Sparire 

“Sparire” è una parola ostica. È melliflua, è ostruente. È povera di poesia e in certi giorni anche di significato. Non riesco a scriverla. Figuriamoci a pronunciarla. E poi ho appena finito di mangiare una fetta biscottata. Integrale, per giunta. “Je suis fetta biscottata.”

Rimanere troppo tempo fermi, senza trovare risposte, equivale a scavare nello spazio. E nello spazio non si può occupare lo stesso posto troppo a lungo. Poi ci si dimentica di tutto quello che ti orbita intorno.

Non credo che riuscirò a scrivere altro stamattina. Dovrei prendere una vacanza da questo mio compulsivo bisogno di stanare risposte. Dovrei riprovare a fumare. Cucinare nuove ricette. Tornare a visitare qualche museo. Ultimamente non lo faccio con la stessa voglia di prima. 

E poi ho un approccio ai tramonti da film di Quentin Tarantino. Prima metto gli occhi a fessura, come se volessi fissare un punto ben definito di un orizzonte indefinibile. E poi mi convinco di poterlo addirittura attraversare. Di poter sgattaiolare oltre. Dall’altra parte. 

Scrivo, a intermittenza. Le storie mi scansano. I pensieri mi sanguinano parole a caso. Ma continuo a cercare qualcosa che mi racconti la vita.

A volte guardo negli occhi le persone, come se questo indisciplinato “guardare” potesse aiutarmi a definire il senso delle cose. Quello che ogni giorno sembra “sgretolarsi” nei notiziari alla TV. 

Persone che salvano persone. Che poi perdono la vita proprio facendo ciò che credevano servisse a trovarlo quel senso. E a poche centinaia di chilometri altre persone che il senso lo hanno perduto. Che si lasciano morire, in uno specchio d’acqua. Lentamente. Progressivamente. 

Sotto gli occhi colpevoli di chi potrebbe impedirla una tragedia. Non raccontarla. Non filmarla. E non può trattarsi solo di una questione di colori. Chissà cosa si prova a puntare il dito, non verso, ma contro un arcobaleno! A gridare sempre “colpa sua!”. Non so. Non mi capacito. Forse non ho tutta questa grinta per capire “chi”. Per spiegarmi “cosa”. E sopratutto il “perché” di “cosa”.

Sarà una specie di catalessi intellettuale. O magari un sonno differentemente ristoratore. Ma ho l’impressione che la coerenza si trovi solo in affitto e il prezzo somigli a quello di una stanza d’albergo a ore. Un posto dove trascinare per il braccio destro certe giornate di merda e sbattersele su un letto scomodo, fino a non avere più un briciolo di respiro dentro.

Tra un po’ è il mio compleanno. Forse il peggiore della mia vita. E in questa specie di gioco a premi in cui mi trovo ogni mattino a partecipare, non trovo tattiche che funzionino. Ci vorrebbe la pazienza del giocatore di Monopoli, la grinta del comandante di Risiko e l’incoscienza del bimbo che vuole eccellere a Ruba Bandiera. 

Osservo gli altri giocare. Ascolto gli altri commentare mosse e situazioni. Non ho pagato il biglietto. Tuttavia non credo sia un reato punibile col silenzio. Prima di ogni mossa però ho imparato a contare i minuti, le ore, i secondi. E a chiedermi se avrò il privilegio di farne un’altra ancora.

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