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Il principe delle bufere

8 gennaio 2011


La fantasia è un posto dove ci piove dentro. (Italo Calvino)

Ogni gabbia proietta un ombra ed ogni ombra è una via di fuga.
Stamattina le trasmissioni nella testa riprendono dopo una intensa e noiosa pausa pubblicitaria.
Una luce accesa.
Una porta chiusa.
L’invalicabile voragine di uno specchio aperto.
Io.
I miei pensieri.
D:”Avvicinati e non temere. Ho solo il desiderio di sussurrarti qualcosa all’orecchio.”
G: “Chi sei?”
D: ”Sono il riflesso di quello che eri. Una discutibile simmetria proiettata in un altro dove, nello stesso medesimo quando.”
G: ”Sei sposato?”
D: ”No, ma anche io ho amato, odiato e poi dimenticato.”
G: ”Allora perchè indossi una fede?”
D: ”Non è mia.“
G: ”Ed a chi apparterrebbe?”
D: ”L’ho rubata ad un pensiero, prima che diventasse un ricordo.”
G: ”Sembra l’inizio di una bella storia da raccontare.”
D: ”E’ solo una storia. Senza valore. Io valgo di più. Il mio tempo vale di più. Più del prezzo che qualcuno decise di valutarmi. Quel prezzo che comunque non sarebbe mai stato pagato.”
G: ”Fammi vedere la tua schiena?“
D: ”Non mi è concesso mostrare il mio mondo senza guardarti negli occhi amico mio ed anche tu cominceresti a sudare allucinazioni, se solo questo fosse lontanamente possibile. Mi stai ascoltando? Cosa fai ora, prendi addirittura appunti?
Fai bene. Scrivere in fondo costa meno che rifarsi una vita.”
L’atmosfera è tesa ed ora rischia di sfilacciarsi come le fibre di un muscolo esposto ad uno sforzo sovraumano.
Pietrificato fisso la mia immagine riflessa.
Vedo rincorrersi dubbi e certezze.
Sembrano voler attraversare quello spazio che ci separa passando direttamente attraverso una immaginaria porta girevole.
Si divertono, girano, rigirano, vanno e tornano indietro.
Mai completamente fuori, mai veramente dentro.
Potrei rimanere in silenzio.
Farmi capire solo guardandolo negli occhi.
Eppure le parole continuano a fuggire dalla mia bocca come da un grattacielo in fiamme. Senza ordine, ma con arrogante decisione.
G:”Ti senti solo?”
D:”La solitudine è ciò che sei quando la persona che ami non ti ascolta. O peggio quando ad ascoltarti resti solo tu e l’immagine del tuo ego riflesso. A volte mi sento solo ed inutile come una gioielleria sulla luna. Un posto dove tutto vale e nulla ha valore, perché nulla servirà mai veramente.”
Ora mi guarda, poi chiude gli occhi e china lentamente il capo arretrando di un passo.
D:”Ancora non capisci oppure ti sforzi proprio a non voler capire. La solitudine è ciò che hai tu ora, più di me, più degli altri. Non parlare. Pensa.
Pensa e poi scrivi.
Pensa sempre che la tua vita vale ben oltre il prezzo che qualcuno può essere disposto a pagare.
Più di mille chiacchiere.
Più di mille dubbiose certezze.
Più di uno specchio da 100 euro acquistato da Ikea.
Dispotico, stupido, ironico, ampolloso principe delle bufere.”
C’è una cronica mancanza di spazio nella mia testa.
Per non pensare ad altro rovino l’intonaco del muro con il sudore della mia fronte.
Faccio un respiro profondo, poi un altro, e mi accorgo che in questo bagno non c’è davvero più nulla da respirare.
Cerco un alibì per congedare il mio illustre ospite.
Non ho più niente da dirgli.
Mi aveva detto di pensare, ed io ho colpito forte i miei pensieri come si colpisce un cristallo che vuoi mandare in frantumi.
Mi aveva detto di scrivere, ed io ho scritto tutto senza pentirmi di averlo fatto.
Esco dopo aver spento la luce e quella finestra che si affaccia su un altro dove finalmente scompare.
Ora il mondo riflesso torna ad essere una copia speculare di quello reale, ed io sono il sè capovolto che lo guarda inebetito.
Io ho amato. Forse.
Io ho odiato. Certo.
La porta è chiusa.
La voragine scompare.
Un uomo di un’altra dimensione ora impugna un martello e manda in frantumi uno specchio.
D:”Avessi avuto più coraggio lo avrei fatto di fronte ai tuoi occhi. Avessi avuto più coraggio. Avessi avuto…”

Intervista Assopoker di Domenico Gioffrè

4 dicembre 2010

Eccoci qui a colloquio con “the bear”. Dalle pagine del tuo “vita da orso” emergono diverse cose di te, ma una mi suscita una enorme curiosità e quindi partiamo a bomba. Da quello che scrivi, mostri di essere una persona in perenne evoluzione, in perenne ricerca di sé e di “nuovi sè”. Come fa tutto questo a convivere con lo spirito competitivo di un player che deve mostrarsi più sicuro e granitico dell’avversario di turno?
Mi è sempre rimasta impressa una frase del mio vecchio professore del liceo. “Prima confrontarti con gli altri devi imparare a confrontarti con te stesso.” Ed io non faccio altro. Scrivo e mi rileggo ogni volta che ne sento il bisogno. Credo di avere il dono dell’esposizione e la sensibilità necessaria per guardarmi dentro. Raccontare diventa quindi una elementare conseguenza. Nascono così le mie riflessioni e tutte quelle note che possono essere belle o brutte, scritte bene o male e riguardare la “mia” come altre migliaia di vite reali come la mia.
Quello che mi piace sottolineare nei miei scritti è che esiste una linea ben visibile che separa la realtà, l’esperienza e la fantasia. Le tre cose non si escludono, ma non si possono neanche confondere o sovrapporre.
Soprattutto però, non possono fare a meno l’una dell’altra: la fantasia non può fare a meno della realtà e la realtà dell’esperienza.
Il mio mettermi in dubbio è tutt’altro che sintomo di insicurezza o paura. E’ pura coscienza.
Non c’è nulla di esoterico, filosofico o psicologico in questo. Tutto diventa oggetto di riflessione, tutto può essere messo in discussione e tutto diventa quindi raccontabile.
Il rapporto tra l’uomo e il giocatore?
Non sei la prima persona a notare questo mutevole contrasto di personalità.
Qualcuno mi chiede se i pensieri coincidono oppure no. Se le loro idee sono simili oppure differiscono completamente.
In realtà vado d’accordo con entrambi.
Interpreto alla perfezione il giocatore sedendomi al tavolo e guardandomi intorno con l’unico scopo di saccheggiare le emozioni di tutti gli avversari. Analizzo le parole, i comportamenti. Cerco di entrare nella pelle di ognuno e quando riesco a farlo quel giocatore diventa un libro aperto.
Nel poker come nella vita sono diventato molto bravo ad osservare gli altri, ad ascoltarli, a non farmi sfuggire un gesto o una parola. E’ questa la competizione, le carte sono secondarie.
Alla fine il giocatore legge i testi dello scrittore, mentre lo scrittore vive e si limita a tifare spietatamente.

