Gli scheletri nell’armadio

Quel che più mi indispone degli scheletri nel mio armadio non è tanto che mi rivolgano la parola. Ma che, nel farlo, trascurino di usare la deferenza che si deve al padrone di casa. Perché fino a prova contraria, l’armadio è il mio e non poggia certo su un terreno neutrale.
Questo sono. Il padrone di casa. E non servono certo infiniti oceani, muraglie cinesi o pietre ciclopiche per definirne il confine.
È casa mia e gli scheletri dovrebbero avere maggiore rispetto per chi, come me, possiede il dono della scrittura. Per chi vive contemplando il buio e tutto quello che si può arrivare a capire solo con gli occhi chiusi.
Quel buio che riempie lo spazio e il tempo. Quel buio che cancella le perfette geometrie dei secondi e la devastante architettura di ogni ora. Di ogni minuto. Di ogni giorno trascorso lontano da te.
Ogni volta che ho chiuso gli occhi mi hai insegnato a fare qualcosa. A cucinare cose buone. Ad ascoltare la musica. A colpire di testa. A tirare un rigore. A fare l’amore. A trovare le cose spaiate. A sistemare le confezioni con le etichette nel verso giusto. A togliere dall’armadio i pantaloni senape e le camice rosa. Quelle che tanto piacevano agli scheletri maleducati.
Chissà se anche Ulisse li aveva nel guardaroba, o è andato tutto perduto nella risacca. Non credo certo che i suoi scheletri siano rimasti in una cabina armadio a Itaca.

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