La ragazza nella nebbia

Spazi. Esistono fuori e dentro di me. Spazi che separano. Che allontanano. Che delineano. 

Esistono i minuscoli spazi di silenzio tra le parole. Ma anche le pause di riflessione e i verbi al condizionale utili a riflettere. 

E poi c’è il “tempo necessario”. Lo spazio più importante. Uno spazio senza dimensioni precise. Ed è quello che serve a capire poi, quello che non si era capito prima. 

Imparare a comunicare non è facile e non succede mai velocemente. Non è mai subito. Fa parte del processo di crescita di un uomo. 

Per questo ci sono i tempi in cui crescono le piante. I tempi in cui gli animali diventano grandi. E poi c’è il tempo che impiega un uomo a smettere di essere bambino. 

Stavo pensando a questo osservando lo schermo bianco. Poi le luci si sono spente ed è iniziato il film.

Anna Lou. Ora, che voi abbiate letto, o meno, il libro di Donato Carrisi non è davvero rilevante ai fini del discorso. Lo so. È completamente fuori tema. Io per una donna con un nome così avrei battuto il record mondiale di abbraccio anche col vento contrario. 

Ma la ragazza col nome più bello del mondo è anche una vittima designata. Un pazzo? Un serial killer? Chi ha ucciso Anna Lou? E perché? E se Carrisi non fosse stato così ossessionato dai colpi di scena, “La Ragazza nella Nebbia” poteva trasformarsi in un capolavoro? 

La mia risposta è sì.

E allora perché è stato così difficile accontentarsi del primo grande finale?  

È davvero un peccato che il regista si sia limitato soltanto a suggerire il suo concetto di vanità, senza analizzare le devastanti conseguenze che stava comportando sulla moralità dei protagonisti. 

“Il peccato più sciocco del diavolo è la vanità”, recita più volte una battuta del film, ma l’ispettore Vogel, in arte Tony Servillo, è troppo impegnato a combattere ogni giorno contro i demoni del suo passato. Indaga da solo. Mangia da solo in una sala semi deserta di un ristorante in quota, seduto con i fantasmi dei suoi recenti insuccessi. 

In ogni scena sembra voler dire: “Fidatevi di me. Fidatevi fino alla fine che è una cosa giusta. Una di quelle cose che si fa col cuore, ma anche con la mente. Non giudicate me, giudicate lui.”

Io non sono riuscito per 127 minuti a mollare il mio colpevole. È stato come quando ti sfila davanti la bellezza e non puoi fare a meno di incollarle gli occhi addosso. Perché in ogni ragionamento che si rispetti è la traiettoria la parte interessante, non il punto di arrivo. Non il gran finale.

Avrei voluto parlare della trama con una serietà differente, ma sarebbe stato impossibile farlo senza rivelare i colpi di scena. E non so nemmeno se ne sarei stato così capace. In fondo questa è solo una pagina del mio blog e non una recensione “mymovies”. 

Quello che volevo scrivere è che mi sono accorto per l’ennesima volta che parlo a tutti, ma in realtà quello che ho da dire lo sto raccontando soltanto a lei. Il vero miracolo della scrittura è questo. Superare quegli spazi di cui parlavo prima. 

Comunicare con lei quando non me ne rendo conto. Scrivere cose che arrivano da un altrove mai troppo lontano. Che attraversano le distanze e il tempo. E che proiettano davanti ai suoi occhi il me stesso che le sta scrivendo, in quell’istante preciso. 

La ragazza nella nebbia è per me il ricordo di qualcosa che non c’è più. Una sottile figura retorica dove si suppone sia stato lo spazio a uccidere. Intanto il tempo indaga. Ma sono del tutto certo di essere io l’assassino.

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2 Risposte to “La ragazza nella nebbia”

  1. civuolepoco Says:

    Sempre affascinanti i tuoi post, Complimenti.
    Avrei necessità di chiederti se hai voglia di partecipare ad un progetto culturale ma non so dove contattarti, se puoi gentilmente scrivimi a civuolepoco@gmail.com

    Piace a 2 people

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