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Nel dubbio faccio due passi

2 ottobre 2026

Cammino lungo il Sentierone, dove i bergamaschi hanno inventato una particolare forma di comunicazione. Si salutano con un movimento impercettibile del mento. Un gesto che può significare buongiorno, condoglianze oppure levati dai coglioni.
Dipende dall’inclinazione.

Mi fermo per un caffè. Intorno a me tutti sembrano sapere esattamente dove andare. Uomini con ventiquattrore, donne con appuntamenti, pensionati che discutono del tempo con la serietà di un consiglio di amministrazione.

Io ho un appuntamento con la mia vita. È in ritardo da parecchi anni.
Le ho mandato anche una PEC. Nessuna risposta.

Forse dovrei metterla formalmente in mora. Intimarle di restituirmi tutte le giornate che mi ha sottratto senza autorizzazione. Gli entusiasmi anticipati, le promesse non mantenute, gli interessi maturati sui sogni. Cancellare le cattive amicizie e le scelte sbagliate.

Concederle sette giorni per adempiere.
Ma la conosco. Mi risponderebbe attraverso un avvocato sostenendo che ho firmato tutto volontariamente.
E avrebbe ragione.

A Bergamo, del resto, si lavora. Si produce. Si costruisce. Anche quando tutto crolla, qualcuno ti domanda se hai intenzione di ricostruire.
Nessuno contempla seriamente la possibilità che tu voglia semplicemente sederti sulle macerie, mandare tutti a vagare e fumarti una sigaretta.
Io non fumo. Ma certe volte ne avrei bisogno.

Mi piacerebbe tornare ad avere sedici anni. Non per ricominciare tutto, sarebbe una fatica spaventosa. Soltanto per tornare a quell’età in cui bastava vedere una ragazza attraversare la strada per convincersi che il mondo avesse finalmente trovato uno scopo.

Oggi attraverso io. E guardo prima a destra e poi a sinistra. Non per prudenza. Per vedere se arriva ancora qualcuno.

Ho scoperto che invecchiare non significa perdere la memoria. Significa ricordare perfettamente cose che non servono più.

Il cognome di uno che non sai chi sia. Il numero di telefono di una persona che non chiamerai. Il profumo di una donna che non incontrerai. Il rumore delle chiavi di tuo padre quando rientrava a casa. Ci sono suoni che non smettono mai di arrivare.

Intanto la funicolare continua a salire e scendere. Mi piace. È l’unico mezzo di trasporto che conosco capace di tornare sempre al punto di partenza senza sentirsi un fallito.
Qualcuno dovrebbe imparare da lei.

Si sta facendo tardi. Città Alta si illuminerà presto e diventerà bellissima. Non come Roma. Ma comunque bella.
Di quella bellezza un po’ arrogante delle donne che non hanno bisogno di chiederti se le ami.
Io la guardo dal basso.

Ho trascorso buona parte della vita a cercare di salire. Più in alto, più lontano, più velocemente. A conquistare cose che poi non avevo il tempo di guardare.
E adesso mi accorgo che le persone che ho voluto accanto non lo fanno mai. Intendo chiedermi a che altezza sono arrivato.

Mi chiedono soltanto a che ora torno. Se sono stanco. Se ho voglia di uno spaghetto col pomodoretto.
Forse l’amore è questo. Qualcuno che non ti domanda dove stai andando, ma lascia accesa una luce perché tu possa ritrovare la strada.

E quindi?
Quindi niente.

Domani mattina Bergamo si sveglierà alle sei, come sempre. Io probabilmente prima, perché ho ancora troppe questioni aperte con il mondo.
Ma stasera me resterò qui.
A guardare una città che non si commuove facilmente e che, nonostante tutto, continua a illuminare le proprie finestre.

Chissà se dietro una di quelle c’è qualcuno che aspetta un qualcosa di fantastico che accada.

Nel dubbio, faccio due passi.
Magari stavolta non devo arrivare da nessuna parte che non sia il mio punto di partenza insieme a te.