Scherzi a parte, si nota da subito che non sei un poker player nell’accezione “comunemente intesa”, a partire dal tipo di comunicazione. Molti scrivono “ho shippato qui”, “mi hanno sculato di là” etc etc…Tu invece fermi i tuoi pensieri liberi, su di te e su ciò che ti circonda, e li condividi con tutti. Come vivi questo mondo (del poker obv)? Ti sta stretto?
Ti confesso che il mondo del poker mi va effettivamente un po’ stretto, ma ho intenzione di mettermi seriamente a dieta.
Ironia a parte.
Esiste un momento per vivere, uno per raccontarmi, uno per rileggermi ed uno per sognare.
Ad ogni momento corrispondono emozioni forti e mutevoli stati d’animo. Non sto certo a misurare quanto mondo ci sia intorno a me per godere di tutto questo.
La cosa singolare è che in questi miei singolari stati d’animo si rileggono anche centinaia di affezionati lettori.
Forse questo spazio non è poi così stretto ! Ci si entra tutti comodamente.

Si inizia a parlare di te più o meno due anni fa, con due tavoli finali importanti. Ma cosa c’è nel tuo background e quando hai scoperto l’hold’em?
Seguivo il poker da diversi anni, ma non avevo mai giocato un torneo vero. Poi decisi di cominciare ed eccomi qui. Nella vita di chi non gioca sono presenti soltanto immagini e ricordi di partite viste. Io posso ritenermi fortunato di averle anche vissute e qualche volta, vinte.
Il motto del mio primo Main Event alle World Series era “Oggi sei qui, meritatelo!”

Attualmente hai un Hotel & SPA a Claviere. A parte il fatto di essere molto frequentato anche da colleghi poker players, lo consideri un pò l’habitat naturale per “l’orso”?
L’Hotel Bes è diventato col tempo la tana dell’orso. Era naturale che si trasformasse anche in un punto di riferimento per le vacanze invernali di quegli amici o colleghi con cui ho avuto modo di condividere le emozioni del poker in giro per il mondo.

Sei molto prolifico come scrittore/blogger. Ma che esperienza è per te scrivere?
Creatività e fantasia. Credo che soprattutto il mio carattere sia la variabile di valore alla base di quello che tu definisci “prolifico”.
Scrivendo cerco di trasferire ad altri la terapeutica immagine di un me stesso migliore.
Non è facile perchè una cosa è raccontare, un’altra cosa è raccontarsi.
Servono coraggio, grinta ed energia per scrivere e descrivere e riscrivere sempre.
Ma bisogna essere anche quel tipo di persona in costante ricerca di un proprio equilibrio. Come dire, sempre ad un passo da un baratro fatto di dubbi, eppure mai in bilico.
Scrivo e so che alla fine altri leggeranno quello che ho scritto.
C’è chi tiene le sue pagine chiuse a chiave in un cassetto e lì le lascia per sempre. Scelta legittima ma credo che sia molto più utile aprirlo quel cassetto.

Non so…ricerca, abitudine, necessità magari!Riusciresti a grindare con una simile regolarità?
Al tempo sono stato un trader privato e per oltre 5 anni l’attività svolta per il fondo hedge iniziava dalle 8 di mattina (con sveglia alle 6:30 circa) fino alle 22 (al netto delle dovute e necessarie pause).
Ero quotidianamente sui mercati di mezzo mondo in modo spietatamente attivo ed assorbente, tanto che la sera spesso finivo con il portatile a letto. Grindare non mi spaventa di certo, ma al momento non la considero una necessità, nè tanto meno una priorità. Il tutto si ridurrebbe ad una mera questione economica. Non si grinda per passione, lo si fa solo per denaro.

Scherzi a parte…giochi online? O per te il poker è un’esperienza squisitamente “vis a vis”?Come analizzi il tuo gioco? Utilizzi software o anche qui meglio le dita, una tastiera e un foglio bianco?
Il poker live è ragione e sensibilità. Il poker online automatismo e disciplina. Si tratta di giochi diversi giocati da giocatori con differenti peculiarità.
Nel poker online è come nella vita, quando la fretta ti costringe ad agire e non c’è tempo di ragionare. Servono software e schemi soprattutto se si gioca su più tavoli. Non credo di essere un forte giocatore online, però mi diverte giocare soprattutto affiancando giocatori meno esperti. Ne faccio una mera questione didattica.
Nel poker live ho invece tutto il tempo per ragionare su ciò che è possibile, impossibile o necessario fare. Si studiano gli avversari. Servono memoria e spirito di osservazione. Un pizzico di esperienza, un po’ di fortuna, tanta pazienza ed il gioco è fatto. Questo è quello che si avvicina di più ad una passione.

C’è un collega player che stimi più di altri? E così per gioco, se si potesse, c’è una qualità che ruberesti a qualcuno per farla tua? Se sì, cosa e a chi?
Parto sempre dal presupposto ci sia sempre un “qualcosa” da imparare da tutti. Io, in attesa di migliorare, mi tengo ben strette le mie imperfezioni.
Citare un giocatore in particolare sarebbe da parte mia poco elegante e forse inutile. Sappiamo tutti che il giocatore perfetto è quello fortunato.
Farei mia questa qualità.

