Non potrei mai fare a meno della potenza metaforica delle parole. Soprattutto quelle che invitano al cambiamento. Quelle più o meno imposte dal buonsenso. Quelle la cui funzione specifica è contenere e proteggere. Arginare il cattivo umore in attesa che le scelte, le decisioni, il destino e la furia delle conseguenze dispieghino i loro effetti debordanti. O facciano semplicemente finta di niente. È acre l’odore della polvere di certe cantine buie. Laddove finiscono i sogni infranti.
La “gestione dei ricordi” dovrebbe essere materia di studio a scuola. Quali sono le cose da ricordare? E quali quelle da dimenticare? Associo spesso alle figure retoriche la sorpresa della scoperta. E in certi casi la gioia della riscoperta. In ogni ossimoro c’è l’icona di un qualcosa di superiore. È la materializzazione della natura greca del mio universo. Un pessimismo cosmico dove non conta se tu sia un dio o un eroe, perché comunque arriverà un destino beffardo a impedirti di raggiungere l’obiettivo. A sancire la tua perfetta fallibilità.
La sfera è la mia forma geometrica preferita. Una figura senza lati. L’ottimismo è una sfera. La felicità è una sfera trasparente. Una bolla di sapone. L’ineluttabile invece ha una forma cubica. Spigolosa. E un inguardabile color tortora frutto dell’invenzione dell’uomo. La natura si è rifiutata di partorire un abominio del genere. Lei in fondo ha sempre una sua reputazione da difendere.


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