L’intelligenza artificiale non ha reso intelligenti gli stupidi. Ha soltanto reso più difficile riconoscerli.

C’è una frase, in questo scritto del 1871, che trovo di una lucidità quasi imbarazzante.

«Le masse saranno sempre al di sotto della media».

A distanza di oltre centocinquant’anni, la riflessione conserva una straordinaria attualità, con una differenza sostanziale rispetto al passato. Le masse non sono necessariamente diventate più intelligenti, ma hanno acquisito strumenti formidabili per convincersi di esserlo e, soprattutto, per convincerne gli altri.

I social network hanno realizzato un piccolo miracolo antropologico, trasformando l’ignoranza da condizione della quale un tempo si provava almeno un certo imbarazzo in una forma di orgogliosa esibizione pubblica, dove chiunque, indipendentemente dalla propria preparazione, si sente investito del diritto non soltanto di esprimere un’opinione, cosa assolutamente legittima, ma di attribuirle un’autorevolezza che non possiede, pretendendo peraltro che venga rispettata anche quando è il prodotto di una conoscenza approssimativa, di un titolo letto distrattamente o, più frequentemente, di un pregiudizio scambiato per convinzione.

Abbiamo così assistito alla progressiva scomparsa di una virtù che considero fondamentale per qualsiasi forma di intelligenza, la consapevolezza dei propri limiti. Un tempo, davanti a un argomento sconosciuto, si poteva scegliere di ascoltare, approfondire e magari imparare qualcosa. Oggi prevale l’urgenza di intervenire, possibilmente con toni categorici, perché il dubbio viene interpretato come debolezza, mentre la sicurezza ostentata, anche quando completamente infondata, viene premiata con qualche centinaio di approvazioni digitali.

Poi è arrivata l’intelligenza artificiale e il fenomeno ha assunto contorni che probabilmente neppure il più fantasioso osservatore della società avrebbe potuto immaginare.

Se i social avevano regalato una tribuna agli ignoranti, l’intelligenza artificiale ha regalato loro persino il vocabolario, consentendo a perfette nullità intellettuali di trasformarsi, nel giro di pochi secondi, in figure squisitamente umaniste, capaci di confezionare riflessioni filosofiche, analisi sociologiche e considerazioni sulla condizione umana con un’eleganza espositiva che fino al giorno precedente sarebbe stata loro del tutto sconosciuta.

Persone che probabilmente non hanno mai letto un libro di filosofia oggi citano Nietzsche, evocano Kant, scomodano Hannah Arendt e pubblicano considerazioni di una profondità apparentemente commovente, senza che sia necessariamente intervenuto, nel frattempo, quel faticoso processo di lettura, studio, confronto e maturazione personale attraverso il quale si costruisce un pensiero autenticamente proprio.

Naturalmente non considero l’intelligenza artificiale un problema, anzi la ritengo uno degli strumenti più straordinari mai messi a disposizione dell’uomo, perché permette di ampliare conoscenze, verificare intuizioni e affrontare questioni complesse con possibilità impensabili fino a pochi anni fa. Ma proprio per questo trovo singolare che uno strumento capace di potenziare enormemente l’intelligenza venga utilizzato così frequentemente per mascherarne l’assenza, trasformando la cultura in un prodotto confezionato e la profondità del pensiero in una semplice questione di abilità nel formulare una richiesta.

La differenza, a mio avviso, è tutta qui. Una persona intelligente utilizza l’AI per mettere alla prova le proprie idee, mentre chi non possiede un pensiero autonomo rischia di utilizzarla per farsene fabbricare uno, salvo poi esibirlo pubblicamente con la vanità di chi si attribuisce il merito di una riflessione che non sarebbe stato capace neppure di concepire.

E sia chiaro che non è una questione di titoli accademici, di estrazione sociale o di disponibilità economiche. Ho conosciuto persone prive di istruzione formale dotate di una lucidità straordinaria e laureati incapaci di sviluppare un ragionamento originale. La cultura autentica non coincide necessariamente con un certificato, così come l’intelligenza non si misura dalla complessità delle parole utilizzate, ma dalla capacità di comprenderne il significato, riconoscere i propri errori e, soprattutto, distinguere ciò che si conosce da ciò che si presume di conoscere.

Il paradosso più affascinante, e insieme più desolante, è che questa nuova generazione di intellettuali artificiali manifesta spesso una spiccata propensione a giudicare il prossimo, distribuendo patenti morali, impartendo lezioni di civiltà e pronunciando sentenze definitive su questioni delle quali possiede una conoscenza superficiale, il tutto con la solennità di chi si considera depositario di verità universali e con una superiorità intellettuale che, in molti casi, costa poco più di un abbonamento mensile.

Abbiamo finito per confondere l’uguaglianza dei diritti con l’uguaglianza delle competenze, la libertà di espressione con l’autorevolezza, la possibilità di accedere alla conoscenza con il suo effettivo possesso, dimenticando che la democrazia garantisce giustamente a ciascuno il diritto di parlare, ma non può garantire che ogni cosa pronunciata abbia il medesimo valore.

Il vero problema, dunque, non è che gli ignoranti possano esprimersi, perché sarebbe assurdo e profondamente sbagliato negare loro questo diritto, ma che sia progressivamente venuta meno la distinzione tra chi conosce un argomento e chi si limita a parlarne, tra chi elabora un pensiero e chi lo prende in prestito, tra chi coltiva il dubbio come strumento di conoscenza e chi ostenta certezze proprio perché non possiede gli strumenti necessari per metterle in discussione.

In fondo, non abbiamo democratizzato soltanto la conoscenza. Abbiamo democratizzato anche la possibilità di simularla, e forse la vera rivoluzione culturale del nostro tempo consiste proprio nell’aver reso sempre più difficile distinguere l’intelligenza dalla sua rappresentazione.

Un tempo, per sembrare colti, bisognava almeno affrontare la fatica di leggere qualche libro. Oggi è sufficiente chiedere a una macchina di scrivere qualcosa che non si sarebbe mai stati capaci di pensare, pubblicarlo con la soddisfazione di sentirsi improvvisamente profondi e attendere gli applausi di un pubblico che, molto spesso, ha fatto esattamente la stessa cosa.

L’intelligenza artificiale non ha reso intelligenti gli stupidi. Ha semplicemente reso molto più difficile riconoscerli.

Almeno finché non decidono di parlare senza il suo aiuto.

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