Esco dalla cabina 9156. Un numero come tanti. Percorro diramazioni di corridoi senza un’architettura interessante e vado a prendere qualcosa di fresco sul ponte 15.
Oggi il mare sembra un universo a parte e questo tavolino in tek rappresenta il mio territorio. Inizia dunque il mio rispettoso silenzio verso il mondo che scorre. Quello necessario durante una giornata.
Uno spritz e mezza bottiglia d’acqua gassata. Mi alzo per ritirare lo spritz e rimango anche per pagare. Niente soldi. Tutto elettronico. Non è breve perché c’è un po’ di coda. Alle mie spalle intanto sento starnazzare un nugolo di ragazzini dall’accento nordico che scherzano.
Quando mi giro mi rendo conto che devono aver giocato con le bottigliette d’acqua, le loro e probabilmente anche con la mia. Suppongo che l’abbiano bevuta in parte, ma senza dubbio l’hanno toccata, perché è in un altro punto del tavolino.
Non dico nulla, anche se in tempo di COVID è ovvio che non berrò più quell’acqua. Bevo invece il mio spritz e penso ai dati che mi ripeto sistematicamente nel processo di valutazione delle strutture alberghiere.
Nel susseguirsi estenuante dei più e dei meno, dei molto, dei poco e degli abbastanza, è quella la richiesta che faccio a me stesso. Per quanto tempo ho ancora tempo.
Chiedo al tempo stesso di declinare una totalità cui possa ancora surrogare con mille piccole decisioni. Mille relatività soggettive. Perché quando il gioco si fa duro l’intelletto si impone con evidenza, ma ha bisogno di più tempo. Io ho bisogno di più tempo.









