Ho sognato stanotte una principessa dai capelli lunghi che giocava a nascondere il suo sguardo dal mio. Ho sognato le sue insoddisfazioni di bambina trasformarsi prima in certezze di cioccolata e poi in dubbi che si scioglievano al sole.
L’ho vista crescere e diventare pioggia, poi ridere, raccontarsi e starsi per la prima volta ad ascoltare. Ho trascorso ore a dipingere questo mio desiderio.
Ho arrotolato la tela poi l’ho stretta fortissimo per non farmela portare via. Tanto che alla fine si è rotta.
Caro pensiero, vorrei sezionare il tempo per poterti regalare solo i momenti migliori di questa mia vita del cazzo.
Vorrei per te essere quello che purtroppo non sono e non so se sarò mai.
La persona giusta.
Caro il mio piccolo sogno, mi rendo conto che non posso permettermi di andare oltre, ma non posso fare altro che venirti incontro accompagnato dalla mia lucida pazzia.
Se davvero vuoi, puoi cancellarmi tu. Spietatamente.
Sbianchettarmi senza pensarci troppo. Urlarmi in faccia che sono solo uno sconsiderato. Un sognatore bambino. Un capriccio da vivere a distanza di sicurezza.
Un bonsai da annaffiare di tanto in tanto con emozioni in miniatura.
Una pasta corta scotta.
Un biscotto rotto.
Un pesce fuggito tre metri sopra il cielo che non si rende più conto di quanto sia importante l’acqua.
Sai, spesso nascondo tutte le mie debolezze dietro la corteccia di un uomo di cultura. Sono i miei dilettantismi di autodifesa.
Così indosso il mio costume da filosofo senza aver nemmeno mai letto Freud o Fromm.
Mi affaccio dall’alto dei miei 40 anni e sparo sentenze.
Metto in scena il mio universo così diverso e lontano dal tuo.
Storie che si incrociano e allontanano per incrociarsi di nuovo come in un giallo dall’epilogo inesorabile.
A volte ti penso e scorrono davanti ai miei occhi le aule scolastiche, i bus affollati, le tangenziali di Roma percorse in motorino, le strade del centro, le assenze al liceo per trascorrere una giornata con gli amici, i brutti voti, le risse, i sogni e i privilegi dei miei primi 20 anni, mia madre e mio padre, le mie storie d’amore, mia figlia. Ripenso a tutto il bene e il male che mi sono portato dentro. E sorrido.
Poi però mi rendo conto che il tempo non si ferma e torno a calpestare la quotidianità lungo un percorso che si addentra nei territori del presente.
Cerco così di dare forma a una realtà caotica, sfuggente e a tratti completamente sconosciuta.
Cerco di camminare e tenermi a distanza dalle cose che possono farmi male usando il mio ieratico senso dell’humour, una profonda intelligenza e la mia ironia.
In fondo mi sento anche fortemente consapevole. So che dovrei allontanarmi da te e farlo anche in fretta. Ma tu sfoderi il tuo paradosso.
Non vuoi che io ti stia troppo distante e comunque desideri che mi tenga comunque a distanza.
Così quando in un altro emisfero il sole sale all’orizzonte, nel mio universo cala la sera ed è la tua ombra ad allungarsi e giungere fino a me quel tanto da poterla perfino accarezzare.
Sei la mia piccola principessa con gli occhi tristi e riconoscerei la tua ombra tra mille.
È l’unica in grado di cambiarmi l’umore. E non sempre in meglio.
Soprattutto quando mi scrivi cose come quelle di ieri sera.
Credo esistano tre tipi di ombre nella vita di un uomo.
Ci sono quelle del mondo che lo circonda.
C’è la propria ombra che si proietta solo intorno.
E poi ci sono quelle che si nascondono dentro e che non capisco. Che temo.
Quelle mi lasciano qualche volta con gli occhi lucidi e teneri di un bimbo che vorrebbe solo stringere forte quel vecchio pupazzo di pezza a cui si è accidentalmente scucito un braccio.
Una brutta favola dove a volte mi rendo conto che non c’è fine.
E se non c’è fine non c’è nemmeno rimedio.
E se non c’è rimedio allora che importa?
Irrimediabilmente ti cerco.
Incredibilmente ti penso.
Tu.
Spietatamente bambina. Prepotentemente donna.
E anche stamattina me ne starò qui ad aspettare la tua ombra, occupando quel tempo lasciato libero dai pensieri, cullandomi nel tentativo di riparare con ago e filo quel pupazzo di pezza che non voglio e non posso buttare via.
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Ho sognato
15 luglio 2013Brutti ricordi
9 luglio 2013Esistono brutti ricordi che piantano radici e diventano col tempo alberi e rami su cui non ti puoi sedere, o sotto cui non ti puoi addormentare. Eppure ti rifiuti di abbatterli, solo perché somigliano troppo a quel posto dove giocavi da bambino.
Certo. Gli somigliano, ma non sono la stessa cosa.
C’è una differenza pazzesca tra l’afferrare con la mano qualcosa che trema e afferrare qualcosa con la mano che trema.
Presentazione a Libri da Scoprire 2013 de “La Prigione dei Ricordi” di Gianluca Marcucci
30 Maggio 2013“La Prigione dei Ricordi” è il titolo del tuo primo libro, una storia ambientata a Roma e che inizia con un frammento di poesia tratto da un diario misterioso. Allora Gianluca, il tuo romanzo sembra davvero somigliare a una favola.
Per scrivere una storia si parte sempre da un’idea, da un’immagine e poi si comincia con un “c’era una volta”. Da questo punto di vista si può dire che ogni scrittore racconti sempre una favola.
Nel mio caso si parte con un brano tratto da un diario scritto Mario Tagliaferri, il padre del protagonista. Cosa c’è scritto in quel diario? In che modo tutto questo coinvolgerà i protagonisti? E da qui che inizia la nostra storia, condita da un pizzico di soprannaturale e rapidi cambi di scena.
Se ti chiedessi di riassumerne in breve la trama?
Luca Tagliaferri è uno scrittore che dimentica il suo passato a causa di un terribile incidente stradale che lo costringe al coma.
