Archive for 1 giugno 2014

Psicologia semplice

1 giugno 2014

A volte ti accorgi che non ha senso continuare a tendere la mano. Arriva per tutti il momento di mollare e se lo sai riconoscere è una virtù. Quello che non riesci a tirar via dalle sabbie mobili, se non lo molli ti porta giù con lui.
Non possiamo aiutare tutti, ma soprattutto non esiste modo di aiutare chi non vuole essere aiutato.
Chi dice di fuggire il caos, ma ha bisogno della confusione.
Chi dice di cercare la felicità, ma edifica ovunque la sua insofferenza.
Chi non evita il dolore e lo arreda come si trattasse di un monolocale dove passare la notte, ma sono notti che non finiscono mai.
Chi sa bene cosa vuol dire stare male e si adatta a vivere in quella condizione solo perché in fondo è l’unica che riconosce, e fare dei passi in altre direzioni spaventa più delle frustrazioni che già si è abituati ad affrontare.
Un saggio ha scritto che la felicità sta esattamente al di là delle nostre paure ed è per questo vanno superate.
Invece per alcuni sembra che la vita sia come la traccia di un tema di cui non si sa cosa scrivere. Così è meglio copiare di sana pianta qualcosa che sappiamo valere un 5 scarso piuttosto che approntare da zero un nuovo svolgimento.
Un po’ come avere un social network e inserire ogni giorno lo stesso status, tutti i giorni, per non avere la sorpresa di qualcuno che magari una mattina ti risponda “ciao, sei felice?” E tu non sai che fare.
E così si finisce con il dare per scontato tutto quello che c’è, finché c’è, e si impazzisce accorgendosi un giorno di averlo perso.
Si, perché malgrado quel dolce far nulla che sembra non cambiare le cose, le cose cambiano. Malgrado il non volere rischiare nulla, comunque un rischio si corre sempre.
E a volte correre ai ripari con una ciambella e un mazzo di fiori non basta, perché poi si ritorna a fare i conti con i propri conflitti, le proprie insicurezze e le proprie paure. Non c’è nulla di più invitante che aggirare le proprie paure perché si trova sempre una giustificazione per farlo.
Quella più semplice? Non riesco a prendere decisioni, “io non sto bene”.
La chiamano “depressione” solo che nessuno ha ben chiaro come funziona il meccanismo.
Depresse sono le persone che si ostinano a non cambiare la propria vita, perché non si vogliono bene.
Che inventano con gli altri gli stessi sguardi con cui vorrebbero essere guardate dagli altri.
Che preferiscono anestetizzare che curare.
Che non amano il partner, eppure non prendono in considerazione l’ipotesi di poterlo lasciare per non farlo star male. Ma sbagliano.
In realtà sono preoccupate per loro, perché non saprebbero affrontare la “sconfitta” di perderlo un partner. Per questo non fanno che aggrapparsi a qualsiasi scusa pur di non fuggire via. In pratica si rifugiano nella vita che non vogliono, perché non conosco un’altra esistenza meno spaventosa di quella.
Eppure la vita è una cosa semplice.
Le scelte sono semplici.
Le conseguenze semplici.
Non c’è una ragione al mondo per cui valga la pena di renderle complicate.

Non tutti

1 giugno 2014

Non possiamo aiutare tutti, ma soprattutto non possiamo aiutare chi non vuole essere aiutato.

Quando

1 giugno 2014

Quando ti ho vista arrivare in quel ristorante.
Quando mi hai sorriso.
Quando mi hai guardato e ascoltato le mie sciocche domande.
Quando mi indicavi le strade di Vegas.
Quando non dormivo per parlarti la notte.
Quando ti aspettavo davanti a un teatro all’aperto.
Quando tornavo sui miei passi solo per darti un bacio.
Quando eri troppo alta, troppo impegnata, troppo complicata.
Quando attendevo interminabili ore sotto casa.
Quando arrivavi e mi si accendevano gli occhi.
Quando crollavi addormentata sulla mia spalla.
Quando ogni treno ti sembrava troppo sporco.
Quando ti muovevi sicura e veloce in una cucina e nessuno riusciva a starti dietro.
Quando non c’era mai modo di farti mettere un punto.
Quando stringevi forte la mia testa tra le tue gambe.
Quando scivolavi sulla neve cercando la mia mano.
Quando trattenevo il fiato prima di parlare.
Quando alzavi il sopracciglio prima di rispondere.
Quando facevi una battuta e improvvisavi il broncio.
Quando scomparivi per ore nella tua vecchia vita.
Quando le notti non passavano mai.
Quando ignoravi con chi avresti trascorso quella festa o quel compleanno.
Quando giuravi a te stessa che non mi avresti più rivisto.
Quando capivi che non sarebbe mai stato possibile.
Quando piangevi per un pesce rosso o per una parola di troppo e io mi sentivo sbagliato.
Quando saltavo un cancello.
Quando rimanevo impigliato nei gelsomini.
Quando aspettavo un messaggio che non arrivava mai.
Quando guardavo il contachilometri segnare 240.
Quando spingevo il tuo carrello della spesa.
Quando le mie e le tue insicurezze.
Quando accarezzavo una cagnetta nera in una sala di attesa.
Quando ti commuovevi ascoltando cantare gli uccelli nel nido di una siepe.
Quando “devo fumare una sigaretta”.
Quando “devo uccidere la cocciniglia”.
Quando “ho finito le sigarette”.
Quando “non potrò mai farti felice”.
Quando “non sono felice”.
Quando ho capito che tutto sarebbe finito.
Quando un giorno mi volto all’improvviso e ci sei tu che mi regali un fiore.
Quando quel fiore si trasforma in un abbraccio.
Tutti questi “quando” sono stati la mia vita e oggi nemmeno quando dormo il “quando” s’addormenta.
Quando sogno.
Quando non ci sei.
Quando parlo di te con le persone a cui voglio bene.
Quando gli racconto che ho amato proprio tutto di te, anche quello che mi ha fatto stare male e che non mi fa più stare male.
Quando penso che un giorno smetteremo di esserci.
Quando smetterò finalmente di chiedermelo.