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Soddisfatto

21 ottobre 2009

La neve cade, il tempo scorre, ed io mi ricordo quel periodo della mia esistenza in cui non facevo altro che rincorrere il tempo.

Tra progetti realizzati ed altri finiti nel nulla. Lasciavo che gli anni mi accorciassero e tralasciavo molte delle cose importanti della vita.

Ricordo come ero schiavo delle lancette dell’orologio, la borsa real time, i grafici, le maledette statistiche e il saliscendi impetuoso del trading intraday. I mercati esteri, gli strumenti derivati, i soldi facili. Correvo infelice verso la società del benessere e senza nemmeno attendere il colpo della pistola dello starter.

Pronti? Via! Veloce verso quella società dove la “vita media” si allunga, dove il “futuro” puoi sfiorarlo e addirittura toccarlo..

Ogni giorno cercavo il mio qualcuno con cui entrare in competizione e quando non lo trovavo, entravo in competizione con me stesso. Perdendo.

Sentivo parlare di società dei consumi, ma alla fine ad uscirne consumato ero solo io.

Pensavo di sfidare il tempo, ma lo stavo solo rincorrendo. Credevo di poter scegliere la direzione da prendere, ma non ero che uno dei passeggeri dello stesso treno.

Negli anni ho imparato poi che quelle rotaie non finiscono in nessun altro luogo. Che il vero quesito non è certo il “dove”, ma il “come” e il “quando” arriveremo.

Ieri ad esempio mia figlia era completamente ipnotizzata davanti ai primi fiocchi di neve.

“Nevica papà…”

“Adesso viene Natale vero?”

“E arriva anche Babbo Natale vero?”

“Ma non ha feddo papà?”

“…”

Mi sono avvicinato e ho guardato anche io fuori la neve cadere. Poi ho pensato a tutta la pace che ha nel cuore questa bambina. Forse Babbo Natale sarebbe ben contento di farselo anche in mutande questo viaggio. E di Babbo Natale ne conosco solo uno.

“Niki. Babbo Natale non ha mai freddo sai?”

Un sorriso le ha subito illuminato il volto.

Forse non sarà da vincenti sognare ad occhi aperti, dialogare con tua figlia e con le persone che più ami, chattare on line con amici virtualmente reali o perdere tempo a scrivere un banale blog. Ma nella vita a cosa serve essere un vincente se riesci a vivere soddisfatto di ciò che fai?

Diari di un futuro imminente /3

21 ottobre 2009

Succede di nuovo, succede ancora, succede ogni giorno. E mi basta davvero poco. Anche solamente chiudere gli occhi. Stamattina giro per casa come un turista giapponese con la mappa sbagliata. Con gli occhi a fessura e la maglietta di qualche taglia più grande messa al contrario. Ho il sapore del caffè un po’ amaro ancora in bocca e un desiderio che brontola nell’angolo più remoto della mia testa. Gli scuri sono mezzi chiusi. Il climatizzatore è acceso in modalità “mo’ esplodo”, tanto troppo freddo non può certo nuocere agli occhi. Figuriamoci ai pensieri. Ho voglia di farmi una canna. Ho voglia di te che mi osservi stupita, che mi fai domande senza parlare. Ho tutto. Il filtro, il tabacco, le cartine. È il mio esame di immaturità e io ho portato il mio argomento a piacere, ma non so bene di che parla e allora provo a mimare, a ricordare. Poi lascio correre i pensieri e improvviso come so fare. Stavolta non ho nemmeno un libretto delle istruzioni da leggere.
Intanto la tv scorre le solite notizie dall’interno. Economia. Cronaca. Un universo fatto di cose assurde e normali. Quanta violenza c’è nelle cose ordinarie e quanta inutile retorica si nasconde nello straordinario.
E tu?
Tu intanto entri ed esci a tuo piacimento dalla mia testa. Arrivi quando ti pare, mi candeggi i ricordi, poi li stendi ad asciugare. Fai quello che devi e poi te ne vai, come al solito. Lasciando un post it sul frigorifero. “Non dimenticare di ritirare il bucato”.
Nel mio universo non c’è molto da fare, c’è solo questo continuo vai e vieni di desideri forti. Un moto ondoso in continuo aumento. Un anticiclone che viaggia senza un posto vero dove approdare. Chiudo la canna. Accendo. Ci vuole un po’. Anche con te si spegneva di continuo. Faccio due tiri e guardo l’orizzonte sul soffitto. Al terzo posso parlare in greco antico, come quei matti di cui nessuno vuole ascoltare le storie. Potrei addirittura mettermi a suonare uno strumento a caso e darmi anche la mancia. Ho un paio d’euro dentro la tasca dei jeans, ma non ho ancora capito come funziona questa faccenda dell’euro. Al quarto tiro penso farò un referendum.
Forse le storie dovrebbero cominciare così. E non so, magari sarebbe stato un bel libro di favole, o una raccolta di racconti brevi. Oppure solo una lunghissima lettera priva di mittente e indirizzo.
Esco in terrazza. Annaffio le piante, ma senza troppa convinzione. I gelsomini tanto non fioriscono. Chissà se invece la tua siepe si è ripresa. Qualcuno ha fatto la lavatrice, c’è odore di detersivo nell’aria. Al quinto tiro sento che il mondo ha bisogno di nuovi colori, al sesto non riesco più a indovinare le forme delle cose lontane. Spengo il mozzicone. Mi abbandono nel guscio. Forse c’è gente sul terrazzo alle mie spalle, ma non me ne può fregare di meno. Ascolto sul cellulare una canzone dei Depeche Mode. Guardo una tua foto. Sembra che hai gli occhi azzurri. Sarà l’effetto della canna. Sembri anche felice. Magari il fumo fa anche questo. Fa sorridere le fotografie. Allora provo a immaginarti con quella canottiera bianca, sdraiata sul divano di fronte. Mi guardi e non mi trattengo da certi pensieri. Lo faccio come voglio io. Partendo lentamente, poi con più decisione. Senza quel rimpianto quasi bigotto che accompagna chi voleva farlo e poi magari non l’ha più fatto. È strano. Mi piace più degli altri giorni. Quel dolce perdermi senza volermi ritrovare almeno per un po’.
Ah già. Il post it.
No. Tranquilla. Non mi scordo. Come mai potrei solo pensare di riuscire a farlo. 🐙