I suoi ricordi non sono però cancellati del tutto, ma giacciono nascosti in un angolo remoto della sua coscienza. La sua mente si trasforma così nella “prigione dei ricordi”. Una cella pensante in un corpo immobile. Una prigione nella prigione.
Nella testa dello scrittore frammenti del passato riemergono confondendosi con la trama del suo ultimo libro che lui scambia per realtà. Ne esce un universo parallelo dove Luca si trasforma al tempo stesso da autore a personaggio principale della storia. La trama della sua opera incompiuta si sovrappone a quel passato che lui tenta di ricordare e Luca rimane attaccato alla vita solo grazie al suo romanzo e all’amore per sua figlia, ma è comunque bloccato in un altrove oscuro che lui stesso ha contribuito a creare.
L’unica via di fuga sembra sia ricordare ed è una prova d’amore. Un viaggio lungo, insidioso, che ha comunque per meta il punto di partenza.
Hai parlato di amore, un argomento trattato e ritrattato eppure sempre attuale nel tempo. Tu cosa pensi dell’amore?
Che da misura all’età che si ha. E’ quindi una sorta di termometro.
Quello però di cui si parla nel mio romanzo è un sentimento diverso, una forza che si mostra inarrestabile anche davanti a un ostacolo inamovibile. L’amore assoluto e incondizionato di un padre per la propria figlia.
Nel tuo libro ci parli del destino, anzi. Gli dai il volto di uno dei personaggi più importanti della storia. Sei un imprenditore, ma anche un giocatore di poker sportivo, qual è nella vita di tutti i giorni il tuo rapporto con il destino?
La vita è una strada lungo la quale ci si muove in un tempo finito. La maggior parte di noi affronta ogni giorno la quotidianità nel dubbio di cosa sia giusto e cosa non lo sia, per questo si sceglie, migliaia di volte, anche in situazioni che possono sembrare ricorrenti, abitudinarie o stupide come una partita di poker. Questo però non basta a fare andare le cose come vogliano che vadano. Non basta prendere la decisione giusta perché a infinite scelte corrispondono altrettante infinite e incontrollabili casualità. Siamo portati a chiamarle destino o sfortuna se sono negative e provvidenza o fortuna nel caso si traducano in un fatto positivo. Insomma al destino va data la giusta considerazione, ma spesso ci mettiamo del nostro e usiamo il destino come scusa per giustificare un errore che potremmo non commettere.
Un esempio?
Be’, allacciarsi le cinture. Sempre. Non fa la differenza se un asteroide colpisce la tua auto, ma in caso di incidente può essere fondamentale.
I personaggi della storia hanno tutti qualcosa che sembra ricondurli alla tua vita reale. Insomma, Luca Tagliaferri nasce il tuo stesso giorno. Goffredo, Nicoletta, Luca, esistono davvero o sono semplicemente frutto della tua fantasia? E se tutto è frutto della tua fantasia, come si fa a costruire i discorsi e i comportamenti di qualcuno che non è mai esistito senza utilizzare qualcosa di se stessi?
Nel romanzo è sicuramente dominante l’elemento soprannaturale, ma sono le coincidenze con la realtà a trasportare il lettore fino alla fine. C’è molto di Gianluca nel Luca della Prigione dei Ricordi: ma è un Gianluca sfumato e ambiguo, lo stato di coma in cui precipita il personaggio principale sembra quasi un’allucinazione dello scrittore.
E poi c’è il diario di Mario Tagliaferri, una raccolta di pensieri di un uomo geniale e imperfetto.
Qualcosa che potrebbe far pensare al tuo blog?
Esatto. Potrebbe essere la trasposizione del mio blog all’interno del racconto, visto che poi l’idea stessa del libro nasce tra le righe della mia pagina su internet.
Nel romanzo ho cercato di descrivere i personaggi con tutta la sensibilità possibile. Per questo li ho idealizzati e confusi con la realtà. Prendendo come esempio le persone che più amo. Credo che a molti lettori capiterà di riconoscersi o riconoscere una persona cara in Luca, Nicoletta e Goffredo Fidani.
Qual è tra tutti i personaggi del romanzo quello a cui ti senti più legato e perché?
Che cosa risponderebbe un padre se qualcuno gli chiedesse: dei tuoi tre bambini, quale preferisci? Sono tutti ugualmente importanti, i personaggi che ho inventato, compreso il destino. Non ne rinnegherò nessuno.
Io ho ovviamente letto il tuo libro e ho notato una particolare cura per linguaggio e le figure retoriche. Ecco, secondo te quanto è importante oggi lo stile nella stesura di un romanzo?
Io parto sempre dal presupposto che una buona storia sia sempre una buona storia, a prescindere dallo stile. Poi però bisogna anche tenere conto del pubblico a cui ci si vuole rivolgere. Più il romanzo è commerciale, più il linguaggio utilizzato deve a mio avviso essere semplice.
E il tuo romanzo è commerciale?
Non direi. Nella Prigione dei Ricordi ci sono figure retoriche complesse e c’è anche tanta filosofia. Credo di aver usato un linguaggio semplice nel limite di quanto la semplicità potesse consentire la descrizione dell’universo gotico in cui precipita il protagonista.
Prima di cominciare pensavo a cosa deve esserci di tanto importante in una storia perché valesse la pena essere scritta. E la risposta è stata un gran finale, personaggi in cui si rispecchino i lettori e un italiano degno di chiamarsi tale.
Come e quando ti sei reso conto di essere uno scrittore?
Quando ho ricevuto una email che diceva: caro Marcucci, il suo romanzo ci piace, sarebbe disposto ad apportare qualche modifica, in vista della pubblicazione? Ed io risposi, no grazie. Poi alla fine ho pubblicato con una piccola casa editrice esordiente. Diventi uno scrittore quando sei riconosciuto dagli altri, non prima.
Ci sono scrittori disciplinati, metodici, che stilano scalette e rileggono centinaia di volte i loro scritti; e autori che istintivamente buttano giù frasi su frasi fino a comporre un romanzo. Gianluca che tipo di scrittore è?
