Archive for 27 luglio 2017

Speciali

27 luglio 2017

Fa caldo. Un caldo immorale. Nel senso che, con queste temperature, stare al fresco dovrebbe essere considerato un comandamento in ogni religione. “Non uscire di casa sopra i 30 gradi”.

Il treno. Il taxi. Poi arrivo nella sede della grande banca. Incontro due dirigenti incravattati per parlare di affari creativi. Un tempo avevo anche io tantissime cravatte. Un tempo ero anche più creativo. E se dipendesse solo dalle cravatte?

Mi distraggo. C’è un bel freschetto, penso. E le poltrone sono morbide. Magari adesso arrivano anche dei tramezzini col tonno e una birra gelata. Ma niente. Rimedio solo dei biscotti della seconda guerra mondiale e un Nespresso decaffeinato.

La mattinata si trascina così. Poi finisce tra saluti e poderose strette di mano. Se non sei “cintura nera di stretta di mano” in certi ambienti conti poco.

A questo punto sarei molto in anticipo per il treno che mi riporterebbe a casa. Ma dietro Porta Venezia c’è un parco. Potrei camminare un po’. Sfidare la bibbia e il caldo torrido. Le panchine vuote poi, sembrano storie abbandonate e io il matto del quartiere che avanza, oscillando tra un pensiero e l’altro. Distratto solo dalla statua in bronzo di Indro Montanelli e una strana foglia in movimento sull’erba. 

È lì in terra. Si sposta in modo incongruente e non sembra nemmeno una foglia, ma un animaletto. Magari è un topo. Ah no! Quelli sono una presenza esclusiva del centro di Roma.

Mi avvicino con professionale disinvoltura. Vorrei osservarlo meglio senza che si spaventi e scappi. Sembra un riccio. 

Avevo fatto molta attenzione, tuttavia deve aver percepito qualcosa. Barcolla. Si contrae. Non è ferito. Sta semplicemente lì e mi stupisco che ora sia del tutto immobile. 

Non faccio in tempo a pensarlo che si è già trasformato in una palla tutta aculei. L’ho spaventato credo. O magari lo era già. 

Diventare una palla vuol dire difendersi ed è evidente che lui non possa far altro. Intravedo gli occhietti neri e un nasino. Mi allontano di qualche metro e rimango a guardarlo. Poi sorrido e proseguo verso la fermata della metro, dribblando la mia solita retorica.

Forse la serenità è solo una questione di tane. Di luoghi protetti. Forse ci portiamo dentro la nostra voglia di un porto sicuro, di parole confortanti. Siamo il rimpianto e la nostalgia dei nostri istanti più sereni. Siamo la nostra paura di restare soli. O peggio ancora assediati, lontani e irraggiungibili. 

E se le cose non vanno anche noi diventiamo una palla di silenzi acuminati dietro i quali ci proteggiamo. Siamo la fatica di sfidare il tempo e le distanze, lontani da un giusto riparo. Ma siamo comunque qui. E a forza di pensarlo alla fine si può anche finire per credere davvero di esserlo. In qualche modo, speciali.