Tante, troppe persone mi hanno chiesto: “è successo qualcosa? Perché non sei più su facebook?”
Chiariamo, non sto male ringraziando il cielo e anche la terra. Non devo soldi, o tempo, a nessuno. Mentre non nutro dubbi sul contrario. E no, non mi hanno bloccato l’account.
Solo che a febbraio scorso ho sentito un irrefrenabile bisogno di desuetudine e ho cancellato il profilo. Quello privato perché non comunicava ciò che volevo. E quello pubblico, perché non sono Stephen King. E credetemi. È più interessante non esserci. Già, non esserci. Ma essere dove poi?
Un tempo paragonai il social a una nauseabonda bettola di periferia, e non mi allontanai molto con la mia figura retorica dalla realtà. La vita è sempre in centro. E questo luogo virtuale ti allontana dalla vita vera.
Tutto quell’insopportabile sapere “di tutto un po”” di ciò che fanno gli altri, che poi diventa fastidiosa abitudine. Guardare le loro foto. I loro aggiornamenti. Le loro frasi, il più delle volte copiate, riciclate e private della legittima paternità.
Tutta quella demagogia spicciola, spolverata come il pecorino sulla pasta. Tutte quelle immagini filtrate e localizzate, appoggiate li per elemosinare consensi di ogni tipo. Tutte quella intolleranze gratuite spesso figlie di obiettivi mancati ed ego spietatamenti difettati.
Alla fine diventava importante anche sapere dove, o con chi, avesse trascorso Ferragosto quella ragazza che frequentavi un tempo e che ora nemmeno saluti più.
Non sono un commerciante di emozioni. E un luogo, virtualmente malfamato, dove persone svendono se stesse alle loro centinaia di contatti, come se a guardarle ci fosse tutta la popolazione al mondo, non fa per me.
Perché alla fine anche se non ti interessa cadi lo stesso nel gap. Scorrendo. Leggendo. Giudicando. Entri in rete, ma in realtà rimani chiuso in una stanza virtuale. Una “echo chamber”. Una parola coniata a Londra che indica tutto ciò che è legato alle nostre scelte di visualizzazione in rete attraverso i social network.
Certo, si. Le nostre scelte.
Se non fosse che in questo processo interviene anche un algoritmo cosiddetto “amico”. Un programmino in grado di mettere in primo piano solo le informazioni giudicate più interessanti da chi il social lo gestisce. Un limbo di inutilità che inizia nell’home page di un social network e trova la sua massima espressione nelle applicazioni di uno smart phone.
Ebbene, anche per questo motivo non ci sono più. Perché quella non è la rete. Non è libertà. Ed è più bello non esserci.