Un esordiente allo sbaraglio. Poco metodico e molto indisciplinato. Nel senso che quando dovevo scrivere mi aggiravo per la mia testa come un bambino in un negozio di giocattoli, facevo di tutto per distrarmi e perdere tempo. Contro ogni regola la prima cosa che ho scritto di questo romanzo è stata il finale poi sono andato a ritroso fino alla fine dell’ultimo capitolo, ed è una parte alla quale sono e rimarrò sempre affezionato.
Oltre a scrivere, tu sei un imprenditore e un famoso giocatore di texas hold’em; come si riesce a far convivere le due cose, le due anime. Preciso e rigido nel lavoro, disciplinato nel gioco e creativo e libero davanti a un foglio bianco.
Benissimo, grazie. Finché, come si dice a Roma, “me regge la pompa” per farlo e ottiengo risultati, allora vuol dire che posso farlo.
Se mi dovessi consigliare un romanzo non tuo?
Non credo che esista un romanzo che non valga la pena leggere. A Latina, in questa piazza, credo sia stata organizzata una manifestazione fantastica e ci sono tanti scrittori che meriterebbero una chance di essere letti. Me compreso.
Si lo so, leggere è impegnativo, non è come osservare un quadro, una scultura o un film d’autore, ma non esiste nulla come la scrittura che ci sveli più segreti sulla vita degli esseri umani. Quindi apprezzateci, criticateci. Amateci oppure odiateci, ma leggeteci. Perché un libro senza i suoi lettori è qualcosa che non è mai esistito veramente.
Se dovessi terminare questa presentazione con un tuo aforisma?
Credo che l’ultimo aforisma del mio libro si adatti alla perfezione.
“Posso sussurrare decine di volte la parola fine, ma quando arrivo a scriverla dopo metto sempre un punto.”
intervista di Romina D’Agostino
Non mi arrendo
21 gennaio 2013“Non mi arrendo al tempo che si scompone, ai sogni che non si realizzano, ai rapporti umani che nascono e terminano senza un motivo. Agli sguardi incupiti e tracotanti di malinconia. Non mi arrendo alle antipatie e a quell’ironia inopportuna che sa di tappo.
Non mi arrendo all’esistenza, alle coincidenze che logorano, alle cattive amicizie, ai luoghi comuni, alle banalità e alla disattenzione.
Non mi arrendo al falso perbenismo, acido come la birra calda e alle lezioni di vita impartite dalle persone che parlano e che non sanno ascoltare.
Non mi arrendo di fronte a tutta questa indefinita e labirintica incomunicabilità, alla camaleontica solitudine di certi momenti, alla noia, alla delusione di un’esistenza che oggi mi sfugge di mano.
Non mi arrendo davanti a tutte quelle occasioni che ho perso e che sono scivolate via come il tempo, ma senza lasciare il segno e alle pagine bianche di questo libro che forse non riuscirò mai a terminare.
Non mi arrendo davanti ai miei indugi, alle mie insicurezze, a quel vagheggiare di pindariche idee e a tutti quegli illusori pensieri che non sarò mai in grado di tradurre in realtà.
Non mi arrendo all’ipocrisia delle religioni che mi dicono di pregare, credere e sopravvivere e alla demagogia di chi “sa sempre tutto”, ma che “non si può fare niente”.
Non mi arrendo alle implacabili emicranie, alle centinaia di aspirine mandate giù in questi anni e a tutti quei giudizi che ho ingoiato e mai digerito.
Non mi arrendo alle sfumature della vita, alle invidie, al livello del colesterolo sempre troppo alto, all’odio, alla gioia, alle coincidenze sfortunate e a tutto l’ordinato caos che ha sconvolto la mia esistenza.
Non mi arrendo alle conseguenze dei miei molteplici errori, alla nostalgia dei momenti andati e alla debordante impotenza dei miei pensieri, quando tutte le mattine mi alzo e mi accorgo di non avere un piano per cambiare il mondo.
Non mi arrendo agli eufemismi, alla timidezza, all’arroganza, al doppiogiochismo, all’opportunismo, alla vergogna, alla realtà, al dubbio, all’indifferenza, all’aridità di pensiero, alle dipendenze, alle menzogne dette anche a fin di bene, alla stupidità, agli eccessi, alla flemmatica rapidità del vincente e all’ingiustificato stupore del perdente.
Non mi arrendo a tutti quei misteri che non sono mai riuscito a spiegare. Alla velocità di certi pensieri e alla lentezza di certi ricordi, che rimangono reclusi nella mia testa come in un’assurda prigione di plastica.
Non mi arrendo alle sofferenze provocate da quella malattia che oggi so di non poter sconfiggere. Non mi arrendo di fronte a niente e davanti a nessuno, che non abbia gli occhi luminosi e innocenti di mio figlio Luca.”
brano estratto dall’introduzione de LA PRIGIONE DEI RICORDI un romanzo di Gianluca Marcucci, Editrice Smart
Ordina ora “La prigione dei ricordi”.
18 gennaio 2013Emozionato? Certo. Il primo libro è un po’ come un figlio e vederlo finito è come assistere alla sua tesi di laurea. Da ieri finalmente è possibile ordinarlo sulla pagina facebook de LA PRIGIONE DEI RICORDI. Non ho alle spalle un editore di quelli con la “E” maiuscola, ma solo un grande amico che ha creduto in me. E’ davvero un bel romanzo e si legge in un baleno. Ringrazio in anticipo tutti coloro che decideranno di acquistarlo.
Caro Stefano
2 aprile 2012 
Caro Stefano,
la scala che hai portato sulle spalle è ben posizionata ed oggi tu sei pronto ad orientare il tuo sforzo verso quella picca che hai sempre sognato.
Ora sta a te incamminarti verso l’alto alla ricerca del traguardo dovuto di un orizzonte senza fine, che si materializzerà solo quando percorrerai quell’ultimo piolo.
Con la perseveranza ed un pizzico di fortuna oggi potrai raggiungere mete che per l’altrui giudizio erano frutto di allucinante pazzia.
Non fermarti, il tuo momento non è finito, certo è stato bello, ma perdio non è finito.
Questo tavolo finale non è più un traguardo, ma un fottuto punto di partenza, il tuo inizio di una storia senza fine.
Un punto fermo dal quale cominciare senza dire mai basta. La tua massima definizione di “coraggio”.
Perché?