Ti abbiamo visto uscire da tornei con monoout contro, eppure nelle foto hai sempre un’espressione serena e sorridente. Fingi bene o davvero non tilti mai?
E’ un gioco di carte e lo considero tale anche quando le cose non vanno per il verso giusto. Non può essere una vittoria a farmi sentire migliore di quello che sono. Tantomeno una sconfitta, seppur beffarda, potrà mai togliermi un briciolo della mia autostima.
L’espressione serena ed il sorriso sono solo una mera questione di signorilità.

Hai avuto un’esperienza da pro sponsorizzato con Goalwin. Ora cosa bolle nel pentolone dell’orso? (rispondi obv solo se vuoi e puoi ;))
Devo ringraziare la famiglia Merighi e il manager Francesco Pivetta per avermi dato quella possibilità. Purtroppo non si è riusciti a dare un seguito all’avventura, ma rimangono comunque buonissimi ricordi e qualche ottimo risultato ancora ben visibile in bacheca.
Cosa bolle in pentola? Visto che è l’ultima domanda ti risponderò alla maniera dell’orso. Con filosofia.
“Non c’è una via di mezzo. Esistono solo strade, alcune le percorriamo, altre no.
C’è sempre un qualcosa per cui valga la pena lottare e visto che lo abbiamo fatto fino ad ora, non vedo perchè non farlo anche domani.”
Ho detto tutto.
Un abbraccio ed un saluto affettuoso.

di Domenico Gioffrè – Assopoker.it

Sagome

23 ottobre 2010

Oggi solo una mente libera potrebbe sforzarsi di leggere quello che ho da scrivere, perchè il rischio è uscirne confusi.
Pazienza.
Se poi non si capisce il senso del mio scritto dalle prime 3 righe, tranquilli…
E’ sempre alla fine che si riordinano i pensieri. Come quando al termine di una grande festa, la musica è finita e rimangono solo tristezza, piatti sporchi e coriandoli da raccogliere in terra.
E’ curioso, ma per quanto ti sforzi, non riesci ma a raccoglierli tutti.
Stamattina i luoghi sono “non luoghi”.
Il detto è il “contraddetto”.
Vorrei limitarmi a scrivere il banalmente necessario, ma fallisco.
Precipito nel rumoroso silenzio del mio soliloquio, e ci rimango per più del dovuto.
Forse troppo.
In un sogno tutto è possibile tranne che tracciarne i confini, eppure io mi danno nel vano tentativo di segnare un territorio che sia soltanto mio.
Vorrei dettare regole, ma l’unica che conosco è che non ve ne sono.
Così distrattamente inciampo e cado nel curioso tentativo di segnare i bordi del mio sogno con un gessetto bianco.
Disegno la sagoma di un altro me stesso caduto come me, ma forse da molto più in alto.
Evidente evidenza.
Era un sogno senza i requisiti minimi di sicurezza.
Tutto da rifare.
L’architettura dei miei pensieri non funziona, la struttura collassa ed a me non rimane che realizzare altri progetti di abusive felicità virtuali.
E la felicità oggi, è solo un’appuntamento a qualsiasi ora a cui spero di non arrivare troppo tardi.
Questa testa non è un albergo, ma funziona come tale.
Poche idee e non bastano a coprire i costosi dubbi.
Colpa forse della bassa stagione.
Colpa forse degli arredi obsoleti.
Il mio turistico tentativo di occupare ogni singola camera della mia mente a 4 stelle si frantuma e non rimane che chiudere ancora gli occhi.
Come in un capolavoro di Stanley Kubrik mi perdo in questo dedalo di ordinati corridoi tutti da esplorare.
Ho centinaia di camere da visitare.
Centinaia di porte da aprire.
Tutte eccetto una. La 237.
Per tutti c’è una camera 237 da evitare.
Nella mia ho riposto sensazioni, ricordi e tutte quelle emozioni che non sono ancora pronto a rivivere!
E’ chiusa a doppia mandata e la chiave l’ho buttata nel cesso su consiglio del mio migliore amico.
Quello che mi dice sempre di mantenere la calma anche quando ci sarebbe di che preoccuparsi.
Quello disposto anche a ferirmi pur di essere sincero dicendomi la verità.
Quello vero.

“Gianlù? Tutto ok? Tocca a te… Io ho rilanciato e sono in all in”
“Sto bene, scusa, mi ero solo fermato un attimo a pensare! Leggo…”

Lascio scivolare le dita sul profilo di due assi rossi, poi alzo lo guardo per incontrare i suoi occhi.
Emiliano sorride ed io sorrido di riflesso.
Pochi istanti e le mie carte vincenti finiscono coperte nel mazzo.
Resisto a quella spietata voglia di sbirciare l’ultima pagina.
Rinuncio a sapere chi sarà il colpevole.
Forse perché non ne sento il bisogno.
Forse perché rimango l’ultimo dei romantici.
Una sagoma sull’asfalto a cui piace pensare che in ogni sconfitta esista comunque un modo per sentirsi vincente.

Fermo immagine

3 ottobre 2010


Fermo immagine.
Avanti veloce.
Movimenti ripetitivi, quasi meccanici.
Stasera indosso il mio vestito migliore ed invito lo specchio a mostrarmi la realtà in un modo meravigliosamente lineare.
Senza spigoli.
Senza rumori di sottofondo.
Rimango solo.
Orfano di quelle immagini e quei pensieri che somigliavano tanto alle voci fuori campo dei film di Orson Welles.
Avanti veloce.
Fermo immagine.
Me ne imango in silenzio e guardo dall’altra parte un mondo che riflette il profilo di un quarantenne ben vestito.
Se lo fisso negli occhi lui mi fissa di ritorno.
Maleducato ed illuso, non ha capito niente.
Ecco un altro povero sfigato che legge i testi di Simone Maria Navarra e sogna di fare lo scrittore.
C’è qualcosa di profondamente oscuro dietro tutta quella sua luminosa realtà.
Spengo la luce.
“Che fai? Vieni con me?”
“O certo! Grazie mille. Andiamo.”
La figura riflessa di un uomo mi segue e scompare.
Avanti veloce.
Fermo immagine.
Due aspirine si rincorrono disegnando curiose effervescenze nell’acqua, ma i pensieri ancora si spintonano.
Mi infilo in un corridoio fatto di ricordi ed emicraniche riflessioni.
Forse è troppo tardi per uscirne, fuori piove e c’è vento.
Non ho mai sopportato il vento.
Non è mai riuscito a portarmi via.
Nella mia stanza un criceto curioso gioca con la ruota nell’involontario tentativo di essere adorabile.
Avanti veloce. Fermo immagine.
Anche io non mi muovo di un centimetro e stanotte, misurandolo in sogni, mi assicurerò che il mondo esista ancora.

