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La differenza 

12 Maggio 2016

Dicono sia un dettaglio a fare la differenza. Ma è sempre molto più di un dettaglio. Soprattutto quando quello che otteniamo si rivela profondamente differente rispetto a quello che ci aspettiamo di ottenere. Perché una differenza qualifica e specifica l’identità delle nostre azioni. Ne cambia le conseguenze. Ne ridisegna esito e morale.

Io adoro la differenza. La vedo ovunque. La amplifico quando posso. La uso come significato di quello che sono. La confronto. La ricerco con costanza in tutto quello che faccio. Perché c’è una differenza in tutto. Nel modo di scrivere. Nel modo di camminare. Nel modo di raccontare le cose. Anche nel modo di piangere, ridere o fare l’amore. 

Chi? Dove? Cosa? Quando? 

C’è differenza tra dire e fare. C’è differenza tra frenare e accelerare in curva. Tra vivere e sopravvivere. Tra stringere con la mano, un’altra mano che trema. O stringere una mano con la tua mano che trema. Attraversare la strada controllando se la via è sicura, oppure farlo senza guardare. Cenare al lume di candela con un sottofondo di musica soffusa, oppure al Mc Donald in piazza di Spagna. Da solo, o in compagnia. Con una lei che ti parla dei suoi innumerevoli problemi con le colleghe a lavoro. Oppure con una donna che sa ascoltare una storia e non riesce a staccarti gli occhi di dosso. 

Probabilmente la differenza è che non siamo più in grado di non parlare di noi. Dobbiamo sempre dire cosa pensiamo delle cose. Lo facciamo in ogni momento. Ovunque. Spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto. Invece di riflettere sullo stupore che lievita intorno ai nostri eccessi. Invece di colmare con le azioni quello spazio che fa la differenza tra cosa è giusto e cosa è profondamente sbagliato. Cosa è opportuno, e cosa invece non lo è. 

La “differenza” la conosceva bene Charles Bukowski, quando scriveva. Magari col suo modo non bellissimo, ma stilisticamente e concettualmente sempre molto efficace: “Esistono donne qualsiasi e poi c’è qualcos’altro che ti fà venir voglia di sfondare quadri e spaccare i dischi di Beethoven sul coperchio del cesso.”