Perché è così che deve andare.
Perché crederci è sinonimo di formidabile audacia.
Perché non devi accontentarti, mai.
La porta del futuro l’hai aperta proprio per trovare sempre quel qualcosa in più, ma ficcati bene nella testa che un obiettivo raggiunto é superabile, solo se ci credi veramente amico mio.
Quello che potevo fare l’ho fatto.
Ti scritto le mie emozioni.
Ora tocca a te.
Lascia da parte tutti gli “speriamo”, i “ce la metteró tutta”, i “faró del mio meglio”, perché sono solo convenevoli bugie.
Prendi quel tuo cazzo di cuore da leone e mettili tutti in fila.
E’ questa l’incessante richiesta delle persone che ti vogliono bene.
Vinci incantando amico mio.
Il sogno di Pupi
15 gennaio 2012Leggende, storie che devono essere lette. Come i miti, le favole e le fiabe, fanno parte del patrimonio culturale di ogni popolazione e non sono poi così lontane da quella verità che solo i bimbi sognano di descrivere.
Mi chiamo Pupi ed ero un pesce rosso. Uno di quelli che si vincono al carosello della domenica lanciando una pallina da ping-pong all’interno di un bicchiere di vetro.
Certo. Anche io ero stato il premio destinato a un uomo di qualità, uno di quelli che ci erano riusciti. Era il giorno della festa d’,inizio estate in un luogo che tutti dicono di chiamarsi, Sabaudia. Lo so, il mio nome è chiaramente frutto della fantasia, ma preferirei rimanere nell’anonimato almeno fino al termine di questa storia.
Per molto tempo sono rimasto appartato e in silenzio, ma credo sia arrivato finalmente il momento che il mondo venga a conoscenza dei fatti che andrò qui di seguito a narrare.
Ricordo che era una calda serata di luglio dell’ anno 1951 e dall’alto della sua cabina, il comandante Pietro Calamai stava contemplando la misteriosa volta celeste del cielo illuminata solo a tratti dal bagliore intermittente del faro di Nantucket.
Il suo transatlantico avanzava ad una velocità costante di 21 nodi. Il nome scritto a caratteri chiari sulla prua era “Andrea Doria”.
All’epoca vivevo in una coppa di cristallo ben ancorata sulla scrivania della cabina e trascorrevo le mie giornate in balia di colorati sogni e alienante riposo.
Ero il pesce rosso del comandate e andavo fiero del mio ruolo. Sapevo che avrei potuto solcare i mari e osservare il mondo da un punto di vista che nessun essere di quelli appartenenti alla mia specie avrebbe mai potuto vantarsi di avere.
Mi sentivo speciale.
In fondo era una delle tante notti in cui una grande nave attraversava gli oceani e io da giovane pesciolino sognavo come sempre che la mia fama di nuotatore e di scrutatore degli abissi marini sarebbe stata un giorno messa a disposizione del mio comandante.
Ignoravo che di lì a poco si sarebbe consumata la seconda più grande tragedia di mare dopo quella che aveva visto protagonista un enorme blocco di ghiaccio e la nave più sicura del mondo, il Titanic.
Alle 22,45 il mio comandate saltò in piedi dalla sua branda per rispondere a una chiamata della sala comandi. Il radar aveva segnalato una nave che avanzava verso la nostra a 18 nodi ed era a meno di 1 miglio.
Le imbarcazioni si sarebbero scontrate. Vidi Calamai ordinare di accostare di quattro gradi a sud, cioè di spostarsi verso sinistra, in modo da aumentare la distanza. Ma, di lì a poco, compresi che non sarebbe servito a nulla.
Una rompighiaccio svedese al comando del ventiseienne Cartens-Johannsen, sostituto di un comandante che in quel momento stava riposando, entrò in collisione con la nostra nave con un angolo di quasi 90 gradi e fu una prua rinforzata in acciaio a squarciare la fiancata per quasi tutta la sua lunghezza.
Il rumore delle sirene di allarme attraversò prima l’aria, poi il vetro e l’acqua per giungere alle mie piccole branchie rosse. In seguito fu il turno dello stridio delle lamiere contorte e delle grida degli oltre mille passeggeri.
L’impatto devastò molte paratie stagne e perforò cinque depositi combustibile. Il nostro fantastico transatlantico cominciò a imbarcare acqua di mare, nell’ordine di circa 5 tonnellate al secondo. L’Andrea Doria sbandò a dritta per oltre 15 gradi rassegnandosi al suo destino irreversibile.
Quel giorno il mio comandante pianse. Mi cercò attraverso la trasparenza delle sue lacrime trovandomi dietro al vetro della mia solita coppa di cristallo. E fu lì che per la prima volta, mi parlò: “È ora di vedere quello che sai fare.”
Poi, aperto un oblò, gettò la coppa di cristallo in mare.
Si trattò di una lunga e inutile attesa la mia. Vedevo l’acqua dell’oceano farsi più vicina. Confusi il senso di morte, scambiandolo per libertà. Ma ero un pesce d’acqua dolce vinto a una festa di paese. Non emersi mai più.
Qualcuno sostiene che i pesci d’acqua dolce possono sopravvivere anche in oceano aperto e che addirittura riescano a tornare in terra quando fra gli uomini non c’è più nessuno che soffre per dolore o per ingiustizie.
Altri invece sostengono che per ogni pesce rosso che muore avvenga invece un miracolo.
Non so quanto di vero ci sia in tutto questo, ma ci credo ciecamente.
Mi chiamo Linda Morgan e il 25 luglio dell’anno 1956 occupavo la cabina numero 52, che fu la prima colpita dalla prua di un rompighiaccio svedese. Venni sbalzata dal mio letto ritrovandomi sul ponte di un’altra nave. Scambiai la realtà per un sogno e nel mio sogno vidi un pesce rosso nuotare via.
Oggi ho 74 anni, vivo a Sabaudia e i miei figli mi chiamano scherzosamente “Pupi”.