Lettera a Giulio Golia

29 settembre 2010

Caro Giulio,
volevo scrivere sulla tua bacheca ma lo spazio non è così generoso, così ti dedico una nota un po’ diversa da quelle che sono solito pubblicare.
Ho visto anche io il servizio sul poker andato in onda nell’ultima puntata de “le Iene”. Un montaggio veloce e d’impatto come sei solito d’altronde presentare i tuoi servizi.
Un bel personaggio buttato in copertina.
Un po’ di clamore.
E tanto, tanto, tanto colpevole pressappochismo. Almeno in questo caso.
Scusami se puoi il tono confidenziale, ma credo che l’oggetto del servizio dovesse essere la “Sindrome da gioco compulsivo” , mentre si è arbrariamente andati contro il “Poker da Torneo” ed i suoi protagonisti, disegnando contorni inquietanti e contorti di una realtà che, evidentemente, credo tu conosca davvero poco.
Ti spiego.
La sindrome da gioco compulsivo è una vera e propria patologia, riconosciuta a livello psicologico, ma non a livello medico e sembra, a questo punto, anche mediatico. Un disturbo mentale maladattivo equilvalente ad altre forme di dipendenza psicologica come lo shopping compulsivo.
Posso dire di aver conosciuto una signora fissata con le caramelle, ne comprava quantitativi industriali senza peraltro mangiarle. Ogni scusa era buona per uscire ed acquistarne. Quintali di caramelle stipate in ogni angolo della casa, in automobile, in garage. Vogliamo fare un bel servizio sulla signora e colpevolizzare chi produce caramelle di avere, in qualche modo, favoreggiato il disagio mentale della signora?
Si tratta di caramelle, ma potevano essere banane, carciofi, bambole o centrifughe termozeta.
Dico io. Ma di cosa stiamo parlando?
Per molteplicità di dettagli il poker da torneo si avvicina molto al gioco degli scacchi.
Una meravigliosa sfida tra esseri umani che si misurano a colpi di disciplina, logica, tattica, statistica e perchè no anche resistenza fisica.
Ore ed ore passate intorno ad un tavolo.
Cercando di rimanere concentrato più del tuo avversario.
Cercando di limitare le distrazioni, gli errori, portando al limite la propria soglia di attenzione e di sopportazione quando una mano non gira come la statistica vorrebbe.
Su una cosa ti do ragione.
Il poker da torneo giocato a certi livelli non è per tutti e sicuramente non ci si improvvisa giocatori alla domenica.
Ci sono testi da studiare ed esperienze da fare. Un percorso lungo attraverso il quale misurare e migliorare le proprie competenze ed abilità.
E’ vero. Si vincono soldi. Ma anche in un torneo di scacchi il vincitore riceve un premio in denaro e stai certo che una potenziale vittima da “sindrome del gioco compulsivo” non discriminerebbe certo di dilapidare un patrimonio giocando a scacchi.
Certo la casistica parla di un numero maggiore di soggetti nel mondo del poker, ma allora andiamo in fondo alla cosa.
Rispetto al lotto, al super-enalotto, ai gratta e vinci, alla roulette o alle scommesse sull’ippica o su qualsivoglia evento, il poker da torneo può davvero porsi in cima alla classifica nella statistica dei casi?
Con quel tuo servizio, tra l’altro seguitissimo, hai demonizzato una categoria di giocatori ed appassionati di questo gioco perdendo di vista l’obiettivo. Quello di spingere la medicina a riconoscere una volta per tutte questa patologia trattandola analogamente al problema delle tossicodipendenze.
Sappiamo entrambi quanto sia impensabile intervenire sulla “sindrome da gioco compulsivo” in ottica squisitamente proibizionista, visto che le entrate per il gioco del lotto ed affini costituiscono una vera e propria forma di tassazione parallela in Italia.
Quanti soldi entrano ed entreranno ancora nelle casse dello stato?
Quanti italiani verranno folgorati dall’illusoria convinzione di poter agguantare l’ultimo jackpot al super-enalotto?
Nel prossimo servizio cerca di curare i dettagli studiando a fondo la materia.
Ti invito ad approfondire l’argomento leggendo il “Trattato completo degli abusi e delle dipendenze” vol 1 e 2 di Umberto Nizzoli, tra l’altro disponibile su google libri, o i temi trattati dallo psicologo Custer, l’uomo che identifica e spiega , da un punto di vista psicologico, le caratteristiche delle sei diverse tipologie di giocatore di poker.
Chiudo con una frase di Custer “La dipendenza da gioco va sempre inquadrata in rapporto alla soggettività del giocatore, alla sua struttura di personalità, alla sua storia affettiva, alle relazioni interpersonali significative ed alla fase del proprio ciclo di vita”.
Insomma, non risolvi certo il problema delle dipendenze con un semplice “Fate attenzione ragazzi!” spiattellato alla tv in fascia protetta.
Tanto ti dovevo.
Gianluca “The Bear” Marcucci

Le stagioni del cuore

6 settembre 2010

La mia mente oggi se ne sta immobile, ma non impotente, davanti ad un mare inesplorato di pensieri. Un ostacolo che si pone tra me ed il solito ovunque ancora da raggiungere.
Un sole infetto riscalda le mie quotidiane incertezze, mentre altri dubbi suggeriscono le immagini di improbabili mete che attendono solo di essere scoperte.
Ma quale ponte sarebbe in grado di osare oltre questo orizzonte?
Sto qui, seduto a pochi metri dal mare, mentre i pensieri si rincorrono tra passato e presente senza sfiorarsi nemmeno. Mentre la mia testa rielabora i ricordi di fantastiche stagioni passate.
Non basta saper nuotare.
Non basta saper contare tutti quei relitti di navi affondate che non torneranno mai a galla.
Chiudo gli occhi cosí che migliaia di dettagli squisitamente tecnici finiscano in acqua.
Ora é una ingegnosa fantasia che disegna il ponte perfetto.
Quel progetto razionalmente visionario che non ha certo bisogno di una riva opposta per funzionare.
Ed io ho voglia di crederci.
La mia architettura é in grado di avvolgere il tempo e poi farlo scorrere di nuovo.
Emozioni comuni di tempi non comuni si confondono tra rive che forse aspettavano solo di essere raggiunte.
O forse no.
Non si trattava di vederle o non vederle. Non si trattava di essere o non essere mai stati lì, ma di averlo in qualche modo solo dimenticato.
Apro gli occhi.
Mi immergo nella magia fredda di questo nuovo stato emotivo, quasi allucinatorio.
Mi inebrio di un niente che é già abbastanza.
Intanto un cuore comunque batte e se ne rimane timidamente in disparte, senza avere il coraggio di dire piú nulla.

