Ci si vede per cena

Con gli amici non sono stato del tutto fortunato nella mia vita. Alcuni li ho persi. Altri hanno perso me.

Quando ero un ragazzino li dividevo in tre grandi gruppi. Quelli del mare, quelli di scuola e quelli della comitiva di Santa Silvia.  

Splendidi ricordi. Eravamo semplicemente estroversi. Vivaci. Ma anche rispettosi e appassionati. Ci emozionavano le cose semplici. Lo sguardo di quella particolare ragazza. Oppure soltanto inseguire una palla. 

A quel tempo avevo una fidanzatina che non mangiava tanti dolci. Anche se lei stessa sembrava fatta con gli ingredienti di una piccola torta, per quanto era posata e carina. Crema. Fragole. Pan di Spagna.

Quali e quanti altri significati avrebbe lasciato quel tipo di torta nella mia vita ancora lo ignoravo. Era un novembre. Ma questa è un’altra storia.

Stamattina invece il mio amico Massimo me ne offre prima una gran fetta e poi mi incarta la parte rimanente.  Siete mai stati in una pasticceria Andreotti? Bè, andateci.

Gianlù, ma vai a casa? Se non la metti subito in frigo questa ha una mezz’oretta di vita.

All’improvviso immagino di stringere tra le mani qualcosa di più di una semplice torta di fragole. Una vera e propria creatura. Poi mi sorge un dubbio: “Trenta minuti di vita nel senso che scade fra mezz’ora?” 

Ma no è appena fatta! Però questo tipo di torte danno il meglio dopo 12 ore. Occorre tenerle in frigo.” 

Erano 12 anni che me la doveva spiegare questa cosa. E così, dopo oltre due lustri di silenzio assenso, finalmente chiedo e ricevo delucidazioni.

Allora. Io una parte delle fragole la cuocio per la base. E quando la cuocio aggredisco l’ingrediente, capito?” 

Un’aggressione. Una vera aggressione. Aggredire l’ingrediente. Non vedo l’ora di scriverlo su un post del mio blog. Mi piace. Solo che mi sento spietatamente stupido, perché ecco, non ho idea di cosa voglia dire. Ma chiedo e ottengo ancora.

Quando lo cuoci, o lo tratti, un ingrediente non è più se stesso. Quindi dopo che succede?

Boh! E che succede?

Succede che lui si ritrova impastato insieme a tutti gli altri ingredienti, che sono a loro volta modificati, chiaro? “

Più o meno. 

Vabbè, diciamo che la torta è pronta. Ma tutti gli ingredienti si devono, come posso dire, ancora conoscere? No? Devono conoscersi per funzionare bene. Per questo che anche i rigatoni in un condimento importante sono più buoni ripassati il giorno dopo. 

Se mi chiedi il panettone fatto in casa a Natale, io ti dico di venire all’immacolata a prenderlo. Perché se lo lasci riposare due settimane, correttamente conservato, non ha paragoni con i panettoni appena fatti.”

Si devono conoscere. E certo. Salve sono una fragolina di bosco. Lei è la crema? Ma lo sa che ho sempre sentito parlare un gran bene di lei? A casa tutto ok? E che mi dice di quel disadattato del cioccolato?

Massimo intanto è rapito del mio interesse e si entusiasma, d’altra parte sono preso dalle sue parole e dalla semplicità con cui le abbina ai meccanismi della vita anche preparando torte. 

Ti faccio un altro esempio. Prendi il lievito. Tu lo sai cosa sono gli enzimi?” 

Annuisco sperando che non mi chieda niente di preciso. È un bluff. Mi viene in mente “catalizzatori”, ma meglio non chiedere per non scatenare una tempesta.

Ecco, allora, quando tu metti il lievito nella pasta che succede?

E che succede? Per un attimo mi sento Carlo Verdone al negozio di alimentari del suocero. “Come so’ st’olive? So’ greche.” 

Sorrido. 

“Succede che gli enzimi si trombano tutto quello che incontrano e si moltiplicano velocemente. Per questo aumenta il volume. Ma se tu non gli dai nemmeno il tempo di trombare, di conoscersi, non è che possono aumentare di volume“.

Meraviglioso. Oltretutto gli enzimi li facevo molto più romantici. Che so’ manco un fiore. Un invito a cena. Scoppio a ridere. Massimo ride di rimando, ma per fortuna non può sbirciarmi dentro la testa.

Mentre torno a casa con la creatura fatta di fragole e crema pasticcera ripenso ai significati. Quelli che è mia abitudine assegnare alle cose. Ai fatti. Alle parole.

Forse hanno ragione gli enzimi. Bisogna aggredire. O magari no. Magari bisogna saper attendere che le cose vadano insieme. Che le persone si scambino reciprocamente le proprie storie. Gli aromi migliori, i sapori, le essenze. 

Siamo noi stessi un insieme di ingredienti. E non tutti si conoscono. Anzi, molti nemmeno si sopportano. È una guerra tra le parti più diverse di noi, talvolta uno scontro senza quartiere. 

Ha ragione Massimo. Occorre lasciare che i conflitti interni ritrovino un equilibrio, una identità. 

Non importa che si tratti di una ricetta, o di una personalità. Tentare di aggiustare per forza quello che oggi è disgregato, o disunito è pura utopia. Se ingerisci gli ingredienti di un dolce. Uno per volta. Non diventarà mai una torta nella pancia. 

Solo che venerdì volevo organizzare una cena. È che adesso non so come finirà quando metterò il pomodoro nella pentola, il sale nell’acqua, o a soffriggere nell’olio il guanciale. 

Però sarò rapido e discreto. Poserò da una parte la padella col sugo e mi allontanerò sussurrando con un filo di voce: “Ohi! Belli! Facciamo che mi allontano 2 minuti, voi dateci sotto pure indisturbati che ci si vede per cena.”

8 Risposte to “Ci si vede per cena”

  1. Elish_Mailyn Says:

    il tuo amico è un poeta della pasticceria…😊💙

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  2. nonsolocampagna Says:

    Che bello! Volevo dirti anche che gli Andreotti sono per tradizione pasticceri. Io sono Elena Andreotti nata a Sulmona dove ancora c’è una pasticceria Andreotti di alcuni cugini di mio nonno. Ce n’è anche a Como. Un mio collega di lavoro mi disse che gli Andreotti sono di origine veneta. Ho scoperto anche che per tradizione si occupano di costruzioni, oltre che di dolci. Immagino che la pasticceria del racconto sia quella di Roma.

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  3. nonsolocampagna Says:

    Un Andreotti dalla Toscana. Siamo “Andreotti in the world”. Salutalo da parte mia.🐞

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  4. nonsolocampagna Says:

    Sabato ho mangiato i rustici ed i dolci del tuo amico pasticciere, le ha portate una mia amica. Buonissimi.

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