

20 ottobre 2009

Se ti accorgi di non avere ali, puoi fermarti e prendertela con il mondo oppure iniziare a correre usando le tue sole gambe. Non credo di poter insegnare niente a nessuno, questo è solo il mio modo di vivere la vita. Vincere o perdere, senza mollare mai. E a chi pensa che un bombolone al mattino non regali un attimo di felicità, io rispondo che non ha capito proprio un cazzo.

Potere degli Zuccheri

20 ottobre 2009

La gente che incontro ogni mattina al bar mi diverte e mi fa stare meglio. Può sembrare strano, ma l’espressione del volto di ogni persona cambia radicalmente davanti ad un cornetto ed un cappuccino. Potere degli zuccheri.

La cosa giusta

20 ottobre 2009
Esiste un frammento di tempo, uno spazio sospeso tra un’azione e l’altra dove ognuno di noi trova l’ispirazione sull’opportunità o meno di agire.
Questo lasso di tempo maledettamente importante e che noi puntualmente sottovalutiamo, ci piomba addosso ogni santo giorno ponendosi chirurgicamente tra l’opportunità di “fare” o di “non fare” la cosa giusta. Questo succede nel poker come nella vita !!