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“Dove sei” silenzioso.

6 luglio 2015

Vorrei ascoltarti. Vorrei che mi ascoltassi. Vorrei sapere di te. Se sei triste. Se dormi. Se ti stiracchi la schiena. Se piangi o sorridi. Scrivere è un trucchetto alquanto scorretto. Puoi parlare con chi desideri senza essere mai interrotto.

Ti ho appena chiesto che vorrei sapere di te. Ebbene vorrei farlo respirando l’odore delle tue parole. Misurando le tue pause, i tuoi silenzi e ogni singolo elemento della punteggiatura.
La scrittura stasera mi rende noiosamente sfrontato.

Vorrei osservarti mentre i tuoi sorrisi prendono vita. Poi vorrei sfiorarti il collo, accarezzarti la schiena. Toccarti. Niente parole. Solo emozioni. Non tutte le sensazioni sono sempre riconducibili a un ammasso di suoni, lettere e punteggiatura.

Non è semplice. Non è difficile. Nè giusto. Nè sbagliato. È semplicemente umano. E quindi? E quindi niente. Aspetto di far finta di non pensare. Lo faccio mentre passeggio. Mentre guido. Mentre scrivo. Mentre sono a cena. Al cinema. Da solo o tra la gente che conosco. In coppia, oppure nascosto tra decine di sconosciuti.

Non so, forse è solo una questione di chimica. Un giorno ti innamori, diventi il custode di un cuore non tuo e da quel momento, dietro ogni notte, sai che si nasconderà sempre un “dove sei” silenzioso.

Le cose che accadono

6 luglio 2015

Esistono pensieri digitali e sogni che non vanno al di là dell’analogico. Oggi penso lento e impacciato. Sono la curiosa caricatura di un ultra quarantenne di fronte a una fila di tapis rulant in palestra. Se ne stanno li, tutti liberi e identici. Eppure so che riuscirei a perdere anche cinque minuti per sceglierne uno da definire migliore degli altri.

L’indiscreto fascino dell’inutililità. In fondo dipende tutto da come ci si pone di fronte alle cose che accadono. Temporeggiare anche quando si tratta dell’evidenza. Tanto se siamo fatti male non interessa a nessuno. Se siamo belli, brutti, bravi, lenti, pragmatici, riflessivi, giusti o fortunati. Se abbiamo il ferro fuso o la cioccolata che ci scorre nelle vene. Se siamo fatti di elementi silenti, oppure i nostri pensieri sanno anche parlare e scrivere.

Nello spazio angusto del mio cervello abita un qualche dio onnipotente che ogni tanto si diverte a cazzeggiare seduto nella sua torre di controllo. Per questo io non lo so come sono davanti alle cose che succedono. Avevo anche creduto di capirlo scrivendolo su questo blog, ma ho sbagliato. Ho sbagliato, perché ho confuso la condivisione con la realizzazione. Mi sono condiviso e non mi sono capito. Sono colpevole quindi di non essermi svelato, come dice il testo di una meravigliosa canzone di Nicola Arigliano. Una bella canzone davvero.

Migliaia di followers in questo blog, e so che a nessuno importerebbe assolutamente nulla di cosa sto pensando ora. Di cosa sto provando. Di cosa sto ascoltando, o guardando. Scrivere è un momento mio, solo mio e forse dentro non ci voglio nessuno, se non le persone che amo davvero, oltre al mio amico sotto il letto.
Ormai sono entrato abbastanza in contatto con quel demone per capire che in fondo ci stiamo simpatici.

Lui non russa, non sporca. Io in cambio non gli chiedo di leggere quello che scrivo, o di pagarmi un affitto. Ci si aiuta anche così tra creature di universi così diversi. E a me ogni tanto piace fare finta di essere un alieno buono, perché fa male restare umani troppo a lungo. Le cose che accadono non sono mai come sembrano, però mi piace credere che esiste almeno un posto dove somigliano lo stesso a quello che avevo tanto desiderato che fossero.