Probabilmente se avessi saputo scrivere, avrei vissuto di questo. Di scrittura. E se non lo faccio è perché non sono davvero in grado di farlo. A volte fatico ad allontanare la ridicola presunzione di poterci riuscire. Ma dura poco. Ci metto un attimo a ritornare il difettoso essere umano che ogni mattina si accarezza la barba allo specchio. È la sindrome compulsiva dell’aspirante scrittore. Un uomo imperfetto e ostinato. Un personaggio comunicativo che desidera esprimere con le parole il suo grado di imperfezione. I suoi talentuosi difetti. Gli indicibili pensieri. Gli entusiasmi di certi desideri. Le malinconie di quell’universo a volte così vicino. Ma spesso così lontano. E quindi? Quindi niente. Ultimamente lo sottolineo spesso. Aggiungo alle cose che scrivo un “quindi?” seguito da una pausa di riflessione. E aspetto. Poi mi rispondo sottovoce. Timoroso. Rispondo quasi in punta di lingua. Con la convinzione di chi crede che sia limitativo usare la lingua solo per articolare le parole. Colpa di una certa severità che esplode solo dopo il punto interrogativo. Complici i tanti, troppi, mutevoli stati d’animo. In fondo una vita che si rispetti implica le delusioni. I turbamenti. Gli errori. Le decine di cose da buttare via. Le persone da dimenticare. E tutti quei progetti falliti da ricominciare da capo. La speranza è una vigliaccheria dell’anima. O forse si tratta solo di strategie comportamentali. Quelle nove lettere che riassumono tutto. Efficacemente. Con una sola parola, “carattere”.