Alienabile e schizofrenico
25 luglio 2011È sabato, il sole è alto e l’aria che si respira ha quel solito retrogusto frizzantino che solo la montagna in estate può regalare. Trinceato come al solito dietro il bancone della mia reception ritrovo anche oggi quel minimo di cose possibili da realizzare. Rattristato da una conclamata crisi economica ed assediato della generosa presenza dei “NO TAV”, che ogni maledetto week end reagiscono al buonsenso bloccando l’autostrada per la val di susa, eccomi di nuovo alle prese con un cospicuo numero di considerazioni e pensieri da tradurre in parole.
Ormai da tempo si lavora a singhiozzo, si lavora in perdita, in sintesi si lavora male. Quando questo accade il giocatore di poker riflette, l’imprenditore si trasforma in uno scrittore e l’unica attività intelligente e relativamente appagante diventa quindi utilizzare la potenza diffusiva di un social network e partorire quattro righe più o meno espressive nella speranza di far scattare nella testa di ogni lettore una scintilla che riesca poi ad accendere il grande fuoco. Considerazioni che per opportunità continuo ad ostinarmi di chiamare “note”. Ma sono senza dubbio qualcosa di diverso.
Le mie note. Oggi sono quanto basta per fuggire la realtà economica di questi posti. Quanto basta per trasferire ad un me stesso pacato e benpensante l’illusione che esista comunque una via sicura capace di unire il frastuono silenzioso di una inaccettabile realtà alla brulicante sudditanza di una trasognata virtualità.
La realtà è tale solo se viaggia parallelamente ad un mondo virtuale attraverso due piani di pensiero entrambi vicini, entrambi inclinati. Uno spazio obbligato fatto di idee dove rimbalzano e rimangono intrappolate milioni di riflessioni libere, ma anche falsità e parole inutili.
Ci sono cose che saresti disposto ad accettare nel mondo virtuale, ma che in quello reale proprio faticano ad andare giù. Ogni maledetto week end c’è una statale chiusa per una frana, una strada bloccata per un sondaggio geologico, un’autostrada interdetta per una manifestazione. Eppure si continuano a pagare mutui, stipendi, leasing.
Ogni giorno ci sono parcelle da onorare e centinaia di domande che non sai a chi fare e che rimangono senza adeguate risposte. Più passa il tempo e più mi rendo conto che sono pochi gli uomini capaci di riconoscere e spiegare le proprie azioni. Pochi sono in grado di dimostrare coerenza in ciò che dicono ed evitare di naufragare in risposte improvvisate ed adattate opportunamente ad ogni situazione. E poco importa se tutto questo equivale a frantumare la propria personalità, perchè onore e personalità sono concetti virtuali lontani da questa realtà.
Ovviamente questi particolari bisognerebbe notarli, ma non si può notare qualcosa che non si vede o che non si vuole notare. Non si possono leggere contemporaneamente le due facce di una stessa moneta se non la fai ruotare velocemente e questa è una moneta che non esce mai dalla tasca.
Alle soglie di questo evo politico che sta rigettando l’italia nel buio di un nuovo oscurantismo, mi accorgo senza volerlo di parlare di politica ed attualità quando avevo giurato di non ritornare più su certi argomenti.
Mi ritrovo in una moderna terra di mezzo circondato da vassalli, valvassini e valvassori. Impegnato in una sorta di assurdo gioco di società che molto ricorda il feudalesimo, dove un insieme di personaggi molto più simili a nullità che ad uomini sta tentando, in modo presuntuoso, di impartire al mondo lezioni di imprenditoria, economia, giustizia, libertà, moralità e democrazia.
Prigioniero di questa incertezza globale e spesso vittima di invisibili ovvietà e meschinità emotive continnuo comunque ad affrontare la realtà lottando contro la concorrenza sleale di strutture analoghe alla mia. Piccoli alberghi che in Francia beneficiano di corrente, gasolio e previdenza sociale scontati anche del 40%. Ed è una partita insensata dove mi ostino a voler vincere giocando ogni volta un dado contro due e dove infatti non si vince mai. E lo faccio senza creare problemi a nessuno o bloccando una statale o un’autostrada.
Se da un lato il rischio è quello di essere condannato alla mortificazione e destinato ad una aberrante follia imprenditoriale, dall’altro ne esco comunque stimolato. Ricordo alcune scene del film “Ogni maldetta domenica”, una pellicola epica di Oliver Stone della quale molti conoscono il devastante discorso di Al Pacino allo spogliatoio, poco importa se quella squadra alla fine della storia non vincerà comunque il titolo, conta solo la carica emotiva di quei 4 minuti e 21 secondi di riprese.
Ho ascoltato centinai di volte quel discorso e dopo quasi 9 anni trascorsi lottando contro i mulini a vento, vorrei rivolgermi finalmente a certe persone per vomitargli addosso tutte le citazioni possibili, anche se questo rischierebbe di farmi apparire volgare. So comunque che le parole non cambierebbero di una virgola la situazione di questa valle perchè è metastatizzata e le metastasi non si combattono né con le parole, né con i fatti.
Mi fermo a pensare ad alcune lettere aperte scritte in passato, ma a stento riesco a ricordare le frasi che ho scritto.Son o un narratore lento ed un lettore distratto. Lascio quindi che sia la mia fantasia a percepire una cura per tutto questo. Lascio che sia l’ebrezza fine a se stessa di un gioco che adoro a farmi credere che ci siano sempre i margini per recuperare. C’è poca differenza tra il credere e il far finta di credere a qualcosa.
C’è un solco invisibile fatto di leggi e regolamenti sbagliati, di opportunismo e malafede da parte di chi ha pensato che si potesse realizzare e far credere alla gente ad una unione europea che di fatto non esiste. Non spero certo di riempire a parole questa profonda voragine che separa l’Italia dalla Francia. Tantomeno credo che avrò mai la possibilità di farlo con i fatti.
C’è un vuoto massiccio formato dalle migliaia di stronzate che siamo costretti ogni giorno ad ascoltare attraverso i canali di informazione reale, ed è per colpa di questo vuoto che oggi se me ne rimango solitario, confuso ed ingannato nella spietata ed oggettiva impossibilità di discernere il legale dall’illegale, il giusto dallo sbagliato e il buono dal cattivo. Voi vi chiederete perché?
Perché in fondo in questa vita tutto è realmente comico, tutto è virtualmente beffardo.