Meditandoci su

26 Maggio 2010

Lo specchio che la mia amica Gisella nasconde in cantina non è molto diverso da quello appeso nel mio bagno.
Se lo fisso tutto muta, pur rimanendo ambiziosamente uguale.

Stamattina cerco tracce di diversità riflesse, eppure questo volto sembra somigliare ancora una volta al me stesso di sempre.
L’acqua scorre calda ed il mio lavandino riflesso è una sorta di lago artificiale, dove non si può certo andare a pesca.

Un luogo appena al di fuori dell’insieme dei luoghi che vale la pena ritrarre in questa foto fatta di quotidianitá ricorrenti.
Confini che ogni giorno vorrei varcare per oltrepassare il significato di ogni singolo dettaglio. Capire davvero se in quell’altrove tutto è veramente come appare essere.

“Smettila di domandartelo!”
Alzo gli occhi, l’immagine ha rotto il suo abituale silenzio.
“Credi davvero che questa sia una porta che conduce a improbabili parallelismi?

Ogni mattina indossi le tue curiose espressioni e io non posso fare altro che assecondarti. Ma i dubbi, le speranze ed i sogni, quelli uno specchio non li riflette e l’unico modo per leggerli è guardarsi dentro.

Non credere che io sia un povero diavolo che ha sbagliato mondo! Esisto come te e non per scelta. Anche se mi vedi riflesso solo nelle vetrine dei centri commerciali, nei retrovisori delle auto in sosta, o seduto sulle girevoli di un barbiere. Anche se sono confuso tra migliaia di altre immagini frammentarie che non sento certo mie.
Esisto e non sto qui a farmene un problema.

Passo il mio tempo persuadendomi di vivere una vita normale.
Eppure non sai quante volte mi sia chiesto cosa si nasconda dietro la tela di un quadro appeso, o dentro le pagine di un libro chiuso. Tutti dettagli che al contrario tuo, io non vedrò mai.

Ormai ti conosco. Sei un’ingenuo, o forse un sognatore. Un personaggio che vive nella speranza di dare un significato a tutto, anche quando non c’è alcun significato da dare.

Svegliati!
La vita è una palese evidenza.
Ogni mattina percepisco chiara la sensazione di avere davanti un qualcuno pronto a mentire a se stesso pur di dare significato a ciò che non capisce.

Tu vivi davvero.
Io esisto di riflesso caro amico mio!
E al di là di questi confini che vorresti varcare, si vive solo di spietata apparenza.

Cerca di non essere il tuo riflesso.
Quella risposta che cerchi è in tutto quello che questo specchio non riuscirà mai a riflettere.”

Fisso quell’immagine con i suoi medesimi occhi, mentre un respiro affannoso fa eco al tam tam di pensieri confusi. Incertezze da correggere e rivedere, come tanti compiti a casa.

Mi chiedo come mai non mi abbia chiesto di fare un giro sulla ruota panoramica. Ridacchio senza terminare la frase e per un attimo rivedo alcune scene della fiaba di Biancaneve, quelle in cui una strega insicura e sucettibile parla con il suo specchio.

Il messaggio è chiaro. Se pur di trovare risposte sei disposto a credere a tutto, perderai con il tempo la capacità interpretare le persone e diventerai il riflesso di vite altrui.

Non mi rimane che custodire questa nuova delirante storia nel cassetto delle esperienze impossibili.
Medititandoci su.

Aforismi in disordine

24 Maggio 2010

Se scrivi un libro al contrario, è al contrario che poi costringi le persone a leggerlo.

La prima cosa che mi colpisce in una donna bellissima è la simpatia.

Vorrei tanto un coccodrillo ! Ma dovrei trovare qualcuno disposto a scavare il fossato !

“Prima o poi sta ruota dovrà girare nel verso giusto no?” Lo dice spesso anche il mio criceto !

Se un tipo con le rose mi si avvicina al semaforo scendo e cerco di vendergli una settimana bianca. Perché la miglior difesa è sempre l’attacco.

Più si osserva un orizzonte è più ci si sente sollevati dal senso di responsabilità. In fondo siamo così piccoli.

Non c’è una via di mezzo. Esistono solo strade, alcune le percorriamo, altre no. C’è sempre un qualcosa per cui valga la pena lottare e visto che lo abbiamo fatto fino ad oggi, non vedo perchè non farlo anche domani.

A volte mi sembra di vivere come in una partita a scacchi giocata senza regole, dove ognuno si riprende i pezzi che l’avversario gli brucia. L’unica soluzione sarebbe non giocare, ma sareste capaci voi?

Il suo sorriso è la mia religione.

Non ho mai avuto problemi a tracciare quella linea che divide il superfluo dal necessario. Il dubbio è solo scegliere da che parte stare.

Forse questa non sarà una gran vita, ma cosa dovrebbe dire allora la balena azzurra. Trascorre circa 120 giorni all’anno nei freddi mari polari, si accoppia solo una volta ogni 2-3 anni. E quando emerge trova sempre qualche squilibrato che vuole piantargli un arpione nel sedere.

E mentre, al canto di improbabili sirene, ambulanze continuano a portare santi in paradiso. Io rispondo all’emetico assedio di improbabili programmi alla tv, vagando come un vampiro di giorno e nutrendomi di sole emozioni.

Brancolo di notte in cerca di spigoli.

