Ho visto immagini di ragazze che ballano. Non nelle piazze o per le strade. Non nei posti che un regime spietato riservava a impiccagioni dimostrative e a una pedagogia di proiettili veri. Apologia e atti infami di un regime abituato a impiccare anche i minorenni con oltre 32.000 giustiziati.
Quelle donne ballano sui tetti e sui balconi di casa, perché per anni l’aria è stata l’unico spazio non ancora completamente requisito dallo Stato. Come nelle manifestazioni della repressione, si tolgono il velo. Cantano. Gridano. Piangono di gioia.
Magari che so, sono tutte immagini generate dall’intelligenza artificiale.
Peregrinando sui social la mattina per motivi intestinali, una differenza disonestamente intellettuale l’ho notata. Impiccare per rappresaglia donne e bambini puó generare silenzio istituzionale e moderato sconcerto.
Ma colpire un regime, tra l’altro in modo straordinariamente chirurgico, invece genera collisioni ideologiche e “Preoccupazione profonda.”
Il diritto internazionale, in certi ambienti, è come i neon di quei parcheggi di fronte a Esselunga a Bergamo. Si accendono, tossiscono, si spengono. Mai a comando, sempre a caso e mai dal lato giusto da illuminare. Quello dei 32.000 innocenti morti. E non li ho contati. Sono soltanto andato a leggere, perché anche io ignoravo.
Sui social e non solo, 32.000 giustiziati sono tollerabili. Ma una risposta militare chirurgica è tragedia cosmica e politica.
Per fortuna ci sono poi quelle donne che danzano. Ridono. Respirano libertà. Non citano trattati. Non parlano di equilibri multipolari. Non analizzano la postura strategica dellle organizzazioni internazionali. Magari ricordano solo un parente giustiziato. Una profonda ingiustizia. E per la prima volta non rischiano di essere impiccate per averlo fatto. Un gesto infinitamente più trasparente e politico di qualsiasi dichiarazione indignata a microfono acceso, o spento, dal vivo, o riportata sui social. Poi vabbè, ognuno è libero di pensarla come gli pare. Io la penso così.