Tutto è spietatamente alienabile e maledettamente schizofrenico.
Il principe delle bufere
8 gennaio 2011
La fantasia è un posto dove ci piove dentro. (Italo Calvino)
Ogni gabbia proietta un ombra ed ogni ombra è una via di fuga.
Stamattina le trasmissioni nella testa riprendono dopo una intensa e noiosa pausa pubblicitaria.
Una luce accesa.
Una porta chiusa.
L’invalicabile voragine di uno specchio aperto.
Io.
I miei pensieri.
D:”Avvicinati e non temere. Ho solo il desiderio di sussurrarti qualcosa all’orecchio.”
G: “Chi sei?”
D: ”Sono il riflesso di quello che eri. Una discutibile simmetria proiettata in un altro dove, nello stesso medesimo quando.”
G: ”Sei sposato?”
D: ”No, ma anche io ho amato, odiato e poi dimenticato.”
G: ”Allora perchè indossi una fede?”
D: ”Non è mia.“
G: ”Ed a chi apparterrebbe?”
D: ”L’ho rubata ad un pensiero, prima che diventasse un ricordo.”
G: ”Sembra l’inizio di una bella storia da raccontare.”
D: ”E’ solo una storia. Senza valore. Io valgo di più. Il mio tempo vale di più. Più del prezzo che qualcuno decise di valutarmi. Quel prezzo che comunque non sarebbe mai stato pagato.”
G: ”Fammi vedere la tua schiena?“
D: ”Non mi è concesso mostrare il mio mondo senza guardarti negli occhi amico mio ed anche tu cominceresti a sudare allucinazioni, se solo questo fosse lontanamente possibile. Mi stai ascoltando? Cosa fai ora, prendi addirittura appunti?
Fai bene. Scrivere in fondo costa meno che rifarsi una vita.”
L’atmosfera è tesa ed ora rischia di sfilacciarsi come le fibre di un muscolo esposto ad uno sforzo sovraumano.
Pietrificato fisso la mia immagine riflessa.
Vedo rincorrersi dubbi e certezze.
Sembrano voler attraversare quello spazio che ci separa passando direttamente attraverso una immaginaria porta girevole.
Si divertono, girano, rigirano, vanno e tornano indietro.
Mai completamente fuori, mai veramente dentro.
Potrei rimanere in silenzio.
Farmi capire solo guardandolo negli occhi.
Eppure le parole continuano a fuggire dalla mia bocca come da un grattacielo in fiamme. Senza ordine, ma con arrogante decisione.
G:”Ti senti solo?”
D:”La solitudine è ciò che sei quando la persona che ami non ti ascolta. O peggio quando ad ascoltarti resti solo tu e l’immagine del tuo ego riflesso. A volte mi sento solo ed inutile come una gioielleria sulla luna. Un posto dove tutto vale e nulla ha valore, perché nulla servirà mai veramente.”
Ora mi guarda, poi chiude gli occhi e china lentamente il capo arretrando di un passo.
D:”Ancora non capisci oppure ti sforzi proprio a non voler capire. La solitudine è ciò che hai tu ora, più di me, più degli altri. Non parlare. Pensa.
Pensa e poi scrivi.
Pensa sempre che la tua vita vale ben oltre il prezzo che qualcuno può essere disposto a pagare.
Più di mille chiacchiere.
Più di mille dubbiose certezze.
Più di uno specchio da 100 euro acquistato da Ikea.
Dispotico, stupido, ironico, ampolloso principe delle bufere.”
C’è una cronica mancanza di spazio nella mia testa.
Per non pensare ad altro rovino l’intonaco del muro con il sudore della mia fronte.
Faccio un respiro profondo, poi un altro, e mi accorgo che in questo bagno non c’è davvero più nulla da respirare.
Cerco un alibì per congedare il mio illustre ospite.
Non ho più niente da dirgli.
Mi aveva detto di pensare, ed io ho colpito forte i miei pensieri come si colpisce un cristallo che vuoi mandare in frantumi.
Mi aveva detto di scrivere, ed io ho scritto tutto senza pentirmi di averlo fatto.
Esco dopo aver spento la luce e quella finestra che si affaccia su un altro dove finalmente scompare.
Ora il mondo riflesso torna ad essere una copia speculare di quello reale, ed io sono il sè capovolto che lo guarda inebetito.
Io ho amato. Forse.
Io ho odiato. Certo.
La porta è chiusa.
La voragine scompare.
Un uomo di un’altra dimensione ora impugna un martello e manda in frantumi uno specchio.
D:”Avessi avuto più coraggio lo avrei fatto di fronte ai tuoi occhi. Avessi avuto più coraggio. Avessi avuto…”
Sagome
23 ottobre 2010![66956_1667403129981_1384402738_1814642_2003474_n[1]](https://gianlucamarcucci.com/wp-content/uploads/2010/10/66956_1667403129981_1384402738_1814642_2003474_n1.jpg?w=450&h=252)
Oggi solo una mente libera potrebbe sforzarsi di leggere quello che ho da scrivere, perchè il rischio è uscirne confusi.
Pazienza.
Se poi non si capisce il senso del mio scritto dalle prime 3 righe, tranquilli…
E’ sempre alla fine che si riordinano i pensieri. Come quando al termine di una grande festa, la musica è finita e rimangono solo tristezza, piatti sporchi e coriandoli da raccogliere in terra.
E’ curioso, ma per quanto ti sforzi, non riesci ma a raccoglierli tutti.
Stamattina i luoghi sono “non luoghi”.
Il detto è il “contraddetto”.
Vorrei limitarmi a scrivere il banalmente necessario, ma fallisco.
Precipito nel rumoroso silenzio del mio soliloquio, e ci rimango per più del dovuto.
Forse troppo.
In un sogno tutto è possibile tranne che tracciarne i confini, eppure io mi danno nel vano tentativo di segnare un territorio che sia soltanto mio.
Vorrei dettare regole, ma l’unica che conosco è che non ve ne sono.
Così distrattamente inciampo e cado nel curioso tentativo di segnare i bordi del mio sogno con un gessetto bianco.
Disegno la sagoma di un altro me stesso caduto come me, ma forse da molto più in alto.
Evidente evidenza.
