Inconsapevolezze 

Saranno state le sette e quaranta. Più o meno. Io ero in bagno. Appena rientrato da un sabato notte. Uno di quelli che ti sembrano non finire mai. 

Prima il grido dei gabbiani. Poi un silenzio ovattato. A seguire due secondi di incubazione. E poi il nulla cosmico che precede la scossa. 

Le travi hanno vibrato. È scesa la polvere dal soffitto. Prima sui mobili, poi sui pensieri, però non mi sono mosso di un centimetro. “Semmai i vigili del fuoco mi troveranno qui”, ho pensato. “Abbracciato alla tazza, in bagno, in pieno delirio post alcolico”.

Qualche secondo dopo è finito tutto ed ero ancora straordinariamente vivo. Forse più annebbiato di prima, ma appena in tempo per coricarmi e chiudere finalmente gli occhi. 

È davvero incantevole il mio universo quando lo osservo da dietro le palpebre. È un’assoluta meraviglia. E se devo contare qualcosa per prendere sonno, nessuno mi obbliga a usare le classiche pecore. Posso optare per i cinghiali, le gazzelle tigrate, o gli ausiliari del traffico. 

Mi basta serrare gli occhi per creare e poi distruggere le cose con la stessa spietata freddezza delle calamità naturali. Senza che nessuno si faccia del male. 

Nel mio mondo non c’è spazio per un modello di realtà e nulla è davvero impossibile. Come in una fiaba dove il principe azzurro può essere un fornaio di Sasso Marconi. Cenerentola dormire sotto un ponte con Matteo Renzi e la strega cattiva fare la cassiera da Carrefour, per 650 euro al mese.

L’attimo di lucida incoscienza che precede il sonno è sempre terapeutico. In quell’istante, e solo in quel preciso istante, la quotidianità perde consistenza. Ma in fondo non ho bisogno che succeda nulla di particolare. 

Nel mio universo non c’è necessità di evasioni spettacolari. Nessuna guerra di secessione in atto. Non ci sono principesse da salvare e vette da raggiungere. Niente forche, o ghigliottine repubblicane da cui tenersi alla larga. Solo qualche stella in avaria da soccorrere in cielo. “Sarvognuno”, come direbbero le statue parlanti di Roma.

Eccoli. Sono i miei personali dilettantismi. Inconsapevolezze. Microcosmi. Luoghi dove il sole tramonta all’alba. Quando è il suono del mio respiro a prendere il posto delle parole. Quando arrivano le immagini a rubare lo spazio lasciato libero dai pensieri.

Non è poi così male non potersi fidare dei sensi tradizionali e affidarsi al sonno. Non è poi così sbagliato doversi arrendere all’evidenza di un opportuno “essere in balia degli eventi”. In precario equilibrio. Ai margini di una singolarità che gli scrittori e i poeti si ostinano ancora a chiamare sogno. 

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