Dicono che ripetere sempre la stessa cosa o la stessa azione e aspettarsi ogni volta un risultato diverso sia una follia. Vi sembro un folle?

Quello che non sono

18 Maggio 2010

Vorrei stare qui a sognare fino a farmi sanguinare i pensieri.
Stamattina le parole non bastano nemmeno a riempire una pagina e tutto intorno a me sembra messo duramente alla prova.
Mi interrogo sulle cose da fare ed improvvisamente divento il relatore di una interminabile giornata storta.
Mi trasformo nell’ospite d’onore ad una improbabile “convention” sul “dubbio”.
Sì. Proprio come in uno di quei congressi dove ti appiccicano una etichetta adesiva sul petto con scritto il tuo nome. Tutti sanno “chi sei” e nessuno “cosa sei”.
Ed io cosa sono?
Io non sono un alieno.
Io non sono un vegetariano e non “credo” di essere del tutto agnostico.
Non sono un genio, ma nemmeno un idiota e difficilmente sto qui a pensarla come gli altri.
Mi piace anche sbagliare, ma “a modo mio”.
Non sono in forma.
Non sono malato.
Non sono un artista, uno scrittore e nemmeno uno scienziato.
Non sono ottimista o pessimista tanto per esserlo.
Qualche volta magari distratto, mai superficiale.
Non sono nè razionale, nè irrazionale.
Leale nei rapporti.
Letale davanti alla porta.
Malgrado tutto la somma di ogni mia variabile è sempre un numero intero positivo.
Fatico a volte a riconoscermi allo specchio, ma non tardo mai a ritrovarmi tutte le volte che mi perdo.
Stamattina il treno dei miei pensieri si ferma alla stazione del “non ho più nulla da dire”, non certo per una laconica mancanza di idee, ma solo per rispetto ad una sottile forma di scaramanzia letteraria.
A volte l’inchiostro elettronico si trasforma in una assurda miscela di fuoco ed acido che rischia addirittura di corrodere la memoria di questo iphone.
Sarà la spietata voglia di cancellare ogni cosa!
Spesso scrivo per non dimenticare, altre volte solo per esorcizzare. Oggi invece navigo a vista sempre con le ancore e le scialuppe di salvataggio pronte ad essere gettate in mare. Nessuno si merita di naufragare, tantomeno io e non mollo certo il timone solo per un po’ di sana paura.
Poco importano le mie fitte allo stomaco e la sfrenata voglia che ho di vomitare. Sono un tributo dovuto alla vita.
Ogni mattina mi illudo di scegliere nuove abitudini, nuovi rapporti, nuove situazioni, e poi mi accorgo che il mare è sempre lo stesso che navigavo ieri, sporco, infestato di carcasse maleodoranti e mi rendo conto che al massimo potrei solo scegliere rotte diverse in uno stesso oceano.
Non sopporto l’inaffidabilità di certi personaggi, ma ho da tempo terminato di esprimere in pubblico tutte le mie opinioni. Ho anche smesso di giudicare tutti quei comportamenti che ancora mi infastidiscono ed il bello è che mi sono accorto di vivere e sopravvivere lo stesso.
Le regole del gioco. Non ci vuole molta intelligenza a condividerle ed un po’ di pace oggi non guasterebbe.

Cara nonna

4 Maggio 2010



Eccomi qui.
Impegnato nella compulsiva ricerca della solita serratura dove appoggiare l’occhio destro ed attraverso la quale spiare il passato di nascosto.
Stamattina al posto del cuore ho un gomitolo di lana che invece di pompare e soffiare via sangue si srotola, come sollecitato dalle mani di una anziana signora.
Posso vederla ancora lì seduta sul suo divano rosso.
Ha il sorriso scavato sul volto e fissa lo sguardo nella mia direzione.
Mi guarda, alza un sopracciglio, sorride di nuovo.
Io rivivo la scena ed un istante di felicità mi passa sopra la testa sibilante come un proiettile di piccolo calibro. Purtroppo però mi supera, capisco che è destinato ovunque, ma altrove.

“Ciao nonna!”
“Vuoi una sciarpa o un bel maglione?”
“Una sciarpa giallorossa nonna!”
“Lunghissima come piace a te.”
“Si lunghissima.”
“Ti voglio bene nonna!”

A distanza di tanti anni colmo questa spietata sensazione di vuoto come non farebbe una persona qualsiasi.
Scrivendo.
Non ci sei più e non è un trucco da risolversi con il solito specchio nel bagno.
Come intrappolato in un vecchio film, rivivo centinaia di volte le stesse inquadrature e vengo travolto da quelle immagini in parte bianche ed in aprte nere che nessuno apprezza più.
Ricordo ancora tutte le battute a memoria, ma non rammento quale fosse la frase nella scena finale.
Sei rimasta in silenzio e, del momento in cui nulla è stato più come prima, non rimane che l’eco di quello che accadde dopo la fine.
Ci sarà però sempre un qualcosa che mi parlerà al posto tuo e sarà come se tu fossi ancora qui.
E’ accaduto un sabato pomeriggio dopo tanto tempo.
Avevo al collo quella lunghissima sciarpa e nel cuore solo il pensiero di quanto ti avrebbe fatto piacere rivederla.
Cara nonna, ricordo quella giornata ventosa al mare, quando mi indicasti gabbiani in cielo che sembravano immobili.
Volavano, eppure non si spostavano di un metro, nè avanti nè indietro.
Ecco, oggi io mi sento davvero così.
Volo immobile sfruttando il vento contrario.

Il meccanismo alieno

13 marzo 2010


Ci sono notti in cui ho la netta percezione che esista un meccanismo alieno nascosto sotto al mio letto, qualcosa in grado di spingermi talmente in alto da farmi sfiorare il soffitto.
Un sistema apparentemente perfetto che si accende nell’istante esatto in cui il sonno si impadronisce dei miei pensieri.