Era un sogno senza i requisiti minimi di sicurezza.
Tutto da rifare.
L’architettura dei miei pensieri non funziona, la struttura collassa ed a me non rimane che realizzare altri progetti di abusive felicità virtuali.
E la felicità oggi, è solo un’appuntamento a qualsiasi ora a cui spero di non arrivare troppo tardi.
Questa testa non è un albergo, ma funziona come tale.
Poche idee e non bastano a coprire i costosi dubbi.
Colpa forse della bassa stagione.
Colpa forse degli arredi obsoleti.
Il mio turistico tentativo di occupare ogni singola camera della mia mente a 4 stelle si frantuma e non rimane che chiudere ancora gli occhi.
Come in un capolavoro di Stanley Kubrik mi perdo in questo dedalo di ordinati corridoi tutti da esplorare.
Ho centinaia di camere da visitare.
Centinaia di porte da aprire.
Tutte eccetto una. La 237.
Per tutti c’è una camera 237 da evitare.
Nella mia ho riposto sensazioni, ricordi e tutte quelle emozioni che non sono ancora pronto a rivivere!
E’ chiusa a doppia mandata e la chiave l’ho buttata nel cesso su consiglio del mio migliore amico.
Quello che mi dice sempre di mantenere la calma anche quando ci sarebbe di che preoccuparsi.
Quello disposto anche a ferirmi pur di essere sincero dicendomi la verità.
Quello vero.
“Gianlù? Tutto ok? Tocca a te… Io ho rilanciato e sono in all in”
“Sto bene, scusa, mi ero solo fermato un attimo a pensare! Leggo…”
Lascio scivolare le dita sul profilo di due assi rossi, poi alzo lo guardo per incontrare i suoi occhi.
Emiliano sorride ed io sorrido di riflesso.
Pochi istanti e le mie carte vincenti finiscono coperte nel mazzo.
Resisto a quella spietata voglia di sbirciare l’ultima pagina.
Rinuncio a sapere chi sarà il colpevole.
Forse perché non ne sento il bisogno.
Forse perché rimango l’ultimo dei romantici.
Una sagoma sull’asfalto a cui piace pensare che in ogni sconfitta esista comunque un modo per sentirsi vincente.
Le stagioni del cuore
6 settembre 2010
La mia mente oggi se ne sta immobile, ma non impotente, davanti ad un mare inesplorato di pensieri. Un ostacolo che si pone tra me ed il solito ovunque ancora da raggiungere.
Un sole infetto riscalda le mie quotidiane incertezze, mentre altri dubbi suggeriscono le immagini di improbabili mete che attendono solo di essere scoperte.
Ma quale ponte sarebbe in grado di osare oltre questo orizzonte?
Sto qui, seduto a pochi metri dal mare, mentre i pensieri si rincorrono tra passato e presente senza sfiorarsi nemmeno. Mentre la mia testa rielabora i ricordi di fantastiche stagioni passate.
Non basta saper nuotare.
Non basta saper contare tutti quei relitti di navi affondate che non torneranno mai a galla.
Chiudo gli occhi cosí che migliaia di dettagli squisitamente tecnici finiscano in acqua.
Ora é una ingegnosa fantasia che disegna il ponte perfetto.
Quel progetto razionalmente visionario che non ha certo bisogno di una riva opposta per funzionare.
Ed io ho voglia di crederci.
La mia architettura é in grado di avvolgere il tempo e poi farlo scorrere di nuovo.
Emozioni comuni di tempi non comuni si confondono tra rive che forse aspettavano solo di essere raggiunte.
O forse no.
Non si trattava di vederle o non vederle. Non si trattava di essere o non essere mai stati lì, ma di averlo in qualche modo solo dimenticato.
Apro gli occhi.
Mi immergo nella magia fredda di questo nuovo stato emotivo, quasi allucinatorio.
Mi inebrio di un niente che é già abbastanza.
Intanto un cuore comunque batte e se ne rimane timidamente in disparte, senza avere il coraggio di dire piú nulla.
Cara nonna
4 Maggio 2010
Eccomi qui.
Impegnato nella compulsiva ricerca della solita serratura dove appoggiare l’occhio destro ed attraverso la quale spiare il passato di nascosto.
Stamattina al posto del cuore ho un gomitolo di lana che invece di pompare e soffiare via sangue si srotola, come sollecitato dalle mani di una anziana signora.
Posso vederla ancora lì seduta sul suo divano rosso.
Ha il sorriso scavato sul volto e fissa lo sguardo nella mia direzione.
Mi guarda, alza un sopracciglio, sorride di nuovo.
Io rivivo la scena ed un istante di felicità mi passa sopra la testa sibilante come un proiettile di piccolo calibro. Purtroppo però mi supera, capisco che è destinato ovunque, ma altrove.
“Ciao nonna!”
“Vuoi una sciarpa o un bel maglione?”
“Una sciarpa giallorossa nonna!”
“Lunghissima come piace a te.”
“Si lunghissima.”
“Ti voglio bene nonna!”
A distanza di tanti anni colmo questa spietata sensazione di vuoto come non farebbe una persona qualsiasi.
Scrivendo.
Non ci sei più e non è un trucco da risolversi con il solito specchio nel bagno.
Come intrappolato in un vecchio film, rivivo centinaia di volte le stesse inquadrature e vengo travolto da quelle immagini in parte bianche ed in aprte nere che nessuno apprezza più.
Ricordo ancora tutte le battute a memoria, ma non rammento quale fosse la frase nella scena finale.
Sei rimasta in silenzio e, del momento in cui nulla è stato più come prima, non rimane che l’eco di quello che accadde dopo la fine.
Ci sarà però sempre un qualcosa che mi parlerà al posto tuo e sarà come se tu fossi ancora qui.
E’ accaduto un sabato pomeriggio dopo tanto tempo.
Avevo al collo quella lunghissima sciarpa e nel cuore solo il pensiero di quanto ti avrebbe fatto piacere rivederla.
Cara nonna, ricordo quella giornata ventosa al mare, quando mi indicasti gabbiani in cielo che sembravano immobili.
Volavano, eppure non si spostavano di un metro, nè avanti nè indietro.
Ecco, oggi io mi sento davvero così.
