Psicologia semplice

A volte ti accorgi che non ha senso continuare a tendere la mano. Arriva per tutti il momento di mollare e se lo sai riconoscere è una virtù. Quello che non riesci a tirar via dalle sabbie mobili, se non lo molli ti porta giù con lui.
Non possiamo aiutare tutti, ma soprattutto non esiste modo di aiutare chi non vuole essere aiutato.
Chi dice di fuggire il caos, ma ha bisogno della confusione.
Chi dice di cercare la felicità, ma edifica ovunque la sua insofferenza.
Chi non evita il dolore e lo arreda come si trattasse di un monolocale dove passare la notte, ma sono notti che non finiscono mai.
Chi sa bene cosa vuol dire stare male e si adatta a vivere in quella condizione solo perché in fondo è l’unica che riconosce, e fare dei passi in altre direzioni spaventa più delle frustrazioni che già si è abituati ad affrontare.
Un saggio ha scritto che la felicità sta esattamente al di là delle nostre paure ed è per questo vanno superate.
Invece per alcuni sembra che la vita sia come la traccia di un tema di cui non si sa cosa scrivere. Così è meglio copiare di sana pianta qualcosa che sappiamo valere un 5 scarso piuttosto che approntare da zero un nuovo svolgimento.
Un po’ come avere un social network e inserire ogni giorno lo stesso status, tutti i giorni, per non avere la sorpresa di qualcuno che magari una mattina ti risponda “ciao, sei felice?” E tu non sai che fare.
E così si finisce con il dare per scontato tutto quello che c’è, finché c’è, e si impazzisce accorgendosi un giorno di averlo perso.
Si, perché malgrado quel dolce far nulla che sembra non cambiare le cose, le cose cambiano. Malgrado il non volere rischiare nulla, comunque un rischio si corre sempre.
E a volte correre ai ripari con una ciambella e un mazzo di fiori non basta, perché poi si ritorna a fare i conti con i propri conflitti, le proprie insicurezze e le proprie paure. Non c’è nulla di più invitante che aggirare le proprie paure perché si trova sempre una giustificazione per farlo.
Quella più semplice? Non riesco a prendere decisioni, “io non sto bene”.
La chiamano “depressione” solo che nessuno ha ben chiaro come funziona il meccanismo.
Depresse sono le persone che si ostinano a non cambiare la propria vita, perché non si vogliono bene.
Che inventano con gli altri gli stessi sguardi con cui vorrebbero essere guardate dagli altri.
Che preferiscono anestetizzare che curare.
Che non amano il partner, eppure non prendono in considerazione l’ipotesi di poterlo lasciare per non farlo star male. Ma sbagliano.
In realtà sono preoccupate per loro, perché non saprebbero affrontare la “sconfitta” di perderlo un partner. Per questo non fanno che aggrapparsi a qualsiasi scusa pur di non fuggire via. In pratica si rifugiano nella vita che non vogliono, perché non conosco un’altra esistenza meno spaventosa di quella.
Eppure la vita è una cosa semplice.
Le scelte sono semplici.
Le conseguenze semplici.
Non c’è una ragione al mondo per cui valga la pena di renderle complicate.

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