Il meccanismo alieno è uno strumento di religiosa tecnologia che non fa paura, ma inquieta.
Il meccanismo alieno non ama, non odia e non ha un libretto di istruzioni, è un insieme puro di paradossi irrisolvibili e completi.
Il meccanismo alieno consente di sognare il futuro, il passato e soprattutto il presente.
Il meccanismo alieno è il tempo in sè che costruisce il mio mondo un secondo prima di aprire gli occhi, per distruggerlo nell’attimo esatto in cui li richiudo e mi addormento.
Il quella frazione di storia che dura il tempo di un sogno, il meccanismo alieno disallinea le rotazioni dei cieli e dei pianeti, centrifuga la materia per creare tutto lo spazio possibile che poi irradia di contaminante fantasia.
Il meccanismo alieno rielabora la realtà del giorno all’interno dei miei sogni. Sogni che spesso non ricordo.

Nel mio sonno senza memoria, le sillabe e le parole si confondono come a voler creare un linguaggio nuovo, drammaticamente privo di alcuna grammatica. Ed io non faccio altro che rielaborarlo alla costante ricerca di un significato nascosto.:
“..frapposto il siffatto sonno, al contrario tre per tre uomini energicamente, ma non testa a testa. Seduti in spirale che non da fastidio, si o no, forse gira male che alla sintesi conducano vincente il bianconiglio..”

Il meccanismo alieno ha prodotto un altro discorso meravigliosamente insensato. Un concetto paradossalmente illogico, inconfutabile e quindi perfetto.

Ma la traduzione è chiara:
“..il bianconiglio mi conduce all’interno del mio sogno alieno, dove nove persone giocano a carte. Un gioco antico dove vince chi, anche mediocremente e con il consenso della fortuna, è il solo in grado di mostrare la carta giusta.”

Sogni. Sogni. Sogni. Roba da dormirci sopra ancora per un po’.

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La giostra equestre

27 gennaio 2010

Interagire… Realizzare… Crescere…
Nella testa tutto è possibile e il conto delle cose che posso fare nei prossimi 11 giorni diventa una mera questione di calcolo.
Volontà, moltiplicata per il tempo necessario, il tutto diviso il numero di possibilità che mi da la vita. Una formuletta mica male.

Stamattina vivo l’ordinato caos di una mente iperproduttiva e questo credo sarà sufficiente a tenermi occupato per l’intera giornata.
Ho disinnescato la sveglia trenta secondi prima del segnale acustico. Nessuna giornata potrebbe iniziare meglio.

Vivo a pieni giri un insieme di rapporti che interagiscono tra loro e non c’è davvero il tempo per curare un rapporto alla volta. Spesso non c’è nemmeno il tempo di fare la barba, tagliare i capelli o guardarsi di sfuggita allo specchio.

Discussioni…
Si può discutere su tutto, non certo sulle funzioni del sole o del colore della luna.
Il mio vivere sembra fatto di cose semplici e banali, ma non sono così banali, nè tantomeno così semplici. A volte mi sento il guardiano di un faro alle bocche di un porto dove non approda mai nessuno, ma questo non vuol dire che quel faro non abbia comunque una collocazione importante, o che quel molo sia abbandonato.

C’è sempre quel faro che indica la strada giusta da seguire e per ogni imbarcazione che passa indenne una leggera euforia facilita il mio compito di dimenticare i dubbi della quotidianità.

Un senso di meravigliosa mediocrità mi pervade.
La sensazione di non potercela fare.
La voglia di scappare via e nascondermi tra le pagine di un libro che non ho mai scritto.
Oggi la realtà si risolve in qualcosa di meglio dell’idea della realtà stessa.

Io sono quel sole ed allo stesso tempo quella luna che tu ti ostini ad ignorare.
Io sono molto meglio della parte giusta del meglio.
Sono l’indiscusso guardiano del faro che illumina qualcosa di più della mia stessa vita.
Ma questo forse ancora non ti è chiaro.

Ho più volte affrontato quel processo in cui io stesso ricopro la parte di giudice, di accusato, della pubblica opinione e della giuria, eppure ne disconosco ancora il verdetto…
Ma questo è un altro discorso.
Adesso ho voglia di chiudere gli occhi sul troppo e concentrarmi sul necessario.

Troppa realtà…
Odio la realtà perché non posso guardarla ad occhi chiusi.
Mi tengo quindi ben stretta questa spietata sensazione di aver vissuto fino ad oggi una vita fatta di sogni e raccolgo le schegge di una caccia al tesoro che dura da oltre 40 anni.

Paradossale…
La mia storia somiglia tanto ad una circonferenza dove tutto ritorna.
Mi guardo intorno e scopro che qui ci sono sicuramente già stato e forse questo mio viaggio ha da sempre come meta lo stesso punto di partenza.

La vita come una sorta di giostra equestre, dove ogni tanto il destino è in pausa caffè e non può certo guardarmi mentre afferro ciò che voglio.
Posso mancare la presa, ma so comunque che capiterà di nuovo ed avrò ancora una fottuta occasione.

La spia rossa

18 dicembre 2009

Stamattina, nella fretta di dar vita al solito gioco di parole, dimentico distrattamente di versare lo zucchero nel caffellatte e mi accorgo che il cappuccino amaro non è per niente male. Eppure erano almeno 30 anni che lo bevevo ben zuccherato.
Oggi percepisco un prepotente bisogno di cambiare.. Ridefinire le mie abitudini senza necessariamente regredire, esprimere in qualche modo un atteggiamento squisitamente positivo all’interno di questa stagnante quotidianità.
Detta in parole povere: “E’ ora di pensare al bicchiere mezzo pieno!”
Come in balìa di un capriccioso “effetto serra” mentale, lascio passare i pensieri migliori ed analizzo dettagliatamente le conseguenze di ogni mia scelta sbagliata.
Colpa di una bustina di zucchero rimasta integra e di un sms delle 7.59am, se oggi mi trovo a ridefinire attraverso le righe di questo blog il mio concerto di sfortuna.
La sfortuna non esiste, esiste la possibilità di non essere in armonia con l’universo e non è comunque una condizione perenne, ma del tutto indicativa di un qualcosa che dentro di noi non va. E’ l’indicatore di tutto quello che può e deve essere cambiato, anche semplicemente riequilibrando il nostro stato vitale attraverso facili aggiustamenti delle nostre piccole abitudini!
Insomma si tratta solo di una spia rossa, solo un pochino più complessa del solito.

Buona giornata a tutti !