Volo immobile sfruttando il vento contrario.
Sogno giallorosso
27 aprile 2010
La sera prima di una appuntamento importante, le luci dei lampioni intorno al foro italico diventano evanescenti ed ipnotiche. Lo stadio Olimpico si trasforma in una sorta di monte Olimpo che, fino al fischio dell’arbitro, assiste ad ogni derby giocato prima su un piano metafisico.
Se la Roma perde questa partita giocherò il prossimo torneo in pigiama..
Questo é il clima che si respira…
Oggi gli sfottò hanno il sapore del tabacco ed anche gli amici piu cari che tifano per l’opposta fazione, possono finire inesorabilmente nella lista degli inaffidabili.
E’ una lista particolare che a Roma, prima di ogni derby, si allunga più velocemente di quanto si accorci.
Da oggi, e per 48 ore, smetto di ascoltare quello che la gente cerca di dirmi, sono perso nei miei pensieri.
Quando mi sveglierò, troverò un grande fiocco a nascondere la mia passione per i colori giallorossi ed una curva gravida di gente che spera…
Bisogna smetterla di fare finta di non volere…
Questa vittoria la vogliamo tutti…
Andiamocela a prendere…
Berlino
2 aprile 2010
Fossi rimasto ancora qualche secondo seduto al tavolo credo sarei sprofondato..
Sono passate 24 ore e lo sfocato ricordo di quella storta ultima mano muta.. sfuma.. e rimane solo la consapevolezza di quel “quanto” fatto di buono..
Oggi è un intermezzo di tranquillità e l’orso è preso dal tentativo di rimettere tutto a fuoco per continuare..
Qualcosa però si perde sempre dentro le cose.. ed è già una vittoria sul mondo quella di trascinarsi fino alla prossima occasione da sfruttare..
Fuori di me qualcuno mi sta chiedendo di pareggiare il conto con la sorte..
C’è sempre una sorte avversa che, sotto le mentite spoglie di un ausiliare del traffico, arriva silenziosa e fulminea e ti si piazza sul cruscotto come una multa per divieto di sosta..
Ti accorgi subito che al tavolo non puoi più stare.. ed il tuo pensiero principe è..
“Riusciranno oggi i miei 2 assi a scoppiare la coppia del mio avversario?”
“Sempre che l’avversario abbia una coppia da giocare..”
Ieri ripercorrevo con Max alcuni passaggi importanti delle ultime eliminazioni:
EPT Budapest 2009 main event: AA vs A2
scala colore al river
World Series of Poker 2009 main event ultimo livello del day2: AA vs KK
colore in quarta con K di cuori
World Series of Poker 2009 side event prima mano: AA vs KK
Poker di K al flop ed asso beffardo al river
Partouche Poker Tour 2009: AA vs 55
full di 5 con i 6 al flop
Copenhagen EPT 2010: AA vs KJ
Colore runner runner
IPT Sanremo day3 2010: AA vs KK
Tris di K al Flop
Certo..
Da tutte queste mani sono uscito svuotato e sfinito.. ed anche ieri la prima cosa è stata correre in camera e distendermi sul letto nel tentativo di riprendere un briciolo della mia demolita personalità..
Ma non mi sento affatto sfortunato.. solo in credito con la sorte..
Tra le macerie della mia prostituita voglia di vincere ho così recuperato almeno la consapevolezza di essere un ottimo giocatore.. Ho raccolto quel sogno che nei momenti di abbondanza avevo lasciato imputridire tra i denti e ne ho fatto il pane di cui saziarmi ancora..
Cosa mi insegna tutto questo?
Niente che abbia a che fare con il gioco..
Ho la crescente consapevolezza di non essere solo e so che alla fine c’è sempre e comunque una via da prendere che porta fuori dal tunnel..
Le delusioni sono piccoli ed inservibili buchi.. giustificazioni nelle quali rifugiarsi nei giorni oscuri..
La folle ed inutile paura di non riuscire li fa apparire come comode e lussuose regge, ed intanto la voglia di riscatto se ne muore di solitudine..
No..
Così non ci sto..
Andiamo a Berlino a riprenderci quello che ci spetta di diritto..
La dignità..
“Quando so di aver giocato bene.. quando sono cosciente di aver dato a tutte le cose il giusto peso.. potrò alla fine anche non vincere.. ma non riesco a sentirmi secondo.. a nessuno..”
Parola di orso!!
Il bianco ed il nero
1 aprile 2010
Ho fatto un brutto sogno e proprio non riesco a riprendere sonno..
Nel silenzio di questa notte il mio respiro si trasforma in un improbabile sussurro.. Vago come un fantasma tra la cucina ed il salone di casa e mentre un monitor di un Mac Air si supera nel vano tentativo di illuminare le cose circostanti, io mi accorgo di vivere anche e soprattutto nella mia testa..
Ho bisogno di recuperare la mia identità fisica.. e questo va ben oltre la semplice idea di vivere..
Silenzio..
Ora il respiro è una voce sfumata che permette comunque di ascoltare tutti i pensieri che mi passano per la mente..
Come in una Khafkiana trasformazione affronto la mia metamorfosi in qualcuno che non conosco e in cui stamattina non riesco a riconoscermi..
Una paradossale figura ‘umana’, ma al tempo stesso ‘mostruosa’..
Quando un brutto sogno coinvolge le persone che ami, il risveglio si trasforma in un appuntamento con la paura.. Poi il sentimento cambia.. evolve.. e diventa qualcosa come rabbia e voglia di rivincita..
Esistono limiti che non sono in grado di violare e mostri mitologici in cui non riuscirò mai a trasformarmi, ma credo di avere ben chiaro come potrei agire in particolari momenti della mia vita, se qualcuno minacciasse i miei affetti..
Posso definire solo a livello intellettuale il mio concetto di etica, ma cosa diventerei davanti ad una situazione estrema avrebbe ben poco di umano?
Cosa sono davvero in grado di diventare?
E’ spietatamente sottile il confine che separa il bianco dal nero..
Meglio tornare a dormire..

![419-doria_2[1]](https://gianlucamarcucci.com/wp-content/uploads/2012/01/419-doria_21.jpg?w=450)