La ballerina del carrillon

9 dicembre 2009

Scrivere rimane il mio goffo esercizio mattutino, anche se a dire il vero alle volte fatico a farlo e non ho capri espiatori per questa mia imperfezione.
Oggi vorrei trasformarmi in fiaba e raccontarmi. Chiudere bene gli occhi e centrifugare il tempo, tanto da non poter più distinguere il passato irreale e lontano da questo presente spietato e ricorrente.
Stamattina proverò a scrivere della realtà e di storie che mi riguardano in modo più diretto e lo farò come se stessi parlando con una bimba di cinque anni.
C’era una volta un soldatino di piombo che viveva poggiato su una scrivania proprio accanto ad un vecchio carrillon.
Così fragile all’apparenza, così dolce ed aggraziata nei movimenti. Era un profilo di bambola sorridente che lo distoglieva sempre più spesso dal suo solenne compito di fermacarte.
“Perché anche io non posso roteare su una gamba sola?”
E’ un freddo pomeriggio di dicembre quando il soldatino guarda per l’ultima volta quel carrillon, prima di perdere il controllo del peso del suo corpo, prima di trasformarsi in mille piccoli frammenti di piombo, prima di rovinare pesantemente sul pavimento trasformando la sua esistenza in decine di pezzi senza più forma.
Qui finisce la storia di un soldatino di piombo, che sfuggito per un istante alla sua plombea natura cessò di esistere per sempre, ballando senza grazia, precipitando senza apparente gloria e senza che nessuno abbia mai potuto rendersene davvero conto.
Se ne fanno di cose nella vita, ma niente e ripeto niente può cambiare la nostra natura.
Se nasci incollato ad un carillon il tuo mondo inizia e finisce all’interno di una scatola.
Che tu lo creda o no la musica sarà sempre la stessa e non esisterà giorno in cui non ti troverai a fare qualcosa di diverso dal “ballare sola”.
Se invece il tuo ruolo è quello di un soldatino di piombo, sostenere il peso delle responsabilità è tutto ciò che conta e non puoi sognare di cambiare te stesso per i capricci di una ballerina dal sorriso di plastica.
Il rischio è l’autodistruzione.
Se hai ben chiari i tuoi doveri conosci i limiti fin dove ti puoi spingere e non vai oltre.
Per ogni scelta c’è una conseguenza ed un destino beffardo a cui dover rendere conto.
Mia cara ballerina del carrillon, la libertà morale e la curiosità sono sabbie mobili in cui hai affondato ancora i piedi e stavolta non ci sarò più io a prenderti per mano.
Se apri gli occhi mi troverai. Ma da oggi guarderò da lontano questa stupida scatola chiusa.
Non solo apparentemente stanco, ma definitivamente saturo di quella nenia che non ho più tempo e voglia di ascoltare.
Ci sono punti oltre i quali, insieme non si può più andare…

Professional Poker Face

16 novembre 2009

Andrea I. mi ha lasciato un messaggio sulla posta di facebook..
“Mi piacerebbe sapere come la vedi la vita di un pokerista di professione e cosa ne pensi…”

Caro Andrea,
il mio primo approccio col poker è stato del tutto casuale.
Al tempo lavoravo presso una filiale di una noto istituto di credito romano.
Il cliente di turno era un uomo molto alto, non molto distinto, la barba distrattamente lunga, sempre di poche parole, fatta eccezione per quella volta in cui mi raccontò di essere stato un giocatore di carte professionista.
Utilizzò addirittura l’aggettivo “grande” e si autodefinì “un grande giocatore di poker del passato”.
Ero davvero al cospetto di un fenomeno? Oddio, per essere grosso, era grosso.
Quel giorno, in modo del tutto incoerente rispetto al suo abituale comportamento, cominciò a parlarmi dei suoi viaggi in lungo e in largo, partendo dalle bische romane e arrivando a quelle di mezza europa.
Disse di aver accumulato velocemente cifre enormi e di averle anche perse poi con altrettanta professionale velocità.
All’epoca non diedi a quel racconto nemmeno il beneficio del dubbio, tale era il mio disinteresse per la cosa.
Avevo spesso a che fare con personaggi il cui unico scopo era quello di investire soldi con il massimo del profitto possibile e lui era uno di questi. Il mio lavoro consisteva nell’assecondarli e ascoltarli era una variante normale.
Non stavo certo a domandarmi in che modo fossero stati fatti o in quale maniera sarebbero stati spesi.

Malgrado il volto non somigliasse affatto a quello di un principe ereditario, non credo comunque che la sua potesse definirsi la vita di un pokerista di professione.

Tutti i giocatori di poker sviluppano col tempo la faccia da poker, un espressione fredda ed impassibile. Un volto povero di emozioni dal quale dipende una buona parte del successo di una partita.
Il suo era un volto trascurato, entrava in ufficio e lo faceva con l’imbarazzo di uno che ha appena pestato una cacca di cane.
Sembrava quasi intimorito di sporcare il pavimento. No, la sua non era sicuramente una faccia da poker.

Il nocciolo poi non è solo la “faccia da poker”, ma la sindrome che ne deriva e che colpisce il giocatore quando diventa professionista.
Si parte dall’abitudine a nascondere l’emozione, ci si abitua a cancellare ogni accenno di eccitazione, ogni sintomo di nervosismo e si finisce poi col calzarla sempre come un mocassino, in ogni occasione.

Un giocatore professionista assiste alla finale di Champions della propria squadra del cuore con la stessa espressione calma e compassata di chi nasconde una scala colore.

All’inizio la indossi di fronte al tuo avversario, poi per andare a fare la spesa, la porti al cinema, allo stadio, a cena fuori con la tua ragazza ed infine, senza farci nemmeno caso, non te la togli più di dosso.
Fin quando arriva quel giorno in cui ti guardi allo specchio e non sai più a chi stai facendo la barba.

La figura del giocatore di poker professionista è mitologica. Un format di altri tempi. Altre storie, altro poker.
I grandi campioni di oggi sono comunque tutti legati ad un business che si interfaccia al mondo del poker. Chi scrive libri, chi apre poker room, chi investe i soldi vinti in attività connesse, chi vende la propria professionalità o semplicemente la propria immagine. Quasi nessuno vive di poker giocato.

Caro Andrea. Facce da poker a parte, la vita di un giocatore professionista non è né migliore, né peggiore. E’ semplicemente diversa dalla mia.